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Il mercante fiorentino Musciatto Franzesi incarica Ser Ciappelletto da Prato di riscuotere dei soldi dai Borgogna, due fratelli fiorentini, di professione usurai. Mentre ser Ciappelletto è in Borgogna si ammala gravemente. Gli usurai si preoccupano delle critiche della gente nel caso in cui il malato fosse morto in casa loro senza ricevere l’assoluzione dei peccati; perciò ser Ciappelletto escogita un piano sia per salvare la propria reputazione che quella dei due fratelli. Escogita quindi una falsa confessione, convince i due usurai , dubbiosi nella buona riuscita del piano, a recarsi in convento e chiedere che un frate confessi un ammalato in punto di morte. Venne indicato loro un frate anziano, venerabile e rispettato da tutti. Questi, recandosi da Ser Ciappelletto lo confortò e gli chiese da quanto tempo non si confessasse; da qui parte la falsa confessione di ser Ciappelletto, che non si era mai confessato in vita sua , ma risponde che per buona abitudine si confessava minimo una volta alla settimana, ma con il sopraggiungere della malattia, a causa dell’immane sofferenza erano ben otto giorni ch non si confessava. Alchè il frate prese a lodare il malato, e continuando nella confessione gli chiede se si fosse mai macchiato del peccato capitale della lussuria, al quale l’uomo rispose di essere casto fin dalla nascita, affermando ciò però dice anche di non voler auto compiacersi o macchiarsi del peccato di vanagloria. Ciappelletto viene lodato dal frate poiché in quanto laico non era soggetto agli obblighi di castità imposti dalla Chiesa ai vari ordini. Procedendo il frate chiese a Ser Ciappelletto se si fosse ai macchiato del peccato di gola; questi risponde affermativamente poiché durante il digiuno della Quaresima ha provato piacere nel bere acqua come se fosse vino e nel mangiare povere insalate d’erbetta di campagna. A quest’ultima confessione il frate giustifica il moribondo dicendogli che sono peccati lievi e non degni di nota, ma Ser Ciappelletto ribatte dicendo che non bisogna cedere ai desideri e ai piaceri del corpo mentre si è intenti ad adorare dio. Il frate continua chiedendo se si fosse ai macchiato di avarizia e il malato risponde di trovarsi proprio in casa di due usurai, con lo scopo di ammonirli e farli rivedere dei loro cattivi comportamenti; al contrario di lui che donava tutti i sui averi ai bisognosi dava la metà dei propri guadagni ai poveri. Il frate, sempre più colpito dalla buona condotta del malato gli chiede se si sia mai adirato e questi risponde di averlo fatto vedendo i suoi simili che disprezzavano dio e inseguivano beni e piaceri mondani, quindi il frate giustifica la sua ira. Quando gli viene chiesto se abbia mai commesso atti di violenza ed omicidio egli nega, visibilmente contrariato, mentre riguardo alle false testimonianze o calunnie contro qualcuno dice di aver accusato un uomo di picchiare la moglie, e successivamente essersi recato dai parenti della donna per metterli a conoscenza dei fatti. Come ultima domanda il frate gli chiese se in qualità di mercante abbia mai truffato qualcuno ed egli risponde spiegando al frate che una volta si era ritrovato con una somma di denaro in eccesso e avendola trattenuta a lungo, dopo non aver più visto colui a cui apparteneva l’aveva donata ai poveri. Il frate è pronto a procedere nell’assoluzione di Ser Ciappelletto, avendo giudicato i suoi peccati come veniali e degni di perdono, ma il moribondo lo interrompe confessando di aver fatto pulire la casa ad un servo durante il sabato pomeriggio, mancando l’abitudine del riposo domenicale; procede dicendo che una volta ha per sbaglio sputato in una chiesa e all’affermazione del frate che anche i religiosi lo fanno li accusa di villania e di non essere rispettosi per la casa del signore. A questo punto sopraggiunge un pianto sommesso, nel quale cappelletto confessa che quando era ancora un fanciullo aveva insultato sua madre. Il frate ribatte ancora una volta dicendogli che è una colpa lieve, quindi lo assolve e e gli chiede se in caso di morte gli farebbe piacere venir sepolto nel convento di appartenenza del frate. Ovviamente ser Ciappelletto risponde di si , che ne sarebbe lusingato e chiede ancora di ricevere la comunione e l’estrema unzione. Durante lo svolgimento di tutta la confessione i due usurai origliano quanto detto dalla stanza vicina e trattenendosi dal ridere affermano che con la sua sfrontataggine Ser Ciappelletto non teme né la morte né il giudizio di Dio dato che mente in maniera eccellente dinanzi al suo confessore. A distanza di poco egli riceve i sacramenti e al peggiore rare delle sue già precarie condizioni muore. Alla sua morte i due fratelli informano i frati del convento, che si occupano di proteggere la salma. Nel frattempo il frate confessore consultandosi con il priore rivela la santità del defunto celebrandone i funerali già il giorno successivo. La salva si ser Ciappelletto venne dunque portata nella chiesa del convento, dove il frate che lo aveva confessato in punto di morte ne esaltò le virtù. Terminata la funzione religiosa tutti si affollavano attorno al corpo, desiderosi di impossessarsi di una reliquia dell’uomo. La notte successiva il corpo venne adagiato e sepolto in una cappella, la quale è oggetto di processione dei fedeli, che col tempo presero a chiamarlo San Ciappelletto, e ad attribuirgli anche dei miracoli .

Terminata la vicenda Panfilo fa una propria osservazione, dicendo che per i peccati commessi egli non si trova in paradiso, ma all’inferno, a meno che non si sia salvato pentendosi in unto di morte. Panfilo, quindi, esorta i compagni a lodare Dio, dimostrando loro che la sua misericordia è immensa.

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