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Montale: poetica


Mentre in Italia tra il 1920 e il 1950 la tendenza poetica dominante era quella dell’Ermetismo (quindi una poesia sublimata, astratta, allegorica), Montale perseguì una linea opposta, ovvero quella della poetica degli oggetti, contrariamente alla poetica della parola caratteristica della poesia ermetica. Montale sceglie sempre oggetti ascrivibili al tema della quotidianità che spesso alludono al motivo dell’aridità, fondamentale nella poetica di Montale.
La sua prima raccolta poetica è “Ossi di Seppia”. Il titolo indica ciò che il mare corrode e poi restituisce ed indica quindi il residuo della vita, lo scheletro dell’esistenza. Quest’azione corrosiva del mare rappresenta l’azione inesauribile del tempo che investe tutto e inaridisce la realtà, consumando qualsiasi forma di vita. Anche la memoria dell’uomo è un qualcosa che è continuamente sottoposto all’azione distruttiva del tempo e l’impossibilità di ricordare scatena un amaro disincanto nell’uomo. L’uomo è incapace di prendere coscienza della propria condizione e si trova a vivere in un presente dove non può fare altro che testimoniare l’inaridimento della realtà; l’unica possibilità di sopravvivenza per l’uomo consiste nella cosiddetta “divina indifferenza”. La realtà, per Montale, è arida e proietta la propria aridità anche sul soggetto che sente inevitabilmente questo disagio esistenziale, questo male di vivere (a differenza di Ungaretti o di D’Annunzio per i quali la realtà era panica, cioè era capace di accogliere l’uomo; l’uomo trovava armonia nel sentirsi parte del tutto, nel sentirsi fibra dell’Universo).
La poesia di Montale è volutamente antilirica. Essa si gioca intorno agli oggetti, senza esprimere dunque i sentimenti dell’autore, ma limitandosi ad esprimere l’arida condizione esistenziale dell’uomo, come attesta la poesia “Non chiederci parola”.
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