Carducci - Nevicata
Nevicata, la penultima poesia di Odi barbare, è composta durante la malattia della donna amata dall'autore, Carolina Cristofori Piva, poi morta il 25 febbraio 1881. Rispetto alle figurazioni nettamente scolpite del Carducci classicista, il testo sembra davvero nuovo, con il suo quadro incerto, sfumato, simbolico
Un silenzio dominante
Il poeta si trova nella sua casa di Bologna, intento agli studi. Fuori nevica: un fioccare continuo e lento, che scende da un cielo grigio cenere. La neve attutisce ogni rumore. Anche i rintocchi dell’orologio della torre giungono smorzati; finiscono per sembrare sospiri provenienti da un altro mondo. Un vago rumore attira però l’attenzione: ai vetri picchiano gli uccelli, in cerca di cibo e di un riparo. Quel battere insistito scuote il poeta: gli appare un richiamo lanciatogli dalle anime degli amici defunti. Anche lui sta per raggiungerli e il poeta si dice pronto.
L’assenza di gioia
Il pensiero della morte torna spesso nelle liriche di
Carducci, di solito, però, nella forma del contrasto tra vita e morte, luce e tenebre, tra il sole da una parte e il freddo e l’ombra dall’altra. In Nevicata, invece, predomina il solo pensiero della morte, simboleggiato dagli uccelli, che picchiano alla finestra. Un’eco della vita e della gioia che essa suscita riecheggia forse nel grido dell’«erbaiola», nel carro in corsa e nell’accenno all’«indomito cuore». Ma sono solo accenni, smorzati dalla neve e soprattutto dalla pesante tristezza che grava sul cuore.
La natura espressione dei sentimenti
La nota più moderna del testo è la capacità del poeta di animare di una vita misteriosa e segreta il mondo circostante. Gli elementi della natura (la neve che cade, il battere degli uccelli alla finestra, i rintocchi del campanile che «gemon») contano non per la loro materialità, ma come simboli enigmatici, in cui l’autore riflette i propri sentimenti. Specialmente sugli «uccelli raminghi» l’io lirico proietta i fantasmi di angoscia e di paura che popolano il suo cuore.
Metrica
Per riprodurre il distico elegiaco, uno dei metri più frequenti nella poesia greco-latina, Carducci costruisce coppie di versi brevi (settenario e novenario, settenario e ottonario).
Annotazioni
1. pe ’l: per il. 2. cinerëo: grigio come la cenere, plumbeo. È un vocabolo di derivazione latina. 3. gridi ... città: dalla città non provengono più né grida né suoni di vita. 4. erbaiola: venditrice di frutta. 5. corrente ... carro: rumore di carro che corre (in realtà a essere corrente è il carro, non il rumore: qui troviamo la figura dell’ipallage). 6. non d’amor ... gioventù: non si ode più il canto gioioso (ilare, latinismo) che rivela l’amore e la gioventù. 7. la torre di piazza: la torre del Palazzo comunale di Bologna, in piazza San
Petronio. 8. roche ... gemon: il rintocco delle ore risuona come un gemito nell’aria, con un suono attutito dalla neve (roche). 9. lungi dal dì: lontano dalla vita terrena, dalla luce del sole; è il mondo dei morti 10. Picchiano: picchiettano, bussano ai vetri. 11. raminghi: che vagano errabondi, senza dimora. 12. gli amici ... son: questi uccelli sono gli spiriti, le anime degli amici che ritornano (reduci). 13. chiamano a me: essi pregano il (oppure: fanno cenno al) poeta di seguirli. 14. In breve: fra poco. 15. indomito: mai domato, incapace di arrendersi. 16. silenzio ... ombra: il silenzio e l’oscurità della tomba.