J.lee di J.lee
Ominide 1094 punti

La sera del dì di festa

Testo

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai né pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra

In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già ch’io speri,
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell’artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov’è il suono
Di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
De’ nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio
Che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s’udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core.

Parafrasi

La notte è dolce e chiara senza vento, e la luna sta immobile sopra i tetti e in mezzo agli orti, e in lontananza si evidenzia ogni montagna. Oh donna mia, già ogni sentiero è silenzioso e attraverso le finestre traspare qua e là una luce notturna: tu dormi poiché un facile sonno ti ha accolto nelle silenziose stanze e non c'è nulla che ti preoccupi e certo non sei consapevole del dolore che mi hai causato. Tu dormi e io mi affaccio a osservare un cielo così benevolo all'apparenza e l'assoluta potenza della natura che mi ha fatto nascere e soffrire. A te la speranza nego, disse anche quella, e i tuoi occhi possano essere colmi solo di pianto. Questa giornata è stata di festa, ora ti riposi dai divertimenti e forse rivedi in sogno quelli ai quali oggi sei piaciuta e quelli che sono piaciuti a te. Certo, non ci sono io, non che io lo speri, e intanto so quanto mi resta da vivere e mi getto qui in terra e grido, mi agito. Oh giorni orribili, in un'età così giovane ahimè sento non lontano lungo la via del canto solitario dell'artigiano che torna a tarda a notte dopo i divertimenti al suo povero ostello, e crudelmente mi si stringe il cuore, pensando a come tutto al mondo passa, senza quasi lasciare segno. Ecco, il giorno festivo è passato, e adesso arriva quello feriale e il tempo trasporta con sé ogni vicenda umana. Dov'è l'eco delle imprese di quei popolo antichi? Dov'è la fama dei nostri famosi antenati? E il grande impero romano e il frastuono delle armi si diffuse ovunque. Ove tutto è pace e silenzio, e il mondo riposa e di loro non si parla più. Da fanciullo, quando si attende con grande desiderio il giorno di festa e quando poi è finito, e io soffrendo stavo sveglio cercando di dormire, a inoltrata notte un canto che si sentiva in lontananza per i sentieri mi stringeva il cuore già allo stesso modo di adesso.

Analisi

Il poeta compone l'opera utilizzando endecasillabi sciolti e traccia nel testo un'alternanza fra proposizioni brevi e lunghe; i toni presenti sono due: emotivo e riflessivo. Inizialmente predomina quest'ultimo, al quale si sostituisce il primo che mette in primo piano i sentimenti che il poeta prova per la donna. Il passaggio del giorno festivo a quello lavorativo viene messo in rilievo attraverso l'utilizzo di vari enjambements; per l'esempio nei vv. 25-26 il solitario canto dell'artigian e ai vv 31-32 Ecco, è fuggito il giorno di festa. Nella prima parte si ha una descrizione del paesaggio lunare, il quale appare in un momento di grande tranquillità, espressa anche attraverso i termini chiara e dolce. Oltre alla descrizione del paesaggio nei vv 4-10, s'introduce la figura della donna, la quale è oggetto di desiderio del poeta, il cui amore non viene ricambiato. In questa parte l'autore paragona se stesso alla donna, creando un'antitesi, dove egli la descrive come una figura serena ed essa viene colta nel brano durante un dolce riposo, mentre il poeta diversamente è afflitto dall'angoscia, destinato a piangere e soffrire, con la consapevolezza di non avere neanche una speranza sulla quale poter contare. Altra presenza nel testo è quella della teoria della visione nei vv 5-6 pei balconi rara traluce la notturna lampa, in quanto la presenza della luce determina un impedimento della stessa ad un'irradiazione completa e nel vv 6 la parola lampa rivela un linguaggio aulico che prevale su quello comune. I vv 11-16 esprimono il dolore che egli prova a causa della natura; infatti nei vv 14-17 A te.......pianto, la natura maledice il poeta, affermando l'inesistenza di un rimedio nei vv 14-15 col termine speme. Procedendo, nei vv 21-24, si descrive la sofferenza del poeta che raggiunge il limite, sottolineato soprattutto nei vv 22-23 e qui per terra mi getto e grido e fremo. Nei vv 24-33, si evidenzia il cambiamento di tema rispetto alla prima parte, in quanto si parla non più del rapporto poeta-donna, ma di quello tra poeta e tempo, dinnanzi al quale il poeta si mostra insofferente, in quanto, a seguito dell'amore del quale è stato privato, ne teme il suo procedere. Nei vv 33-39 il poeta tocca l'ambito storico domandandosi che fine ha fatto il popolo romano e ciò viene espresso nei vv 33-37 Or dov'è....l'oceano?. I vv 40-46 infine terminano l'opera descrivendo il tempo dell'infanzia, espresso del v. 40 Nella mia prima età.....!. Le ultime parole descrivono un ricordo del passato che rispecchia il presente del poeta, in quanto in entrambi i periodi il canto da l'idea dell'infinità del tempo e della natura. All'interno della poesia l'autore ricorre alla poetica del vago e dell'indefinito: infatti l'idillio comincia descrivendo un paesaggio notturno, il quale è illuminato dalla luce lunare, la quale è un'immagine espressiva del vago e dell'indefinito, in quanto dà all'uomo l'illusione di poter raggiungere l'infinito. Sin dalla prima parte del testo si ha un'idea della vastità dello spazio, e ciò lo possiamo intuire osservando i termini la notte, tetti e gli orti, attraverso i quali esprime un senso di lontananza, dalla quale scaturisce una suggestione vaga; per esempio nei vv. 45-46 compaiono le parole similmente, stringeva, e lontanando. Oltre ai temi del vago e dell'indefinito, Leopardi ne inserisce altri, presenti nel brano poetico Infinito e, anche in questo caso, possiamo cogliere subito queste tematiche attraverso elementi visivi, ad esempio nei vv 1-4 Il paesaggio iniziale, e elementi uditivi, ad esempio nel v. 25 il canto dell'artigiano. Questi elementi pertanto, così come accade nell'opera Infinito, arrivano ad elaborare un concetto finale, il quale è presente nei vv. 40-46 che sottolineano come tutte le infelicità del poeta abbiano poca importanza, poiché esse sono destinate a scomparire con l'andare del tempo.

Hai bisogno di aiuto in Giacomo Leopardi?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email