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Giosuè Carducci

Carducci è contemporaneo alla Scapigliatura ed è considerato come il poeta “nuovo”, in quanto riprende lo stile e la compostezza dei classici ma, di fatto, critica il filone che ha come matrice Manzoni e che va a costituire il Romanticismo di crisi, così come si pone in netto contrasto con il modo di essere e di vivere degli scapigliati, cioè si estranea dall’ansia di ribellione, fondendo nella sua opera realismo e rigore formale. In tal senso, si presenta come un uomo e poeta integro che ricalca non soltanto la linearità dell’espressione poetica classica ma anche il carattere forte ed energico del poeta e dell’uomo classico.
Dobbiamo sottolineare come il Carducci intimistico presenti delle innovazioni nella poesia italiana, poiché ha già istanze decadenti e sappiamo che il Decadentismo si basa sul trasmettere un’emozione attraverso le figure retoriche, in particolare attraverso la sinestesia, cioè evocare emozioni e suscitare impressioni mediante i sensi. In genere, il Decadentismo è plasmato dalle figure retoriche proprio perché perde il suo profilo denotativo e si carica di istanze connotative; anche il Carducci intimistico ha questa trasmissione nuova di significati connotativi sottesi all’uso di figure retoriche ma, allo stesso tempo, è un uomo che ha cambiamenti ideologici e abbraccia istanze differenti: quando Roma doveva diventare capitale si pone come rivoluzionario e scrive una raccolta che si chiama “Inno a satana” per sottolineare come la religione con valore e istanze civili fosse di intralcio alla costituzione di Roma capitale d’Italia e si presenta come anticlericale opponendosi al potere temporale della Chiesa; invece, nel secondo Ottocento assume posizioni assolutamente conservatrici in linea con la politica della corona.

In tal senso, diventa il poeta vate ufficiale, cantore della monarchia e del Risorgimento, cioè colui che esalta la grandezza dell’Italia.
Ci limitiamo ad analizzare il Carducci come uomo e poeta intimistico. Le liriche studiate sono:
1. Pianto antico
Questa lirica rimanda a Ungaretti (Il figlio morto).
Scritta nel 1871, sei mesi dopo la perdita del figlioletto Dante, morto a tre anni, la poesia traduce il dolore di un padre sconsolato.
Pianto antico significa il pianto di sempre, di ogni uomo di ogni tempo che abbia perso il proprio figlio. Dunque, questa dignità, rettitudine dell’uomo classico porta Carducci ad allontanarsi dal piano prettamente autobiografico per assurgere a una dimensione universale, appunto del dolore provato da ogni padre.
Una delle principali novità presenti nella lirica è il cromatismo, cioè l’innovazione nella trasmissione di emozioni attraverso i colori e Carducci ne è maestro.
Analizzando la lirica, da un punto di vista grafico dovremmo porre le prime due quartine affiancate dalle seconde due quartine.
• Nella prima quartina “L'albero a cui tendevi la pargoletta mano, il verde melograno da' bei vermigli fior”  “tendevi” ci rimanda a un passato imperfetto perché l’azione era reiterata, ma abbiamo già il passaggio dalla vita alla morte; con “verde melograno” si ha l’associazione fra il verde che è il colore della vita e della speranza e il rosso che è il colore della natura che si risveglia.
• Nella seconda quartina “nel muto orto solingo rinverdì tutto or ora, e giugno lo ristora di luce e di calor.”  con “rinverdì” l’uso dell’accento in Carducci vuole trasmettere la forza della vita; l’orto è silenzioso e solitario, perché il bambino non c’è più, infatti la radice di orto è “orior”, che vuol dire nascita, quindi la vita non c’è più; “giugno” rimanda all’inizio dell’estate e “lo ristora di luce e calor”, cioè l’albero esce dal travaglio dell’inverno e viene ristorato di luce e calore.
Il verde, il rosso e il giallo sono colori che fanno parte dell’area semantica della vita in opposizione a “muto orto solingo” che fa parte dell’area semantica della morte.
In tal senso, in questo orto la natura ritorna a vivere con i suoi colori e i suoi suoni, ma tutto è silente e solitario.
• Nella terza quartina “Tu, fior de la mia pianta percossa e inaridita, tu de l'inutil vita estremo unico fior”  “fior della mia pianta” è il figlioletto; “percossa e inaridita” rimandano al dolore; “estremo unico fior” perché il figlio era l’ultimo nato e l’unico maschio, quindi l’unico figlio in grado di garantire la continuazione del cognome.
• Nella quarta quartina “sei ne la terra fredda, sei ne la terra negra; né il sol piú ti rallegra, né ti risveglia amor”  la terra della fossa tombale appare ancora più gelida e tenebrosa in contrasto con il calore e la luce del sole.
Tutto è simbolicamente giocato sulla contrapposizione vita-morte, luce-ombra; il contrasto nasce tra l’albero di melograno, che si rinnova secondo i ritmi della natura, e la vita del poeta, inaridita per la perdita del figlio.
Il poeta nelle prime due strofe evoca immagini di luci e di colori, ma nelle ultime due il dolore si esprime pienamente nell’aridità della pianta che rappresenta il suo animo nel freddo nero e cupo della terra, che rappresenta la morte.
Il componimento si può dividere in due periodi che corrispondono a due parti di uguale lunghezza. Nelle prime due quartine viene descritta la natura che ritorna in vita, mentre nelle due ultime quartine viene negato il ritorno della vita di Dante, l’impossibilità che ciò avvenga anche per il figlio.
La lirica è piena di figure retoriche, come: * enjambement (v1-2, v8-9) che corrispondono a immagini chiave e sono in opposizione tra loro; * la reiterazione, cioè la ripetizione della r che compare anche come finale di ogni strofa e crea un tema musicale con rimandi fonici; * il chiasmo, che è dato da “tu fior” che incrocia “estremo unico fior” e “de la mia pianta” che incrocia “de l’inutil vita” (Tu fiorde la mia pianta) (De l’inutil vita estremo unico fior). Il chiasmo sottolinea il tema generale della poesia: il ritorno della primavera fa rinverdire la natura, ma il poeta non genererà più vita (“pianta percossa e inaridita”) e il figlio (“estremo unico fior”) non tornerà più; * l’anafora che sottolinea l’inesorabilità del destino nelle ultime due quartine.
2. Nevicata
Rimanda a Leopardi (La quiete dopo la tempesta).
La lirica, composta nel 1881, si apre con l’immagine della città immersa nella neve (Bologna). Dall’interno di una casa, il poeta in un giorno nevoso osserva il paesaggio trasfigurato sotto il cielo grigio: visione silenziosa e triste, quasi spettrale. E quel giorno opaco e senza vita sembra al poeta l’immagine della morte.
La prima strofe introduce un’atmosfera irreale e inquietante con il suo richiamo a un mondo che si colloca in un altrove lontano, che procede nella strofa successiva, nell’immagine degli uccelli sperduti che battono ai vetri della finestra e che al poeta sembrano spiriti venuti a chiamarlo dall’aldilà.
Da un esordio convenzionale il poeta passa a un momento interiore, a un vissuto intimo che allude alla paura della morte fino alla strofa finale in cui, con rassegnazione, il poeta accetta l’idea dell’ineluttabilità del sonno eterno. Quando dice “tu calmati, indomito cuore” rimane l’idea di un attaccamento alla vita che deve essere superato per scendere nel silenzio e nell’ombra.
3. Alla stazione in una mattina d’autunno
Il poeta accompagna alla stazione ferroviaria Lidia, la donna amore, e riflette sulla malinconia che deriva dalla sua partenza. Il treno diventa simbolo del tempo che passa portandosi via i momenti felici e lasciando il poeta in uno stato di vuoto esistenziale (la malinconia si amplia in un senso di oppressione esistenziale).
La lirica è sospesa tra precisione realistica e trasfigurazione simbolica. Presenta una struttura circolare.
La partenza è immersa in un’atmosfera grigia e quasi infernale, che occupa praticamente tutta la prima parte del testo ed è scandita in diversi momenti: * l’arrivo alla stazione; * il gesto della donna che porge il biglietto al controllore, che è simbolo di distacco dalla gioventù e dai ricordi; * la cupa descrizione del treno; * la partenza della locomotiva.
La parte centrale del testo, incentrata sulla visione del “viso dolce” dell’amata che saluta dal finestrino e porta con sé il ricordo idealizzato dell’estate, ormai trascorsa, trasfigurata nella memoria come una stagione in cui i sogni d’amore erano ancora possibili.
L’ultima parte della lirica segna un brusco ritorno al presente. Il poeta si allontana dalla stazione immerso in un tedio che si amplia fino a coinvolgere ogni tempo e luogo.
La prima parte è più descrittiva mentre la seconda è il prospetto della sua anima.
Carducci è uomo classico quindi non sarà mai travolto dalla passione ma piuttosto dalla malinconia, la meditazione. La pioggia è come il suo pianto interiore. Il treno è visto come un mostro infernale. Quando il treno se ne va, se ne va Lidia ma anche il passato. Si separa così il presente dal passato.

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