Alla bocca di un pozzo qualcuno tira la fune per bere al secchio. Colpita dalla luce, l'acqua cristallina s'illumina e mostra un volto; forse riflette il viso dell'uomo, ma quel che importa è che a quell'immagine rotta e tremolante il poeta associa un frammento del proprio passato: il viso felice di una persona conosciuta, ma poi scomparsa nel buio pozzo della memoria.
Le onde e le increspature dell'acqua mossa deformano l'immagine affiorata alla memoria, fino a renderla irriconoscibile. Ma non c'è quasi tempo né modo di trattenere il ricordo: il secchio ridiscende nel pozzo e porta con sé anche figure e memorie.

Ognuno di noi è ciò che ricorda, perché la memoria custodisce le esperienze e le emozioni a esse legate, i luoghi visti e le persone conosciute e amate, insomma, la nostra vita. Perciò il volto riflesso del poeta, deformato nell'acqua mossa del secchio, diventa facilmente quello di qualcun altro, una specie di apparizione dal passato. Ma se il ricordo è labile, perché appena afferrato scorre via tra le maglie della memoria, allora anche la nostra identità è precaria e fragile. Così la gioia di aver afferrato un'immagine dal passato si dissolve con l'impossibilità di trattenerla, come se fossimo condannati a dimenticare subito ciò che eravamo, a perdere la profondità del tempo vissuto.

La forza straordinaria della lirica sta nella piena identificazione tra i concreti, umili oggetti descritti, la carrucola, il pozzo, il secchio, l'acqua, la luce, e i simboli che essi portano, tanto che il lettore, quasi senza accorgersene, è sollecitato a intendere tutto il testo sul piano concreto e contemporaneamente su quello simbolico. La lirica mostra bene come funzioni la tecnica detta del correlativo oggettivo, con cui un oggetto e un'emozione non sono accostati con similitudini, allegorie e metafore, ma intimamente fusi e sovrapposti.

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