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La Vertigine

Giovanni Pascoli

Nei Poemetti si intrecciano due cicli di poesie:
1. ciclo a taglio epico-narrativo, racconta la vita di un'atipica famiglia contadina lungo le fasi stagionali del suo lavoro. È diviso in sette sezioni (i primi poemetti).

2. Ciclo a taglio filosofico-simbolico, formato da componenti autonomi riguardanti i temi di male, dolore, mistero. È diviso in otto sezioni alternati alle precedenti (Nuovi Poemetti). Rappresentano il dualismo pascoliano fra positività dei valori ideali della società contadina e la negatività del mondo esterno.

La vertigine appartiene al secondo ciclo, alla seconda sezione dei Nuovi Poemetti intitolata Il naufrago.
I temi si semplificano in due interrogativi: quali sono le condizioni dell’uomo sulla Terra e della Terra nell’Universo? Come si presentano queste condizioni a chi le esamini dall’alto, da una visuale cosmica?

• Punto di vista dell’uomo, gli uomini sono convinti di stare sella Terra in posizione eretta, saldamente ancorati al suolo grazie alla forza di gravità e la Terra ha una posizione stabile nell’Universo.

• Punto di vista esterno proprio del poeta, il cielo sta sotto, il mare e le piante sono ancorate alla Terra grazie alla gravità e alle radici; gli uomini invece appaiono penduli, aggrappati disperatamente alla superficie rischiando costantemente di cadere in cielo; la Terra è oscurità volante sopra un immenso baratro. Uomini e Terra si affacciano al cosmo come su un abisso, un vortice che li attira e li fa precipitare senza fine.

Quello che spaventa Pascoli è il fatto che l’uomo è, tra tutti gli esseri della natura, colui che ha la maggiore possibilità di cadere nel Cielo (che è sotto di lui). Per Pascoli l’uomo non si innalza al cielo (Dante), ma vi cade perché il cielo è sottoe i suoi piedi sono attaccati alla Terra, però senza la possibilità di un’adesione perfetta.

Egli ha paura di cadere nel vuoto e si aggrappa a tutto quello che può, perché non sa cosa ci sia nel cosmo, in particolare ha questa paura durante la notte, dato che è il momento in cui si avverte maggiormente la profondità del cosmo. Questa caduta infinità si avvicina al naufragar leopardiano. Ma se nell’Infinito, dopo aver immaginato l’infinità spaziale e temporale dell’universo, il poeta vi si abbandona dolcemente (naufragar m’è dolce in questo mar); in Pascoli l’immensità del cosmo produce vertigine. Il naufragio di Leopardi è dolce, perché conduce ad un universo governato da un meccanismo certo e inesorabile; il precipitare, il naufragare senza fine di nebulosa in nebulosa, di Pascoli è vertiginoso perché conduce nel vuoto informe, nel baratro senza fine e senza significato alla ricerca di qualcosa di divino che non c’è.

Metrica: il poemetto è diviso in due sezioni, formate da nove terzine e un verso isolato finale ciascuna.

Protasi

Il poemetto inizia con un'epigrafe che funge da protasi. Essa è formata da due endecasillabi, legati da un forte enjambement. "Si racconta di un fanciullo che aveva perduto il senso della gravità". L’epigrafe anticipa il contenuto del poemetto (il senso di vertigine di un fanciullo che ha perso il senso della gravità e avverte di precipitare) e pone al centro della vicenda un "fanciullo" che vede gli uomini dall’esterno, ciò rimanda tipica alla poetica del fanciullino.
Questo fanciullo vede ciò che gli altri uomini non vedono: che invece di stare eretti sulla terra penzolano all’ingiù con il rischio di cadere.

Prima parte
È proprio questo fanciullo (il poeta visto nella prospettiva del fanciullino) che si rivolge agli uomini dandogli del "voi", dicendo "Uomini, se in voi guardo, il mio spavento cresce nel cuore". Il fanciullo vede dal cosmo, ovvero da un punto di vista estraniato, il mondo e gli uomini si rivolge a questi ultimi dicendo che "se guardo voi, il mio spavento cresce".
Il termine “mio spavento” si ricollega al "cor non si spaur"” dell’Infinito leopardiano: è lo stesso spavento che prova Leopardi nell’osservare l’infinito.

Il fanciullo vede gli uomini che abitano la Terra sospesi nel vuoto infinito, muti e immobil, "senza voce e moto" e "immersi nell’eterno vento" (versi che ricordano la bufera infernale del V canto dantesco che trascina i lussuriosi).

(strofa 2) Il fanciullo-poeta vede gli uomini con i loro piccoli piedi appoggiati sul fango, ai sassi, all’erba, ma li vede pendere giù nel vuoto "fermi i brevi piedi al loto, ai sassi, all’erbe dell’aerea terra abbandonarvi e pender giù nel vuoto".

In questa seconda parte il poeta-fanciullo si rivolge agli uomini e rivela loro la loro vera posizione:
- sospesi in un vuoto infinito;
- Circondati da un vento eterno;
- Immobili, senza voce;
- Abbandonati su questa terra.

(strofa 3) Il poeta dice agli uomini che sono diversi dalle piante, perché le piante hanno delle radici che le ancorano al terreno e quindi si staccano dalla terra tanto quanto le loro radici vanno in sù sottoterra.
=> è cambiata la prospettiva: - in giù cielo
- in su terra
Non sono nemmeno come il mare, perché il mare è trattenuto contro la terra dalla forza di gravità.
"Oh voi non siete il mare, cui contraria regge una forza".
Il mare eternamente protende le sue onde verso il cosmo, ma "un soffio che s’effonde /un alito incessante" (la forza di gravità) lo spinge contro la terra.

Ora si rivolge direttamente agli uomini "Ma voi chi ferma a voi quassù le piante (i piedi)?", voi camminate su questa terra senza rendevi conto che siete penduli, "voi" che invece credete di essere eretti sulla Terra.

(strofa 9) Di fronte a questa certezza il poeta cerca di aggrapparsi alla terra: "Allora io l’una e l’altra mano getto a una rupe, a un albero, a uno stelo, a un filo d’erba, per l’orror del vano (vuoto) a un nulla...pur di non cader nel cielo!"

In questa strofa Pascoli, con l’utilizzo di una climax discendente, enfatizza in ogni singolo termine il senso di paura e terrore che cresce sempre più, paura di cadere, nel vuoto cosmico che circonda l’uomo. Si tratta di una visione molto diversa da quella classica dell’uomo nel cosmo.

Riassunto della prima parte

Il poeta-fanciullo dopo aver chiarito la posizione degli uomini sulla Terra crea un confronto tra uomini-piante e uomini-mare, solo che: le piante sono ancorate alla terra per mezzo delle radici, il mare è trattenuto dalla forza di gravità, gli uomini invece non sono ben ancorati: hanno dei piedi piccoli. Allora il fanciullo viene preso dallo sgomento, si mette nei panni degli uomini (non è più nel cosmo v.25) e dice di cercare un qualunque appiglio pur di non cadere nel cielo, ma cade.

Seconda parte

Al disagio fisico di non sentirsi eretto, ma pendulo subentra lo smarrimento spirituale, il poeta si sente cadere nell’abisso, così si avverte il senso di vertigine che spiega il titolo del testo. L’orrore e la vertigine diventano maggiori, la notte quando tutto diventa più scuro.

Il fanciullino esclama "Oh! se la notte, almeno lei, non (ci) fosse!" e descrive l’orrore che prova nel vedere nella notte "quell’immenso baratro di stelle"(baratro, perché il cielo è giù), con le sue stelle "lontane, fredde, bianche azzurre e rosse"
"sopra quei gruppi,
sopra quegli ammassi
quel seminìo
quel polverìo di stelle", rappresenta una climax discendente.
La Terra corre in questo "baratro" con gli uomini, che sono penduli, e non si ferma mai.

Allora il poeta fanciullo veglia, sta sveglio da questa paura; il poeta-fanciullo ha così tanta paura che non vuole nemmeno addormentarsi: ha paura della corsa della Terra, ha paura di perdersi nel cielo e si sente osservato dalle stelle: "Mi fissa la Grande Orsa" che con i suoi "tondi occhi" (la sue stelle) sembra quasi attrarre il poeta che si sente risucchiato nel vuoto. Ha paura che le stelle con la loro potenza provochino il suo distacco dalla Terra.

Poi il fanciullo immagina di perdersi e di sprofondare in questo cosmo, qui c’è tutta la reminiscenza leopardesca del "naufragar m’è dolce in questo mare", solo che in questo poemetto il poeta non naviga, ma precipita.
Il fanciullo immagina di poter vedere, di attimo in attimo, tutte le costellazioni sempre più chiare e quanto è grande il cosmo mentre, precipitando, si avvicina. Il poeta è ancora cosciente: vede gli astri ingrandirsi sempre più a causa della velocità del suo precipitare. Ora, abbandonato dalle forze, inizia a perdere coscienza di ciò che sta accadendo, ad annullarsi nel vuoto, si sente "sprofondar d’un millennio ogni momento!", ovvero sprofondare nel tempo (con questo verso Pascoli sembra anticipare la teoria dello spazio-tempo di Einstein (il tempo è la quarta dimensione dello spazio).
Egli precipita in un mondo dove non c’è fondo, dove non c’è riposo, precipita "da uno spazio immenso ad un altro spazio immenso", ritorna il motivo leopardiano degli spazi "interminati spazi e sovrumani silenzi" e poi pensa a questa caduta giù, sperando di trovare "La sosta! Il fine! Il termine ultimo! Io".
La speranza dell’uomo è quella di trovare Dio alla fine di questa corsa nel cosmo, ma è una speranza vana: Dio non esiste per Pascoli. È inutile la speranza di trovare qualcos’altro nella dimensione diversa da quella terrestre, è una speranza vana. In questi versi si nota tutto il pessimismo pascoliano: il poeta sprofonda nel cosmo, ma non trova la dolcezza di Leopardi del "naufragar dolce", prova, invece, orrore e vertigine; si avvicina di più al vecchiarello de "il canto notturno di un pastore errante dell’Asia" che cammina e cammina e poi si trova sul baratro.
Si ha il confronto tra il determinato dell’uomo e l’indeterminato del cosmo:
- l’elemento noto dell’uomo: il suo mondo;
- L’indeterminato e sconosciuto: il cosmo infinito.

Antitesi tra:
- finito, determinato, noto: l’uomo;
- Infinito, indeterminato, sconosciuto: cosmo.

La consapevolezza di questo contrasto provoca nell’uomo la vertigine. Gli uomini non si rendono conto di questo contrasto, il poeta-fanciullo si, perché ha una sensibilità superiore: la sensibilità del fanciullo.
Vicino all’ideologia pascoliana:
• c’è il vecchiarello del canto notturno con il suo senso di sgomento;
• C’è il personaggio dell’Innominato de "I Promessi Sposi" che ha paura del buio e del mistero della notte.

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