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Giacomo Leopardi

La vita

Nasce nel 1798 a Recanati, ancora territorio pontificio all'epoca, da famiglia aristocratica ma con poche ricchezze. Dei nove fratelli nati solo tre sopravvivono e la severità della madre influirà molto sul comportamento e sulla vita in generale di Leopardi. Egli era recluso, per volontà dei genitori ma anche per il disprezzo verso i meno eruditi, nella sua dimora aristocratica, senza mai uscirne (fino alla tentata fuga nel 1819).
1809 – 1816: “studio matto e disperatissimo” → Ottiene una educazione di stampo nobile, seguito appunto da un formatore fino a dieci anni, quando il maestro stesso dichiarò di “non avere più nulla da insegnare” e comincia quindi il periodo di formazione autodidattica, grazie anche alla vasta disponibilità di testi classici, religiosi e del più recente Illuminismo francese, presenti nella biblioteca del padre. Dunque Leopardi ottiene una formazione puramente classicheggiante che infatti si contrappone con il pensiero romantico del tempo. Sono di questo periodo anche le prime prove poetiche di Leopardi, considerate come momento di passaggio da erudizione al bello ( → poesia). Tuttavia rimane ancorato alla letteratura classica, greca e latina, e si occupa perlopiù di tradurre opere classiche.
1816: “conversione letteraria” → Proprio da questo anno comincia una produzione poetica personale e soggettiva.
1817 – 1818 → Leopardi inizia una corrispondenza con Pietro Giordani, letterato piacentino, che incoraggia il giovane a una produzione artistica individuale. E' proprio grazie alla spinta dell'amico che Leopardi comincia a prendere coscienza dei propri pensieri e delle proprie ideologie ed è per questo che si distacca dal pensiero reazionario del padre e religioso (conservatore) della madre. E' in questo periodo che Leopardi scrive le prime due canzoni civili (1818) e il primo Discorso.
Nasce anche lo Zibaldone (1817), il diario dei pensieri di Leopardi, che lo accompagnerà per tutta la vita e grazie al quale è possibile ricostruire l'evoluzione del pensiero leopardiano, con varie considerazioni a posteriori e spiegazioni riguardo le sue opere e poesie.
1819 → Leopardi tenta la fuga, spinto dall'amico Giordani, il quale si era recato a Recanati proprio per conoscerlo, ma viene scoperto dal padre. Perciò ha inizio un periodo di abbattimento per il giovane poeta e le tensioni in casa aumentano.
1819 – 1822 → In questo periodo di segregazione Leopardi si dedica a una propria produzione letteraria che si divide principalmente in due filoni: la poesia sentimentale (con gli Idilli) e la poesia impegnata (con le canzoni civili). In questo periodo avviene la sua conversione filosofica, rivolgendosi verso una concezione materialistica e atea.
1822: Roma → Recandosi a Roma, non prova altro che delusione per ciò che si aspettava: gli ambienti letterari sono a stampo conservatore e religioso, dunque esulavano dalla sua idea atea, sviluppata poco prima. A Roma vi soggiorna solamente sei mesi e poi torna a Recanati.
1823 – 1824 → Torna a Recanati e si dedica alla stesura di opere originali, tenendo un punto di vista pessimistico, dopo essere stato emotivamente provato e sconfortato. Scrive le Operette Morali, testi in prosa e alcuni sotto forma di dialogo. Qui non manca una pungente ironia che si scontra con un pensiero ottimistico e vuole sottolineare la condizione umana, in preda allo sconforto e alla disillusione → l'acerba verità.
Dal 1825: il silenzio poetico → Lascia di nuovo Recanati e si reca al Nord, muovendosi tra Milano e Bologna (dove vi era l'amico Giordani) e poi tra Firenze e Pisa. Qui al contrario di Roma, si confronta con ambienti più innovativi e contemporanei, e nei quali scorreva l'idea del progresso anche legato a un certo ottimismo, contestato però da Leopardi. Comunque, a Milano vive come borghese perché non sostenuto dalla famiglia e vive di lavori non stabili anche se trova un posto nell'editoria Stella.
Spostandosi a Firenze, si confronta con un ambiente cattolico-moderato, nel quale non si sente a suo agio per via di differenze ideologiche e artistiche (a Firenze si diffondeva l'idea romantica rifiutata da Leopardi).
Nel frattempo nel 1827 vengono pubblicate a Milano le Operette Morali.
1828: ritorno alla poesia → Poi si trasferisce a Pisa, dove viene accolto da un'aria generosa e ridente che gli permette di sbloccare la vena poetica. E' dunque un momento di ritorno alla scrittura di poesie.
1828 – 1830: Recanati → Ritorna al suo paese natio per insufficienze economiche e vi resta fino al 1830. E' un periodo di depressione per Leopardi, ma al contempo produttivo per quanto riguarda la poetica. Infatti scrive quattro grandi canti: A Silvia, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, Pastore errante dell'Asia, Le ricordanze.
1830: Firenze → Ritorna in città e non farà più ritorno a Recanati. A Firenze frequenta i salotti fiorentini con i quali però non è in completo accordo e da qui nasce una forte contraddizione interna: da una parte vuole inserirsi in società ma dall'altra vuole esprimere le sue idee e il suo filo di pensiero che differisce dagli ambienti fiorentini.
1831 → Esce a Firenze la I edizione dei Canti.
1832 – 1833: ciclo di Aspasia → Produzione poetica (tra le quali si trova A Se Stesso) inspirata e dedicata a una donna di cui Leopardi si innamora, Fanny Targioni Tozzetti, la quale rifiuta l'amore di Leopardi. Ovviamente questo porta il poeta a un'ulteriore disillusione e un pessimismo profondo.
1833: Napoli → Si trasferisce in città con l'amico Ranieri. Qui entrano in contatto con l'ambiente napoletano, più di stampo spirituale in confronto con quello fiorentino.
1835 → Esce la seconda edizione ampliata dei Canti.
1836-37 → Ultimi anni di vita del poeta, caratterizzati da una forte instabilità fisica che si aggrava nel 1837. Comunque, in questi due anni vivono ai piedi del Vesuvio per sfuggire all'epidemia di colera ed è proprio in questo periodo che scrive la Ginestra (1836).

Gli anni della formazione: erudizione e filologia

La formazione di Leopardi si divide in più fasi. La prima si svolge perlopiù nelle mura della biblioteca del padre, dalla quale ne estrae testi illuministici e classici. Leopardi raggiungerà un livello straordinario di padronanza delle lingue (greco, latino ma anche orientali come l'ebraico e il sanscrito) che lo fanno uno dei filologi più all'avanguardia del tempo.
In una seconda fase Leopardi non si limita allo studio fine a se stesso di queste lingue e delle culture correlate, ma cerca di porle in un contesto anche moderno del suo tempo, come avviene con l'avvicinamento al classicismo che porta il poeta a rilanciare le virtù degli antichi in un mondo corrotto.

Il sistema filosofico leopardiano
Leopardi è un convinto materialista → l'uomo non concepisce nulla che non sia materia. La sua direzione filosofica non fu gradita al suo tempo, né dagli intellettuali, per un'incomprensione del suo pessimismo e sfiducia nel progresso, né dai cattolici (essi sono contro il materialismo).

Pessimismo Storico → Leopardi in un primo momento riprende il concetto filosofico di Rousseau per quanto riguarda la ricerca della fonte dell'infelicità dell'uomo, colpevole di questa la civiltà umana stessa. Leopardi lo dimostra con un processo che lui stesso chiama pessimismo storico, visto che l'infelicità umana è dovuta non a un fatto esistenziale, bensì si è creata nel tempo, distruggendo le illusioni benevole date dalla natura. L'uomo nelle epoche, a partire dalle civiltà antiche, ha eliminato man mano il contatto diretto con la natura, che provvede alle illusioni che rendono l'esistenza felice, dirigendosi verso un pensiero esclusivamente razionale. Non si ha più il contatto che avevano gli antichi, capaci di grandi illusioni, che vivono in un mondo di bontà, immaginazione, ingenuità. La civiltà moderna ha perso questo contatto ed è perciò destinata a un'esistenza infelice.
E' possibile recuperare le illusioni tramite l'azione dell'eroismo. Dunque si vede la voglia di Leopardi di accostare al mondo moderno le virtù e i valori degli antichi.

Pessimismo Cosmico → In seguito a molte delusioni provate dal poeta, egli attribuisce alla natura la colpa dell'infelicità dell'uomo. Questo perché essa non crea le illusioni che permettono l'esistenza piacevole, bensì impone all'uomo una tendenza alla ricerca della felicità e del piacere senza però poterlo mai provare; rimangono bisogni irraggiungibili imposti proprio dalla natura. Questo non può che comportare delusione, noia, sofferenza e l'uomo rimarrà senza scopo se non quello di raggiungere la morte. L'infelicità si trova perciò nell'esistenza umana, data dalla natura, che ora è maligna e non curante dell'uomo, dunque di qualcosa da lei creato.

Poetica: poesia sentimentale e poesia-pensiero

Il classicismo di Leopardi si identifica con la critica alla civiltà moderna, che ha perso i valori antichi e dunque l'unico appiglio illusorio di uomo è la poesia. Essa permette all'individuo di immaginare, fantasticare, illudersi e una via illusoria di poter tornare a quel rapporto primitivo tra natura ed esistenza umana.

In contrapposizione con i romantici è l'ideologia materialista leopardiana. Tuttavia ci sono anche punti di incontro con il Romanticismo, al quale si può dire che Leopardi arriva senza alcun confronto ma grazie ai suoi studi e a un suo personale sviluppo poetico. Appunto i punti di incontro sono i tipici temi romantici, quali l'angoscia, il dolore, l'infinito, il mistero, il ruolo dell'immaginazione e della memoria e la necessità di esprimere un forte desiderio o bisogno, che comporta un attenuamento dell'infelicità di un uomo.

Il pensiero del poeta cambia dopo alcune delusioni sofferte. La natura è ora maligna ed è impossibile sanare l'infelicità cosmica inflitta all'esistenza umana. Dunque anche la poesia assume un nuovo significato. Ora non è più un modo di alleviare un dolore, bensì deve riportare il vero alla società, lo deve comunicare agli uomini. Con vero si intende la reale condizione infelicità alla quale l'uomo è destinato e nella quale dovrà convivere nell'attesa della morte.

Lo Zibaldone

Cominciato a scrivere a partire dal 1817, come quadernino di riflessioni e annotazioni. Scritto fino alla sua morte. Il titolo allude alla varietà dei temi posti in modo disordinato. Nello Zibaldone sono presenti appunti di vario genere: spaziano da episodi autobiografici, impressioni dirette ma soprattutto di riflessioni di studio. Infatti è molto il materiale letterario riportato e molte sono le sue dichiarazioni in merito a certi argomenti.
Nello Zibaldone è possibile vedere un continuo processo evolutivo del pensiero leopardiano, attraversando le innumerevoli fasi di elaborazione intellettuale nel corso della sua vita.

Le Operette morali

Le operette sono composte tra il 1824 e il 1832, con anche edizioni postume. Composizioni dialogiche in prosa, con accentuati tratti satirici, rifacendosi proprio all'autore ellenistico satirico Luciano, e i personaggi spaziano da persone ad animali e talvolta creature mitologiche. Oppure ancora alcuni soggetti vengono personificati (come avviene nel Dialogo tra Natura e un Islandese, 1824).
Il pensiero dell'autore viene riportato dai personaggi che sviluppano durante tutto il dialogo i pensieri e le ideologie proprie di Leopardi. Tutta la produzione è accompagnata dai pensieri riportati nello Zibaldone, grazie al quale possiamo avere una chiave di lettura più indirizzata e meno speculativa.

Il diminutivo operette sottolinea il fatto che non è un'opera di forma seria e solenne, bensì satirica. Per quanto riguarda morali, indica che tutte le prose hanno uno scopo, generalizzato ed esteso a tutta l'opera in sé.

Le operette morali hanno tre funzioni fondamentali: rappresentare e presentare al mondo il vero, eliminare ogni illusione consolatoria e presentare e instradare a un modello reazionario all'infelicità nata dalla presa di coscienza del vero (come mi devo comportare?).

Dialogo della natura e di un islandese, 1824

Proprio in questo dialogo spicca il tema dell'indifferenza della Natura nei confronti degli individui che la popolano, essendo questi solamente parte del suo processo di perpetua trasformazione. La natura dunque è noncurante e indifferente del bene o del male degli uomini.

L'islandese, che aveva cercato di fuggire per tutto il corso della sua esistenza dalla dura Natura – prende proprio l'islandese (influenzato da Voltaire) perché si sapeva che le condizioni umane in Islanda erano sfavorevoli all'uomo – si imbatte infine in essa nel Capo di Buona Speranza. La Natura si presenta sotto forma di una gigante figura femminile.

Qui si vede l'evoluzione del pensiero leopardiano nei confronti della natura. Ora Leopardi ha perso tutta la fiducia verso la Natura, considerata dunque nemica dell'uomo perché indifferente al suo destino, diventa così nemica della sua esistenza. L'uomo persiste in una condizione naturale di crudeltà, rovesciando la speranza provvidenziale: l'uomo nella sua vita non farà altro che diventare ancora più cattivo e infelice.

Verso 25 → Comincia l'esposizione del pessimismo cosmico di Leopardi. Anche se l'uomo non arreca disturbo a nessun altro e dunque si isola vivendo in solitudine per sempre, non otterrà la pace desiderata perché non importa la condizione in cui l'uomo si trova, egli sarà sempre destinato a soffrire e patire.
Verso 120 → Leopardi espone anche il tema angosciante e straziante della vecchiaia. Secondo li infatti l'uomo, oltre i venticinque anni, è destinato consapevolmente, fatto ancor più straziante e sconfortante, alla morte. Infatti solo un terzo della vita è destinato alla fioritura di una persona, poi il resto è una progressiva decadenza, e l'uomo è consapevole della sua strada verso la morte.
Verso 158 → La Natura espone la teoria materialistica, in cui tutto si trasforma ed è un circuito perpetuo e il mondo è tenuto in piedi da un equilibrio tra conservazione e distruzione. Allora è lecito domandarsi se questo equilibrio dove chi distrugge non gode e chi patisce soffre, sia realmente solido. Tuttavia l'islandese prima di ottenere risposta, viene ucciso, o da due leoni affamati dall'indifferente Natura, o steso da una forte raffica di vento, facendolo diventare nulla nel tempo (indifferenza del tutto).

I Canti: composizioni poetiche dal 1816 al 1837

Qui è raccolta quasi tutta la composizione poetica leopardiana, scritta durante tutta la sua vita. I canti raccolgono quarantuno testi suddivisi in tre macro fasi:
I. Canzoni civili e testi idillici → 1818 – 1822
II. Grandi canti pisano-recanatesi → 1828 – 1830
III. Nuova poetica: cinque testi di amore (Ciclo di Aspasia, tra cui A Se Stesso), canzoni sepolcrali e La Ginestra → 1831 – 1837

I fase: canzoni civili, canzoni del suicidio, gli idilli (minori)

Con le canzoni civili Leopardi si addentra in temi a stampo patriottico e impiega la tradizionale struttura della canzone petrarchesca, proprio anche a ripresa della tradizione italiana. Infine il linguaggio utilizzato risulta letterario. Le canzoni sono endecasillabi sciolti e riprendono tutte uno stile classicheggiante.

Gli Idilli invece si concentrano più sull'aspetto sentimentale e dunque scoprono il lato più intimo di Leopardi. Di conseguenza il linguaggio risulta più intimo e concentrato e Leopardi usa forme metriche aperte e personali, proprio per meglio esprimere i suoi sentimenti. Perciò gli idilli presentano riflessioni personali che però possono essere lette anche in chiave filosofica. Rimangono liriche soggettive e Leopardi da molto spazio alle proprie emozioni suscitate da ciò che lo circonda. Il linguaggio, al contrario delle canzoni, non è arcaico classicheggiante, bensì più colloquiale, comune e piano. Versi sciolti per meglio esprimere i suoi sentimenti e riflessioni. Caratteristici degli idilli sono il vago e l'indefinito. Leopardi è alla ricerca di questi due elementi, che si trovano spaziando nell'immaginazione umana (come nell'Infinito l'ostacolo stimola l'immaginazione del poeta).

Le ultime due canzoni sono dette del suicidio e riportano due storie di due personaggi dell'antichità, una riporta un suicidio civile e l'altra uno esistenziale.
Bruto Minore → Bruto, fautore della congiura contro Cesare, prova una delusione nei valori repubblicani, accusa l'indifferenza dell'universo nei confronti dell'insofferenza umana e punta il dito all'illusoria immortalità religiosa. Egli dunque vuole uccidersi per tornare a confondersi con la materi inerte. Qui dunque si vedono i tratti filosofici di Leopardi, che accusa le illusioni religiose e fa trionfare l'ateismo materialistico.
Ultimo Canto di Saffo → Tratta l'infelicità esistenziale. Con questa canzone entra in crisi la concezione della natura benigna di Leopardi. Questo perché se anche Saffo, fisicamente brutta e quindi respinta sia dagli uomini sia dalla natura stessa, allora viene meno l'idea di Rousseau degli antichi a contatto con la natura. Leopardi parla infatti di natura malvagia e maligna, incurante delle sofferenze della donna. La canzone si sviluppa intorno al rapporto infelice tra lei e la natura, che può percepire ma ne resta estranea. Saffo è dunque respinta dall'uomo amato e dalla natura stessa.

L'Infinito, 1819 – idilli minori

Poesia presentata in quindici versi endecasillabi sciolti (anche per dimostrare una rottura con la tradizione e dare spazio a riflessioni lontane e all'immaginazione spaziale e temporale). La poesia è un viaggio d'immaginazione nel quale il poeta si immerge completamente, in un'estraneazione piacevole e non sofferta. Si hanno due concetti-limite divisi da una cesura esattamente alla metà del verso (rumore del vento in attrito con le foglie): il concetto di infinito spaziale e quello di infinito temporale (l'eterno). Il tutto parte dalla sensazione visiva della siepe, dalla quale il poeta lascia correre la sua immaginazione in un abbandono completo alle sensazioni.

Sensazione visiva → colle e siepe, che sviluppano l'infinito spaziale.
Sensazione uditiva → fruscio delle foglie/vento che sviluppano l'infinito temporale.
Enjambements → sono presenti 11 su 15 versi. Questa figura metrica è utilizzata per conferire un senso dell'ostacolo ma allo stesso tempo da il senso di un pensiero che deve essere sviluppato ulteriormente. Dunque conferisce anche una continuità dell'immaginazione del poeta.
Sinalefe → figura retorica utilizzata per conferire una continuità di pensiero (ultimo – orizzonte)

II fase: i canti pisano-recanatesi

Sono composti dopo il silenzio poetico di Leopardi, annunciato in via definitiva in un'epistola al conte Carlo Pepoli, nel 1826. Nella poetica di questo periodo si nota un punto di incontro tra lirica filosofica e sentimentale leopardiana. Tra questi:
Canto notturno di un pastore errante dell'Asia → Leopardi, colpito dai pastori nomadi, dei quali solo ebbe notizie cartacee e letterarie, affida l'Io poetico a un pastore che nella notte con il suo gregge si rivolge alla Luna, domandandole questioni esistenziali. Il pastore arriverà alla visione sconsolata e pessimistica della vita.
Il sabato del villaggio → Il sabato è il giorno dell'aspettativa, le persone alludono alla domenica di festa. Anche se all'apparenza può sembrare una descrizione del piacere, in realtà Leopardi vuole riflettere sulla delusione che la domenica realmente porterà. Dunque la seconda parte rivela il vero, la parte negativa, come in tutte queste poesie di questo periodo.
Il passero solitario → si concentra sulla giovinezza e sul seguente rimpianto, di non aver goduto di essa quando se ne aveva la possibilità. Leopardi mette in risalto la differenza tra l'uomo e il passero, il quale non si rimpiangerà i tempi della sua giovinezza.
La quiete dopo la tempesta → Come per il sabato del villaggio, il tema principale è la riflessione sul piacere. Perché si è sempre in attesa di una cessazione provvisoria del dolore (come il sole dopo la tempesta)? Allora è lecito pensare che l'uomo attenda per tutta la sua vita la cessazione permanente del suo dolore, ovvero la morte.

A Silvia, 1828 – Canti pisano-recanatesi

A Silvia apre il ciclo della canzone libera leopardiana, con libertà di metrica e di rime, elementi della tradizione ridisposti senza uno schema (disposizione libera). Il tema caratterizzante la canzone è la giovinezza e la fine precoce di essa, quindi inizia una riflessione sulla natura maligna e crudele nei confronti del genere umano. Con la morte di Silvia muoiono anche tutte le speranze e le dolci illusioni della giovinezza. Come queste sono state stroncate in Silvia dalla sua morte prematura, per Leopardi muoiono con la sua maturazione, con l'entrata in età adulta; è questo il momento di guardare la realtà e abbandonare ogni illusione.

Silvia è la figlia del cocchiere dell'edificio di fronte al suo palazzo a Recanati, in realtà chiamata Teresa Fattorini. Teresa nella canzone rappresenta la giovinezza, la speranza e l'illusione, e morendo, muoiono tutte queste.

I Parte → Lessico delle illusioni.
II Parte → Lessico del vero.

Verso 30 → Nella quarta strofa Leopardi unifica i due destini, dopo ritorna solamente al suo “fato sconsolato”. Tenerella: vezzeggiativo a tono tenero.
Verso 40 → Silvia in preda a una malattia sconosciuta, non si allietava con i piaceri della giovinezza: i capelli floridi, la compagnia delle amiche, le attenzioni su di lei.
Verso 49 → La sesta strofa indica la disillusione totale. Adesso avviene la morte di Silvia, e con lei la speranza di Leopardi. Personificazione della speranza in Silvia.

III fase: ciclo di Aspasia, Canzoni sepolcrali e La Ginestra

Coincidente con la sua fase biografica conclusiva, dopo il definitivo abbandono di Recanati, qui la sua poetica fonde più tematiche, profonde e vissute, quali l'amore passionale (ciclo di Aspasia), filosofia anti-idealistica e in ottica negativa e la completa disillusione personale (La Ginestra).

La metrica segue la già sperimentata canzone libera che conferisce alla poetica un modo liscio e disteso di procedere e di argomentare. Lo stile diventa più stremato, quasi portato al limite, con sperimentazioni sintattiche azzardate, il tutto conferisce una concentrazione espressiva, quindi con un annientamento di una qualsiasi allusione alla speranza e alle illusioni.

La nuova poetica di Leopardi è caratterizzata non più dal ricordo, dal vago e dall'indefinito, bensì dal presente; il poeta descrive un'esperienza che vive in un determinato momento, che lo coinvolge.

A se stesso: ciclo di Aspasia, canto IV

Facente parte del Ciclo di Aspasia, ci indica il tema amoroso di cui Leopardi cade preda (innamorato di Fanny Targioni Tozzetti). Un amore non ricambiato che lo porta a un annientamento totale di questo vivace e passionale sentimento. Nella canzone Leopardi invita il suo cuore ad avere il coraggio di affrontare la realtà e lasciar andare ogni illusione che lo possa sviare e addolorarlo ancor di più.

Canzone libera in endecasillabi e settenari alternati e rimati liberamente. Breve composizione che può considerarsi una sola strofa. Notevole è la diretta dell'avvenimento: il poeta è infatti nell'atto di dissuadersi dalle illusioni. Si nota un lessico incisivo, forte e diretto, con tono sentenziale, come ad imporsi su se stesso. Molti sono i periodi brevi nominali o verbali (Perì) e cesure a metà verso.

La Ginestra, 1836

Scritta durante il periodo napoletano, gli ultimi anni biografici del poeta. Le lunghe sette strofe che compongono il testo, riprendono la questione del senso e dell'esistenza dell'uomo, muovendosi in un terreno arido, desolato, morente, quale è il Vesuvio dopo la sua eruzione. Questo è il luogo simbolo della condizione umana, spoglia di ogni illusione; all'uomo non rimane altro che vedere il vero. Leopardi deride chi si illude, chi spera in un progresso o ancora chi crede in una direzione positiva. Il tutto non manca di un certo sarcasmo da parte del poeta.
Non manca il sentimento di protesta verso la natura, ma l'uomo nonostante la sua condizione esistenziale non perde la sua fierezza e il suo orgoglio ed è con dignità che aspetta la sua morte, senza alcun bisogno di nascondersi a realtà illusorie.
Gli uomini consapevoli della loro comune sorte devono allearsi, creare un tessuto di solidarietà e insieme è contro la natura che si devono battere, mantenendo un profilo alto.

La scelta della ginestra è dovuta alla sua qualità di crescere e resistere anche nei luoghi più ostici e ardui, e dunque anche sulle pendici del Vesuvio. Leopardi fa di questo scenario la figurazione della natura matrigna che annienta l'uomo. Il paesaggio, oltre ad essere la proiezione della condizione umana, è anche simbolo di ciò che la natura lascia, ovvero distruzione e morte. L'unico essere sopravvissuto è proprio la Ginestra, che emanando un odore gradevole smorza la desolazione circostante. Infine, si sa che il fiore è il simbolo della poesia, dunque la ginestra incarna sia la poesia sia il poeta.

Canzone libera di settenari ed endecasillabi, il lessico risulta molto complesso, con una tendenza al sublime vista la situazione drammatica. Il linguaggio è reso esasperato, quasi al limite sintattico. (Da notare il finale dell'ultima strofa, che indica uno sgretolamento totale dell'esistenza umana).

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