Giacomo Leopardi,la teoria del piacere

Al centro della meditazione leopardiana c'è l'infelicità dell'uomo. Egli identifica la felicità col piacere,ma l'uomo non desidera "un piacere" bensì "il piacere",un qualcosa che sia infinito,ed essendo questo impossibile di conseguenza l'uomo è condannato all'infelicità. In questa fase Leopardi individua la natura come madre benigna che,per soddisfare questo desiderio di continuo piacere dell'uomo,lo ha dotato dell'immaginazione,ma si accorge anche che l'uomo a lui contemporaneo non può usufruire di essa in quanto essere troppo razionale e di come si sia lentamente condannato nel tempo. Gli antichi infatti, afferma Leopardi, essendo non particolarmente dotati di ragione,erano felici poiché potevano usufruire pienamente dell'immaginazione e man mano,con il progresso questo è divenuto un'utopia. Ne deriva la fase titanica,ove il poeta,si sente l'unico portatore della cultura antica e si batte contro il fato maligno. Giunge quindi alla conclusione che la condanna dell'infelicità dell'uomo è l'uomo stesso e da qui,la critica alla società a lui contemporanea (fase del "pessimismo storico").Questa sua visione inizia poi ad entrare in crisi: perché la natura ha messo in noi il desiderio di felicità sapendo che non possiamo soddisfarlo se è una madre benigna e amorevole? Leopardi attribuisce inizialmente la colpa al fato,poi emerge all'improvviso chiarissimo il suo pensiero ne "Dialogo della Natura e di un Irlandese" ove si rende conto che la natura non bada al bene dei singoli individui,ma alla sopravvivenza della specie,e che se deve sacrificare un individuo per la conservazione della specie,appunto,non si asterrà dal farlo (ad esempio un'animale che viene mangiato da un'altro animale). Quest'opera parla infatti di un uomo Irlandese che gira il mondo in cerca di un posto dove essere felice,ma ovunque vada trova qualcosa che glie lo impedisce (in un posto fa troppo freddo,in un'altro troppo caldo,in un'altro ancora ci sono troppi insetti ecc..), fino a quando, arrivato in Africa egli incontra la Natura stessa e le chiede perché lo perseguita ed ella risponde dicendo semplicemente che non lo sta perseguitando e che a lei non interessa nulla di lui (singolo individuo); il povero Irlandese proprio in quel momento,viene divorato da due leoni di passaggio,proprio per dimostrare che nonostante la Natura in quel momento fosse proprio davanti a lui,non sia intervenuta per salvarlo rimanendo indifferente. L'infelicità dell'uomo ora non è più dovuta ad esso stesso ma alla natura maligna; inoltre si rende conto che anche gli antichi,nonostante avessero l'immaginazione,non erano felici perché anche alla loro epoca la natura non teneva conto di loro come singoli individui. Questa concezione viene detta "pessimismo cosmico" e influenzerà tutte le sue opere successive.

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