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Soren Kierkegaard

Soren Kierkegaard è un pensatore molto originale, che concepisce la filosofia non come una scienza, ma come un’occasione per riflettere su se stesso. Le sue opere più importanti sono:
* Aut-Aut( 1843)
* Timore e tremore(1843)
* Stadi nel cammino della vita(1845)

Tali testi, come si nota anche dal titolo, simboleggiano l'atteggiamento “antiaccademico” del filosofare kierkegaardiano. In antitesi ad Hegel (1770-1831), che identificava la storia con un processo razionale e necessario, Kierkegaard, vede la vita in termini di "scelta". Infatti, la scelta non è una semplice manifestazione della personalità, ma costituisce o forma la personalità stessa, che sceglie vivendo o vive scegliendo. In altri termini, l’individuo non è quel che è, ma ciò che sceglie di essere. Tant’è vero che persino la rinuncia alla scelta è una scelta, sia pure un tipo di scelta per causa della quale l’uomo rinuzia a farsi valere come io: "La scelta è decisiva per il contenuto della personalità; con la scelta essa sprofonda nella cosa scelta e se essa non sceglie, appassisce in consunzione" (Aut-Aut). L’esistenza umana viene sempre posta di fronte ad un’alternativa (aut-aut); la scelta è assolutamente libera e, dunque, causa di "angoscia" per l’uomo. L’angoscia ha, però, una struttura ambivalente: è contemporaneamente fonte di infelicità e coscienza di libertà. La libertà si esercita nell’atto con cui si decide il passaggio attraverso i vari stadi dell’esistenza, l’estetico , l’etico, e il religioso. Gli stadi dell’esistenza sono i modi fondamentali al vivere e di concepire l’esistenza. Modi che per Kierkegaard sono essenzialmente tre:
1. la vita estetica
2. la vita etica
3. la vita religiosa

I primi due modi di vivere sono descritti in "Aut-Aut" e il terzo in "Timore e tremore". Secondo Kierkegaard questi stadi non possono hegelianamente addizionarsi (et-et) e fondersi in una finale sintesi conciliatrice di tipo dialettico, ma si escludono fra loro (aut-aut). Tant’è che il “ passaggio” dall’uno all’altro postula sempre una rottura o un “salto”, accompagnato da un cambiamento radicale di mentalità. Lo stadio estetico è la forma di vita in cui l’uomo "è immediatamente ciò che è", ossia il comportamento di colui che, rifiutando ogni vincolo o impegno continuato, cerca l’attimo fuggente della propria realizzazione, all’insegna della novità e dell’avventura. Infatti, l’esteta, che trova il suo simbolo più significativo nel Don Giovanni di Mozart, si propone di fare della propria vita un’opera d’arte da cui sia bandita la monotonia e nella quale, viceversa, trionfino le emozioni inedite, Tuttavia, al di là della sua apparenza gioiosa e brillante, la vita estetica è destinata alla noia (che segue alla vanità del piacere) e al fallimento esistenziale. Infatti, vivendo attimo per attimo ed evitando il peso de scelte impegnative (ossia scegliendo di non scegliere), l’esteta, secondo Kierkegaard, finisce per rinunciare ad una propria identità e per avvertire, con disperazione, il vuoto della propria esistenza senza centro e senza senso. Lo stadio etico è il momento in cui l’uomo, scegliendo di scegliere, ossia assumendo in pieno la responsabilità della propria libertà, si impegna in un compito, al quale rimane fedele. Infatti, la vita etica si fonda sulla continuità che l’individuo fa di se stesso e del proprio compito. In altri termini, nella vita etica (che è simboleggiata dallo stato matrimoniale) l’individuo si sottopone ad una "forma" o ad un modello "universale" di comportamento, che implica, al posto del desiderio dell’"eccezionalità", la scelta della "normalità". Tuttavia, pur collocandosi su un piano più alto rispetto alla vita estetica, la vita etica è destinata anch’essa al fallimento. Infatti, l’uomo etico non può fare a meno di riconoscere la propria finitudine peccaminosa e quindi di “pentirsi”. Inoltre, nell’ambito della “generalità”della propria vita etica e della connessa ritualità dei suoi comportamenti, l’individuo non riesce a “trovare veramente se stesso e la propria “singolarità” genuina. Tanto più che esiste, in ognuno, un’ansia di infinito che non si lascia racchiudere nei limiti di una tranquilla esistenza di marito e di impiegato. Da ciò il bisogno di un’esperienza più profonda grazie a cui l’individuo vincendo l’angoscia e la disperazione che lo costituiscono come uomo e che giacciono al fondo di ogni vita, anche della più fortunata e felice – possa davvero realizzarsi come "singolo" e nelle sue aspettative migliori. Tale è la vita religiosa. Lo stadio religioso è lo stadio della fede, intesa come "rapporto assoluto con l’Assoluto" (Timore e tremore), ossia lo stadio in cui l’individuo, andando al di là della limitatezza della vita etica, si apre totalmente a Dio, riuscendo a vincere l’angoscia e la disperazione che lo costituiscono come uomo. Fra lo stadio etico e quello religioso esiste un abisso, incarnato dalla figura di Abramo. Infatti, lungi dal ridursi alle tranquillizzanti verità della ragione e dell’etica, costituisce la dimensione dello scandalo e del paradosso. La filosofia di Kierkegaard, è nel suo complesso, il tentativo di fondare la validità della religione sulla struttura dell’esistenza umana. Ma la ragione di Kierkegaard è molto lontana dall’essere una visione razionale o pacificante del mondo. Essa è l’unica via che si apre all’uomo per sottrarsi all’angoscia, alla disperazione e allo scacco delle possibilità, mediante l’instaurazione di un rapporto immediato con Dio.

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