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Parafrasi di Spesso il male di vivere ho incontrato


Spesso ho incontrato il malessere di vivere: era il ruscello che non scorreva fluido e quindi gorgogliava, era l'accartocciarsi della foglia, inaridita, rinsecchita, era un cavallo caduto per la fatica.
Non conobbi altro bene, altra possibilità di salvezza per contrastare il dolore, all'infuori della condizione meravigliosa e divina dell'Indifferenza: era una statua immobile nella sonnolenza del meriggio, la nuvola e il falco che vola alto nel cielo, indifferente.
Analisi:
La poesia risale al 1924 e fa parte della raccolta Ossi di seppia, il poeta gli da questo titolo per indicare le ossa di seppia che si trovano a riva, che ricordano la seppia, ormai morta, mangiata.
"Il male di vivere" è la definizione più comune della visione della vita di Eugenio Montale, il male di vivere è la sofferenza, il dolore che è presente in tutti gli esseri del creato.
La poesia è costituita da due quartine di endecasillabi, rimati secondo lo schema: ABBA, CDDA. L’ultimo verso è ipermetro.
È formata da due strofe in cui descrive il disagio dovuto alla consapevolezza che il dolore e la sofferenza si possono incontrare ogni giorno.
L’unico rimedio per sfuggire al malessere di vivere è per l'appunto l’indifferenza, considerata da Eugenio Montale un meraviglioso dono divino in quanto ci consente di resistere al dolore e alla sofferenza ignorandolo.
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