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Verga - Novella "Libertà"


La novella “Libertà” è stata scritta da Giovanni Verga; è tratta dal romanzo “Novelle Rusticane” ed è stata ambientata a Bronte, un piccolo paese dell’entroterra siciliano.
Questa novella fa riferimento alle drammatiche vicende dell’agosto 1860, quando i contadini, esasperati per la mancata distribuzione delle terre demaniali promesse da Garibaldi, insorsero contro i galantuomini uccidendone più di una quindicina; così il generale Nino Bixio, inviato da Garibaldi per placare la sommossa, fece arrestare molte persone, mentre ad altri li fece fucilare.
Ci racconta che la folla di Bronte, radunata in piazza, iniziò a gridare: contro il barone, perché faceva frustare la gente che lavorava i suoi campi; contro il prete, perché aveva succhiato l’anima a tutto il popolo; contro un ricco sfruttatore; contro uno sbirro, perché aveva fatto giustizia solo per i ricchi; contro un guardaboschi, perché aveva venduto lui e altre persone per due soldi al giorno; fecero cascare a terra Don Antonio, perché aveva predicato l’inferno al popolo soltanto perchè avevano rubato un po' di pane. Si arrabbiarono molto anche con la baronessa, la quale fece chiudere il portone, ma la folla lo sfondò e iniziarono a cercarla.
Ella si mise a correre con il lattante al seno e si rifugiò nel balcone, tappando con la mano la bocca del figlioletto per non farlo gridare. L’altro figlio di sedici anni cercò di difenderla con il suo corpo, ma furono separati. Il carbonaio le strappò dalle braccia il lattante e la buttò giù dal balcone; mentre l’altro figlio fu calpestato e stretto alla gola.
In quel mese di luglio, prima di notte, tutti gli usci furono chiusi per la paura e in ogni casa c’era un lume acceso; per le stradine si udivano soltanto i cani che frugavano nella spazzatura e che rosicchiavano le ossa. La mattina dopo fu una domenica senza gente in piazza e senza messa che suonava.
Il giorno dopo venne il generale Nino Bixio, inviato da Garibaldi, con i suoi soldati per fare giustizia. Egli fece portare della paglia nella chiesa e mise a dormire i suoi soldati.
Infine arrivarono anche i giudici su delle mule, stanchi da quel viaggio, e iniziarono a interrogare gli accusati.
I colpevoli furono portati a Catania, a piedi, e le loro donne li seguirono. Appena arrivarono in città li chiusero in un grande carcere e le donne potevano vederli soltanto il lunedì, in presenza dei guardiani, dietro il cancello di ferro.
Inizialmente, per non fare ogni settimana la stessa strada, le donne rimasero a dormire in uni stallazzo; poi, a poco a poco, rimpatriarono a casa.
Il processo durò tre anni. Arrivati in tribunale li fecero alzare e dire il loro nome, cognome e ciò che avevano fatto. Infine ritornarono di nuovo in carcere.
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