Esiste un rapporto di tipo genetico tra i due personaggi, ed in generale tra i loro temi, motivi e scene presenti in entrambi i racconti. Il Mastro Don Gesualdo che il lettore incontra all’inizio del romanzo deriva direttamente dal Mazzarò della Roba, ovvero un personaggio, ora ricco, che ha costruito con un lavoro duro e costante il proprio patrimonio. Egli è consapevole della durezza di questo percorso, ed opera solamente in funzione del mantenimento e dell’incremento delle sue ricchezze. I due personaggi sono accomunati dal talento che permette loro di fare fruttare il lavoro manuale. Infatti Verga sottolinea la loro abilita con frasi del tipo: aveva la testa come un brillante, Mazzarò, in “La roba”, mentre in Mastro Don Gesualdo, ha la testa fine quel Mastro-Don Gesualdo!

Dunque il rapporto di questi due personaggi con la propria roba è un rapporto teso, angoscioso, al limite della mania, sempre afflitto dalla paura della perdita. La roba è un’ossessione fino alla fine della vita dei due personaggi.
Per quanto riguarda la loro descrizione vera e propria, Mazzarò appare goffamente grottesco, mentre Gesualdo appartiene alla categoria del tragico dato che la sua sconfitta lo fa apparire come l'ultimo eroe romantico, come detto da Verga. Il personaggio di Mazzarò si confonde con una sorta di paesaggio-roba, attraverso la frase tutta roba di Mazzarò, nel quale il protagonista finisce per annullarsi in una condizione di solitudine. Infatti, la presenza di cotanti possedimenti terrieri, di tutti gli attrezzi e degli animali, ma dall’altra parte l’assenza di relazioni, lo delineano come un grande possessore di beni materiali, ma povero in affetti. Il racconto offrirà spunti per l'elaborazione del romanzo Mastro don Gesualdo.

Mazzarò è un contadino siciliano che ha dedicato tutta la sua vita ad accumulare soldi ed oggetti. Viene sottolineato il fatto che non gli piacciano i soldi di carta ma preferisca le monete, ed in seguito riuscirà a sostituirsi al barone. La roba che possiede non dà alcun significato alla vita e si rivelerà un valore inutile di fronte alla morte.

Mastro Don Gesualdo invece viene descritto come un uomo forte e robusto, dall'aspetto calmo e pacifico, ma che nasconde in realtà un carattere deciso, testardo e sicuro. È lo stereotipo dell'uomo che si è fatto da sé, si è costruito la fortuna con le sue mani, ha guadagnato e si ritrova ad essere attaccato alla roba e ai suoi campi fino al punto di diventare cattivo nei confronti di chi ostacola la sua ascesa. Non si preoccupa troppo della moglie e della figlia dal momento che è troppo preso dai suoi affari.


Le principali differenze tra Mazzarò e Gesualdo sono:

• Mazzarò non ha legami affettivi: la sua avidità lo rende crudele e insensibile nei confronti di tutti. Ad esempio, attraverso una parentesi aperta all’interno della roba, viene descritto come Mazzarò non pianga la morte della madre, bensì i 12 tarì spesi per il suo funerale.

• Gesualdo, benché abbia fatto di tutto pur di avere la roba, è capace di provare dei sentimenti e sa essere generoso. L’opposizione valori-economicità determina in lui un doloroso conflitto interiore.

Infatti, Mazzarò è privo di sentimenti umani, di valori morali, ed il suo unico interesse è conquistare roba. Gesualdo invece mantiene ancora un bisogno di relazioni umane, di sentimenti autentici.
L'analogia di fondo che li “lega” è che entrambi rappresentano il self-made man, ovvero lo stereotipo di uomo che con le proprie forze è in grado di costruire il proprio futuro. Entrambi infatti sono attaccatissimi alle cose materiali.
Mazzarò e Mastro Don Gesualdo continuano a lavorare duramente e a vivere in modo moderato. Ad esempio viene descritto come Gesualdo continui a mangiare pane e cipolla, mentre Mazzarò non beva vino, non fumi, non usi tabacco e non abbia il vizio delle donne.

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