Questa poesia di Eugenio Montale, scritta nel 1939, è il palese manifesto di un sentimento angosciato e tormentato dalla solitudine. Montale esterna, attraverso la composizione, la struggente condizione di alienazione a cui egli stesso si riduce. L'effimera instabilità dell'animo del poeta si evince perfettamente già dai primi versi in quanto egli è fisicamente e psicologicamente “sommosso” da una situazione a cavallo tra realtà e desolazione. Questa dicotomia è perfettamente delineata grazie alla pregnanza dell’ossimoro “oscura primavera” che mette in risalto un antitetico parallelismo, associando l’evanescente intangibilità della primavera ad una tetra sfera sensoriale. Dal primo verso notiamo che Montale si rivolge in modo diretto a un “tu” e la relazione che con esso intraprende sembra essere ostacolata da una volontà confusa e mortificata. Quindi il poeta si allontana dalla sua terra e si ritira nella lontananza, abbandonandosi all’immensa solitudine del mare e perdendosi nella sua imprevedibilità. “Un ronzio lungo viene dall’aperto, strazia com’unghia i vetri”, l’efficace eloquenza di queste parole ci fa capire come il poeta provi una temibile agitazione di fronte ad un ignoto inquietante. Dalla lirica emerge una chiara allusione alla ambientazione urbana da cui il poeta desidera prendere le distanze, il “Paese di ferrame e alberature” è solo emblema di un mondo mutevole e imperfetto che si distingue per la sua vacua e labile essenza. Il richiamo al materiale è infatti sottolineato dal poeta anche al verso 10 in cui “i vetri” è probabile che rappresentino un muro tra la vera realtà infernale della collettività e l’animo del poeta che, allontanandosi, sente il forte bisogno di trovare certezze. Il poeta articola la sua riflessione in una notte primaverile, ambientazione accentuata e suggerita da una vasta molteplicità di proiezioni: visive (oscura primavera) e sensoriali (polvere del vespro). Montale, al fine di esprimere questa sua controversa lotta interiore, si serve di una tecnica stilistica che gli permette di alterare l’unità sintattica del verso, l’enjambement, e ciò gli permette di conferire alla lirica una continuità logica abilmente costruita.

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