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Analisi e commento del brano “Ammazzare il tempo”


Tra tutti i problemi che l’uomo del nostro tempo deve affrontare i più preoccupanti non sono quelli che troviamo riportati sulle prime pagine dei giornali, come il futuro status di Berlino o una possibile guerra atomica. Questi sono infatti problemi di carattere storico, che prima o poi troveranno una soluzione grazie all’inarrestabile e continuo progresso che caratterizza la moderna civiltà industriale e che forse potrebbe agire in maniera ancora più rapida se non fosse per il nostro spirito di conservazione.
Il problema più grave che si presenta all’uomo è invece quello di ammazzare il tempo. Con lo svilupparsi dell’automazione si è verificata infatti una riduzione delle ore dedicate al lavoro e si è fatto più impellente il bisogno di impiegare il tempo libero in altre attività. Può darsi che per ovviare a questo problema si finirà per inventare nuovi tipi di lavoro inutile, poiché nella nostra società si lavora non solo per produrre cose e servizi ma anche per accrescere i bisogni inutili allo scopo di evitare il fantasma del tempo, a cui solo pochi sono in grado di far fronte. Tutto ciò quindi serve unicamente a mettere a tacere l’apprensione che quel vuoto si ripresenti in noi.
In questo saggio Montale afferma innanzitutto che la preoccupazione principale che tormenta l’uomo moderno è trovare un modo per impiegare il proprio tempo libero ed evitare così quel terribile mostro che è il tempo vuoto. Questa tesi non viene esposta immediatamente dall’autore, ma emerge in maniera esplicita solo alla fine del primo paragrafo. Nelle prime righe infatti vengono presentati dei problemi di carattere storico, ovvero quei problemi che, secondo Montale, per quanto gravi e spaventosi appaiano, possono essere risolti attraverso il progresso tecnologico e che si contrappongono quindi al problema di ammazzare il tempo, che al contrario si fa più grande con lo svilupparsi della civiltà industriale. In questo primo paragrafo si nota facilmente un sottile velo ironico: Montale presenta infatti degli scenari apocalittici, come quello di un mondo semidistrutto da una catastrofe nucleare, con un tono tutt’altro che drammatico con cui, in un certo senso, si prende gioco delle prime pagine dei giornali e di problemi che furono in realtà fra i più rilevanti e consistenti della sua epoca, arrivando addirittura ad affermare che “l’uccisione su larga scala di uomini e di cose può rappresentare, a lunga scadenza, un buon investimento del capitale umano”. Ovviamente questo serve semplicemente a mettere in risalto l’idea negativa che lui aveva dell’inarrestabilità del progresso e a sottolineare più marcatamente la sua tesi. Dopo che questa è stata esplicitata nel primo paragrafo, Montale passa quindi ad argomentarla in maniera più specifica nel secondo e terzo paragrafo, esplicitandone le cause e le conseguenze. Egli sostiene che all’origine di questo problema ci sia l’incapacità dell’uomo, o della gran parte degli uomini, di affrontare il tempo vuoto, tempo in cui potrebbe avere l’occasione di riflettere su se stesso e sui propri sentimenti, e che per questo lo spaventa. Ne segue quindi un bisogno ossessivo di riempire questi momenti con delle occupazioni, cosa che porta alla creazione di un numero sempre maggiore di bisogni inutili e di attività a cui dedicarsi. In questo senso l’espressione “ammazzare il tempo”, oltre che nel significato che le viene comunemente attribuito, può essere interpretata come l’uccisione del tempo dedicato alla riflessione in favore di occupazioni inutili e bisogni superflui. Nelle ultime righe infine l’autore riassume e ripropone le idee esposte in precedenza.
Lo stile è piuttosto complesso, nonostante i periodi siano per la maggior parte di breve o media lunghezza e il lessico utilizzato è di registro medio alto. La tesi tuttavia appare comunque chiara al lettore e i passaggi logici che collegano i vari argomenti presentati sono di facile comprensione.
L’idea espressa da Montale del continuo e affannoso tentativo dell’uomo di riempire il suo tempo è qualcosa che effettivamente si verifica quotidianamente nella società odierna . Da questo punto di vista è importante notare come egli si sia dimostrato lungimirante, cercando di mettere in guardia i suoi contemporanei contro un problema che in quegli anni iniziava solo ad accennarsi e che si è concretizzato e radicato sempre di più solo in tempi successivi. Ormai non facciamo altro che programmare e pianificare. Le nostre giornate sono costituite da un susseguirsi ininterrotto di impegni che in questo avvicendarsi affannoso finiscono col perdere quasi la propria connotazione. Anche le attività che nascono per offrire momenti di svago e distrazione diventano semplicemente una voce nella lista delle cose da fare ed entrano a far parte di quel mucchio di impegni e appuntamenti che è ormai la nostra vita. È terribile e drammatico pensare che, piuttosto che ritagliarsi qualche momento per riflettere, si cerca disperatamente di riempire ogni ora del proprio tempo, perché la capacità di riflessione è una delle facoltà e dei valori umani che dovremmo coltivare con più entusiasmo e difendere più gelosamente. È impensabile che si rinunci all’ impulso, al desiderio di porsi delle domande, di ragionare riguardo noi stessi e il mondo intorno a noi. L’uomo è stato da sempre caratterizzato dalla voglia di conoscere, di andare al di là di quello che vede, di indagare sul proprio intimo, sui propri sentimenti, sul mondo che lo circonda. Tuttavia questo aspetto sta progressivamente e pericolosamente svanendo, perché ormai ogni riflessione, che sia essa di carattere personale, spirituale, filosofico o sociologico, viene schivata o allontanata il più possibile. Probabilmente questo deriva da una paura di fondo, la paura di non trovare risposte alle proprie domande o di trovare delle risposte diverse da quelle che avremmo desiderato. Non è facile infatti affrontare alcune questioni, soprattutto se riguardano noi stessi o la società in cui viviamo. Riflettendo siamo costretti ad aprire gli occhi su una realtà che non è quella che avremmo voluto e questo può portare inevitabilmente angoscia e frustrazione. E’ per questo che preferiamo occupare il nostro tempo, trovare delle distrazioni, perché, come scrive Montale “pochi sono gli uomini capaci di guardare con fermo ciglio in quel vuoto”. Un altro aspetto che vorrei sottolineare è il fatto che in un mondo caratterizzato da bisogni effimeri, da occupazioni nate con il solo scopo di riempire il tempo, persino un valore importante come quello della riflessione interiore, che è qualcosa che dovrebbe partire dal profondo di ognuno di noi, ha finito con l’essere inghiottito da questo sistema. Basti pensare ai numerosi corsi di mindfulness o meditazione che si sono diffusi negli ultimi anni: quello che era un bisogno estremamente intimo e importante è stato trasformato in una moda o un business ed è entrato a far parte di quelle mille “cose da fare” che compongono le nostre giornate. È un impegno come un altro, a cui ci si dedica per un’ora o due a settimana e a cui non si pensa più fino alla settimana successiva. In conclusione, ritengo che bisognerebbe ragionare seriamente su ciò che è più importante, chiedersi se tutto quello che facciamo sia davvero utile e cercare di capire di cosa abbiamo realmente bisogno.
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