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Meriggiare Pallido e Assorto


È una delle liriche più famose di Montale, scritta nel 1916 e rivista nel 1922. È un caldo pomeriggio estivo: il poeta ascolta i pochi rumori della campagna, osserva le formiche sul terreno, spia il mare da lontano, cammina lungo un muro disseminato di vetri aguzzi. Queste immagini di attonimento, di disagio, di distanza esprimono attraverso immagini oggettive il travaglio della vita. Il meriggio è presente anche nel testo "Spesso il male di vivere ho incontrato".
Il poeta si trova nel paesaggio ligure. Tutto è imperniato su sensazioni visive e uditive; Montale vede un muro d’orto, le formiche rosse, il mare lontano e ascolta i suoni del pomeriggio, gli schiocchi, il rumore delle serpi, delle cicale e del mare.
In quest'ambiente subentra una riflessione: la vita per Montale è andata lungo il muro d’orto rovente che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia. Il muro è l’emblema del distacco dell’uomo dalla vita felice (il mare, che rappresenta la felicità, è lontano).

La vita è vista come prigione.

Il muro è un correlativo oggettivo, con un simbolo universale: rappresenta la vita angosciosa dalla quale l’uomo non può uscire. Come in Leopardi il paesaggio è descritto per poi dare inizio a una riflessione generale. La descrizione paesaggistica accompagnata da una riflessione filosofica o almeno dall’esplicitazione di un sentimento generale dell’esistenza è tipica della tradizione poetica e ha trovato uno dei cultori più grandi in Leopardi, poeta amato da Montale. I suoi idilli, partono da un’evocazione paesaggistica per giungere a una poesia di pensiero.
Montale qui segue uno schema analogo, ma capovolge i termini in cui il paesaggio è descritto: non c’è spazio per la bellezza della natura che rivela qui un volto duro, estraneo, respingente. Solo la contemplazione del mare (che è però lontano e ridotto a scaglie) sembra offrire un momentaneo conforto: il caldo è oppressivo, i gesti degli animali (come le formiche) ossessivi e incomprensibili. La calura da' al paesaggio tratti allucinatori. Non c’è più spazio neppure per l’estate celebrata da d’Annunzio in Alcyone, dove essa acquistava tratti sensuali o entusiastici.
Il paesaggio non è dunque tanto in funzione dello stato d’animo del soggetto, ma si impone nella sua estraneità, diventando correlativo oggettivo di un disagio esistenziale profondo.

La descrizione del paesaggio ne rivela l’inesattezza. Il poeta accumula, infatti, diverse piccole scene o sensazioni che, sebbene siano tutte coerenti e solidali perché riferite allo stesso tempo e luogo, tuttavia si susseguono senza legami causali espliciti. Questa contemplazione sembra dunque rivelare l’insensatezza dell’esistenza, i cui fenomeni si susseguono senza che si possa capirne il motivo. Il soggetto è nascosto, immerso nella natura, a sottolineare che la vita è insensata. I verbi meriggiare, ascoltare, osservare, nascondono il soggetto e creano una dimensione atemporale, dilatata, quasi universale della condizione di tutta la natura, non solo dell’uomo.

I motivi del testo sono:

1. il male di vivere dal quale non si può uscire;
2. il meriggio come elemento che inaridisce l’esistenza umana.
Il lessico è preciso, quotidiano, aderente alla realtà. Montale riprende Pascoli, ogni cosa ha il suo nome. Contini dice che Montale ricorre a parole determinatissime.

Le rime

Montale si rifà qui alla lezione di Dante che, nei canti di Malebolge dell’Inferno, sperimenta “rime aspre e chiocce”. Le rime sono difficili o ricche di nessi consonantici. L’unica eccezione è la rima palpitare: mare, più facile e leggera, che non a caso compare in un breve momento d'incanto contemplativo.
La presenza di figure retoriche invece è abbastanza contenuta: si segnalano solo alcune metafore. Prevale la volontà di chiamare le cose con il loro nome e di descrivere impassibilmente una realtà che ha già in sé stessa, ben visibili, i segni della propria assurdità, a cui il poeta restituisce la sua musica dura e spietata.

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