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il romanticismo

Gli avvenimenti che condussero l’Europa nel XIX secolo segnarono il progressivo declino della cultura illuministica, malgrado la parentesi neoclassica. Nel primo Ottocento vi fu così spazio per un nuovo movimento culturale, che si rifece al termine “romantico” per indicare la propria avversione alla ragione settecentesca. Il Romanticismo - come fu chiamato - rivalutò il sentimento umano quale chiave per penetrare i segreti del mondo, e fece delle emozioni, dei sogni e delle intuizioni i caratteri distintivi di ciascun individuo. I romantici ricercavano valori assoluti, come Dio, l’amore perfetto, gli ideali più alti di patria e umanità, per fuggire la realtà, che ritenevano prigione di un io più elevato. Riscoprirono il potenziale creativo della fantasia, strumento per raggiungere ciò in cui credevano, ed innalzarono la Storia a maestra di vita perché origine del mondo presente.

Per la verità alcuni caratteri tipici dell’Illuminismo, quali il senso di giustizia e di libertà, permasero nella cultura romantica, poiché i diritti naturali dell’uomo erano comunque una necessità insopprimibile del suo spirito. Cambiò radicalmente, invece, l’approccio alla realtà, che già per i precursori del Romanticismo fu amaro e malinconico, e suscitava immagini torbide, paesaggi allucinanti, cupi. A venir meno, nell’Ottocento, fu l’ottimismo, forse stroncato dalla vicenda napoleonica e dal successivo Congresso di Vienna. D’altra parte nel periodo romantico si fece strada il sentimento nazionale, l’idea di identità dei popoli, che fu poi rampa di lancio delle insurrezioni, dei conflitti e delle rivolte di cui il XIX secolo fu pieno. Il pensiero romantico, infatti, non condivideva il concetto illuminista di umanità, che appiattiva i caratteri unici di ciascun individuo in un mero tutt’uno; esaltava, bensì, le peculiarità di ogni essere umano, e lo stesso atteggiamento applicava ai popoli.
La città di Milano fu il centro più sensibile e produttivo del Romanticismo italiano. Lì si aprì il dibattito tra neoclassicisti e romantici, innescato da una pubblicazione critica della scrittrice francese Madame de Stäel; lì si avvicendarono alcuni tra i primi sostenitori del Romanticismo: Giovanni Brechet, Silvio Pellico e Alessandro Manzoni (tra gli altri). Quest’ultimo fu tra i più celebri letterati del XIX secolo, autore, con I promessi sposi, di un eccellente modello di romanzo storico. Un altro grande esponente della cultura romantica fu poi Giacomo Leopardi, nella cui poesia lirica rivivono i motivi più profondi dell’individualismo e dell’eterno ottocenteschi.

Giacomo Leopardi (1798-1837)

biografia: Giacomo Leopardi nacque nel 1798 a Recanati, a quel tempo annessa allo Stato pontificio, da una famiglia della nobiltà terriera marchigiana. Il padre era un uomo colto e disponeva di una notevole biblioteca personale; inizialmente fece istruire Giacomo da precettori ecclesiastici, ma a dieci anni il giovane proseguì gli studi autonomamente. Gli anni spesi sui libri nella casa paterna minarono, però, il già fragile fisico del bambino, per quanto egli mostrasse un’intelligenza precoce e una cultura già pienamente formata. Giacomo stupì i dotti con le prime opere erudite: la Storia dell’astronomia e il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi. Ancora adolescente, tradusse classici greci e latini e compose un’infinità di poesie, sonetti e odi.
Tra il 1815 e il 1816 Leopardi pervenne a quella che definì la sua trasformazione “dall’erudizione al bello”. Abbandonò la filologia e la saggistica e si entusiasmò per i grandi poeti, come Omero, Virgilio, Dante. In questa fase di sviluppo culturale fu fondamentale, per Giacomo, l’amicizia con Pietro Giordani, intellettuale di orientamento classicistico ma di idee democratiche e laiche. Questi incentivò il desiderio del giovane Leopardi di abbandonare l’ambiente chiuso della casa paterna, per aprirsi verso il mondo esterno. Per questo, nel 1819, Giacomo tentò la fuga ma, scoperto, dovette rinunciarvi, ed entrò in uno stato di forte crisi individuale. Fu per lui il tempo della nuova trasformazione letteraria “dal bello al vero”, cioè dalla poesia d’immaginazione alla filosofia. In questo periodo Leopardi compose L’Infinito ed arricchì di note una sorta di diario intellettuale intitolato Zibaldone.

Nel 1822 Giacomo ebbe finalmente l’occasione di lasciare Recanati, per un soggiorno a Roma presso lo zio Carlo Antici. L’esperienza, tuttavia, fu una cocente delusione, poiché Leopardi non trovò, nella città dei papi, un ambiente letterario pronto ad accoglierlo. Tornato a Recanati si dedicò alla composizione delle Operette morali, finché ebbe l’occasione di guadagnarsi da vivere autonomamente, attraverso il lavoro per un intraprendente editore milanese. Così Leopardi viaggiò, prima a Milano, poi a Bologna, a Firenze e a Pisa, dove compose A Silvia, il componimento d’apertura dei suoi “grandi idilli”.
Nel 1828 l’aggravarsi delle condizioni di salute costrinse Leopardi a ritirarsi dal lavoro per far ritorno a Recanati. Qui visse isolato nel palazzo di famiglia, finché decise di abbandonarlo per l’ultima volta. In quest’ultima fase della sua vita Leopardi strinse rapporti sociali più intensi e partecipò al dibattito culturale e politico. Da una breve relazione finita male trasse l’ispirazione per i canti del “ciclo di Aspasia”. Conosciuto il giovane esule Antonio Ranieri, si trasferì con lui a Napoli, dove nel 1837 lo colse la morte a lungo attesa.

Pensiero: Attraverso le molte pagine dello Zibaldone si può cogliere il pensiero di Leopardi, al centro del quale si pone il motivo pessimistico dell’infelicità dell’uomo. Secondo il poeta, la felicità si identifica con il piacere, unico e interminabile: ma all’uomo è dato di provare gioie temporanee, e perciò questi è condannato all’insoddisfazione perpetua ed è necessariamente infelice.

Nella prima fase del suo percorso letterario (detta del pessimismo storico) Leopardi concepisce la natura come madre benigna che offre ai suoi figli il rimedio delle illusioni e dell’immaginazione. Gli uomini primitivi e i popoli dell’antichità erano più vicina alla natura, così come lo sono i bambini nell’innocenza dell’infanzia. Gli antichi potevano, dunque, illudersi di essere felici e ignoravano la loro reale condizione. In questa fase del pensiero leopardiano l’antitesi tra moderno e antico, tra ragione e natura, è un tema fondamentale. Poiché capaci di illudersi, gli antichi compivano imprese eroiche e magnanime, erano forti fisicamente e la vita attiva li distoglieva dall’idea del vuoto dell’esistenza. Il mondo moderno è invece dominato dall’inerzia, perché l’uomo ha progressivamente abbandonato la via per lui tracciata dalla natura e la condizione originaria di relativa felicità.
Tuttavia, la concezione di una natura provvidenziale perde vigore nella seconda fase del pensiero di Leopardi (detta del pessimismo “cosmico” ), nella quale la natura stessa assume il ruolo che prima era del Fato maligno. Il poeta, infatti, si rende conto che la natura mira esclusivamente a conservare la specie umana, e talvolta è disposta a sacrificare il bene dei singoli individui per perseguire tale scopo. Il male non è, dunque, un semplice accidente, ma rientra nei piani della natura stessa che lo perpetra e lo produce. In questa nuova visione di Leopardi l’uomo non è più colpevole del progressivo decadimento della civiltà, ma lo è la natura. E ancora, l’infelicità non è più vista come assenza di piacere, ma è dovuta a mali insormontabili come malattie, cataclismi e vecchiaia.

Pessimismo storico: l’infelicità è dovuta ad una condizione storica

Pessimismo cosmico: l’infelicità è dovuta ad una condizione assoluta

Poetica: Se nella realtà il piacere perpetuo è irraggiungibile, l’uomo può giungervi attraverso l’immaginazione, traendo gli stimoli necessari da tutto ciò che è vago e indefinito. L’ostacolo che nega la vista (un muro, una siepe, ...) è, in tal senso, una visione piacevole, perché spinge l’uomo a immaginare cosa ci sia dopo. Allo stesso modo i suoni, confusi e lontani, possono stimolare la fantasia e condurre al piacere illusorio. È questo, per Leopardi, il “bello” poetico: precisamente tutto ciò che è vago e che l’uomo definisce nella sua realtà immaginaria. Il poeta, inoltre, aggiunge che certe suggestioni hanno effetto perché si ricollegano a sensazioni dell’infanzia. Il ricordo dei fatti passati è dunque strumento fondamentale della poesia, per recuperare le visioni della fanciullezza. L’uomo adulto e moderno è, infatti, incapace di riprodurre tali visioni, perché consapevole, ormai, del vero e dell’infelicità.

L’infinito (Giacomo Leopardi)
dai Canti

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

L’Infinito esprime il tema fondamentale del pensiero leopardiano, e cioè la teoria del piacere da cui si sviluppano i concetti del vago e dell’indefinito. La poesia inquadra uno di quei momenti in cui l’immaginazione dell’uomo ha il sopravvento sulla realtà, in due particolari periodi. Il primo (vv. da 1-8 ) corrisponde ad una sensazione visiva, o meglio all’impossibilità di vedere: la siepe, infatti, ferma lo sguardo, e dove la realtà è esclusa subentra l’immaginazione. Così il pensiero costruisce il suo infinito spaziale, senza limiti, e immerso in “sovrumani silenzi, e profondissima quiete”.
Il secondo periodo della poesia (vv. 8-15) corrisponde, invece, a una sensazione uditiva. S’infittiscono le espressioni relative al suono (“il vento odo stormir tra queste pietre”), che si contrappongono al silenzio dei versi precedenti. Quindi sopraggiunge l’idea di un infinito non più spaziale, ma temporale, eterno. Se nel primo momento il poeta è quasi intimidito dall’immenso spazio che gli si apre innanzi (“per poco il cuor non si spaura”), nel secondo egli “annega” nell’infinito immaginario (“il naufragar m’è dolce in questo mare”).
Il componimento va letto in chiave sensistica: Leopardi non tratta di un infinito trascendente e soprannaturale, ma di un infinito soggettivo, creato dall’immaginazione dell’uomo (“io nel pensier mi fingo”) e quindi materiale.

A Silvia (Giacomo Leopardi)
dai Canti

Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D’in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch’io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
Perché non rendi poi
Quel che prometti allor? perché di tanto
Inganni i figli tuoi?

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi, o tenerella. E non vedevi
Il fior degli anni tuoi;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome,
Or degli sguardi innamorati e schivi;
Né teco le compagne ai dì festivi
Ragionavan d’amore.

Anche peria fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei
Anche negaro i fati
La giovanezza. Ahi come,
Come passata sei,
Cara compagna dell’età mia nova,
Mia lacrimata speme!

Questo è quel mondo? questi
I delitti, l’amore, l’opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.

Il componimento possiede una struttura rigorosa e simmetrica. La prima strofa è una sorta di proemio che introduce al tema della poesia: l’immagine di Silvia che emerge dalla memoria. La seconda e la terza strofa propongono, invece, due situazioni parallele, l’una relativa alla stessa Silvia, l’altra a Leopardi, e precisamente le illusioni giovanili di entrambi, contrapposte alle rispettive realtà quotidiane (l’“opre femminili” per Silvia e le “sudate carte” per il poeta). La quarta strofa è un commento sulla delusione di tali speranze. La quinta e la sesta, simmetricamente alla seconda e alla terza, propongono un nuovo parallelismo tra Silvia e Leopardi: lei è morta prima di vedere il “fiore” dei suoi anni, lui ha perso la speranza prima di godere della propria giovinezza.
Ciò che determina l’accostamento di Silvia e Leopardi nella poesia, non è un rapporto concreto, ma semplicemente l’analogia tra le condizioni dei due giovani, tra le loro speranze e la delusione delle stesse. L’intero componimento è perciò caratterizzato dalla vaghezza. I personaggi, come gli ambienti che li circondano, sono poverissimi di particolari, mancano di descrizioni e di indicazioni che possano ricondurre alla loro realtà fisica. Secondo Leopardi, infatti, la vaghezza è il “bello” delle cose e della poesia, perché spinge l’uomo a illudersi, attraverso l’immaginazione, dell’infinito piacere a cui aspira. La realtà che egli propone come contesto del componimento, è dunque una realtà filtrata dell’urgenza materiale che normalmente la caratterizza.
Un primo filtro è di tipo fisico, ed è rappresentato, nella poesia, dalla finestra del “paterno ostello” attraverso cui Leopardi guarda il mondo esterno. La finestra è il simbolo della distanza tra il mondo interiore del poeta, chiuso in casa e intento a studiare, e quello esteriore, indefinito e quindi immaginabile. Un secondo filtro è proprio l’immaginazione, che per sua stessa natura trasfigura la realtà dei sensi in scenari fittizi. E un terzo filtro è la memoria, che analogamente all’immaginazione è confusa, incompleta, e solo in parte rispecchia la realtà.
Si aggiungono, ancora, un filtro letterario ed uno filosofico. Il primo è dato dalla sovrimpressione, ai fatti narrati nella poesia, di passi poetici particolarmente cari all’autore. Si identifica, ad esempio, il ricordo virgiliano del canto di Circe, che giunge ai Troiani come il canto di Silvia giunge a Leopardi. Il secondo ed ultimo filtro, corrisponde, invece, alla maturità del poeta, che da giovane perveniva ingenuamente alle illusioni dell’immaginazione, ma ora - adulto - deve scontrarsi con la consapevolezza dell’infelice realtà in cui vive.
A Silvia testimonia, forse più di altre opere, che il pessimismo di Leopardi, apparentemente disperato e inconsolabile, è dato, in verità, da un forte bisogno di pienezza, di vitalità e di gioia. La poesia qui si chiude con l’immagine della “fredda morte”, ma nei versi precedenti, pur sullo sfondo del nulla, evoca le immagini della vita.

A se stesso (Giacomo Leopardi)
dai Canti (ed. 1935)

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, né di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l’infinita vanità del tutto.

La fine dell’amore per Fanny Targioni Tozzetti ispira Leopardi in questo componimento sulla scomparsa dell’”inganno estremo”. La poesia segna il definitivo crollo delle illusioni giovanili, e anche il desiderio di illudersi viene meno (“di cari inganni […] il desiderio è spento”). Cambia, però, l’atteggiamento dell’autore verso la realtà: egli si mostra combattivo nel disprezzare se stesso, per le illusioni provate, e la natura malefica.
La tensione eroica di Leopardi si ritrova nella struttura, estremamente rigorosa, del componimento. Si distinguono tre porzioni, aperte dallo stesso motivo (“Or poserai per sempre”, “Posa per sempre”, “T’acqueta omai”) e con uguale schema metrico (vv. 1-5, 6-10, 11-15): un settenario di apertura, due endecasillabi, ancora un settenario e un endecasillabo di chiusura. Il verso finale - il sedicesimo - (“E l’infinita vanità del tutto”) è a se stante, ed è la clausola conclusiva e perentoria della poesia.
Si nota, poi, l’andamento spezzato del discorso poetico, ricco di pause e di punti. I frammenti sono legati da numerosi enjambements (“Assai / Palpitasti”, “è degna / la terra”, “dispera / l’ultima volta”) e concentrati nello spazio di pochi versi. Il lessico, infine, è secco. Gli aggettivi sono rari e contrapposti tra loro (“estremo”, “eterno”); così la poesia è ricca in special modo di verbi e sostantivi, di particolare espressività.

Dialogo della natura e di un Islandese (Giacomo Leopardi)
dalle Operette morali

Leopardi sceglie un Islandese come esempio dell’infelicità dell’uomo e dei mali che lo affiggono, probabilmente per la condizione di quel popolo del Nord, minacciato dal gelo e dal vulcano Hekla.
L’operetta segna il passaggio dal pessimismo storico al pessimismo cosmico, dalla concezione di una natura benigna alla concezione di una natura, invece, malvagia e persecutrice. Mentre, infatti, nelle precedenti opere di Leopardi l’infelicità dell’uomo si riconduce a problemi esistenziali, ora è data da mali esterni e materiali (le malattie, la vecchiaia, …), che la natura provoca e da cui non si può fuggire. Secondo Leopardi, il mondo è un ciclo eterno di produzione e distruzione, che ha come scopo la conservazione di se stesso (ad esempio, animali e piante sono distrutti per fornire nutrimento ad altri esseri, e l’Islandese diventa cibo indispensabile per due leoni sfiniti dalla fame). La sofferenza è, dunque, la legge dell’universo; nessun luogo e nessun essere ne è immune. Per questo il dialogo si chiude con l’Islandese che chiede a cosa serva la vita, una domanda senza risposta.

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