XI
Dopo che non ebbe solo ciò che avevo concordato, o giudici, ma tre talenti d'argento in moneta, quattrocento ciziceni, cento darici e quattro coppe d'argento, lo pregai di darmi i mezzi per il viaggio, ma disse che dovevo essere contento se salvavo la vita.
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Mentre io e Pisone uscivamo ci vennero incontro Melobio e Mnesitide che tornavano dalla fabbrica, e ci sorpresero proprio sulla porta e ci chiesero dove andassimo; lui disse da mio fratello, per perquisire anche in quella casa. A lui dunque dissero di andare, a me di seguirli nella casa di Damnippo.
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Pisone avvicinatosi mi ordinò di tacere e di essere coraggioso con l'intenzione di venire là. Qui trovammo Teognide che sorvegliava altri; consegnatomi a lui se ne andarono di nuovo. A me che ero in tale frangente sembrò opportuno rischiare, poiché la morte era ormai imminente.
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Chiamato Damnippo gli dissi questo: "Per fortuna sei mio amico, sono venuto a casa tua, non ho nessuna colpa, sto per morire per le mie ricchezze. Tu dunque fa' generosamente per me quanto è in tuo potere per la mia salvezza". E lui promise che lo avrebbe fatto. Gli sembrò che fosse meglio parlarne con Teognide: pensava che lui avrebbe fatto tutto, purché uno gli avesse dato del denaro.
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Mentre discuteva con Teognide (ero per fortuna pratico della casa e sapevo che aveva due ingressi) mi sembrò opportuno cercare di salvarmi per questa via, considerando che, se non fossi stato scoperto, sarei stato salvo, se fossi stato sorpreso, pensavo che, se Teognide fosse stato convinto da Damnippo a prendere le ricchezze, sarei stato ugualmente lasciato libero, se no, sarei morto ugualmente.