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Cesarotti: Poesie di Ossian: frammento Colanto


Negli anni ‘60 del XVIII secolo, in Italia ebbero una grande diffusione e suscitarono un notevole interesse le versioni dei Canti di Ossian a cura di Melchiorre Cesarotti, come rottura nei confronti dell’esperienza dell’ Arcadia. Le leggende furono rese note dallo scozzese James Macpherson dal 1760 in poi come traduzione in prosa inglese moderna delle composizioni dell’antico poeta Ossian. Dopo una vicenda millenaria, si sosteneva che esse erano state ritrovate dal traduttore e pubblicate. In realtà, però, si trattava di un rifacimento e di un ampliamento di alcune leggende popolari celtiche, sopravvissute oralmente fra i montanari e i pastori della Scozia, con l’inserimento di alcuni frammenti autentici e di molti passi di nuova invenzione. L’argomento di tali leggende era costituito da passioni infelici descritte su di uno sfondo fatto da penombra di caverne, da tombe antiche in mezzo a boschi o tra ruderi di città abbandonati. La tematica rispondeva alla sensibilità del tempo che avanzava: gusto per il medioevo barbarico, aspetto perduto di una eroicità perduta in sostituzione di una vita improntata all’ideale classico, alla ragione e all’equilibrio. Già altri letterati prima del Cesarotti avevano cercato di trasferire nella letteratura italiana il gusto per il tenebroso caratteristico del preromanticismo nordico: tuttavia essi o si erano limitati ad una pura e semplice traduzione dei testi o ad adattare il nuovo atteggiamento alla sensibilità arcadica, immergendoli in una melodia molto superficiale. Invece, Cesarotti cercò di conciliare la sensibilità ossianica con la tradizione italiana, influenzando a breve anche Alfieri e Foscolo oltre a scrittori minori come Vittorelli.
Il testo che segue è caratterizzato da una natura travolta dalla tempesta notturna, con uno sfondo di malinconia e di tristezza. Alcuni motivi come la felce inaridita che compare ogni volta che balena la tempesta o lo spirito della notte che vaga muto sulla spiaggia mantengono ancora oggi una loro efficacia suggestiva. Il protagonista Colanto, un antico eroe scozzese, si rivolge a Fercuto per descrivere una nottata di tempesta. Il balenare dei lampi rivela un aspetto non vivo, ma inaridito della natura (= la felce), contribuendo a dare all’insieme un aspetto spettrale. In questa seconografia si può ritrovare un residuo della sensibilità del Seicento anche se, nel suo insieme, la natura tende a configurarsi come un paesaggio dell’anima come avverrà con i preromantici.

Colanto

Parafrasi

Tempestosa notte,
notte orrida: [travolte dal vento e dai fulmini] le querce rotolavano
giù dalle montagne; il mare fino nelle profondità
agitato dal vento mugghiava
terribilmente, e le onde marine accavallandosi
ricoprivano le nostre rocce, il cielo
ci mostrava la felce inaridita
con il suo continuo balenare dei lampi. Oh Fercuto, [è il personaggio a cui si rivolge il narratore]
io vidi lo Spirito della notte; se ne stava sulla spiaggia; la sua veste
intessuta di nebbia si agitava al vento; ne distinsi
le lacrime; sembrava un uomo dall’età veneranda
e carico di pensieri.
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