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Giovanni Verga (1840, Catania, 1922)

Verga proveniva da una famiglia di proprietari terrieri; non condivideva i valori del progresso, i valori sociali, era un conservatore; riteneva che il progresso cancellasse la società; era infatti un contadino che rimpiange i valori patriarcali. Verga elabora il "ciclo dei vinti", in cui analizza le conseguenze del progresso. Il ciclo di romanzi, entra nello stile del naturalismo; e serve per studiare la società. Elabora inizialmente 5 libri, in cui analizza il problema in vari livelli, da quelli più bassi (contadini, pescatori, e tutti coloro che effettuano una lotta per sopravvivere) a quelli più alti. Scrivere tutti e 5 libri fu molto difficile, infatti si fermò al terzo, in cui trattava della lotta per il prestigio. Verga condivide alcuni elementi del positivismo, crede nell'evoluzionismo darwiniano, anche se intende una lotta molto lenta; non concepisce un cambiamento veloce, come invece pensavano i naturalisti, ma questo viene esteso a tutta la realtà sociale. Nei Malavoglia, pubblicati nel 1881, troviamo lo stesso schema narrativo dell'Assommoir, c'è la stessa trama caratterizzata dal pregiudizio, anche se intesa in contesti diversi. Nel 1876 ci fu il passaggio dalla destra storica alla sinistra storica; a questo proposito la questione meridionale e l'indagine sul mezzogiorno guidata da Sonnino (ministro degli esteri durante la I Guerra Mondiale) e Francheti (studioso). Da queste informazioni trasse informazioni per elaborare la sua opera, come ad esempio la realtà arretrata è statica. Fra il 1861-1862 scrive “I carbonari della montagna”, testo che narra la storia della resistenza antifrancese in Calabria al tempo di Murat. Scritto subito dopo l'armistizio di Villafranca, concluso da Napoleone III di Francia e Francesco Giuseppe I d'Austria l'11 luglio 1859, che pose le premesse per la fine della seconda guerra d'indipendenza. Al centro del racconto è la figura del carbonaro Corrado, patriota ribelle, capo di un piccolo esercito di fuorilegge che contrasta l'esercito straniero. In questo romanzo tratta dunque temi di carattere patriottico. Aveva scritto Storia di una capinera, (storia di una rondine in gabbia) nel 1871, in cui affrontava il problema sociale della monacazione forzata, tema già affrontato da Manzoni (riprende dei temi romantici). Il 1872 si trasferisce a Milano; questa è la fase cruciale della sua vita da letterato. La città più importante in Italia, nella quale frequenta gli ambienti della scapigliatura. Egli scrive romanzi pre-veristi, nei quali comincia ad emergere la sua visione anti-capitalistica attraverso un punto di vista conservatore. Questa visione emerge nel romanzo "Eva", “Eros” e “Tigre reale”. “Eva” viene cominciato a Firenze, e tratta di un giovane pittore siciliano che, a Firenze mette da parte le sue illusioni e i suoi ideali artistici per una ballerina, simbolo della corruzione di una società “materialista”. Quest’opera fa comprendere ulteriormente il suo atteggiamento anti-
capitalistico. Egli parla di un amore di un artista che è giunto dal sud a Milano e si innamora di una ballerina, che lo sfrutta economicamente. Egli critica la società materialistica, la corruzione, e l'ottica economica che condiziona anche la vita sentimentale. Egli aderisce al verismo grazie all'amicizia con Capuana, e anche per lo sdegno per la società moderna, alienata e lontana dai valori che lui condivide. C'è una componente morale, uno sdegno verso la società. Nel 1878 scrive "Rosso Malpelo", e tratta di un giovane caruso, in cui parla dello sfruttamento minorile in miniera; in seguito alle analisi emerse grazie alle indagini sul Mezzogiorno. Emerge così la realtà del Sud, provocando una scoperta della realtà sociale della propria terra, che lo porterà a scrivere I Malavoglia.
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