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Analisi de “L'infinito” di Leopardi

Nella poesia viene trattato l'argomento della vaghezza delle sensazioni che proprio per il fatto di essere indefinite stimolano l'uomo a usare l'immaginazione e ad allontanarsi da una realtà spesso limitante, un modo per ricercare una dimensione interiore personale e appagante.
La poesia può essere divisa in due momenti, il primo che comprende i versi iniziali dell'idillio, in cui parla della siepe che essendo da ostacolo alla visuale, invoglia il poeta a usare la fantasia e a immaginare quello che c'è oltre e l'infinito spaziale (… e questa siepe che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. Ma sededo e mirando interminati spazi di là da quella...), mentre nel secondo Leopardi comincia a ragionare sul tempo (e mi sovvien l'eterno e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei) e sulla sua fugacità.

La poesia si chiude con il vagheggiare del poeta in questa dimensione interiore che non è un momento di meditazione, ma un attimo in cui “s'annega il pensier mio”, un perdersi e il lasciarsi trascinare da impressioni che sono state provocate dai sensi, la vista e l'udito: Leopardi si trova come altre volte in un contesto naturale che gli è familiare (Sempre caro mi fu quest'ermo colle) e non riuscendo a vedere cosa c'è al di là di un ostacolo comincia una specie di percorso sensoriale tra interminati spazi, sovrumani silenzi e profondissima quiete.
Il poeta mantiene anche il contatto con la realtà: il fruscio del vento tra le fronde degli alberi è la voce che fa da termine di paragone alla totale assenza di rumore della sua fantasia; il fatto che al presente sia associato un suono (e la presente, e viva e il suon di lei) fa capire che l'autore del componimento percepisce il momento in cui vive come l'unico tempo in cui ha la completa consapevolezza della propria esistenza.

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