Giovanni Verga


Giovanni Verga è il principale esponente del verismo, una corrente letteraria nata in Italia nella seconda metà dell'800 con l'obiettivo di rappresentare la realtà in maniera oggettiva cioè senza il giudizio e commento personale dell'autore. I veristi desiderano che le loro opere siano strumenti di conoscenza e diffusione del "vero", denunciano le condizioni sociali delle classi povere (contadini, minatori, pescatori....) e diffondono ideali di libertà e giustizia; utilizzano un linguaggio semplice, ricco di forme dialettali, vocaboli popolari e modi di dire.
Verga nasce a Catania nel 1840 da famiglia agiata di proprietari terrieri. Compie studi irregolari, mostra particolare interesse per la letteratura moderna ed occupa gran parte del suo tempo al lavoro letterario e al giornalismo politico. La produzione letteraria di Verga comincia con dei romanzi dai toni melodrammatici come ad esempio "storia di una capinera". Dopo alcuni soggiorni nella città di Firenze, incuriosito della vera società letteraria italiana, nel 1872 si trasferisce a Milano, ritenuta per il tempo la città più dal punto di vista culturale; e qui entra in contatto con gli ambienti della Scapigliatura e scrive romanzi legati ad un clima romantico: "Eva /tema centrale: emarginazione dell'intellettuale), Eros (critica della società borghese), e Tigre reale (rappresentazione della donna fatale)".
Il 1878 rappresenta l'anno di svolta per il Verismo con la pubblicazione del racconto Rosso Malpelo. Altre grandi opere veriste: "I Malavoglia, le novelle di Vita dei campi, di Vagabondaggio" ecc.
Nel 1893 ritorna definitamente a vivere a Catania; nel 1903 dopo la rappresentazione dell'ultimo dramma "dal tuo al mio", il poeta si chiude in un silenzio totale e si dedica alle sue proprietà agricole.
É uno scrittore lucido, duro, schietto che nelle sue opere sa stimolare la conoscenza critica della realtà. Nei suoi scritti usa un narratore all'interno della realtà popolare rappresentata, riproducendone il suo modo di vedere e vivere le cose. I suoi scritti sono particolari per il suo forte pessimismo, infatti pensa che la vita è basata sulla legge del più forte, una legge che da sempre regola i rapporti tra uomini e chi non si può combattere. Paradossalmente il suo pessimismo lo facilita a trovare il negativo della realtà.
Muore a gennaio del 1922 in coincidenza della marcia su Roma e della salita al potere del fascismo.
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