Tema/ Relazione sulla mafia


Il documento presenta una relazione sulla mafia, nata da un incontro tenutosi all'Università di Catania. Può essere utile per sviluppare un tema sulla mafia e sull'immagine che tv e cinema danno della criminalità organizzata.
12 Marzo 2018- Professor Alessandro De Filippo
L'incontro del laboratorio interdipartimentale Mafia e antimafia: storia, legislazione e attualità, tenutosi presso l'auditorium "Giancarlo De Carlo"
del Monastero dei Benedettini, è stato tenuto dal professore Alessandro De Filippo e ha avuto come titolo "La mafia come oggetto narrativo".


L'incontro ha coinvolto l'intero auditorio anche grazie alla proiezione di diversi filmati che hanno messo in luce un fenomeno non di poco conto, ovvero l'inquietante
fascino che l'elemento mafioso esercita sulle nuove generazioni attraverso i nuovi linguaggi audio-visivi. Quello dell'uomo mafioso è uno stereotipo ormai
consolidato da diverso tempo, basato sull'individuo rispettabile con un codice d'onore ben preciso, una condotta irreprensibile che comporta anche il sacrificio
qualora fosse necessario e una sfida continua all'ordine costituito dalle varie istituzioni. Durante il dibattito è stato più volte messo in luce come
tale falso mito abbia incontrato un ampio consenso fra le folle, specialmente fra due gruppi ben distinti: la massa adulta, spesso poco scolarizzata e la nuova
generazione, alla ricerca di punti di riferimento per la propria formazione.
Il professor De Filippo ha coinvolto l'intero auditorio proiettando diversi filmati, al fine di argomentare la tesi sopra esposta.
Il fenomeno mafioso, grazie anche alla forza dei nuovi mass media, viene ora presentato attraverso i suoi tre aspetti principali: soldi, potere e violenza. Il caso del film "Scarface", uscito nelle sale nel 1983, è molto rilevante. Per la prima volta l'uomo mafioso viene celebrato come uomo potente, rispettabile; la mafia
non è condannata quale atto illegale, ma anzi viene esaltata come occasione di riscatto sociale e mezzo per scalare in fretta e con successo i vari piani della società:
Tony Montana, il protagonista della vicenda, è un profugo cubano rifugiatosi negli Stati Uniti dove, dopo aver ottenuto la carta di residenza, cominica a rifarsi una vita lavorando come cameriere e
lavapiatti in un chiosco, insieme all'amico Manolo "Manny" Ribera. Ma Tony comincia a mostrare insofferenza per la nuova vita e stabilendo i primi contatti con la malavita organizzata della città di Miami vede in quel mondo la possibilità di sbarcare il lunario. "Scarface" presenta un mondo fatto di violenza, crudeltà e cinismo dietro l'apparente immagine del lusso, della ricchezza e del successo. Tutto ciò è pagato a caro prezzo dallo stesso Tony, ucciso da un'incursione dei sicari di Sosa, suo diretto concorrente nel contrabbando e nel traffico di droga.
Dopo aver dibattuto su vari altri prodotti statunitensi, come "Blow" o la serie televisiva "Narcos", che presentato in maniera analoga la classica "epopea del mafioso", il professor De Filippo ha preferito soffermarsi su un prodotto italiano:la serie televisiva "La piovra", andata in onda in dieci miniserie a cavallo tra il 1984 e il 2001. La serie mette in luce l'evoluzione e l'espansione dei molteplici "tentacoli" della criminalità organizzata che danno il titolo all'opera. Ancora oggi essa contribuisce a diffondere ed enfatizzare non solo la violenza della mafia ma anche la struttura gerarchica e la sua capacità di attecchire in qualsiasi tessuto sociale fino a prenderne il controllo. Caso esemplare è offerto da un altro prodotto cinematografico "Il giorno della civetta" tratto dall'omonimo romanzo di Leonardo Sciascia.
Il protagonista di questa vicenda, l'ufficiale Bellodi si trova a indagare sull'omicidio di Salvatore Colasberna, ucciso dopo essersi rifiutato di cedere un appalto a una ditta protetta dalla mafia. Gli sforzi dell'ufficiale Bellodi di far luce sul delitto verranno ostacolati soprattutto dalle istituzioni, a causa dell'omertà imperante in ogni suo strato politico, giudiziario ed ecclesiastico. L'immagine della piovra che con i suoi tentacoli ghermische e soffoca tutto
ciò con cui entra in contatto per assicurare la propria sopravvivenza si è imposta nell'immaginario collettivo come il simbolo per eccellenza dello strapotere mafioso, capace di infettare e rovesciare ogni sistema di leggi e di valore in difesa di veri e propri anti-ideali come la sicurezza personale, il silenzio su ogni questione scomoda e la possibilità di farsi giustizia da soli.

L'ultima parte dell'esposizione del professor De Filippo è stata incentrata sull'analisi del fenomeno mafioso presentato all'interno della miniserie "Il capo dei capi", andata in onda sulle reti Mediaset nell'autunno 2007 e che ha riscontrato un grande successo di pubblico. La serie narra l'ascesa al potere di uno dei più importanti capi della malavita siciliana: Totò Riina. Le parti più interessanti proiettate dal docente riguardano l'adolescena di Totò: il giovane, nato e cresciuto a Corleone entra subito in contatto con la criminalità organizzata del paese. Violenza e odio crescono in lui. Durante una vendetta personale nei confronti di un proprietario terriero la sua figura assume le caratteristiche tipiche dell'eroe: decide di affrontare apertamente il guardiano, nonostante i tentativi di dissuaderlo da parte degli amici. Proprio questo è l'aspetto più surreale della miniserie e che è sottolineato fin dal titolo: da subito lo spettatore è coinvolto emotivamente nelle vicende del giovane malavitoso e decide da che parte stare. Non più la criminalità come fenomeno negativo, ma come mezzo attraverso il quale ottenere rispetto e gloria. Il giovane Riina incarrna cosi, anche se inconsciamente e impropriamente, i tratti dell'individuo rivoluzionario e sovversivo che vede le istituzioni, le gerarchie e i classici legami di insubordinazione tipici di una società ancora paternalistica come quella siciliana come ostacoli, barriere alla propria
realizzazione personale. Egli si fa promotore di un nuovo concetto di libertà, intesa adesso come prevaricazione e come la vittoria del più forte sul più debole. Questi e altri aspetti hanno finito per affascinare soprattutto i più giovani. Varie sono state le frasi del boss diventate celebri e imitate dai ragazzi.
Infatti il punto di vista adottato dalla regia non è critico nei confronti delle vicende narrate; lo spettatore viene così catapultato all'interno di storie di tradimenti, sparatorie e uccisioni violente. Ciò che emerge è una celebrazione dell'uomo mafioso visto come eroe e non come criminale.
Sebbene non possiamo apertamente parlare di celebrazione del sistema della criminalità organizzata - anche attraverso la produzione di nuove miniserie incentrate sull'ascesa e l'apice della potenza raggiunta da Cosa Nostra e i tentativi da parte dello Stato, delle istituzioni e delle varie forze dell'ordine per debbellare questo virus, cosi in voga negli ultimi anni - non possiamo fare a meno di notare l'uso quantomeno criminoso di tale materiale ai fini di una non sempre corretta informazione riguardo un fenomeno cosi vasto e complesso, e al contempo più familiare con la nostra quotidianità di quanto non si pensi. La mancanza di ogni senso critico, l'eccessiva celebrazione di figure assolutamente scriteriate, l'assenza di posizioni esplicite di condanna nei confronti del fenomeno rappresentano un modo per legittimare tale stato di cose, in maniera più subdola e colpevole, al punto da renderci perfino complici. L'argomento trattato dal professore si presenta carico di ottimi spunti di riflessione e siamo rimasti molto soddisfatti e piacevolmente stimolati nel proseguire la nostra ricerca
in modo autonomo, cosi come nella possibilità di crearci una nostra opinione e di avere maggiori notizie attraverso la frequentazione del corso.
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