Canto 3


Dante sta per ringraziare Beatrice per la spiegazione fornitagli circa le macchie lunari. Nel secondo canto infatti i due giungono al cielo della Luna e Beatrice spiega a Dante che le macchie sono dovute alla grande distanza da Dio e quindi al minor vigore impresso dalla virtù delle intelligenze angeliche al corpo della Luna, in questo caso parliamo di angeli.
Dante dunque viene attratto dalla visione di una serie di volti evanescenti che paiono immagini riflesse. Si volta per verificare da dove queste provenissero, ma Beatrice gli spiega che si tratta piuttosto di veri spiriti e non di riflessi, ovvero le anime di coloro che non hanno adempiuto ai voti fatti in vita. Ecco che abbiamo il primo incontro tra i beati e il poeta in Paradiso. Dante si rivolge ad un’anima che scopre poi essere la sorella del suo amico Forense, Piccarda Donati, resa irriconoscibile per la sua bellezza, alla quale egli domanda se le anime del Paradiso non desiderino essere più vicine a Dio. Piccarda allora risponde che in realtà la beatitudine non nasce dalla distanza con Dio ma piuttosto dalla concordanza dei loro desideri con la volontà di Dio, cioè tutte le anime sono collocate nell’Empireo ma in cieli differenti in base al loro grado di beatitudine, tuttavia esse amano Dio allo stesso modo e sono concordi nell’obbedire alla sua volontà (impianto teologico del Paradiso). Dante le chiede poi quale fu il voto al quale ella non adempì, e rispose che venne strappata al convento con violenza da uomini malvagi guidati dal fratello Corso per farla maritare, e indica un’altra anima che come lei visse la stessa identica situazione. Quell’anima era l’imperatrice Costanza, mamma di Federico II di Svevia. Dante decide di inserire nel canto questa figura anche se nella sua epoca era vista in malo modo specialmente dalla Chiesa per via di storie infamanti riguardanti Costanza, ponendo dunque tra i beati una figura controversa. Terminato il percorso, Piccarda svanisce assieme alle altre anime intonando l’Ave Maria. Dante infine rivolge gli occhi a Beatrice ma non riesce a sostenerne lo sguardo per l’eccessivo splendore. In questo canto troviamo un linguaggio dolce e misurato, ad esempio nella prima terzina Beatrice viene descritta con termini tipici dello Stilnovo, oppure la parte centrale è ricca di termini latini della filosofia scolastica (capere, necesse, esse, etsi). Ciò rappresenta il linguaggio tipico del Paradiso e un esempio di “parlare teologico”, con cui Dante innalza il volgare a livelli fino ad allora sconosciuti, fondendo dunque termini latini familiari al lettore insieme alla musicalità della lingua toscana.
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