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A Silvia di Giacomo Leopardi

Questo canto appartiene alla stagione dei Grandi Idilli leopardiani e si propone con la presenza di Silvia. Si dice sia stata una ragazza che Leopardi ha conosciuto nel borgo di Recanati, con cui condivideva giochi e distrazioni e che poi si sia ammalata di tubercolosi e morta prematuramente. Di sicuro Silvia è più di una reale conoscenza del poeta, ma sicuramente è il simbolo dell'adolescenza e di quanto la natura possa essere spietata nei confronti di chi ha sogni e speranze, che vengono infatti infranti da una natura matrigna, che mette al mondo i propri figli e poi li abbandona alla sofferenza. Finché Silvia, quindi l'adolescenza, vive, il nostro poeta nutre grandi desideri o comunque quella che definisce speranza, di una vita gioiosa. Quando ella muore ogni speranza in lui cade poiché approda all'idea che non è possibile vivere la vita in attesa di una gioia che senza dubbio non arriverà. La sua tensione verso il pessimismo storico è qui presente e nasce proprio dalla consapevolezza del proprio dolore unito al dolore degli altri.
Il tema del ricordo, di un ricordo nostalgico, domina la scrittura e risuona come risuonano le stanze in cui Silvia tesseva, si dava alle "opere". Questo ricordo però si offusca, diventa doloroso quando Silvia muore e la morte "gelida" distrugge ogni tipo di pensiero, di desiderio che l'uomo possa avere.
Ogni strofa ha un'ampiezza diversa e questa libertà metrica, quindi l'assenza di uno schema fisso come poteva essere con Petrarca, questo dà spazio al cambiamento stilistico e poetico che Leopardi inaugura. Questa possibilità di agire liberamente si accompagna poi ad un lessico variabile, dove non mancano parole auliche, solenni, ma che si affiancano talvolta ad un linguaggio più semplice, più colloquiale. In quest'alternanza di livelli e linguaggi si genera un linguaggio che ben ci fa capire quello che sono i suoi sentimenti, quindi il suo romanticismo, legato sia ad una cultura alta che ad una più vicina all'uomo.
PRIMA: la strofa pone una domanda che ha il gusto della retorica nel senso che Leopardi intende porre enfasi sulla morte di Silvia nel momento più bello della sua vita che era la gioventù.
Silvia "ricordi ancora": avverbio dà continuità come il sempre nell'Infinito, quindi la continuità di un sentimento, di uno stato d'animo che il poeta vive e sente in un modo doloroso, ma che sa anche di una dolcezza nel dolore, quasi che il ricordo di un momento felice possa in parte lenire il dolore.
Vita mortale: aggettivi demarcano bene la condizione dell'uomo, quindi Silvia diventa simbolo degli uomini che soffrono nella vita mortale.
Beltà: si ripropone il tema della bellezza, quindi della bellezza della gioventù.
Gli occhi sono simbolo degli stati interiori (topos ripreso dal medioevo e dalla letteratura classica), per cui sono "ridenti e fuggitivi", aggettivi che fanno pensare ad un sorriso gaio, felice, ma anche un sorriso timido, di chi teme di esporsi. La giovane ragazza adolescente guardata sorride, ma è un sorriso casto, pudico, un sorriso mite per questo fuggitivo.
E tu: di nuovo attenzione su Silvia, "lieta e pensosa", (aggettivi in opposizione), felice perché era un momento gioioso, e pensosa probabilmente il male incombeva. In antitesi perché l'uomo è fatto di opposizioni. Funzione iterativa, riconcentra attenzione su Silvia.
Il limitare di gioventù salivi: tu che eri lieta e pensosa stavi nel mezzo della gioventù, il salire fa pensare a qualcosa che protende verso l'alto, ma che lascia anche un senso amaro, dato dallo sforzo di procedere nella condizione non totalmente lieta.


SECONDA: qui ci immaginiamo Silvia nella stanza, la vediamo con la fantasia.
E le stanze suonavan quiete: quindi questo propagarsi del suono in un contesto di tranquillità. Immaginiamo come il suono si stesse propagando, è quasi un fatto fisico di sentire il suono delle attività che svolgeva Silvia.
Perpetuo canto: Silvia con le sue attività riusciva ad essere sonora e a far sì che il suo canto uscisse fuori (mondo interiore ed esteriore). Questa alternanza fa pensare al compenetrarsi del poeta con ciò che lo circonda (di nuovo senso panico).
Allor: prima c'era "ancora" con un'idea di continuità, qui invece questo "allor" fa pensare ad un momento ben circoscritto, quando Silvia lavorava, tesseva ed era seduta ("sedevi" come se immaginassimo un tempo cristallizzato con l'ancora, e l'allor ce la fa immaginare come ancora presente).
Assai contenta...: senso del vago, dato dal l'impossibilità di conoscere il futuro, come per Silvia e per l'umanità, ma per lei di più perché ha una malattia, che non le dà certezze future.

In mente avevi: il pensiero che qualcosa di diverso possa capitare nella sua vita, che verrà invece troncata da questa malattia "ceco morbo".
Quindi il "maggio odoroso" è simbolo sia dell'amore, della fioritura, ma anche della rinascita, era il momento in cui Silvia aveva ancore aspettative. E lei in quell'atmosfera si dedicava alle sue attività, trascorrendo in questo modo la giornata.

TERZA: qui immaginiamo Leopardi in quello che era il suo studio matto e disperatissimo.
Io gli studi leggiadri, quindi piacevoli, smettendo di studiare.
Sudate carte: sorta di OSSIMORO non possono essere sudate. Dove il trascorrevo la maggior parte della mia vita, proprio lì nel paterno ostello (METONIMIA), ossia nella biblioteca paterna.
Porgeva gli orecchi al suon della tua voce: sentiva quindi il suono della voce di Silvia, così anche il suono che dalla mano percorreva la faticosa tela.
Profonda riflessione sul tessere la vita, la trama dell'esistenza che Silvia portava avanti nella speranza vana di una vita futura. Anche questa può intendersi come una METONIMIA, tela come vita, faticosa in quanto non era felice per la sua vita. Qui torna il classicismo con le parche che tendevano la tela dell'esistenza.
Mirava il ciel sereno…: teoria della visione, la vista di ciò che ci circonda, quindi da una parte il mare, poi dall'altra i monti; immagine in cui la natura viene resa appieno, e ritorna il senso panico del poeta. C'è quell'unicum poeta e natura: ritorna il senso di essere noi un tutt'uno con ciò che ci circonda.
Lingua mortal: fa riferimento all’umanità che non è in grado di esprimere quello che sentiva (Dante anche diceva che le parole non erano in grado di descrivere ciò che lui aveva vissuto nell'inferno; anche Petrarca con il "solo et pensoso" in cui solo la natura è in grado di esprimere ciò che sentiva).
Tutto ciò che aveva in seno, quindi nel cuore, era impossibile da esprimersi, proprio in virtù della triste condizione di Silvia e quindi dell'umanità tutta.

QUARTA: questa strofa è manifestazione della idea del pessimismo storico leopardiano, ossia lui ci rende noto della natura matrigna e del fatto che i pensieri soavi, le speranze i desideri caratterizzavano la vita di Silvia, ma davanti a questi pensieri la vita umana e il fato, apparivano dolori, tragici. La vita umana rappresenta la vita dell'umanità tutta.
Per FATO: c'è stato un momento del pensiero leopardiano in cui il destino ineluttabile davanti a cui bisogna soccombere, sembra essere un momento antecedente il concetto di natura matrigna. Sembrerebbe quindi che inizialmente abbia accostato il dolore al fato. Questo è un momento molto breve, al seguito del quale si passerà alla natura matrigna.
Speme: quando io mi ricordo della speranza di Silvia, e di lui stesso, sono preso da un affetto acerbo e sconsolato (aggettivi che ben evidenziano il suo stato d'animo). Il termine ACERBO fa pensare al momento in cui il frutto non può essere raccolto e qui rimanda all'adolescenza di Silvia non ancora maturata. Lo SCONSOLATO riflette sulla difficoltà del poeta di trovare sollievo, ne subentra quindi un senso di totale sofferenza.
Dice quindi che gli torna in mente la sua sofferenza, c'è quindi una sorta di somiglianza tra la morte di Silvia e la sua sofferenza. Per quanto egli conoscesse le gioie dell'adolescenza, lui non riusciva a vivere una vita felice.
"O natura, natura" è una sorta di PERSONIFICAZIONE (allor: è la vita che segue dopo la nascita) e sta chiedendo perché prometteva la felicità all'uomo e poi non ha mantenuto. Questo si rifà alla malattia di Silvia, ma anche alla sua sofferenza di salute. Chiede perché sta ingannando i suoi figli, perché non ripaghi ciò che hai promesso. Anche L'UTILIZZO DEL LESSICO appartiene ad una sfera colloquiale, familiare, quindi accanto ad un linguaggio aulico, Leopardi pone termini più semplici. L'utilizzo di questi termini sarà riutilizzato anche da Pascoli, con cui saranno considerati rivoluzionari nell'ambito dell'utilizzo della parola. Così come nella prima strofa ritroviamo una domanda retorica cui si sottintende una risposta già conosciuta. Questo mostra la grande consapevolezza di ciò che il poeta sta scrivendo.

QUINTA:
Tenerella: esempio di linguaggio semplice.
Questa strofa è un inno alla gioventù mancata.
Tu prima che l'inverno inaridisse le piante (le erbe: METONIMIA - natura; questo viene utilizzato anche da Foscolo). Tu che fosti uccisa da una malattia impossibile da superare, per dire che la tubercolosi non aveva un antidoto. Qui intende la vita umana come una sorta di combattimento tra l'essere uomo e tutti i mali. Perivi: latinismo. Stavi morendo e non riuscivi a fiorire, non sei riuscita ad evolvere. Non era presa sentimentalmente dalla lode nei confronti delle tue negre chiome (ossia non ebbe la possibilità di essere corteggiata, di sentirsi bella per qualcuno). Così come non ricevesti complimenti per i tuoi capelli e quindi per la tua bellezza in generale, non hai avuto la possibilità di essere guardata da chi ammirava la tu bellezza.
Qui c'è il fulcro leopardiano sul tema dell'adolescenza, in cui l'amore fiorisce, in cui gli sguardi degli innamorati sono al di sopra del mondo. Silvia non ebbe nemmeno l'opportunità di parlare di amori, di riflettere, per mancanza di amiche nei momenti di festa. Quindi Silvia è l'emblema dell'universale sofferenza umana che si incarna nell'adolescenza.

SESTA:
Continuano le domande retoriche, dense di enfasi e acquistano un CONNOTATO IRONICO, SARCASTICO NEI CONFRONTI DELLA NATURA E DELLA VITA che viene a mancare quando non è il momento.
Fra poco: indica una sorta di continuità, come se non fosse accaduto.
La speranza dolce era la speranza di essere felice. Nei suoi anni il fato ha negato lui la giovinezza, quindi c'è anche questo senso di costrizione nell'accettazione di ciò che arriva. Tu che sei stata la mia speranza, la compagna della mia adolescenza, come sono cadute le mie speranze (soprattutto quando Silvia muore). Questo è il mondo? Questi i diletti (gioie)? ... CLIMAX ASCENDENTE.
Qui è come se si instaurasse una sorta di dialogo con natura o con la sua stessa coscienza, in cui si chiede se è questa la vita.

Nell'ultima parte abbiamo il tema del vero che è brutto. Qui il vero non è da intendersi come il vero Verghiano, ma di un vero legato al senso umano della vita, è un po' più vicino al vero manzoniano. Verga si occupa di una verità storica, quindi del popolo, delle persone disagiate quindi è un realismo vicino alla vita concreta e quindi diventa denuncia di una verità difficile da accettare. Invece il vero leopardiano riguarda una condizione umana che non ha collocazioni sociali o ambientali, ma si rifà ad un uomo universale, che si rifà ad un dolore umano assoluto; per cui il vero quando viene scoperto corrisponde alla sofferenza ed ecco perché dice che il vero è brutto. Il vero di Verga è legato ad una verità storica, mentre quello leopardiano è più umano. Così lo stesso Boudelaire andava alla ricerca della verità, come la maggior parte degli intellettuali di questi secoli. L'uomo è alla ricerca della verità, seppure da prospettive differenti.
Quando scopre il vero, ossia alla morte di Silvia, la speranza cadde.

Con la mano la fredda morte.... di lontano: senso spettrale dell'essere uomo, quindi parla di una morte fredda. Sta attaccando la natura e in questo sostiene che altra soluzione per una vita dolorosa non c'è se non nella morte, e quindi nella tomba.
Questa tomba si rifà al materialismo foscoliano: se per Foscolo analizzavamo la tomba nel suo significato, lui non lo sta indagando in questo senso, ma come simbolo di morte, non si preoccupa quindi di un al di là.
Così come in Manzoni con le tragedie non vi era altra soluzione se non nel rinunciare alla vita, con la morte; qui non c'è neanche una speranza nell'al di là, come nel Manzoni, ma c'è un termine ultimo, non si occupa di pensare se sarà felice nel regno dei cieli, qui tutto è giunto al termine. Ciò nonostante Lucrezio avesse detto che nulla nasce da nulla; quindi non sappiamo dire se Leopardi pensasse che lo stesso in questo frangente.

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