Giacomo Leopardi

(Periodo in cui infuria il dibattito tra classicisti e romantici)
Giacomo Leopardi si inserisce in questo dibattito pur essendo uno che vive in una condizione completamente diversa. Diventa il difensore del classicismo anche se è conosciuto come il maggior esponente romantico. Il luogo in cui un autore nasce è importante. Leopardi nasce nel 1798 a Recanati, un paese piccolo, chiuso e che per giunta faceva parte dello stato pontificio (arretrato dal punto di vista culturale, perché il papato non aveva alcun interesse a diffondere la linea di pensiero contemporanea). Le idee nello stato pontificio arrivano, perché vengono diffuse dalle truppe napoleoniche. Leopardi viene da una famiglia nobile. Il padre è un grande intellettuale e possiede una biblioteca enorme. Dopo il passaggio delle truppe napoleoniche vengono chiusi monasteri e conventi e vengono venduti i libri che si trovavano al loro interno, perciò il padre di Leopardi compra tutto quello che può trovare (Spendendo anche troppo e rischiando il tracollo economico). La madre di Leopardi (donna dura, irremovibile, bigotta, ma forte), fa interdire il marito, prendendo in mano la gestione economica della famiglia e tagliando su tutte le spese aggiuntive possibili (feste, uscite, inviti…). Perciò Leopardi perde la sua serenità. Egli si dedicò allo studio, :”studio matto e disperatissimo”. Consuma tutta la fine dell’adolescenza nello studio. La formazione di Leopardi è condizionata dai libri del padre, perciò è classicista e sicuramente non moderna. Impara greco e latino grazie ad un precettore e l’ebraico da sé. Egli aveva una visione negativa della madre. Le notizie culturali arrivano anche a Recanati, e Leopardi inizia a partecipare al dibattito culturale del tempo. Grazie a Pietro Giordani egli entra in contatto con una nuova forma di classicismo, aperto alle nuove idee e alle nuove realtà ( 1816 conversione letteraria). Egli vuole andare via da Recanati e organizza anche una fuga, ma viene scoperto e il piano salta. Si ammalò anche agli occhi e non poté più studiare, fu il periodo più brutto della sua vita. Inizia a scrivere lo Zibaldone ( una sorta di diario). Il padre si decide a farlo andare via ( combattendo contro il volere della madre). Leopardi andrà a Roma, dove però rimarrà deluso, vuoi perché controllato dagli zii, vuoi perché il livello culturale non lo soddisfaceva e gli stessi intellettuali si occupavano di erudizione. Riesce però ad essere coinvolto da un editore di Milano. Viaggerà ancora per poi morire ad un’età giovanissima ( 29 anni). La sua fama accrebbe grazie alla pubblicazione delle sue opere dopo la morte. Successo acquisito dalle liriche e non da opere come lo Zibaldone che vennero considerate eretiche dalla Chiesa.

Non possiamo definirlo un filosofo perché gli manca l’organizzazione sistemica, ma un poeta che tocca temi filosofici. Nella sua formazione egli è particolarmente influenzato da Russeau (natura, ragione),la cui idea è che lo stato di natura è una cosa buona che viene rovinata dalla civilizzazione. L’uomo primitivo che si trova davanti ad un fenomeno che non sa spiegare rimane affascinato e questo lo spinge alla contemplazione, mentre l’uomo istruito non ci pensa. La conoscenza non porta alla contemplazione dell’ignoto. La ragione toglie spazio all’immaginazione. Su questo tema ( poetica del vago e dell’indefinito) Leopardi lavorerà molto. Tale poetica permette di creare una poesia di immaginazione.

L’infinito

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s'annega il pensier mio:
E il naufragar m'è dolce in questo mare.

Questa poesia utilizza il verso libero, si tratta di endecasillabi sciolti (non collegati gli uni agli altri in strofe).

Nello zibaldone, Leopardi sviluppa anche la tematiche del piacere che nasce dall’ignoto e dall’infinito. Lui dice che nella poesia l’elemento del ricordare è fondamentale e fonte di grande piacere. La poesia del ricordo è sempre bella, perché caratterizzata da parole importanti.

La natura è in primo luogo benevola, perché fornisce le illusioni che permettono di andare avanti. Ogni uomo desidera godere. Il piacere per sua natura è temporaneo, ma contemporaneamente è infinito e irraggiungibile. L’uomo non raggiunge mai il piacere, l’unico piacere che ha è l’attesa del piacere stesso.

Esempio: “il sabato del villaggio”
La donzelletta vien dalla campagna,
In sul calar del sole,
Col suo fascio dell'erba; e reca in mano
Un mazzolin di rose e di viole,
Onde, siccome suole,
Ornare ella si appresta
Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
Su la scala a filar la vecchierella,
Incontro là dove si perde il giorno;
E novellando vien del suo buon tempo,
Quando ai dì della festa ella si ornava,
Ed ancor sana e snella
Solea danzar la sera intra di quei
Ch'ebbe compagni dell'età più bella.
Già tutta l'aria imbruna,
Torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre
Giù da' colli e da' tetti,
Al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
Della festa che viene;
Ed a quel suon diresti
Che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
Su la piazzuola in frotta,
E qua e là saltando,
Fanno un lieto romore:
E intanto riede alla sua parca mensa,
Fischiando, il zappatore,
E seco pensa al dì del suo riposo.

Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
E tutto l'altro tace,
Odi il martel picchiare, odi la sega
Del legnaiuol, che veglia
Nella chiusa bottega alla lucerna,
E s'affretta, e s'adopra
Di fornir l'opra anzi il chiarir dell'alba.

Questo di sette è il più gradito giorno,
Pien di speme e di gioia:
Diman tristezza e noia
Recheran l'ore, ed al travaglio usato
Ciascuno in suo pensier farà ritorno.

Garzoncello scherzoso,
Cotesta età fiorita
E' come un giorno d'allegrezza pieno,
Giorno chiaro, sereno,
Che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo'; ma la tua festa
Ch'anco tardi a venir non ti sia grave.


Di fatto l’uomo prova piacere soltanto nel momento della cessazione del dolore
Esempio: “La quiete dopo la tempesta”
Passata è la tempesta:
Odo augelli far festa, e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna;
Sgombrasi la campagna,
E chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
Risorge il romorio
Torna il lavoro usato.
L'artigiano a mirar l'umido cielo,
Con l'opra in man, cantando,
Fassi in su l'uscio; a prova
Vien fuor la femminetta a còr dell'acqua
Della novella piova;
E l'erbaiuol rinnova
Di sentiero in sentiero
Il grido giornaliero.
Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
Apre terrazzi e logge la famiglia:
E, dalla via corrente, odi lontano

Tintinnio di sonagli; il carro stride
Del passegger che il suo cammin ripiglia.

Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
Quand'è, com'or, la vita?
Quando con tanto amore
L'uomo a' suoi studi intende?
O torna all'opre? o cosa nova imprende?
Quando de' mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d'affanno;
Gioia vana, ch'è frutto
Del passato timore, onde si scosse
E paventò la morte
Chi la vita abborria;
Onde in lungo tormento,
Fredde, tacite, smorte,
Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
Mossi alle nostre offese
Folgori, nembi e vento.

O natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
E' diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d'affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! assai felice
Se respirar ti lice
D'alcun dolor: beata
Se te d'ogni dolor morte risana.

:”Nel momento in cui passa questa sfuriata e tu cominci a mettere il naso fuori dalla porta e il cielo comincia ad allargarsi, tu provi piacere, perché esso è figlio dell’affanno e nasce dalla cessazione del dolore”
Il piacere è finito e limitato.
L’uomo non desidera i piaceri, l’uomo desidera il singolo piacere.

Ultimo canto di saffo
Placida notte, e verecondo raggio
Della cadente luna; e tu che spunti
Fra la tacita selva in su la rupe,
Nunzio del giorno; oh dilettose e care
Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,
Sembianze agli occhi miei; già non arride
Spettacol molle ai disperati affetti.
Noi l'insueto allor gaudio ravviva
Quando per l'etra liquido si volve
E per li campi trepidanti il flutto
Polveroso de' Noti, e quando il carro,
Grave carro di Giove a noi sul capo,
Tonando, il tenebroso aere divide.
Noi per le balze e le profonde valli
Natar giova tra' nembi, e noi la vasta
Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto
Fiume alla dubbia sponda
Il suono e la vittrice ira dell'onda.

Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
Infinita beltà parte nessuna
Alla misera Saffo i numi e l'empia
Sorte non fenno. A' tuoi superbi regni
Vile, o natura, e grave ospite addetta,
E dispregiata amante, alle vezzose
Tue forme il core e le pupille invano
Supplichevole intendo. A me non ride
L'aprico margo, e dall'eterea porta
Il mattutino albor; me non il canto
De' colorati augelli, e non de' faggi
Il murmure saluta: e dove all'ombra
Degl'inchinati salici dispiega
Candido rivo il puro seno, al mio
Lubrico piè le flessuose linfe
Disdegnando sottragge,
E preme in fuga l'odorate spiagge.

Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
In che peccai bambina, allor che ignara
Di misfatto è la vita, onde poi scemo
Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
Dell'indomita Parca si volvesse
Il ferrigno mio stame? Incaute voci
Spande il tuo labbro: i destinati eventi
Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
De' celesti si posa. Oh cure, oh speme
De' più verd'anni! Alle sembianze il Padre,
Alle amene sembianze eterno regno
Diè nelle genti; e per virili imprese,

Per dotta lira o canto,
Virtù non luce in disadorno ammanto.

Morremo. Il velo indegno a terra sparto,
Rifuggirà l'ignudo animo a Dite,
E il crudo fallo emenderà del cieco
Dispensator de' casi. E tu cui lungo
Amore indarno, e lunga fede, e vano
D'implacato desio furor mi strinse,
Vivi felice, se felice in terra
Visse nato mortal. Me non asperse
Del soave licor del doglio avaro
Giove, poi che perìr gl'inganni e il sogno
Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
Giorno di nostra età primo s'invola.
Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'ombra
Della gelida morte. Ecco di tante
Sperate palme e dilettosi errori,
Il Tartaro m'avanza; e il prode ingegno
Han la tenaria Diva,
E l'atra notte, e la silente riva.

Leopardi vede nella figura della poetessa Saffo (poetessa molto brutta) un po’ quella che è la sua esperienza.

1° strofa: Saffo si consola con la bellezza della natura, infatti vi è una contemplazione della natura

2° strofa: Saffo cerca l’integrazione con la bellezza della natura, ma è come se tutta la natura rifuggisse la poetessa per via del suo aspetto (fiume che si divide in due al suo passaggio)

3° strofa: Saffo si chiede quale possa essere stata la sua colpa per aver meritato una tale punizione ( la bruttezza), la risposta alle nostre domande è nascosta, conosciamo solo il nostro dolore. Noi siamo nati per soffrire e il motivo lo sanno gli dei. La virtù non brilla se non è circondata dalla bellezza.

4° strofa: Il dialogo si sposta a Faone; Saffo gli augura di essere felice, se mai un uomo possa essere felice nel vivere una vita mortale sulla terra. La giovinezza è fugace… velocemente subentrano la malattia e la vecchiaia e la morte.


Il passero solitario

D'in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finchè non more il giorno;
Ed erra l'armonia per questa valle.
Primavera dintorno
Brilla nell'aria, e per li campi esulta,
Sì ch'a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Per lo libero ciel fan mille giri,
Pur festeggiando il lor tempo migliore:
Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli,
Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;
Canti, e così trapassi
Dell'anno e di tua vita il più bel fiore.

Oimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia,
E te german di giovinezza, amore,
Sospiro acerbo de' provetti giorni
Non curo, io non so come; anzi da loro
Quasi fuggo lontano;
Quasi romito, e strano
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch'omai cede alla sera,
Festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
Odi spesso un tonar di ferree canne,
Che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
La gioventù del loco
Lascia le case, e per le vie si spande;
E mira ed è mirata, e in cor s'allegra.
Io solitario in questa
Rimota parte alla campagna uscendo,
Ogni diletto e gioco
Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
Steso nell'aria aprica
Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Dopo il giorno sereno,
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno.

Tu, solingo augellin, venuto a sera
Del viver che daranno a te le stelle,
Certo del tuo costume
Non ti dorrai; che di natura è frutto
Ogni vostra vaghezza.
A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all'altrui core,
E lor fia voto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest'anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.

Riferimento a Lucrezio (per quanto riguarda la descrizione della primavera)

Protagonisti: Passero solitario, i giovani, Leopardi

Leopardi e il passero sono accomunati dal fatto che entrambi passano il loro tempo in solitudine, la loro differenza invece sta nel fatto che il passero in futuro non avrà motivo di pentirsi di questo suo desiderio di solitudine, mentre Leopardi si. (guardando il Sole tramontare si fa strada in lui il pensiero della giovinezza che vien meno)


LE OPERETTE MORALI E IL SILENZIO POETICO
Dopo essere andato a Roma Leopardi torna a Recanati schifato e afferma di perdere ogni ispirazione poetica. Continua a scrivere appunti sullo Zibaldone e da questi ci rendiamo conto che lui arriva a sviluppare in maniera ancora più cupa la sua visione del mondo. Per lui la natura è una madre benigna e dal momento che piazza l’uomo in una condizione di dolore, gli dona in cambio le illusioni che attraverso l’immaginazione gli consentono di vivere in pace. Anche se nella poesia di Saffo, non troviamo benignità nella natura. La sua visione cambia. La natura non è benigna perché ha instillato nell’uomo il desiderio insanabile di piacere, la natura è matrigna, perché non consente all’uomo di raggiungere ciò per cui è fatto. Alla natura non interessa la sorte dell’uomo, ad essa interessa solo la moltiplicazione della specie. Leopardi arriva a dire che l’uomo può sopravvivere solo unendosi ad altri uomini per combattere la natura in modo tale da eliminare il dolore che può nascere tra gli uomini e da minimizzare quello della natura.

Dopo questo pensiero egli inizia a scrivere delle Operette morali, derivano dai dialoghi in cui egli espone degli argomenti. Troviamo dialoghi sul piacere, sulla morte e la cosa peggiore per l’uomo in assoluto, la noia. La noia fa precipitare l’uomo in una situazione di nulla, che non è dolore e neanche piacere ( È rimanere nel mezzo che fa incazzare la gente. cit. The Beach)

Se la vita dell’uomo è dolore e la morte è l’unica soluzione al dolore, il suicidio è la cosa migliore da fare e invece Leopardi dice di no. Il suicidio non è ammissibile per lui (non per un motivo religioso), perché darebbe dolore alla gente che ci ama e l’uomo deve collaborare, perché questo non avvenga.

DIALOGO DELLA NATURA E DI UN ISLANDESE
Riassunto (Il “Dialogo della Natura e di un Islandese” è la più famosa delle operette morali di Giacomo Leopardi. Composta tra il 9 e il 14 aprile del 1824, esprime al meglio il pessimismo cosmico leopardiano. Prendendo spunto da un’opera del filosofo illuminista francese, Voltaire “Storia di Jenni o il saggio e l’ateo” (1775), in cui il filosofo parla delle minacce naturali, quali gelo e vulcani, a cui sono sottoposti gli islandesi, Leopardi sviluppa l’idea di un Islandese che viaggia, fuggendo la Natura. Tuttavia arrivato in Africa, in un luogo misterioso ed esotico, incontra proprio la Natura che stava evitando, con la forma di una donna gigantesca dall’aspetto “tra bello e terribile“.)

Un uomo, dopo aver viaggiato molto per varie parti del mondo, per fuggire la Natura arriva un giorno in Africa. Qui gli compare una donna gigantesca, seduta per terra, con il dorso e il gomito appoggiati ad una montagna, viso bello e terribile e i capelli nerissimi. A lei che gli domanda chi sia e che cosa cerchi in quei luoghi ancora inesplorati l’uomo risponde di essere un povero Islandese che sta fuggendo la natura. Quando la donna gli dice di essere la natura che egli fugge, l’Islandese pronuncia una lunga requisitoria contro di essa, parlando della sua vita di patimenti e accusandola di essere la causa della sofferenza e dell’infelicità degli uomini.

La Natura quindi risponde che il mondo non è stato fatto per il genere umano e per la sua felicità, anzi se un giorno esso si estinguesse, lei forse non se ne accorgerebbe. L’Islandese controbatte facendo un esempio.

Se fosse invitato da un signore nella sua villa e all’arrivo in casa fosse maltrattato dai servi e dai figli, rinchiuso in una stanza buia e fredda, ricorderebbe al signore di essere stato invitato e di non esserci andato di spontanea volontà. Di conseguenza aveva il diritto di non essere trattato male. La Natura si è comportata con gli uomini allo stesso modo del signore.

La natura sì è vero che non ha fatto il mondo per gli uomini, ma avendoli fatti nascere, non deve renderli infelici e schiavi, ma deve trattarli umanamente. Allora la Natura gli ricorda che la vita dell’universo è un ciclo perpetuo di trasformazioni della materia, a cui nulla sfugge. Quindi l’Islandese domanda il perché della vita e dell’universo. Una domanda che rimane senza risposta, così come avviene nel “un pastore errante dell’Asia”, che sta a significare il mistero insondabile dell’universo.

II dialogo si conclude in maniera brusca per la misera fine dell’Islandese: secondo alcuni, fu divorato da due leoni, secondo altri, fu preda di un violentissimo vento, che lo ricoprì di sabbia, trasformandolo in mummia.
Analisi
Questo dialogo svolge il concetto leopardiano della natura matrigna, che è la causa dell’infelicità degli uomini, perché ha diffuso in essi il desiderio insopprimibile della felicità, pur sapendo di non poterlo mai mantenere. La scelta a protagonista di un Islandese sta a significare che sono infelici anche coloro che sono vicini alla natura, alla vita primitiva.

Il dialogo della natura e di un Islandese, è composto in forma mista di narrazione e di dialogo. Quest’opera segna un momento di fondamentale importanza nel pensiero del Leopardi, il passaggio da una concezione di una natura benefica a quella di una natura matrigna. Leopardi qui utilizza i materiali dello Zibaldone e ricordi di scritti di Voltaire, e li unifica nella sintesi della creazione poetica.

L’islandese si è reso conto di questa cosa drammatica, nella Terra non c’è nessun luogo fatto per l’uomo, in cui egli possa vivere in serenità e pace. Il destino dell’uomo è sempre e comunque un destino di sofferenza. Allora l’uomo va ad interrogare la natura (rappresentata come una donna gigantesca), ed essa afferma che non ha alcun interesse per lei.

DIALOGO DI TORQUATO TASSO E DEL SUO GENIO FAMILIARE

RIASSUNTO DELL’OPERA:
Torquato Tasso nella solitudine della sua prigionia inizia un dialogo con il suo Genio, che tenta di fargli compagnia. Tasso comincia col ricordare con malinconia Leonora la donna amata, pensiero che alleggerisce i suoi problemi. Il continuo pensare alla donna innalza la sua immagine al pari di una dea, quando nella realtà non è così. Tasso e il suo Genio proseguono a parlare della differenza che intercorre tra sogno e verità, sostenendo che il primo è migliore perché dà la possibilità di continuare quei pochi piaceri veramente vissuti e li migliora fino a farli diventare più piacevoli della realtà. Infatti solo il sogno permette di raggiungere quella felicità che non è possibile ritrovare nella realtà.
Come seguito a queste considerazioni, vi è un elogio degli uomini antichi i quali erano più soliti dedicarsi ai sogni rispetto a quelli “moderni” come il Tasso. I due protagonisti dunque si soffermano sul concetto di piacere, aspetto mancante della vita che conduce Tasso alla domanda: “Ma dunque perché viviamo noi?”. Questa domanda non trova risposta anzi viene evidenziato come la vita sia costituita soprattutto dalla noia, stato usuale dell’uomo a proposito del quale i due esprimono pareri diversi su quale sia il giusto rimedio.
Il Genio infine lascia Tasso dicendogli che sognando consumerà la vita, questo scorrere del tempo verso la morte è l’unico dono che ci è stato dato.
ANALISI E COMMENTO DELL’OPERA:
La considerazione di Torquato Tasso, chiuso nella prigione di S.Anna, è che col tempo l’uso del mondo e l’esercizio dei patimenti finiscono con il sopire quella primaria condizione di freschezza e di disponibilità che era in ciascuno di noi, la quale poi di tanto in tanto si ridesta ma per brevi attimi, attraverso il sogno o il ricordo. Tra verità e sogno, osserva il Genio, non corre altra differenza se non che questo può essere qualche volta più bello di quella. Il piacere è un desiderio e non un fatto, un sentimento concepito dal pensiero, un’aspirazione sempre a crescere; per cui l’uomo non vive che per sognare, “credere cioè di avere a godere o di aver goduto”, cose entrambe di finzione e di fantasia. Sogni e ricordi sono una finzione della realtà, una sua rappresentazione astratta, della quale soltanto l’uomo gode. La noia, che riempie gli intervalli della vita umana frapposti al piacere e ai dispiaceri, è anch’essa una passione, nel senso di un “desiderio puro della felicità non soddisfatto dal piacere e non offeso apertamente dal dispiacere”; dunque, una situazione anche più fastidiosa per l’uomo. Unici rimedi alla noia, secondo il Genio, sono l’oppio, il sogno e addirittura il dolore; perché l’uomo, mentre soffre, non si annoia. Ma, secondo il Tasso, contro la noia quel che più conta e giova è l’intensità del vivere; intensità sia dell’agire che del pensare. La varietà delle azioni, delle occupazioni e delle sensazioni, sebbene non ci liberi dalla noia perché non ci dà piacere vero, tuttavia ci solleva e ci alleggerisce non poco. Così, anche nella solitudine, lontano dalla vita e dagli uomini, si scopre più efficace che mai l’attività cogitativa e l’uomo, “chiarito e disamorato delle cose umane per l’esperienza”, a poco a poco si abitua a considerarle da lontano e a rivalutarle, più belle e degne nell’immaginazione, tanto che si riprende a guardare con desiderio e speranza la vita, proprio come nella giovinezza, di cui la solitudine può dunque fare l’ufficio.

Il dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare è un dialogo particolare. Leopardi immagina il dialogo fra Tasso ed il suo genio, in cui viene toccato il tema del piacere e dell’infelicità. Il sogno, l’oppio e il dolore sono i migliori rimedi contro la noia. Il genio chiede a Tasso cosa sia la noia e lui risponde nel verso 119 pag. 740 (Tasso:"Qui l'esperienza non mi manca, da soddisfare alla tua domanda. A me pare che la noia sia della natura dell'aria: la quale riempie tutti gli spazi interposti alle altre cose materiali, e tutti i vani contenuti in ciascuna di loro; e donde un corpo si parte, e altro non gli sottentra, quivi ella succede immediatamente. Così tutti gl'intervalli della vita umana frapposti ai piaceri e ai dispiaceri, sono occupati dalla noia. E però, come nel mondo materiale, secondo i Peripatetici, non si dà vòto alcuno; così nella vita nostra non si dà vòto; se non quando la mente per qualsivoglia causa intermette l'uso del pensiero. Per tutto il resto del tempo, l'animo considerato anche in se proprio e come disgiunto dal corpo, si trova contenere qualche passione; come quello a cui l'essere vacuo da ogni piacere e dispiacere, importa essere pieno di noia; la quale anco è passione, non altrimenti che il dolore e il diletto."). La noia occupa tutto lo spazio compreso tra i piaceri e i dispiaceri. Per la noia non si deve ritenere altro che il desiderio puro della felicità.

A SILVIA
Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?
Sonavan le quiete
stanze, e le vie d'intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all'opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.
Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.
Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?
Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore.
Anche perìa fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovinezza. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte delle umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.
Analisi e commento:
"A Silvia" (a Selva/natura) è l’inizio di una nuova stagione poetica, tra il ’28 e il ’30. Questo canto, composto a Pisa nel 1828, è dedicato a una fanciulla che il poeta realmente conobbe, Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta di tisi nel 1818.
Questo nella realtà biografica ma nella fantasia leopardiana Silvia è soprattutto il simbolo della speranza propria della giovinezza, fatta di attese, illusioni e anche delusioni. Non è una commemorazione funebre, e non è neppure una canzone per Silvia, in onore di lei: in realtà è una confessione del poeta. E’ costruita come un colloquio con Silvia.
Tutto il canto è costruito sulle esperienze parallele della giovinezza di Silvia, precocemente troncata dalla morte, e delle illusioni del poeta. L’immagine della donna si smorza nel mito della speranza. Silvia è rappresentata nel fiorire della sua giovinezza in primavera, invece la sua morte in inverno. Il rapporto con la vita della fanciulla con il valore metaforico della stagione della giovinezza e di quella della morte è che nella prima rispecchia il tempo di speranze e di gioie, invece nella seconda le delusioni e la morte.
In questa canzone la Natura manifesta un duplice aspetto, ora ispirando serenità e dolcezza, ora vista come causa principale dell’infelicità umana; matrigna crudele e indifferente che mette al mondo i suoi figli senza che questi lo vogliano, inseriti in un meccanismo di vita e di morte.
Metrica:
Canzone libera (costituisce il primo campione della cosiddetta ‘canzone libera’ leopardiana). E’ costituita da sei strofe di varia lunghezza. Settenari e endecasillabi sono liberamente distribuiti e la rima non ha schema prestabilito. L’unico elemento di regolarità è dato dal ripetersi del settenario alla fine di ogni strofa. E' la prima canzone di questo tipo, che segna l'abbandono degli schemi tradizionali con stanze omometriche.
Climax ai vv. 28/29: Che pensieri soavi, che speranze, che cori…
Apostrofe ai vv. 36/39: O natura, o natura …. i figli tuoi?


CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA
Metrica:
Canzone libera articolata in sei strofe libere di varia lunghezza (endecasillabi e settenari). Le rime sono libere anche se ciascuna strofa si conclude con una identica rima finale che termina in "ale".
L’andamento e il tono della lirica ricordano una litania. Il linguaggio, a differenza che in altri canti, è quasi spoglio, sobrio e semplice, in armonia e consono al livello del semplice pastore. Tuttavia spesso viene dato spazio anche ad un profondo e commosso lirismo.
La lirica è densa di molte rime interne e assonanze, iterazioni lessicali, allitterazioni.

In questa poesia Giacomo contemplando il cielo stellato, nel silenzio della notte in solitudine si domanda il perché delle cose e non sa darsi una spiegazione razionale. Come il pastore errante è attratto dalla bellezza delle stelle e della luna e le ammira con stupore, si domanda perché esistono e attraverso di loro si accorge del mistero dell’universo, la stessa cosa succede agli uomini i quali si rendono conto di esistere in questo universo e si domandano il perché. Leopardi nei suoi versi scrive che è incapace di afferrare il senso delle cose e conosce solo l’infelicità, ma in realtà nelle sue poesie l’uomo aspira alla felicità e all’eternità. Il poeta è diviso dall’educazione ricevuta dal padre e da ciò che sente nel suo cuore, è infelice per cui incomincia ad avere dei dubbi sulla benignità della natura. I suoi perché sono una continua ricerca del senso delle cose e non si può non soffermarsi a riflettere e cercare di darsi una risposta.

ALLA LUNA

O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l'anno, sovra questo colle
Io venia pien d'angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, nè cangia stile,
O mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l'etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l'affanno duri!
Metrica:
Il testo si compone di 16 endecasillabi sciolti, distribuiti in quattro periodi sintattici. Il terzo (vv.10-12) inizia e finisce a metà di un verso, il che introduce nell'andamento della poesia una variante ritmica, rafforzata da enjambements con evidente valore espressivo (soprattutto al v. 13/14: quando ancor lungo/la speme e breve ha la memoria il corso). Le caratteristiche del linguaggio accostano questo idillio all' Infinito ; nel lessico ricorrono le parole tematiche "mi rammento", "ricordanza", "memoria", "rimembrar", così come nell'Infinito ricorrono "infinito", "interminati", "immensità".
Analisi:
Nella poesia Alla luna troviamo il tema del ricordo, che dà all'uomo il senso di continuità fra passato e presente e gli permette di esercitare la facoltà poetica più importante, cioè l'immaginazione. Il momento presente mette in moto il ricordo del tempo passato; fra i due momenti sembra non esserci frattura: è passato un anno ma non è cambiato nulla: il dolore è sempre lo stesso. Il v. 9 esprime proprio questo rapporto passato/presente con i due verbi "era" e "è". Anche se nella gioventù grande è ancora la speranza e la fede in un futuro roseo e appagante e poche le cose da ricordare visto l'ancor breve corso dell'esistenza, quasi familiare è già la sensazione di dolore che avvolge l'anima del poeta in un'atmosfera ormai nebulosa e travagliata.

Hai bisogno di aiuto in Giacomo Leopardi?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email