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Leopardi - Infinito e Sera del di di festa a confronto

Nella primavera del 1820 Leopardi scrisse una lettera all’amico Giordani in cui dice di essere tentato dalla bestemmia, tentato di bestemmiare contro il cielo e la natura perché l’hanno destinato alla perenne sofferenza. A questo tema se ne associano altri molto cupi e pessimistici come quello della vanità delle cose umane e quello del tempo che distrugge ogni creazione umana. L’età adulta per Leopardi rappresenta il disincanto. Molte percezioni sensoriali generano riflessioni amare nel Leopardi. L’ultima immagine della poesia è frutto della rimembranza, perché l’autore ricorda che già da piccolo nutriva un certo disagio. Tutto è strettamente legato alle sue riflessioni. Il fatto che la prima immagine sia una citazione omerica consapevolmente utilizzata ci dice che secondo Leopardi dagli antichi si potevano recuperare brandelli di poesia e di immaginazione. Tutta la poetica del vago e dell’indefinito è ampiamente utilizzata in questo componimento. Rispetto all’Infinito, ci sono tanti elementi in comune, ma anche alcune novità. Nell’Infinito il poeta era posto di fronte alla dimensione naturale, mentre nella Sera del dì di festa l’io lirico si trova di fronte alla natura, ma anche ai soggetti umani. Ancora una volta però il ragionamento dell’autore porta a una precisa conquista concettuale. L’Infinito si conclude con una conquista positiva, mentre nella Sera al dì di festa la conquista è negativa. Anche in questo componimento però c’è la possibilità di trovare un fine positivo: infatti l’autore potrebbe pensare che data la caducità delle cose umane allora anche il suo dolore prima o poi avrà una fine. È una delle idee chiave del componimento ed è consolatoria per l’autore. Leopardi disse che “tutto è nulla, anche la mia disperazione”. Il tema dell’infinito e dell’infinità del tempo ci riporta al terreno concettuale della poesia L’infinito. Blasucci disse che nei piccoli idilli c’era una sorta di fenomenologia dell’infinito. Il tema dell’infinito secondo Blasucci è uno degli elementi che lega tutta la poesia dei piccoli idilli. Era arrivato a una conclusione analoga anche il critico Binni. Blasucci sottolineò che l’io lirico dei piccoli idilli era solo al singolare. Nelle opere successive invece c’è un’universalizzazione del dolore, che riguarda tutti gli uomini.

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