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Analisi Felicità raggiunta


È una poesia che appartiene alla prima raccolta di Eugenio
Montale essa esce una riflessione sulla natura della felicità e sull’esposizione al dolore che essa comporta.
Questa poesia è formata da due strofe ciascuna da cinque versi tutti endecasillabi tranne il secondo che settenario il sesto che è un novenario e l’ottavo che è un doppio ottonario.
Forse il poeta con questa scelta risponde all'esigenza tipica dei poeti del novecento che non volevano essere compressi con schemi rigidi e volevano invece esprimere la libertà.
Anche lo schema delle rime non è canonico, Regolato dalla tradizione cioè lo schema e infatti ABCAB-DEDED ritorna ABAB che è interrotta dalla presenza di altre parole.
Anche se il poeta non vuole seguire degli schemi ben precisi vuole però seguire sempre una sorte di musicalità. Nelle rime però notiamo che l’interruzione di queste rime ABAB crea una musicalità spezzata e probabilmente questa scelta non è causale perché se infatti andiamo a vedere il tema della poesia ci accorgiamo che esso è proprio quello della felicità che sembra raggiunta e poi spezzata da una lama tagliente.
Il tema appare chiaro sin dalla prima parola del primo verso ovvero felicità il poeta non solo parla della felicità ma parla alla felicità immaginando infatti che essa sia una figura umana con cui poter interloquire e vi è quindi la antropomorfizzazione di un sentimento, ma con il gioco dell’antitesi ci fa capire che la felicità non è mai raggiunta per sempre, mai sempre una condizione precaria che poi da momento all’altro può essere spezzata.
La felicità è rappresentata anche attraverso altre figure retoriche tra cui alcune metafore essa è paragonata infatti alla barlume e a ghiaccio entrambe sono figure positive perché il barlume allude alla luce la quale dovrebbe riportare a un senso di allegria e positività mentre il ghiaccio allude a qualcosa di duro e quindi di stabile infatti dovrebbe essere un’immagine positiva perché è come se il poeta vorrebbe dire che la felicità durerà per sempre ma se notiamo subito dopo queste due metafore ci sono due frasi negative che indeboliscono il concetto del barlume e del ghiaccio per cui quel barlume è una luce che non è stabile che vacilla e quel ghiaccio appare non qualcosa di irremovibile ma qualcosa che da momento all’altro può spezzarsi.
Attraverso queste due realtà il poeta riesce dunque a creare due figure retoriche dell’ossimoro.
Siccome la felicità non è permanente il compito dell’uomo è quello di non cercare più la felicità e per esprimere questo invito il poeta usa la figura dell’anastrofe (il soggetto ’chi t’ama’ espresso attraverso la figura retorica della perifrasi è posto al verbo ‘ti tocchi’) esso usa anche l’allitterazione della lettera T come se volesse sottolineare lo scricchiolio della felicità che viene tagliata dal filo di lama.
La felicità dunque può solo addolcire la tristezza ma non può cancellarla perché ad essa si contrappone un movimento violento e il risultato è “mattino dolce disturbatore“ che esprime un ossimoro che sottolinea la presenza di dolcezza e timore.
L’uso dell’analogia “mattina“ è un altro modo del poeta paragonare la felicità. Quest’immagine ossimorica di tristezza di felicità è resa ancora da un’altra figura retorica quella della similitudine, il poeta paragona in modo esplicito la felicità ai nidi che da un lato sono manifestazione di gioia e di vita e dall’alto di instabilità perché da un momento all’altro possono cadere dai cornicioni.
Attraverso lo stacco netto dell’ “ma” il poeta mette in evidenzia cosa resta dopo la felicità cioè solo tristezza.
Negli ultimi versi il poeta esprime l’amarezza che resta dopo la felicità e non hanno più nulla di poetico e sono quasi in prosa come se il poeta volesse invitare l’uomo ad aprire gli occhi a non sognare più perché non vale la pena sognare per una felicità che porta dolore.
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