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Non gridate più


La poesia “Non gridate più”, scritta da Giuseppe Ungaretti, appartiene alla raccolta Il dolore, pubblicata nel 1947, con la quale il poeta dà voce al suo tormento personale (dovuto alla morte del fratello e del figlio di nove anni) e collettivo (provocato dalla tragica occupazione di Roma da parte dei tedeschi e, in generale, dall’esperienza bellica).
Il componimento, scritto nell’immediato dopoguerra, è rivolto a quanti hanno vissuto e superato, come dice lo stesso poeta, la «tragedia di questi anni». Nonostante la serie d’imperativi l’intento del poeta non è quello di esprimere un ordine o un comando, ma quello di rivolgere una preghiera agli uomini, affinché salvino la stessa umanità, riscoprendo il valore della pietà.
Argomento della poesia è dunque l`orrore per l’odio scatenato dalla guerra, che non cessa neanche quando le armi sono state oramai deposte, neanche di fronte a milioni di morti. Gli uomini, con i loro assurdi rancori, uccidono nuovamente le tante vittime della guerra, mentre dovrebbero tacere e ascoltare il debole messaggio di speranza che da loro viene. La voce dei morti è un sussurro: bisogna tacere per sentirla, è necessario il silenzio se si vuole avere una speranza di sopravvivere.
La lirica può essere divisa in due parti, che corrispondono alle due strofe:
Nella prima quartina il poeta si rivolge direttamente agli uomini e li invita, ripetutamente, a smettere di odiarsi e a cessare la violenza delle parole, una violenza che arriva a profanare le tombe. Gridando, gli uomini non fanno altro che soffocare la voce debole dei morti, arrivando a cancellare il loro sacrificio, per cui il poeta invita a superare le divisioni e a fare silenzio per lasciar parlare chi non c’è più. Non ascoltare le loro voci sarebbe come farli morire una seconda volta.
Nella seconda quartina la muta presenza dei morti si contrappone alle grida: i vivi gridano ed esprimono odio, mentre i morti sussurrano e trasmettono un messaggio di pace. Il poeta ci invita ad un silenzio commosso e raccolto, l'unico in grado di farci ascoltare e capire quelle voci che parlano di amore, sacrificio, fratellanza e pace. Molto evidente è la metafora dell’erba, silenziosa nel suo crescere così come silenzioso è il monito che ci arriva dalle vittime della guerra. L’erba viene definita lieta nei punti in cui non passa l’uomo perché esso sta commettendo troppe barbarie.
La lirica è composta da due quartine di versi liberi. Per quanto riguarda le figure retoriche, nel primo verso è presente una analogia molto suggestiva, che "identifica" i vivi ai morti, nel secondo verso un’anafora (“non gridate più, non gridate”), negli ultimi due versi una metafora, un’allitterazione della “s” e “r” nei versi 5-8 e una rima ai versi 3 e 4.
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