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Il realismo di Verga


Grazie a Verga l'Italia vede l'alba del romanzo moderno. È infatti lui ad eliminare nei suoi romanzi la prospettiva onnisciente per mettere il narratore sullo stesso piano e quindi nella stessa ottica dei personaggi. Il punto di vista del narratore ora coincide con quello dei personaggi, che quindi non vengono più descritti con uno sguardo dato dall'alto, eliminando così qualsiasi prospettiva gerarchica nella storia. Il narratore adotta lo stesso linguaggio, le stesse abitudini e lo stesso orizzonte culturale dei personaggi, le cui azioni vengono raccontate nel loro quotidiano, senza alcuna critica né giudizi morali verso di essi. Il narratore è parte delle masse contadine, nella loro vita quotidiana, nei loro particolari umili e concreti. È questa la rivoluzione stilistica e tematica portata avanti da Verga. Infatti lui è il primo a voler raccontare le storie dei ceti meno agiati, che si sono dovuti adattare al cambio sociale dell'Italia subito a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Lo scenario italiano è occupato dal crescente mondo industriale, che prende il posto del lavoro contadino e dunque le masse contadine hanno dovuto adattarsi al brusco cambio dell'assetto del Paese. Tutto questo porta però al pessimismo materialistico, che fa notare la vittoria della roba, i beni materiali così definiti da Verga, sulle persone. È la legge dell'utile a trionfare, in ogni settore della società, anche quello più primitivo. Il realismo di Verga è perciò un realismo duro e corrosivo, dietro al quale si nasconde una sottile denuncia alla società, implicita ma insidiosa. Verga del Positivismo prende gli aspetti materialistici e deterministici, rifiutando però la fiducia e l'ottimismo che questi comportano.

Influenze politiche


Nato da una famiglia di proprietari terrieri, Verga è improntato verso una visione politica conservatrice, avvicinandosi infatti inizialmente alla Destra Storica, che voleva impedire l'ascesa dei grandi imprenditori nel settentrione, garantendo la continuità dell'attività latifondista. Verga assiste da giovane l'unificazione dell'Italia, e quindi è grande ammiratore e sostenitore degli ideali romantico-risorgimentali, che lo accompagneranno tutta la vita. Infatti la linea politica di Verga rimane più o meno invariata, improntata da un forte senso di unità nazionale e dal culto del Risorgimento. Tuttavia, più in là abbandona qualsiasi prospettiva politica, assumendo atteggiamenti sempre più conservatori e reazionari, a stampo nazionalista e antisocialista.

Adesione al verismo e ciclo dei “vinti”


Il Verismo nasce dal contributo apportato in Italia dal Naturalismo francese. Verga, insieme al siciliano Capuana, prendono come punto di partenza l'Assomoir di Zola, soprattutto per la sua forma inerente al soggetto, vale a dire la forma del romanzo deve dipendere dalle circostanze esterne in cui si trova il soggetto. Così si garantisce l'imparzialità e si evita di giudicare, talvolta da una prospettiva dall'alto, soggetti costretti a una vita miserabile. Con il Verismo nasce il romanzo moderno in Italia. La poetica elaborata dai due riprende i tratti principali del Naturalismo francese:
Positivismo → la verità è oggettiva e imparziale. Un approccio scientifico è l'unico in grado di garantire l'oggettività del racconto, spogliato quindi di ogni sensazione soggettiva.
Materialismo → il comportamento umano è paragonabile a quello di ogni altro essere animale. Infatti sono proprio i bisogni materiali a muovere l'uomo, evidenziando quindi l'egoismo individuale, tipico e innato nell'uomo, come in ogni altro essere.
Determinismo → Con il determinismo si nega la libertà dell'uomo, visto che la sua vita sarà sempre determinata dal luogo in cui vive, e sulla sua esistenza influiranno la situazione economica e sociale di dove si trova.
Il Verismo esclude tutti i tratti romantici, visto che questi sono intrisi di soggettività ed emozioni talvolta personali. Dunque esclude sia l'idealismo (quindi non è l'uomo a determinare la propria realtà bensì il contrario) sia la soggettività dell'Io narrante. Il narratore non descrive i personaggi dal suo punto di vista o comunque questi non vengono descritti dall'esterno; al contrario sono essi stessi a presentarsi, attraverso i comportamenti, dialoghi, monologhi e dai gesti. L'esclusione della soggettività porta all'impersonalità dell'autore: questi assume un ruolo di narratore scienziato, il quale ha l'unico scopo di documentare la realtà oggettiva, i rapporti di causa-effetto e i nessi deterministici.
Verga, come procedevano gli scienziati e i teorici del Naturalismo francese, sostiene la linea da seguire per descrivere la società: partire dal più semplice per arrivare al più complesso. Dunque Verga si propone di partire dalle classi più basse, nelle quali è più semplice cogliere il rapporto non mascherato tra causa ed effetto e il condizionamento naturale, per arrivare alle classi più alte, dove la civiltà insegna loro di nascondere i sentimenti e gli impulsi materialistici così da rendere più difficile l'intuizione della radice materiale che li determina. Da qui nasce il Ciclo dei Vinti, che parte dalla vita semplice dei pescatori e dei contadini per arrivare alla nobiltà romana. Chi ricopre il punto più alto rimangono gli artisti, considerati da Verga l'uomo di lusso, perché rimane complesso ed enigmatico di fronte alla società. (Rosso Malpelo, I Malavoglia, Mastro-don Gesualdo, Duchessa di Leyra, Onorevole Scipioni).
Verga espone la sua teoria dell'impersonalità nella lettera a Salvatore Farina, la premessa dell'Amante di Gramigna (novella di Vita dei Campi). Verga parla di un'eclissi totale dell'autore, che non può neanche presentare i personaggi al principio. Sono proprio i personaggi a descrivere loro stessi, attraverso le loro azioni, i loro dialoghi e i loro gesti, oppure dal giudizio di altri personaggi. L'autore deve annullarsi completamente, per poter entrare nel contesto sociale che vuole narrare. Deve assumere quindi la prospettiva dei personaggi di un certo ambiente, il loro linguaggio e la loro cultura. Quindi a seconda della classe sociale il lessico sarà diverso, e deve essere adeguato al contesto sociale. Quindi nei romanzi rusticani Verga adotterà il ritmo della sintassi siciliana, per garantire un lessico semplice, efficace e naturale.

Da Vita dei campi: Rosso Malpelo e Fantasticheria


Vita dei Campi è la prima opera verista, una raccolta di otto novelle, redatta nel 1880. Si raccontano storie di persone umili, come pastori, contadini e minatori di una società pre-moderna nella Sicilia di fine Ottocento. Qui la novità non sta tanto nella scelta della narrazione di personaggi di estrazione sociale umile, bensì nell'assumere la loro prospettiva culturale e linguistica.
Nelle novelle si nota la contraddizione tra residui romantici e ideologia materialistica: gli elementi romantici si riconoscono nei temi a carattere passionale, contrapposti appunto alla concezione materialistica, che alla fine vincerà sulla prima, facendo prevalere nell'uomo l'egoismo economico.

Rosso Malpelo → La voce narrante è quella malevola della comunità che si accanisce contro di lui perché dai capelli rossi (secondo la tradizione coloro dai capelli rossi sono malvagi). La voce narrante è quindi cattiva, e si oppone con quella dell'autore anche se apparentemente taciturna e inesistente. Da qui nasce il divario tra voce narrante e voce dell'autore, che indirizza il lettore verso il dubbio se Malpelo sia davvero cattivo come viene esplicitato. Rosso Malpelo è un racconto che mostra una realtà rovesciata, dove domina l'interesse economico e la violenza del più forte sul più debole. Il protagonista è vittima di violenza su due fronti: su quello concreto, in quanto vittima della società, e su quello psicologico, visto che la vittima è indotta a sentirsi in colpa anche se colpe non ne ha. Ciò che però differenzia Malpelo è il coraggio di guardare in faccia la realtà e di riconoscerne le leggi spietate dominanti.

Fantasticheria → Il romanzo serve da introduzione a I Malavoglia, di cui anticipa la vicenda e i temi. Verga mette in contrapposizione due classi sociali rappresentate dalla grande dama in visita alla marina catanese, e i poveri abitanti di Trezza che vi abitano. In questa novella è ancora presente il contrasto tra visione realista e quella romantica: se da una parte Verga afferma di voler descrivere minuziosamente e scientificamente la materia rusticana, dall'altra ve ne riconosce la sfera sentimentale, nella quale convivono l'ideale dell'ostrica (cioè l'importanza della famiglia) e una rassegnazione coraggiosa alla loro situazione.

Da Novelle Rusticane: La roba


Novelle rusticane è la raccolta apparsa dopo I Malavoglia, nel 1883, che segnano l'inizio della seconda fase verista di Verga, dove vengono meno gli elementi residui del Romanticismo. Il motivo centrale che fa muovere l'uomo, qualunque sia la sua posizione sociale, non è altro che la roba. I personaggi verghiani appaiono dominati solamente da un desiderio economico, che comporta l'egoismo di ciascuno. Verga propone lo smascheramento del meccanismo materialistico della lotta per la vita, in ogni classe sociale, dal mondo rurale a quello borghese fino alla nobiltà e addirittura al clero.
La Roba → Un contadino siciliano, Mazzarò, divenuto ricchissimo, si abbandona alla logica economica, attivando il meccanismo di accumulo della roba. Di fronte alla morte però il protagonista capirà l'insensatezza del vivere solo per la roba, provocando un vuoto esistenziale.

Mastro-don Gesualdo, 1888


Romanzo di 21 capitoli riuniti in quattro parti, che scandiscono la vita del protagonista:
I. Scalata sociale di Gesualdo: si sposa con la nobile Bianca Trao. Tra i due è però evidente la distanza sia sociale sia sentimentale.
II. Gesualdo, avendo sposato Bianca, diventa il più ricco del paese, divenendo un proprietario terriero. Si arricchisce anche per un prestito fatto a don Ninì.
III. Inizia con un riassunto della storia della figlia Isabella, probabilmente nata dal rapporto tra Bianca e Ninì. La famiglia si rifugia nel podere di Mangalavite per sfuggire al colera. Qui si nota la distanza tra Isabella e il padre.
IV. L'ultima parte si concentra sulla decadenza di Gesualdo, che dopo la morte della moglie e la perdita dei suoi magazzini, è sconfitto. Muore solo nel palazzo del genero.
Il racconto risulta frantumato appositamente, e si nota anche dalla divisione in quattro parti del romanzo.
La narrazione prevede il silenzio dell'autore per dar voce a una o più voci interne alla storia. Infatti non è una, bensì più voci a dar luogo a una regia narrativa complessa, nella quale voci e punti di vista dei personaggi si intrecciano. La narrazione risulta più complessa quindi, anche perché non è più un'unica voce narrante, come ne I Malavoglia dove il popolo era un unico corpo, bensì più personaggi rappresentanti classi sociali diverse.
Inoltre, il racconto si incentra su un solo protagonista principale e dei suoi sviluppi familiari e sociali. Gesualdo sviluppa una passione sempre meno controllabile della roba, dissolvendo così qualsiasi altro sentimento autentico. La sua bramosia lo porta a una serie di contraddizioni, visto che più aumenta il passo verso la roba, più aumenta il senso di isolamento e di estraniazione da tutto ciò che lo circonda, compresa la sua famiglia. Infatti sono proprio le donne del romanzo a mettere in luce le contraddizioni e la sconfitta di Gesualdo verso la vita: Diodata, la donna di estrazione sociale troppo bassa per essere sposata, viene rifiutata da Gesualdo, che si allontana da un sentimento autentico; Bianca, la moglie di Gesualdo, viene privata dei suoi sentimenti per via della sua dote; Isabella, la figlia di Gesualdo, più viene spinta dal padre verso un futuro agiato (è costretta a sposarsi con il duca di Leyra), più si crea il divario tra padre e figlia.
Il romanzo racconta trent'anni di storia siciliana, e vengono quindi messi in luce momenti storici importanti, come i moti carbonari del 1820 e la rivoluzione del gennaio del 1848. In questo periodo si racconta la nascita della borghesia, rappresentata anche da Gesualdo.
Il romanzo mostra l'evidente sconfitta di chi fa della sua vita una corsa alla roba, che porta solo a una fine desolata e triste, priva di qualsiasi sentimento autentico e conforto. Gesualdo infatti muore solo.
Il linguaggio è incisivo e drammatico, con un accento amaro e alle volte grottesco, proprio per evidenziare la desolazione dovuta a una vita dedicata alla roba.

I Malavoglia, 1881


Titolo → è un soprannome scherzoso tipico della tradizione popolare siciliana. Di fatto già nel titolo Verga compie la sua scelta linguistica: adottare la prospettiva culturale e linguistica del mondo arcaico-rurale del paese di Aci Trezza (a pochi km da Catania). Da qui la necessità di inserire nel romanzo espressioni proverbiali siciliane e modi di dire popolari, per immergersi completamente nel mondo popolare (pescatori e contadini).

Il Tempo → La storia comprende gli anni tra il 1863 e il 1877-1878. I protagonisti sono i componenti della famiglia Toscano, soprannominata I Malavoglia, anche se risultavano essere una famiglia assai laboriosa. La vicenda si sviluppa attorno al nonno, padron 'Ntoni, e a suo figlio e ai suoi nipoti, tra cui 'Ntoni (che riprende il soprannome del nonno come figura contrastiva a quella del nonno). La famiglia subisce numerose disgrazie che porteranno alla disgregazione della famiglia, come simbolo della caduta del mondo rurale rimasto fuori dal tempo in Sicilia, rispetto alla crescente società industriale in Italia. Nel romanzo si distinguono tre parti:
I. (Con protagonista: padron 'Ntoni). La prima parte comprende i primi quattro capitoli e il tempo della storia è molto breve, mentre è dilungato quello del racconto. Questo perché è importante mettere in scena tutto il paese, per introdurre il lettore nella storia e riconoscerne i personaggi.
II. (Con protagonista padron 'Ntoni). Nei capitoli centrali il tempo della storia si allarga, mentre si condensa quello del racconto. Infatti ciascun capitolo ricopre almeno un mese o più.
III. (Con protagonista nipote 'Ntoni). Qui il tempo della storia appare molto più lungo rispetto a quello della narrazione: infatti ogni capitolo narra uno o più anni, e per questo il narratore ricorre all'uso del racconto condensato (riassunto). Il racconto termina con l'abbandono del paese da parte di 'Ntoni, simboleggiando quindi l'abbandono della vita rurale e della semplicità dei sentimenti e del duro lavoro, per dirigersi verso la legge moderna, basata sulla ricchezza materiale, sulla roba.

Lingua, Stile e Punto di Vista → Il narratore non inizia con una descrizione totale dell'ambiente intorno né dei personaggi. Egli da per scontato la conoscenza del luogo e delle abitudini, come se il narratore popolare si rivolgesse a una cerchia di altri popolani che abitano in paese. Quindi i personaggi sono mostrati direttamente in azione, e si descrivono tramite discorsi diretti ma soprattutto indiretti. È proprio il discorso indiretto libero che domina e quasi scandisce la storia del romanzo. Le metafore e le similitudini riprendono immagini abbordabili alla cultura popolare, che rimanda all'esperienza diretta del popolo e alla loro cultura religiosa.
La lingua scelta da Verga è l'italiano parlato dai siciliani dotati di una certa cultura (i borghesi), pur mantenendo una sintassi particolare, che ricorda la gesticolazione del parlato. Si notano elementi sintattici siciliani come l'uso del che, come congiunzione causale, consecutiva o temporale. I proverbi sono ripresi dal dialetto siciliano, anche se Verga li traduce in italiano.
Il narratore è un narratore popolare, che differisce e si distanzia dall'autore. Da qui nasce l'artificio della regressione, ovvero il distacco dell'autore dal punto di vista del narratore, arrivando a capovolgere addirittura l'ottica della voce narrante: questa si fa portavoce di un mondo cinico e crudele, pervaso da tristezza e impotenza.

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