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anziché scientifico. Infatti Humboldt ritiene che non sia possibile studiare una

lingua come un qualsiasi altro oggetto scientifico: innanzitutto una lingua non è

e poi non è “separata” dallo scienziato che la indaga,

chiaramente determinabile,

ovvero l’uomo, per cui non può essere indagata scientificamente nel vero senso

della parola. La lingua è qualcosa di dinamico e vivente, e tentare di sottoporla a

uno studio oggettivo riducendola a un sistema di parole e regole la priverebbe

della sua spiritualità e importanza, come se fosse solo come un mero strumento

di comunicazione. Proprio per questi motivi, Humboldt si chiede come sia

possibile “studiare” la lingua, visto che essa si manifesta solo nell’atto

individuale del parlare: l’unico approccio possibile è quello filosofico, non

e l’unico modo per cogliere la sua essenza è attraverso le metafore.

scientifico,

La lingua, infatti, sfugge a ogni tipo di rilevazione empirica, e non può essere

inquadrata in regole o paradigmi: la metafora appunto permette di capire

l’oggetto attingendo all’ambito delle esperienze personali, servendosi

dell’intuizione piuttosto che di costrutti teorici. Humboldt stesso fa molto uso

delle metafore per spiegare la sua teoria, prima fra tutte la metafora delle lingue

come prisma.

Un altro motivo per cui l’impostazione teorica di Humboldt viene ignorata dai

contemporanei è che egli si concentra molto su un aspetto del linguaggio che

dell’epoca trascura completamente, ovvero la

invece la linguistica comparata

struttura: infatti Humboldt ritiene che la struttura grammaticale di una lingua

rifletta il modo in cui i suoi parlanti percepiscono e organizzano logicamente la

realtà. utilizzare per indagare l’uomo, il

Risolto il problema di quale approccio

linguaggio e la realtà (approccio filosofico e non scientifico), ci si pone un’altra

domanda: fin dove si spinge la capacità umana di plasmare il mondo attraverso il

linguaggio e, al contrario, quanto il linguaggio modella la mente umana e i suoi

pensieri? nell’opera

Questa questione viene affrontata nello specifico La diversità delle

lingue, che verrà analizzata nel prossimo capitolo. 13

3 La diversità delle lingue

«In quest’opera mi propongo di considerare il nesso che lega la diversità delle

25

lingue e la divisione dei popoli alla produzione della forza spirituale umana»

Con queste parole Humboldt termina l’introduzione alla sua ultima opera. Il suo

intento è chiaro: indagare le più alte manifestazioni dello spirito umano che

costituiscono il terreno comune da cui poi si declina l’infinita varietà del genere

umano.

La divisione del genere umano in popoli e gruppi etnici e la diversità delle lingue e

degli idiomi sono bensì fenomeni connessi l’un l’altro immediatamente, ma sono pure

a loro correlati e subordinati ad un terzo fenomeno superiore: al prodursi della forza

26

spirituale umana in forme sempre nuove e spesso più elevate.

Tra le manifestazioni più elevate si trova, ovviamente, il linguaggio, che è anzi

condizione necessaria al/per il plasmarsi dello spirito e del mondo. Lo studio del

linguaggio deve essere quindi sempre imprescindibilmente legato allo studio

dello spirito umano, e viceversa:

Lo studio linguistico comparato, l’indagine precisa e approfondita dei molteplici modi

in cui innumerevoli popoli assolvono il compito della formazione del linguaggio, a

tutti, in quanto uomini, indistintamente assegnato, perde ogni più alto interesse, se non

si collega al punto in cui la lingua è connessa al plasmarsi della forza spirituale della

27

nazione.

Già delle prime pagine, quindi, si coglie la critica humboldtiana alla linguistica

comparata dell’epoca, che studia la lingua senza connetterla con lo sviluppo della

forza spirituale della nazione. Al contrario, la linguistica dovrebbe rendersi conto

che la diversità delle lingue comporta una diversità delle visioni del mondo, e che

quindi, data la natura spirituale delle lingue, esse possono essere indagate solo

tramite una fusione tra filosofia e linguistica. Un altro concetto che appare sin da

subito è quello di nazione, concetto che lui elabora in particolare durante il suo

soggiorno a Parigi. La nazione non è semplicemente un’istituzione politica o

statale, ma è uno dei primi ambiti in cui la differenziazione linguistica si

manifesta. Infatti, sebbene la lingua, in quanto creazione del linguaggio, sia una

facoltà umana che si esprime solo nell’atto individuale del parlare, per essere tale

deve appartenere a una comunità, e questa comunità, secondo Humboldt, è prima

di tutto la nazione. La nazione perciò si presenta da una parte come un terreno in

cui si sviluppa una lingua nazionale, una lingua cioè condivisa da un più ampio

numero di persone; dall’altra, la lingua plasma l’identità nazionale, poiché, come

detto in precedenza, non si può giungere a nessuna percezione del mondo senza

l’intermediazione linguistica.

Questi concetti verranno poi ripresi e approfonditi nel corso dell’opera.

25 W. von Humboldt, Über die Verschiedenheit des menschliches Sprachbaues und ihren Einfluß auf die

geistige Entwicklung des Menschengeschlechts, trad. italiana La diversità delle lingue, Lecce, Laterza,

2000, pag. 10.

26 Ivi, pag. 9.

27 Ibidem. 14

Considerazione generale sul processo di sviluppo dell’umanità

3.1

Nel primo capitolo Humboldt approfondisce in particolare la sua definizione di

spirito e, ovviamente, il suo intrinseco rapporto con il linguaggio. Si parte

dall’inizio, dal momento in cui l’uomo è potenza non ancora diventata atto (per

citare Aristotele):

Originariamente tutto è interna ad esso [lo spirito umano]: la sensazione, il desiderio,

il pensiero, la decisione, il linguaggio e l’azione. Ma non appena viene a contatto con

il mondo, ciò che è interiore continua ad agire per sé, determinando, attraverso la

28

forma che gli è propria, le altre attività interne o esterne.

Ecco che, come avevamo già accennato in precedenza, lo spirito umano, non

appena viene a contatto con il mondo, inizia a plasmarlo secondo «la forma che

gli è propria». In questo processo di formazione del mondo il linguaggio di certo

non può mancare, essendo, appunto, una delle forme più elevate dello spirito:

Il linguaggio è profondamente intrecciato allo sviluppo spirituale dell’umanità, lo

accompagna per ogni grado di progresso o regresso locale, di modo che lo stato di

cultura di un’epoca è riconoscibile anche in esso. Vi è tuttavia un’epoca in cui non

scorgiamo che il linguaggio, dove esso non accompagna semplicemente lo sviluppo

29

spirituale, ma ne prende interamente il posto.

C’è un momento, quindi, in cui il linguaggio stesso rappresenta lo sviluppo

ed è il momento in cui l’uomo concepisce il mondo esterno tramite

spirituale,

l’atto linguistico di designare gli oggetti attorno a sé. Da una parte, perciò,

abbiamo il linguaggio, che rappresenta una fase spontanea dello sviluppo

dell’uomo; dall’altra, abbiamo la lingua, che è invece legata alla vita dei singoli

individui, popoli e nazioni, e nasce e muore insieme a essi:

Il linguaggio possiede un’attività spontanea che si rende a noi visibilmente manifesta,

benché inesplicabile nella sua essenza, e, considerato da questo lato, non è un prodotto

dell’attività, ma una emanazione volontaria dello spirito, non è un’opera delle nazioni,

[…] Non è un vano gioco di

ma un dono che a esse è toccato per il loro intimo destino.

parole affermare che il linguaggio è un’attività spontanea che scaturisce solo da sé

stessa ed è divinamente libera, mentre le lingue sono legate e dipendenti dalle nazioni

30

cui appartengono, poiché si sono posti entro limiti ben determinati.

Humboldt poi prosegue prendendo le distanze dalla teoria della dialettica

hegeliana che aveva riscosso tanto successo nella sua epoca. Mentre Hegel

ritiene che il processo di sviluppo dello spirito si articoli in tre fasi (tesi, antitesi,

sintesi) con lo spirito assoluto come scopo finale, e che perciò sia un processo

graduale con un progresso sempre maggiore alle varie fasi di sviluppo, Humboldt

28 Ivi, pag. 11.

29 Ivi, pag. 12.

30 Ibidem. 15

al contrario non crede che esista un fine nella storia, né che lo sviluppo umano

abbia un andamento progressivo:

In ogni visione d’insieme della storia universale si riscontra un progresso a cui anche

qui si è accennato. Tuttavia non è affatto mia intenzione erigere un sistema dei fini o

delineare un perfezionamento all’infinito; al contrario, mi trovo su un cammino del

tutto diverso. Popoli e individui proliferano, per così dire, propagandosi

vegetativamente come piante sul suolo terrestre, e godono la loro esistenza

31

felicemente e operosamente.

Anzi, poco dopo Humboldt chiarisce che «le manifestazioni più elevate non sono

32

necessariamente le più tardive» , per cui non è vero che lo spirito umano segue

un percorso unidirezionale scandito da un sempre maggior progresso: «Il

fenomeno della forza spirituale dell’uomo, nella sua varietà di forme, non è

del tempo e all’insieme del già dato» 33

legato ai progressi

Lo stesso ragionamento può essere applicato al linguaggio. Non esiste una

gerarchia delle lingue che stabilisca quali lingue sono più prestigiose e quali più

scadenti, né esistono lingue primitive o più sviluppate in base all’età della loro

comparsa:

Naturalmente il medesimo modo di vedere è altrettanto applicabile alle principali

attività della forza spirituale umana e segnatamente a ciò cui vogliamo qui

soffermarci, al linguaggio. La diversità che esso presenta può essere considerata come

lo sforzo con cui la potenza della parola, insita universalmente in tutti gli uomini,

erompe più o meno felicemente, favorita o ostacolata dalla forza spirituale immanente

34

dei popoli.

Tuttavia le lingue possono essere più o meno perfette in base alla loro forza

spirituale, o meglio in base alla forza spirituale del popolo che parla tale lingua;

non è quindi una questione cronologica o di progresso generalmente inteso

(tecnologico o scientifico), ma di predisposizione spirituale dei parlanti:

La miglior riuscita può dipendere in effetti dalla intensità e dalla pienezza della forza

spirituale che opera sulla lingua, ma può anche dipendere dalla particolare

adeguatezza di tale forza spirituale alla formazione della lingua: per esempio dalla

particolare chiarezza e dall’evidenza intuitiva delle rappresentazioni, dalla profondità

di penetrazione dell’essenza di un concetto per estrarne prontamente il tratto più

caratteristico. […] Ora, che nazioni più felicemente dotate e poste in condizioni più

favorevoli possiedano lingue più perfette di altre, è insito nella natura della cosa

35

stessa.

Più un popolo o una nazione sono spiritualmente fecondi, più la lingua da loro

parlata rifletterà tale spiritualità nella sua forma e nella sua struttura. Ed essendo

la lingua un elemento di mediazione per la conoscenza del mondo, anche la

31 Ivi, pag. 13.

32 Ibidem.

33 Ibidem.

34 Ivi, pag. 14.

35 Ivi, pag. 14 ss. 16

Weltanschauung che ne consegue risentirà della maggiore o minore spiritualità

dei parlanti:

La produzione del linguaggio è un bisogno interiore dell’umanità, ossia non

semplicemente un bisogno esteriore, finalizzato al mantenimento dei rapporti sociali,

ma un bisogno insito nella natura stessa dell’uomo, indispensabile per lo sviluppo

delle sue forze spirituali e per il conseguimento di una visione del mondo a cui l’uomo

può pervenire soltanto rendendo chiaro e determinato il proprio pensiero nel pensare

36

in comune con gli altri.

Le lingue sono le singole manifestazioni del linguaggio e quindi i singoli

tentativi (a livello di individuo, popolo e nazione) di modellamento del mondo

esterno e dei pensieri interni. La differenza che intercorre tra una lingua e l’altra

risiede dunque nella capacità di ognuna di perseguire questo tentativo:

Se ora si considera ogni lingua, e difficilmente se ne può fare a meno, come un

tentativo e, rispetto alla serie di tutte le lingue, come un contributo alla realizzazione

di questo bisogno, si può ammettere che la forza che forma il linguaggio, insita

nell’umanità, non ha posa finché, nei singoli elementi che nel tutto, non abbia prodotto

ciò che risponde meglio e nel modo più completo alle esigenze da soddisfare. È

possibile dunque tracciare, nel senso di questo presupposto, anche in lingue e in ceppi

linguistici che non rivelano alcuna connessione storica, un progredire diversamente

37

graduato del principio che presiede alla loro formazione.

Humboldt si avvia alla conclusione del primo capitolo e non manca di ribadire un

concetto a lui molto caro, ovvero il compito che il linguista si dovrebbe

prefiggere:

Nella sua ultima e più semplice formulazione il compito dello studioso del linguaggio

è ricercare questa tendenza e descriverla. […] Giacché, per quanto la lingua sia

interiore, tuttavia essa possiede al contempo un’esistenza indipendente,

assolutamente

esterna, che si impone con violenza all’uomo stesso. 38

3.1.1 Azione di una forza spirituale straordinaria

Man mano che Humboldt prosegue nella sua opera riprende concetti già

introdotti nel primo capitolo, ma ogni volta li approfondisce ulteriormente e

La forza spirituale dell’uomo è il

compie dei passi in avanti nella sua teoria.

punto centrale del suo pensiero: questo perché tale forza è il vero motore sia

dello sviluppo umano che della storia, ed è su di essa che lo studio filosofico si

deve incentrare, non sulle relazioni in realtà superficiali di causa-effetto:

La forza spirituale che, scaturendo dalla sua profondità interna e dalla sua pienezza,

interviene nel corso degli eventi mondiali è il vero principio creatore nel segreto e, per

così dire, misterioso processo di sviluppo dell’umanità di cui ho parlato in precedenza,

36 Ivi, pag. 15.

37 Ibidem.

38 Ivi, pag. 15 ss. 17

contrapponendolo al processo manifesto, concatenato visibilmente da causa ed

39

effetto.

Tutto ciò che deriva dall’attività umana (dalla scienza all’arte passando per ogni

tipo di espressione culturale) è manifestazione di questa forza spirituale, e ha

permesso all’uomo di andare oltre l’esistenza in quanto semplice godimento del

momento presente:

Già nelle sue condizioni primitive l’uomo oltrepassa l’istante presente e non si ferma

al semplice godimento dei sensi. Presso le tribù più rozze è dato trovare l’amore per

l’ornamento, per la danza, per la musica e il canto, ma oltre a ciò anche il

presentimento di un avvenire ultraterreno, le speranze e le preoccupazioni che su di

esso si fondano, le tradizioni e le fiabe che risalgono di solito fino all’origine

dell’uomo e al suo stabilirsi in 40

una fissa dimora.

Quanto più la forza spirituale agisce su un popolo, tanto più le sue manifestazioni

saranno ricche e articolate, e il suo pensiero sarà fecondo:

Quanto più energicamente e chiaramente la forza spirituale, la quale opera in modo

autonomo, secondo le proprie leggi e le proprie forme di intuizione, irradia la sua luce

nel mondo del passato e del futuro, col quale l’uomo circonda la sua esistenza

momentanea, tanto maggiore sarà la nitidezza e insieme la varietà con cui andrà

congerie del genere umano. Così nascono la scienza e l’arte […] 41

formandosi la

La forza spirituale, quindi, fornisce all’uomo gli strumenti necessari al suo

sviluppo; spetterà poi alla volontà dei singoli individui decidere se e come

un’espressione nuova. Ma attenzione:

utilizzare tali strumenti per dare forma a

«l’uomo si ricollega sempre a ciò che esiste» L’uomo non crea nulla di nuovo,

42

ma dà forma, plasma ciò che già esiste: se questo poi avviene in determinati

della forza

individui o popoli piuttosto che in altri, dipende dall’intensità

spirituale che ha agito su di essi. Se questa forza manca, mancano anche le idee e

la creatività:

Per ogni idea, la cui scoperta e la cui realizzazione danno un nuovo slancio alle

sagace

aspirazioni umane, è possibile dimostrare, con un’indagine e accurata, come

essa sia stata già presente nelle menti e sia via via maturata. Ma quando nei singoli

individui o nei popoli manca il soffio vivificante del genio, non si innalzano mai

[…] Prevale sempre la

fiamme luminose dal chiaroscuro di questi carboni ardenti.

capacità di dominare dall’interno la materia ricevuta e di trasformarla in idee o

43

sottometterla ad idee.

Questo è un concetto molto importante che Humboldt riprenderà più avanti

applicandolo anche alla lingua. La lingua è il punto di intersezione tra la forza

spirituale e le aspirazioni individuali, perché è ciò che permette all’uomo di

plasmare la realtà intorno a sé dando voce alle proprie aspirazioni interiori. Si

39 Ivi, pag. 17.

40 Ivi, pag. 18.

41 Ibidem.

42 Ibidem.

43 Ibidem. 18

ritorna perciò a un punto già affrontato nel primo capitolo, che riguardava la

maggiore o minore perfezione di una lingua: quanto più la forza spirituale agisce

su un individuo o un popolo, tanto più attivi e creativi saranno i suoi slanci

interiori, e tanto più perfetta quindi sarà la lingua che viene parlata da questo

individuo o popolo e che servirà a tradurre questi/tali slanci in rappresentazioni

esterne.

Ma proprio la lingua, il centro in cui si unificano le più diverse individualità mediante

la comunicazione di tendenze esteriori e percezioni interiori, sta con il carattere nel

più stretto e attivo rapporto di interazione. […] È la lingua che, con la sua fine

armonia, invisibile spesso nei singoli elementi, ma intrecciata in tutta la sua mirabile

44

trama simbolica, è adatta a rappresentare e a favorire una tala figurazione.

Anche qui bisogna fare attenzione a non cadere in luoghi comuni: la perfezione

dipende dall’influsso della forza spirituale che su di essa ha agito, e

di una lingua

non dal grado di cultura e di civiltà dell’individuo o popolo che la parla. Non

bisogna perciò confondere il grado di civiltà con la maggiore o minore

perfezione di una lingua:

A proposito delle lingue è un’opinione assai diffusa quella secondo cui si dovrebbero

attribuire tutti i loro pregi e ogni ampliamento del loro campo alla civiltà e alla cultura,

quasi che tutto dipendesse dalla differenza tra lingue colte e incolte. Ma se si interroga

la storia, non si avrà in alcun modo conferma di un tale potere che la civiltà e la

45

cultura eserciterebbero sulla lingua.

Humboldt presenta infatti alcuni esempi a sostegno della sua teoria: Giava ha

ereditato dall’India la sua cultura e civiltà superiori, tuttavia la lingua non si è

modificata adeguandosi alle forme più sviluppate del sanscrito, anzi, ha adattato

il sanscrito all’interno delle proprie forme, spogliandolo delle

e assorbito

caratteristiche che lo rendevano più perfetto. Un altro esempio è quello del Perù:

secondo Humboldt questo paese al tempo degli Incas fu il più civilizzato

dell’America, tuttavia la lingua parlata dal popolo peruviano (Humboldt si

riferisce al quechua) non era al livello di altre lingue diffuse nel “Nuovo

Continente” (come la lingua messicana o nahuatl) Quindi «lingua e civiltà non

46

sono sempre correlate allo stesso modo» Questo è un errore comune della

linguistica contemporanea, che tende a inserire le lingue in una scala gerarchica,

dalla meno alla più sviluppata. Come invece Humboldt ha più volte ribadito, non

esiste una scala gerarchica delle lingue in base alla loro inferiorità o superiorità;

l’unica scala in cui le lingue possono essere classificate è quella relativa ai

diversi stadi di riuscita formazione del linguaggio:

Rinunciando allora alla possibilità di uno sviluppo graduale da una lingua all’altra, si

assegnerà ad ognuna il suo fondamento specifico nello spirito del popolo cui

appartiene, e le si considererà soltanto in rapporto alla tendenza generale

44 Ivi, pag. 19.

45 Ivi, pag. 20.

46 Ivi, pag. 21. 19

dell’evoluzione linguistica, ossia solo idealmente come stadi della riuscita formazione

47

del linguaggio. non può essere “misurata” in base al grado di civiltà di un

Perciò una lingua

popolo, né in base alla quantità di concetti che la lingua può esprimere:

«l’importante in una lingua non è sapere quanti concetti essa designi con le

48

proprie parole» Ogni lingua ha tutto quello che serve ai parlanti che ne fanno

uso: […] Sia nei concetti, sia nella lingua di ogni popolo, per quanto non evoluto, è insita

una totalità corrispondente all’estensione della illimitata capacità formatrice

dell’uomo, dalla quale si può attingere, senza alcun sussidio estraneo, ogni singolo

elemento che l’umanità comprende in sé. 49

Certo, ammette Humboldt, una civiltà e una cultura più avanzati favoriscono la

precisione e la capacità di rappresentazione di una lingua, ma sempre entro i

limiti originariamente tracciati dalla forza spirituale:

Civiltà e cultura, benché intervengano solo più tardi, apportano alla lingua un

contributo fecondo. L’uso di esprimere idee più estese e raffinate accresce la

lingua […]

trasparenza e la precisione della Ma questo progredire della lingua nel

processo della sua formazione può avvenire solo nei limiti che le sono prescritti nel

suo assetto originario. Una nazione può fare di una lingua imperfetta lo strumento per

la produzione di idee, per la quale tale lingua non avrebbe fornito lo stimolo

originario, non può invece eliminare le limitazioni interne che sono in essa

profondamente radicate. […] La lingua originaria si appropria persino di ciò che nel

corso del tempo viene ad aggiungersi dall’esterno, modificandolo in base alle proprie

50

leggi.

Questo è un punto fondamentale nel pensiero di Humboldt: la capacità formatrice

della lingua. (Questa capacità) non si limita solamente a determinare il mondo

esterno, a strutturare le varie rappresentazioni in diverse visioni del mondo; anzi,

essa influisce sul modo di pensare, e struttura i pensieri in base alla

configurazione della Weltanschauung che le è propria.

La lingua, che all’interno dell’uomo ha una capacità specifica ed essenziale, influisce

perfino sulla sua stessa capacità di pensare, che nel pensare manifesta la sua creatività,

essendo la sua efficacia, in un senso infinitamente più profondo, immanente e

costitutiva. Se e in che misura la lingua favorisca o ostacoli la chiarezza o l’esatto

ordinamento dei concetti, se delle rappresentazioni, in essa trasferite dalla visione del

mondo, conservi l’intrinseca evidenza intuitiva e sensibile […] è riposta l’essenza dei

veri pregi della lingua e la causa che ne determina l’influsso sullo sviluppo

51

spirituale.

Ecco perché, secondo Humboldt, è la lingua la manifestazione più alta dello

spirito umano, e «non è possibile vedere nella civiltà e nella cultura il culmine a

47 Ivi, pag. 20.

48 Ivi, pag. 22.

49 Ibidem.

50 Ivi, pag. 23.

51 Ivi, pag. 22. 20

cui sia capace di elevarsi lo spirito umano» Semmai, «la civiltà è

52

l’umanizzazione dei popoli nelle loro istituzioni e nelle loro usanze esterne come

nella mentalità interna che ad esse è correlata» 53

Forza spirituale, linguaggio, visione del mondo e cultura sono perciò gli elementi

che confluiscono insieme nella formazione dell’essere umano in quanto tale, e

sono inestricabili l’uno dall’altro. Humboldt riassume tutto in una parola,

Bildung (formazione spirituale):

Quando nella nostra lingua diciamo Bildung, intendiamo con ciò qualcosa di più

elevato e insieme di più intimo [rispetto alla civiltà intesa come somma di cultura,

scienza e arte], ossia l’atteggiamento mentale che, scaturendo dal conoscere e dal

sentire l’insieme delle aspirazioni spirituali ed etiche, si riversa armoniosamente

sull’affettività e sul carattere. 54

3.1.1.1 Azione congiunta di individui e nazioni

La lingua, come più volte detto, si manifesta nell’atto individuale del parlare.

Perciò, non solo l’andamento collettivo di un popolo o di una nazione, ma anche

il cammino seguito da un singolo individuo possono avere influenza sulla lingua.

Infatti, per quanto un individuo sia integrato all’interno di un sistema più grande

(popolo e nazione), sorge in ognuno «un contrasto tra la sua autoformazione e

quella organizzazione del mondo con cui ciascuno nella sua sfera interviene nella

realtà» Questo contrasto tra il singolo nel suo percorso individuale e la sua

55

visione del mondo dà origine a «una interiorità dell’animo sulla quale si fondano

In poche parole, il discostamento dell’uomo

i più forti e più sacri sacramenti» 56

dal percorso già tracciato permette alla sua interiorità di svilupparsi in maniera

nuova e insolita, dando sfogo alla creatività che è prerogativa dello spirito

umano. A seconda dei «diversi gradi a cui si innalza quell’interiorità, la quale

separa l’Io dalla realtà pur nel collegamento con essa, e dal suo predominio più o

meno esclusivo, scaturiscono sfumature importanti per ogni sviluppo umano» 57

In particolare, sarà la lingua a essere maggiormente influenzata da questa

predisposizione interiore, dal momento che essa ne è una manifestazione:

Questa disposizione interiore esercita un influsso particolare sulla lingua, la quale si

forma diversamente in un popolo che segue volentieri le vie solitarie della meditazione

astratta, che in nazioni le quali hanno bisogno di una mutua comprensione per

svolgere soprattutto attività pratiche ed esteriori. L’elemento simbolico ha per i primi

tutt’altro valore, mentre, presso i secondi, parti intere del dominio della lingua restano

58

incolte.

52 Ivi, pag. 23.

53 Ibidem.

54 Ibidem.

55 Ivi, pag. 25 ss.

56 Ivi, pag. 26.

57 Ibidem.

58 Ibidem. 21

La disposizione interiore è quindi molto importante per lo sviluppo della lingua;

parte, la lingua dipende appunto dalla forza spirituale che agisce su di

d’altra

essa. Tuttavia, la disposizione interiore non è il solo elemento che influisce sulla

L’uomo, infatti, non è un

lingua, e soprattutto non vi influisce in maniera isolata.

essere isolato, e non nasce in un mondo che è una tabula rasa, che egli cioè può

plasmare in totale libertà come più gli piace.

Il singolo uomo è sempre collegato ad un tutto, alla nazione, al gruppo etnico cui

appartiene la nazione, all’intero genere umano. La sua esistenza, sotto qualunque

59

aspetto la si voglia esaminare, è connessa necessariamente al vivere in società.

Ogni nuova generazione si inserisce in un contesto già dato, dove le generazioni

precedenti hanno agito e hanno plasmato, tramite la loro forza spirituale, una

visione del mondo che viene “ereditata” dai nuovi venuti. Il fatto che questa

Weltanschauung venga accettata e condivisa, oppure messa in discussione e

modificata, dipende, come accennato poche righe sopra, dal contrasto con la

realtà che nasce nell’animo del singolo individuo. Certo non è facile rendersi

conto di quanto sia stato effettivamente ereditato dalle generazioni precedenti, e

quanto sia invece risultato dalla forza spirituale del presente o del singolo.

Soltanto guardando da lontano si potrà avere una chiara visione d’insieme, in

quanto

Come le nubi che si levano dalla nebbia, così un’epoca, soltanto se vista in lontananza,

Solo nell’influsso che ogni epoca esercita su

assume una forma dai contorni precisi. 60

quella successiva diviene chiaro quello che essa stessa ha ricevuto dalle precedenti.

Tutto questo, ovviamente, ha influenza anche sulla lingua. La lingua, infatti, non

è una creazione autonoma del singolo individuo. Il linguaggio, in quanto capacità

umana di elaborare verso l’esterno i moti interni, è sì emanazione dello spirito

del singolo, ma la lingua viene ereditata dalle generazioni precedenti, e si

presenta ad ogni nuova generazione come una sintesi già data delle forme, delle

rappresentazioni e dei modi di pensare dei tempi precedenti:

Poiché le lingue, o almeno i loro elementi, vengono tramandate da un’epoca all’altra,

[…] le relazioni che si instaurano tra passato e presente incidono nel più profondo

della loro formazione. […] la lingua è insieme anche una sintesi di tutto il modo di

pensare e di sentire, e questa sintesi, che si presenta a un popolo, provenendo da tempi

61

remoti, non può influire su di esso senza ripercuotersi anche sulla sua lingua.

Ecco che quindi ci sono due grandi poli opposti da cui il linguaggio trae origine:

da una parte l’umanità intesa nella sua totalità, il popolo, la nazione, insomma, la

dimensione collettiva, già formata, in cui ogni uomo si inserisce dalla nascita e

da cui eredita forme e rappresentazioni già date; dall’altra, invece, l’azione della

forza spirituale del singolo, che può adeguarsi o allontanarsi dal percorso già

stabilito. Il linguaggio si sviluppa continuamente tra i due poli dell’universalità e

59 Ivi, pag. 28.

60 Ivi, pag. 27.

61 Ivi, pag. 28. 22

e nello spazio tra questi due poli nascono le lingue in quanto

dell’individualità,

riflesso dell’infinita varietà umana. La lingua perciò è un punto intermedio tra

l’individualità e l’universalità, e media il rapporto tra l’individuo e il mondo, o

nazione, o popolo. È quel punto «a partire dal quale la forza spirituale, nel suo

62

complesso, determina ogni pensare, sentire, volere » Come tale, la lingua (e con

essa la visione del mondo di cui si fa portatrice) ha una duplice natura: una

passiva, capace di ricevere le impressioni dal mondo, e una attiva, «modificando

mediante la sua spontanea attività interiore ogni influsso esterno che venga

63

esercitato su di essa» Sempre tenendo in considerazione questa duplice natura

della lingua, da una parte si avrà la visione del mondo ereditata dalle generazioni

precedenti, che si imporrà sulla lingua determinandone la struttura e

l’espressività; dall’altra invece sarà la lingua stessa a riflettere la visione del

mondo e a plasmarla seguendo le inclinazioni interiori del proprio parlante

(ancora una volta, la lingua è un continuo fiorire tra i due poli dell’universalità e

dell’individualità):

La parola scaturisce dalla visione del mondo carica di senso e di espressività, per

rappresentare a sua volta quella visione con la massima purezza e per plasmare sé

stessa così da poter introdursi nel modo più agile e incorporeo in ogni connessione del

64

pensiero.

3.1.1.2 La forma delle lingue

Humboldt ha a questo punto chiaramente dimostrato come il linguaggio sia un

elemento imprescindibile nello sviluppo dello spirito umano; egli infatti scrive:

Siamo ora giunti al punto in cui, nell’ambito della primitiva formazione spirituale del

genere umano, riconosciamo nelle lingue il primo stadio necessario, il solo a partire

le nazioni siano in grado di seguire ogni più elevata tendenza dell’umanità. 65

dal quale

Tuttavia, ci si pone una domanda: quale dei due fattori precede l’altro? È il

linguaggio che deriva dallo spirito umano, o è lo spirito umano che deriva dal

linguaggio? In realtà, spiega Humboldt, non è possibile separare i due elementi,

in quanto sono la stessa cosa:

La lingua è, per così dire, la manifestazione fenomenica dello spirito dei popoli; la

loro lingua è il loro spirito e il loro spirito la loro lingua, non li possiamo mai pensare

66

identici abbastanza.

La separazione che si tende a fare tra spirito e linguaggio è solo un artificio

teorico, perché, «anche se li distinguiamo, è chiaro tuttavia che questa

67

separazione non è reale»

62 Ivi, pag. 31.

63 Ibidem.

64 Ivi, pag. 32.

65 Ivi, pag. 33.

66 Ibidem. 23

Preso atto di tutti questi elementi, Humboldt precisa ancora una volta che, per

studiare la lingua con questo approccio, «è necessaria però una direzione precisa

68

della ricerca linguistica» Studiare la lingua intendendola come semplice

strumento di comunicazione è, oltre a essere un approccio sbagliato, anche del

tutto inutile. Al contrario,

si deve considerare la lingua non tanto come un morto prodotto, quanto piuttosto e ben

di più come una produzione, astraendo preferibilmente dal suo operare come

designazione degli oggetti e mediazione del comprendere, per risalire invece più

attentamente alla sua origine, strettamente intrecciata con l’attività interna dello

69

spirito, ed al loro influsso reciproco.

L’obiettivo della ricerca linguistica deve essere quindi quello di studiare le vie

particolari che le varie lingue hanno deciso di intraprendere nel tentativo di

mettere in atto lo scopo del linguaggio in quanto capacità umana, ovvero

l’intermediazione con il mondo. Il fatto che ciascuna lingua abbia cercato di

differente ha determinato l’ampia

raggiungere questo scopo in maniera

diversificazione delle lingue. Ed è proprio questo il primo problema in cui

s’imbatte il linguista, cioè il gran numero di diversità che intercorrono tra le

lingue: «parole, regole, analogie ed eccezioni di ogni tipo, e rimaniamo non poco

confusi circa il modo in cui si debba istituire una comparazione valutativa tra

70

questa moltitudine» Per indagare con successo ciascuna lingua e riuscire a

districarsi in mezzo alla moltitudine della diversità, bisogna allora concentrarsi

sullo studio della «forma di ognuna di esse, e accertarsi così del modo in cui

ciascuna risolve i principali problemi che si pongono come compiti ad ogni

Ma che cosa intende Humboldt per “forma”?

71

produzione del linguaggio» Il

variamente utilizzato sia nell’ambito

concetto di forma è stato linguistico che in

Dato l’approccio generalmente filosofico di

quello filosofico. Humboldt, anche

in questo caso lo scrittore predilige l’utilizzo filosofico del concetto piuttosto che

quello linguistico.

Innanzitutto, per spiegare la propria concezione di “forma”, Humboldt parte da

una distinzione tipicamente aristotelica, quella tra ἐνέργεια e ἔργον: la lingua

«non è un’opera (ἔργον), ma un’attività (ἐνέργεια)» 72 La lingua è attività in

quanto diviene tale solo se viene parlata individualmente; perfino le parole scritte

non possono essere considerate una lingua nella sua interezza se non vengono

pronunciate ad alta voce:

La lingua, nella sua essenza reale, è qualcosa di continuamente, in ogni attimo,

transeunte. Perfino la sua conservazione attraverso la scrittura è sempre soltanto una

conservazione incompleta e mummificata, che richiede sempre a sua volta che vi si

renda sensibile la viva dizione. […] Essa è cioè il lavoro reiterato dello spirito, volto a

rendere il suono articolato capace di esprimere il pensiero. In senso stretto e

immediato questa è la definizione dell’atto individuale del parlare; ma in senso vero e

67 Ivi, pag. 34.

68 Ivi, pag. 35.

69 Ibidem.

70 Ibidem.

71 Ivi, pag. 36.

72 Ibidem. 24

fondamentale si può considerare la lingua solo, per così dire, la totalità di questo

73

parlare.

A ulteriore dimostrazione che la lingua è un’attività concorre anche il fatto che

lingua (parole, articoli, particelle…)

tutti i singoli elementi che compongono la

sono comprensibili «soltanto nel concatenamento del discorso, il che è

un’ulteriore conferma che la lingua propriamente detta risiede nell’atto del suo

74

reale prodursi» Di conseguenza, come più volte ribadito, «la frantumazione in

parole e regole non è che un morto artificio dell’analisi scientifica» 75

Attenzione però: la lingua non è attività produttiva, ma trasformatrice. Questo

perché la lingua non si crea dal nulla, come già accennato (cfr. pag. 22), ma si

inserisce in un contesto già dato dalle generazioni precedenti, perciò essa si

limita a trasformare del materiale già esistente:

Poiché ogni lingua ha già ricevuto la propria materia da generazioni anteriori, vissute

in epoche a noi sconosciute, l’attività spirituale che, […] produce l’espressione del

pensiero, è sempre al contempo indirizzata a qualcosa di già dato, è attività non

76

puramente produttiva, bensì trasformatrice.

Ecco che siamo giunti alla definizione che Humboldt dà di “forma”: la forma è

questo lavoro di trasformazione dello spirito, che agisce in modo costante

attraverso le varie generazioni di parlanti.

Ciò che permane costante e uniforme in questo lavoro dello spirito per sollevare il

suono articolato all’espressione del pensiero, colto nella sua connessione nel modo più

completo possibile e rappresentato sistematicamente, costituisce la forma della

77

lingua.

La forma della lingua, in quanto lavoro costante dello spirito, «ha come scopo la

78

comprensione» Procediamo passo per passo. La lingua è tale solo quando viene

parlata; il parlare, però, si realizza solo se viene indirizzato a un altro soggetto, in

grado di interpretare la concatenazione logica del discorso. Perciò la lingua, per

rivelare la sua vera essenza, ha bisogno di essere parlata da almeno due soggetti

che interagiscono l’un l’altro. Dal momento che in ognuno dei soggetti parlanti

agisce una forza spirituale individuale, che a sua volta influisce anche sulla

lingua, la lingua parlata da un soggetto non sarà mai completamente identica alla

lingua parlata dall’altro soggetto. Tuttavia, i soggetti che parlano la stessa lingua

appartengono di norma allo stesso popolo o nazione, dove «la materia trasmessa

dalla tradizione non solo è identica, ma anche, avendo a sua volta la medesima

79

origine, è strettamente affine alla direzione presa dallo spirito» Ecco che allora

la costante attività trasformatrice dello spirito a livello collettivo (la forma,

comprendersi l’un l’altro, in quanto

appunto) permette ai soggetti parlanti di

73 Ibidem.

74 Ibidem.

75 Ibidem.

76 Ivi, pag. 37.

77 Ibidem.

78 Ibidem.

79 Ibidem. 25

attingono alla stessa materia formatrice della propria lingua. La scomposizione

della lingua in regole e formule non ha alcun senso, dato che la vera forma della

lingua è dinamica e comprensibile solo se presa nella sua totalità. Per chiarire

meglio questo concetto, Humboldt compie un paragone con il viso umano: ogni

persona ha un viso particolare, le cui peculiarità possono essere colte solo se il

L’impressione che il viso di una persona

viso viene osservato nella sua totalità.

suscita in noi è tutt’altra cosa rispetto all’impressione che si avrebbe se si

osservassero i singoli componenti del suo viso (occhi, naso, bocca, orecchie) in

maniera separata:

L’individualità domina in modo irrefutabile [nel viso], si riconoscono le somiglianze,

ma nessuna misura e nessuna descrizione della parti, prese singolarmente e nella loro

80

connessione, è in grado di riunire in un unico concetto tale peculiarità.

È ovvio che la “forma” così come la intende Humboldt non ha nulla a che fare

con la “forma” linguisticamente intesa, ovvero la grammatica. La classica

distinzione tra grammatica e lessico (corrispondenti a forma e materia sul piano

filosofico) «può servire solo all’uso pratico dell’apprendimento delle lingue, ma

81

non può prescrivere né limiti né regole alla vera indagine linguistica»

È anche vero che, dal punto di vista logico, a ogni forma si deve contrapporre

una materia; «per trovare però la materia della forma di una lingua bisogna

82

andare al di là dei limiti della lingua»

Considerato in senso assoluto, all’interno della lingua non ci può essere alcuna materia

informe, dal momento che tutto in essa è indirizzato a uno scopo ben preciso,

l’espressione del pensiero, e questo lavoro principia già dal suo elemento primo, il

suono articolato, che diventa articolato proprio in virtù dell’impressione di una forma.

della lingua è da una parte il suono in quanto tale, dall’altra la totalità

La materia reale

delle impressioni sensibili e i movimenti spontanei dello spirito che precedono la

formazione del concetto con l’ausilio della lingua. 83

Perciò da una parte abbiamo la forma della lingua, cioè il percorso che la lingua

al pensiero; dall’altra

segue, tramite la propria forza spirituale, per dare corpo

abbiamo la materia, cioè il modo in cui tale forma si esplica, ovvero i suoni sul

piano fisico, e l’insieme di tutte le impressioni derivanti dal mondo esterno e

confluite nella lingua (nientemeno che una Weltanschauung) sul piano

concettuale. Per Humboldt forma e materia sono concetti relazionali, cioè

esistono solo congiuntamente e non possono essere separati l’uno dall’altro: la

forma esiste solo quando prende corpo tramite la materia, e la materia esiste solo

quando è plasmata da una forma. Di conseguenza si ritorna all’importanza che il

suono riveste in una lingua: la lingua (forma) infatti non esiste se non si esplica

il suono (materia) del parlato; d’altronde non si può parlare se non si

attraverso

possiede una qualche struttura linguistica. Ovviamente, essendo forma e materia

due concetti inseparabili, non si potrà studiare la lingua né riducendola alla forma

80 Ivi, pag. 38.

81 Ibidem.

82 Ibidem.

83 Ivi, pag. 39. 26

né riducendola alla materia; la lingua, in quanto sintesi di questi due concetti,

richiede un’analisi linguistica adeguata. Proprio per questa sua natura, Humboldt

però ammette che non sarà mai possibile arrivare a una completa analisi di una

qualsiasi lingua:

Data questa natura delle lingue, la rappresentazione della forma di una qualsiasi di

esse non può mai riuscire nel senso ora indicato nel modo completo, ma sempre e

solamente fino a un certo grado, tuttavia sufficiente per la visione d’insieme

dell’intero.

84

3.1.1.3 Natura e costituzione del linguaggio

Ora, ecco che si giunge ai due principi alla base di ogni singola lingua: «la forma

fonica e l’uso che ne viene fatto per designare gli oggetti e connettere i

Quest’ultimo principio, che non è altro che il linguaggio in quanto

85

pensieri»

facoltà umana di strutturare sia il mondo esterno che i pensieri, è, secondo

Humboldt, «la medesima in tutti gli uomini in quanto tali, fin quando cioè non si

manifesta la peculiarità delle loro inclinazioni spirituali o dei loro successivi

86

processi di sviluppo» La forma fonica, invece, è «il vero principio costitutivo e

87

direttivo della diversità delle lingue» , in quanto è in primo luogo determinata

dal popolo o dalla nazione di appartenenza, e poi è ulteriormente soggetta a

modifiche tramite i singoli atti del parlare di ognuno. Chiariti questi due principi

(che rimandano alla dicotomia forma-materia del paragrafo precedente)

Humboldt tenta di analizzare «l’intero cammino per il quale il linguaggio,

88

procedendo dallo spirito, vi fa ritorno, agendo di riflesso su di esso»

La prima constatazione che viene fatta è anche la colonna portante della teoria

humboldtiana: la capacità del linguaggio di formare la nostra visione del mondo.

linguaggio è l’organo formativo del pensiero. L’attività dell’intelletto, del tutto

Il

spirituale, del tutto interiore, che quasi svanisce senza lasciare traccia, si estrinseca

mediante il suono del discorso e diviene percepibile ai sensi. […] tale attività è legata

alla necessità di contrarre un’alleanza con i suoni del linguaggio, poiché altrimenti il

pensiero non potrebbe pervenire a chiarezza, né la rappresentazione potrebbe divenire

89

concetto.

Il linguaggio è quindi ciò che ci permette di dare forma ai nostri pensieri, e

tramite essi di plasmare il mondo esterno. La mancanza del linguaggio

comporterebbe la mancanza della capacità di articolare i pensieri, così come della

capacità di designare gli oggetti esterni; «la chiara nettezza del suono linguistico

è indispensabile affinché l’intelletto colga gli oggetti» 90 Ogni volta che a un

tale nome diventa il rappresentante di quell’oggetto;

oggetto viene dato un nome,

84 Ivi, pag. 38.

85 Ivi, pag. 41.

86 Ibidem.

87 Ibidem.

88 Ivi, pag. 42.

89 Ibidem.

90 Ibidem. 27

ma, dal momento che qualunque emissione di suoni è individuale, sostenuta da

una propria interiorità, ecco che la designazione di un oggetto esterno assume

una connotazione leggermente diversa a seconda del parlante. È in questo punto

che si coglie il ruolo fondamentale del linguaggio, e la sua capacità di strutturare

diverse visioni del mondo.

l’attività soggettiva che forma un oggetto nel pensiero. Nessun genere di

È

rappresentazione può essere infatti considerato una pura e semplice contemplazione

passiva di un oggetto già dato. L’attività dei sensi deve collegarsi sinteticamente con

l’azione interna dello spirito e da tale collegamento si distacca la rappresentazione,

che di fa oggetto di contro alla facoltà soggettiva, facendo in essa ritorno, per venire in

91

quanto tale percepita in modo nuovo. A tal fine è però indispensabile il linguaggio.

Il linguaggio permette quindi «una trasposizione in un’oggettività che fa ritorno

92

al soggetto» , e senza questo procedimento «è impossibile la formazione del

93

concetto, ed è quindi impossibile ogni vero pensare» Perciò «è il suono fisico,

94

concretamente realizzato, il solo a costituire in verità il linguaggio» , e «pur

prescindendo dalla comunicazione tra uomo e uomo, il parlare è una condizione

95

necessaria del pensare del singolo individuo nel chiuso del suo isolamento» Se

poi si guarda alla realtà dei fatti, ci si renderà conto che «il linguaggio,

nondimeno, si sviluppa solo socialmente e l’uomo comprende sé stesso soltanto

96

nel tentativo di verificare la comprensibilità delle sue parole per gli altri»

Tramite l’atto del parlare, inoltre, l’uomo cerca di congiungere la propria

percezione individuale con quella della collettività, cioè cerca di verificare la

veridicità della propria percezione attraverso il confronto con gli altri; la lingua si

situa quindi ancora una volta nel mezzo tra individualità e universalità.

Come detto in precedenza, però, su ogni atto del parlare influisce la forza

spirituale propria del parlante, e perciò la lingua parlata da un soggetto non sarà

mai completamente identica a quella di un altro soggetto (cfr. pag. 27) Data

questa constatazione, com’è possibile allora che gli uomini riescano a

comunicare e a comprendersi tra di loro?

La risposta, ancora una volta, si ritrova nella dicotomia individuale-universale. In

ogni atto del parlare agisce la spiritualità del singolo parlante, ma nella diversità

dei singoli è «insita l’unità della natura umana, la quale semplicemente si scinde

97

in individualità distinte» La natura umana, che è essenzialmente unita, fa sì

quindi che i singoli atti del parlare confluiscano in un punto comune in cui è

possibile la comprensione, grazie al linguaggio che funge da mediatore. I soggetti

che interagiscono tra di loro sono quindi spinti a «portarsi in armonica

91 Ivi, pag. 43.

92 Ibidem.

93 Ibidem.

94 Ivi, pag. 65.

95 Ivi, pag. 43. Molti psicologi (tra i quali Jung) hanno infatti osservato come spesso i soggetti disturbati

parlino da soli ad alta voce, oppure dialoghino con delle voci nella loro testa per supplire alla mancanza

dell’interazione con un altro soggetto. Il suono (manifestato attraverso la voce) e il dialogo con l’altro

sono quindi elementi essenziali per il corretto sviluppo umano.

96 Ibidem.

97 Ivi, pag. 44. 28

consonanza con l’altro» Si tratta però di “consonanza”, e

98 non di totale

coincidenza o immedesimazione; la soggettività è infatti frapposta tra l’uomo e

una sua completa identificazione con la collettività, «pertanto l’uomo è incline

99

per natura a riesprimere immediatamente ciò che ha appreso» Comunicare con

altri uomini significa che i partecipanti alla comunicazione, per un breve tempo,

“riducono” l’influenza della propria soggettività e sono perciò disponibili a

entrare in consonanza l’uno con l’altro. La consonanza è pur sempre però solo un

i soggetti tendono a ripetere “con le proprie parole”

avvicinamento, e infatti

quello che è stato detto, in modo da incorporarlo nella propria struttura

linguistica-spirituale, e, per estensione, nella propria visione del mondo.

«Intendere le parole […] implica molto più che il puro e semplice reciproco invio

tra il suono e l’oggetto indicato» 100 Infatti, così come non è mai possibile una

completa immedesimazione dei soggetti parlanti tra di loro, ma solo una

e l’oggetto

consonanza, così non esiste una completa identificazione tra il suono

designato, perché nel mezzo si frappone sempre la soggettività dell’individuo:

Nella formazione e nell’uso del linguaggio penetra tuttavia necessariamente l’intero

modo di percezione soggettiva degli oggetti. La parola, scaturendo appunto da questa

percezione, è una copia non dell’oggetto in sé, ma dell’immagine che questo ha

prodotto nell’anima. Poiché ad ogni percezione oggettiva si mescola inevitabilmente

la soggettività, è possibile considerare ogni individualità umana, anche

indipendentemente dalla lingua, come una particolare prospettiva della visione del

101

mondo.

Ogni uomo diventa portatore di una particolare prospettiva della visione del

mondo, ogni uomo rappresenta cioè un riflesso leggermente diverso sulle varie

facce del prisma del linguaggio. Ma ogni uomo vive in gruppi, in popoli, in

nazioni, dove viene parlata la stessa lingua su cui influisce la medesima forza

spirituale collettiva:

Domina all’interno di una medesima lingua un’analogia che la pervade, e poiché sulla

lingua della medesima nazione influisce una soggettività uniforme, in ogni lingua è

102

insita una peculiare visione del mondo.

L’uomo vive nella realtà, una realtà però che è percepibile solo attraverso

l’intermediazione della lingua; la lingua determina la rappresentazione degli

oggetti esterni, e quindi anche l’andamento del pensiero umano. Le visioni del

mondo, da quella individuale fino a quella nazionale, sono perciò strutturate in

base al modo in cui la lingua configura la realtà esterna:

L’uomo vive principalmente con gli oggetti, e quel che è più, poiché in lui patire e

agire dipendono dalle sue rappresentazioni, egli vive con gli oggetti percepiti nel

modo in cui glieli porge la lingua. Con lo stesso atto, in forza del quale ordisce dal suo

98 Ibidem.

99 Ibidem.

100 Ivi, pag. 45.

101 Ivi, pag. 47.

102 Ibidem. 29

interno la rete della propria lingua, egli vi si inviluppa, e ogni lingua traccia intorno al

103

popolo cui appartiene un cerchio.

La lingua determina la visione del mondo. E dal momento che, come la visione

del mondo individuale è in parte influenzata dall’andamento spirituale collettivo,

così la Weltanschauung di un popolo o nazione è influenzata dalle

rappresentazioni del passato, «poiché la lingua è pervasa dai modi di sentire delle

generazioni precedenti, di cui ha conservato l’afflato» 104 La lingua non rimane

mai immobile; essa è un’attività in continuo movimento, e «poiché ciascuno

esercita di riflesso sulla lingua un’azione individuale e continua, ogni

105

generazione produce non di meno in essa un mutamento»

In conclusione,

Solo nell’individuo la lingua raggiunge la sua determinatezza ultima. Nessuno pensa,

con una parola, precisamente ed esattamente la stessa cosa che pensa un altro, e

l’ancor piccola diversità si trasmette, come un cerchio sull’acqua, in tutta la lingua.

Ogni comprendere è perciò sempre, al contempo, un non-comprendere, ogni

106

consentire di pensieri e sentimenti è, al contempo, un dissentire.

3.2 Al di là delle parole: Weltanschauung e traduzione

Prendere atto del fatto che «in ogni lingua è insita una peculiare visione del

significa vedere in modo diverso la questione dell’interpretazione e

107

mondo»

della traduzione da una lingua all’altra. Anche solo imparare una lingua straniera

porta con sé delle implicazioni che magari, a livello superficiale, non vengono

percepite. Infatti, secondo Humboldt,

l’apprendimento di una lingua straniera dovrebbe essere pertanto l’acquisizione di una

nuova prospettiva della visione del mondo fino allora vigente e lo è in effetti in certo

l’intera trama dei concetti e la maniera di

grado, dato che ogni lingua contiene

rappresentazione di una parte dell’umanità. 108

Questo succede perché non esiste nessun momento o situazione in cui l’uomo è

senza visione del mondo. Se così fosse, significherebbe ammettere l’esistenza di

un uomo senza alcuna concezione della realtà esterna, e questo è impossibile. E

è mediata dalla lingua, l’apprendimento di un’altra

dato che la Weltanschauung

lingua comporta per forza l’acquisizione della visione del mondo che essa porta

con sé. Tuttavia, «perché in una lingua straniera si trasporta sempre, in misura

maggiore o minore, la propria visione del mondo, anzi la visione della propria

109

lingua, si ha la sensazione di non aver raggiunto un risultato pieno e assoluto»

103 Ibidem.

104 Ivi, pag. 49.

105 Ivi, pag. 50.

106 Ivi, pag. 51.

107 Ivi, pag. 47.

108 Ibidem.

109 Ibidem. 30

umana, e

La Weltanschauung è una condizione imprescindibile dell’esistenza

come tale l’uomo non riesce a liberarsene, neppure quando acquisisce la visione

del mondo di un’altra lingua. È quindi possibile il passaggio completo da una

lingua all’altra, oppure la Weltanschauung del soggetto si frapporrà sempre

L’abbandono della propria visione del

impendendo una totale immedesimazione?

mondo in favore di un’altra è possibile solo se, dalla propria lingua, si passa, «nel

medesimo istante, nel cerchio di un’altra lingua» 110 Questo passaggio non

un’altra lingua con la disinvoltura e la fluidità propri di

comporta solo il parlare

un madrelingua, anzi: dato che la lingua è ciò che struttura i nostri pensieri e

configura la realtà esterna, entrare «nel cerchio di un’altra lingua» significa che

pensieri e rappresentazioni subiranno l’influsso della nuova visione

anche i nostri

del mondo. È questo il vero discriminante del completo passaggio da una lingua

all’altra: non si tratta di capacità linguistiche in senso generale, o dell’ampiezza

lessicale nell’altra lingua, ma dell’acquisizione e assorbimento

della conoscenza

delle strutture e rappresentazioni proprie dell’altra lingua. Solo quando si pensa

in un’altra lingua si può parlare di totale acquisizione di una lingua straniera.

Finora abbiamo parlato della possibilità di superare i limiti della propria lingua

nel momento in cui se ne acquisisce un’altra. Ma che succede quando non si deve

passare completamente nella rete di un’altra lingua, ma bisogna stare nel mezzo,

mediando tra le due lingue? Questo è il ruolo del traduttore. Dal momento che

tutte le lingue sono, alla fine, diversi tentativi di dar voce alla facoltà universale

del linguaggio, secondo Humboldt c’è la possibilità che si giunga alla

comprensione anche quando si parla di lingue diverse. Ancora una volta,

l’individuale si dimostra essere solo una delle molteplici facce dell’universale;

così lingue diverse, tramite il lavoro di traduzione, si avvicinano ed entrano in

consonanza tra di loro.

Personalmente ritengo che la traduzione sia molto importante nel momento in cui

ci si rende conto che essa non consiste in una semplice ricerca di termini

corrispondenti tra le due lingue. Se così fosse, basterebbe usare un dizionario.

Non si tratta nemmeno della conoscenza più o meno approfondita della

grammatica di una lingua, anche se ovviamente non si può prescindere da un

certo grado di competenze linguistiche se ci si vuole accostare a una traduzione.

Secondo me, però, una buona traduzione dipende dalla capacità del traduttore di

adattare le strutture e rappresentazioni dell’altra lingua nella propria.

riuscire ad tra una lingua e l’altra è

La questione di accuratezza o di corrispondenza

importante, ma solo fino a un certo punto. Se si pone lo scopo della traduzione

testo d’arrivo il più possibile simile a quello di partenza

nel tentativo di rendere il

(in termini di strutture, lessico, tempi verbali) allora si perde di vista la vera

essenza del passaggio da una lingua all’altra. Il ruolo del traduttore, che non

potrà mai essere sostituito da servizi di traduzione computerizzati, è quello di

ripetere “con le proprie parole” ciò che si trova nella lingua straniera, per

trasferirlo nella propria visione del mondo. Non si tratta ovviamente di

modificare il testo originale o travisarne il significato, al contrario: distaccarsi

anche in modo netto dal testo a volte è l’unica soluzione per riuscire a rendere al

meglio il messaggio che vuole essere comunicato. Trasferire il modo di

110 Ibidem. 31

concepire il mondo proprio di una lingua in un’altra è senza dubbio il compito

più difficile, nel quale è inevitabile che intervenga la soggettiva capacità

d’interpretazione del traduttore. Il traduttore si pone come un mediatore che

porta alla consonanza tra le due lingue, ma rimarrà sempre un senso di

Così come

incompletezza nel trasferimento del messaggio da una lingua all’altra.

non è mai completa la comprensione tra un parlante e l’altro, così non sarà mai

completa la trasposizione da una lingua all’altra. La soggettività di chi sta nel

mezzo interviene sempre. Ecco perché esistono diverse versioni dello stesso testo

tradotto, e addirittura diverse traduzioni dello stesso testo. Il fatto che due

traduttori possano tradurre la stessa frase in modi completamente diversi (a

livello di contenuto) è un ulteriore dimostrazione che il passaggio da una lingua

all’altra non è una semplice corrispondenza di parole. Questo non vuol dire che è

del tutto impossibile che due testi in lingue diverse riescano a comunicare lo

stesso identico messaggio: dipende dal testo e soprattutto dal divario che

intercorre tra le due lingue. A volte la diversità tra le lingue e le corrispondenti

visioni del mondo è così ampia che certe parole o addirittura parti di frasi

alla frustrazione del “ho capito

rimangono intraducibili: sono i casi che portano

cosa vuol dire, ma non so come renderlo!”

In conclusione, ritengo quindi che la traduzione da una lingua all’altra sia un

compito più arduo di quello che abitualmente si pensa; non basta “sapere le

lingue”, del mondo di cui l’altra

ma è necessario anche immergersi nella visione

lingua è portatrice. È in questo compito che si distingue la capacità del traduttore,

ed è nella riuscita di questo compito che risiede la possibilità di mediare tra

lingue diverse. La traduzione quindi risulta essere non solo uno strumento di

mediazione tra parlanti di lingue diverse, ma un vero e proprio ponte tra diverse

realtà.

Quando la barriera è insuperabile: l’ipotesi di Sapir-Whorf

3.2.1

Le teorie humboldtiane sul legame linguaggio-Weltanschauung potrebbero essere

il punto di partenza per ipotesi sviluppate in seguito, tra le quali l’ipotesi di

state

Sapir-Whorf. Il dibattito a proposito è controverso: di certo i punti in comune tra

tale ipotesi e la teoria di Humboldt sono molti, ma è davvero possibile far

derivare “l’ipotesi della relatività linguistica” direttamente dallo scrittore

prussiano?

L’ipotesi di Sapir-Whorf deriva dagli studi dell’antropologo tedesco Franz Boas,

che il suo allievo Edward Sapir approfondì ulteriormente. I suoi studi si

suo allievo Benjamin Whorf, dando origine all’ipotesi

svilupparono poi con il

che porta il loro nome. Secondo questa ipotesi, le lingue plasmano e organizzano

il nostro modo di concepire il mondo, dando vita a una molteplicità di visioni del

mondo che si inseriscono in un quadro di relatività linguistica:

Each language is not merely a reproducing instrument for voicing ideas but rather is

itself the shaper of ideas, the program and guide for the individual’s mental activity,

[…] We cut up nature,

for his analysis of impressions. organize it into concepts, and

ascribe significances as we do, largely because we are parties to an agreement to 32


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DESCRIZIONE TESI

Questa tesi cerca di analizzare il rapporto tra il linguaggio e il modo in cui le persone concepiscono la realtà; si muove quindi a ridosso tra filosofia tedesca, linguistica e in parte anche psicologia. In particolare viene analizzata l'opera "La diversità delle lingue" di Wilhelm von Humboldt con accenno ai successivi sviluppi linguistici tra cui l'ipotesi di Sapir-Whorf e l'etnolinguistica antropologica.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Interpretariato e comunicazione
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Suzy90 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione - Iulm o del prof Szukala Ralph.

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