Video appunto: D'Annunzio, Gabriele - Ho gli occhi bendati

Analisi del testo "Ho gli occhi bendati" tratto dal "Notturno"



Dopo il ritorno in Italia, la guerra, e la perdita dell’occhio destro in un incidente aereo, l’autore è nella sua casa a Venezia, steso su un letto, ed è costretto a rimanere nella più completa oscurità della stanza per circa tre mesi sotto prescrizione del medico, poiché, in caso contrario, avrebbe perso anche l’utilizzo dell’occhio sinistro.

Ma queste difficili condizioni non bastano per far demordere il poeta che, ben presto, sente nuovamente il bisogno di esprimersi, di significare; è per questo motivo che, durante la convalescenza, decide di provare a scrivere comunque.
L’inizio del brano, del resto come l’intera opera, è caratterizzato da un continuo mischiarsi di vaghi ricordi e di percezioni vive e presenti, descritte con una tale precisione che ci sembra di sentire sulle gambe il tocco delicato delle lenzuola, o la consistenza rigida del lapis scorrevole.

Ben presto però, D’Annunzio, si rende conto della gravosa difficoltà nello scrivere in quelle scomode condizioni: era facile scrivere la prima riga, ma difficile era poi continuare, perché, a poco a poco, la calligrafia delle righe successive si sovrapponeva a quella delle precedenti.
Così, avendo escluso l’ipotesi di comporre ricorrendo alla dettatura altrui, perché “il pudore secreto dell’arte non vuole intermediarii o testimoni fra la materia e colui che la tratta”, ecco che, a quel, punto, gli tornano alla mente le Sibille, che trascrivevano le profezie del futuro su tante piccole foglie, le quali venivano poi riunite insieme in un mucchio, così che leggere il futuro risultasse agli altri pressoché impossibile.
Il poeta, così, decide di scrivere i suoi “frammenti” di poesia, in piccole strisce di fogli che gli saranno preparati dalla figlia Renata, al buio di una lampada fioca, per poi essere riordinati e stampati nell’edizione definitiva.