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Il nuovo linguaggio pascoliano

Nella tensione a una comunicazione pura, istintiva, Pascoli finisce per rinnovare il linguaggio poetico italiano, agganciandosi al Simbolismo e al Decadentismo. Il poeta cerca di aderire al mondo romagnolo adottando il lessico specifico della botanica, della zoologia; tuttavia non ci si trova affatto di fronte a una rappresentazione mimetica e concreta: il reale cela sempre dietro di se verità sfuggevoli e significati riposti che l’autore cerca di cogliere; la parola poetica si fa allusiva mediante la ricchissima trama di suoi ottenuta attraverso l’accumularsi di allitterazioni, ripetizioni di voci, onomatopee che dissolvono il linguaggio e lo riducono spesso a pura sonorità. Gli effetti evocativi ed evanescenti dei versi pascoli ani sono poi accentuati dal ritmo lento e frammentato della sintassi, semplificata e ricca di pause. Pascoli quindi ha dispiegato orizzonti del tutto nuovi alla poesia italiana, destinati a influenzare fortemente autori novecenteschi, dai crepuscolari agli ermetici, da Saba a Montale. Pascoli nella sua carriera poetica cerca di democratizzare la poesia. Nella sua poetica si sente il bisogno di abbassarsi al mondo rimasto escluso, ovvero il mondo “delle piccole cose” e lo realizza tramite queste innovazioni letterarie. E questa concezione della democratizzazione della poesia è legata strettamente al socialismo.

Un posto importante occupano nell’ampia produzione letteraria di Giovanni Pascoli, le liriche da lui composte in lingua latina. Esse rientrano in una tendenza di fine Ottocento che vede la fioritura di opere legate al mondo romano come “Mario l’epicureo” di Walter Peter e “Quo vadis?” di Henryk Sienkiewicz. Al 1891 risale il primo poemetto latino intitolato Veianus, che gli valse la medaglia d’oro al Concorso internazionale di poesia in lingua latina ad Amsterdam. I componimenti premiati ed altre opere furono riunite in due volumi di Carmina.

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