Il discorso del filo
Riconoscimenti
Innanzitutto ringrazio la professoressa Denise Bonapace per avermi guidata nella stesura e progettazione di questa tesi. Vorrei poi ringraziare tutta la mia famiglia ed i miei amici che mi hanno accompagnato durante il percorso accademico. La mia più sincera gratitudine va a nonna Lucia, che con la sua pazienza e la sua dedizione mi ha insegnato l’arte della maglieria. La sua abilità e il suo amore per questo lavoro mi hanno ispirato e mi hanno dato la motivazione di continuare. Un ringraziamento speciale va anche ai miei genitori, con il loro amore incondizionato e il loro supporto costante sono stati la mia roccia durante questo viaggio. Grazie per avermi sempre spinta ad inseguire i miei sogni. Ringrazio i nonni Isa e Rino per l’affetto e il sostegno che non mi avete mai fatto mancare. Non posso dimenticare di ringraziare anche le mie amiche Martina e Sara, per le ore di studio passate insieme ma soprattutto per i momenti di divertimento e spensieratezza. Grazie per essermi sempre vicine. Grazie di cuore a tutti voi per aver creduto in me e per avermi sostenuto in ogni momento.
Indice
- Introduzione
- Il filo
- Filatura: dalle fibre al filato
- Simbologia del filo tra mito e semantica
- Fiber Art: il linguaggio del tessile
- Il filo e donna
- Uomo e medium tessile
- Maglieria
- Lavorare a maglia
- Avvolgenza o costrizione: simbologia della maglieria
- Arte in maglia
- Uncinetto
- Il fare lento
- Un intreccio virtuoso: simbologia dell’uncinetto
- L’uncinetto come linguaggio artistico
- Tessitura
- Alle origini del tessuto
- Tessere l’essere: simbologia della tessitura
- Trame d’arte
- Ricamo
- La storia per filo e per segno
- Raccontare e ricucire: simbologia del ricamo
- Disegnare con l’ago
- Vestire l’arte
- Bibliografia, filmografia e sitografia
Introduzione
Una ricerca che trascende le tendenze di tessuti dettate dalla moda e dagli stilisti per indagare il significato intrinseco del medium tessile, il suo valore antropologico e magico, nonché il suo utilizzo nel mondo dell’arte. Le tecniche tessili sono antiche pratiche artigianali che accomunano uomini e donne di tutto il mondo e che attraverso un fare lento, metodico, rituale e rigoroso sublimano la semplicità o la preziosità delle fibre per creare tessuti, arazzi e abiti destinati ad accompagnare le tappe dell’esistenza umana.
Il gomitolo racchiude un patrimonio di saperi e tradizioni ed il filo ha in sé la forza magica del racconto, sfida la pesantezza della materia e le leggi dello spazio; il tessuto dialoga con la luce e l’ombra creando un passaggio tra un qui e un altrove. Analizzeremo le principali lavorazioni, ovvero maglieria, uncinetto, tessitura e ricamo, dal punto di vista tecnico e del loro sviluppo storico, dalla preistoria fino alla loro evoluzione nel corso del XX secolo in cui hanno assunto una nuova declinazione con la Fiber Art.
Una particolare attenzione è riservata alle artiste donne, che hanno fatto del tessile il loro elemento distintivo. Lo studio mette in luce come, attraverso il nodo, il filo ed il tessuto ogni autrice trova un modo per creare un legame tra sé e il mondo, raccontare una storia che diviene metafora dell’universale. I filati, le loro diverse consistenze e colori, si intrecciano in creazioni artistiche che sono espressione di elementi culturali, personali e archetipici; mentre l’aspetto così intimo del tessile, ma al contempo comune all’esperienza personale di ognuno, offre un percorso diretto per entrare in risonanza con il fruitore.
Filatura: dalle fibre al filato
Il filo è un corpo sottile e allungato, generalmente cilindrico e uniforme che si ottiene per mezzo della filatura di fibre tessili naturali o artificiali. Si tratta di complessa sequenza di operazioni che trasformano la materia grezza in un filato resistente, omogeneo e sufficientemente lungo da poter fabbricare tessuti, confezionare capi di maglieria, cucire o ricamare.
Le fibre si presentano sotto forma di fiocco (lana, cotone, ecc.) o di filamento continuo (seta e fibre sintetiche); la torcitura permette di unirne una grande massa producendo un filato teoricamente di lunghezza illimitata e dalle caratteristiche uniformi di titolo, colore, resistenza ed elasticità. Il primo strumento utilizzato per torcere le fibre sono state le mani, affiancate fin dal neolitico dal fuso. Questo era formato da un bastoncino infilato in un tondino forato che permetteva di torcere le fibre legate al fuso, grazie alla rotazione impressa, e di raccogliere il filo realizzato intorno al bastoncino.
Questo lavoro, molto lungo e poco produttivo, era svolto da gran parte della popolazione, soprattutto da donne e bambini. Le valli del Tigri, dell’Eufrate e del Nilo, dove furono trovati antichissimi strumenti di filatura, erano note per la coltivazione del lino. La fibra tessile più largamente usata è però, fin dalle epoche remote, la lana poiché permetteva di ottenere un tessuto caldo, compatto e facile da tingere.
In epoca medievale venne inventato il filatoio a pedale, detto anche arcolaio. Con la prima rivoluzione industriale, la necessità di velocizzare il processo che costituiva il collo della bottiglia dell’intera industria tessile portò alla meccanizzazione della filatura. Così nel 1764 l’inglese James Hargreaves creò il primo filatoio meccanico a lavoro intermittente. Nel 1769 Richard Arkwright vi applicò la ruota idraulica e nel 1785 Edmund Cartwright lo azionò con il motore a vapore. I francesi contribuirono successivamente al perfezionamento del macchinario.
Le fasi della filatura possono variare di procedimento o strumenti in base alle fibre trattate. Si definisce filatura propria o tradizionale l’insieme di operazioni che trasformano le fibre tessili, esclusa la seta, in filato. Il primo passaggio è la preparazione, attraverso cui il materiale viene pulito e miscelato. Prevede, ad esempio, la battitura per la lana e lo sfibramento con la gramola per il lino. Si passa poi alla cardatura che districa le fibre per poi giungere alla filatura vera e propria che torce le fibre trasformandole in filato. Possono seguire finiture strutturali o estetiche per rendere il filato più robusto, attraverso la torsione simultanea di più capi (binatura), o cambiargli colore con la tintura.
La filatura impropria invece descrive la filiera per la produzione delle fibre artificiali e sintetiche. Tali filati sono di lunghezza illimitata ma possono essere tagliati o trasformati in fiocco per poterle lavorare insieme a fibre di altra natura. Il filo da questo momento non è più solo un insieme di fibre, da esso prendono vita abiti e opere d’arte che raccontano una storia.
Simbologia del filo tra mito e semantica
Il nostro linguaggio è intriso dell’immaginario del filo. Espressioni come "filo logico", "filo del discorso", "filo del rasoio", "dare filo da torcere", "per filo e per segno" e altre ancora compaiono frequentemente nel nostro lessico testimoniando la forza semantica, simbolica e metaforica di questa realtà, così esile ma così antica, e la sua stretta connessione con la vita privata degli individui.
Per questo motivo l’immaginario tessile permette di indagare in maniera più intuitiva e profonda i grandi temi dell’umanità. L’antica attività della filatura, ad esempio, è concepita come espressione delle più profonde dinamiche psichiche. Figure di filatrici, legatrici e tessitrici popolano le culture e le religioni di tutto il mondo, dalla mitologia classica alle saghe nordiche, dai testi biblici alle fiabe popolari.
Significativo è il mito delle Parche, personificazione del fato, da cui deriva l’espressione "la vita è appesa ad un filo". Queste tre grandi divinità, figlie di Zeus, erano dedite all’arte della tessitura: Cloto (in greco κλώθω, "io filo") filava lo stame della vita predisponendo la nascita, Lachesi (in greco λαγχάνω, "destino") avvolgeva il filo sul fuso determinando la lunghezza e la qualità della vita dell’individuo, Atropo (in greco Ἄτροπος, "inesorabile") infine lo tagliava con le sue forbici decretando il momento della morte. Le loro decisioni erano immutabili in quanto frutto del Destino. Scandivano l’esistenza di ogni essere e la lunghezza del filo determinava dunque la lunghezza della vita.
Questo mito è metafora della dipendenza dell’uomo da qualcosa più grande di lui, il fato. Ma al di là del volere divino, il filo può diventare anche un mezzo di autodeterminazione. Nel mito del Minotauro, Teseo, dopo aver ucciso la bestia, ritrova l’uscita dal labirinto grazie al gomitolo di lana che Arianna gli aveva donato e che aveva srotolato lungo il cammino. Il filo è in questo caso l’elemento che conduce alla risoluzione di una situazione complicata ma metaforicamente anche la guida nei meandri della nostra mente, il cosiddetto "filo logico".
Il filo da cucito e quello del pensiero sono indiscutibilmente connessi: la mente sviluppa un pensiero come un filo, lo intreccia e lo tesse per creare un ragionamento più complesso. In era più recente anche il cristianesimo utilizza il filo come simbolo di redenzione. La Bibbia riporta vari rimandi all’immaginario del filo tra cui la scena in cui Maria fila per la tonaca di Cristo il vello del montone dorato, il cui agnello è iconograficamente il Salvatore dell’uomo.
Nella cultura indiana il filo (sutra) "collega tutti gli strati dell’esistenza, fra loro e al loro Principio" scrive R. Guénon ed infilare il filo nella cruna dell’ago simboleggia il passaggio attraverso una porta astrale, creando un legame fra i livelli cosmici (infernale, terreno e celeste) o psichici (inconscio, conscio e subconscio). Esso esprime continuità, per la tecnica circolare della sua produzione. Si oppone alla rottura e alla lacerazione diventando simbolo di legame. Per questo è spesso usato nei riti matrimoniali.
In Estremo Oriente è credenza comune che il matrimonio sia opera di una divinità celeste che torce con le dita i fili del destino degli amanti, facendoli diventare uno solo. Nei paesi del Sud-Est asiatico è invece usanza legare ai polsi degli sposi un filo di cotone bianco.
Il colore del filato più ricorrente ed emblematico è, comunque, il rosso, simbolo di vita e morte, amore e collera. Una leggenda giapponese narra che ognuno, quando nasce, ha legato al mignolo della mano sinistra un filo rosso. Seguendone il percorso, talvolta aggrovigliato, si giunge alla persona a cui siamo destinati e al cui dito ha legato l’altra estremità. Non importa né il tempo né la distanza poiché non si spezzerà mai.
Per gli indù è costume legare un filo di cotone rosso, chiamato mauli, sul polso all’inizio di una cerimonia religiosa. È il caso del Rakhi Festival, festa che celebra l’amore, l’ammirazione, la cura, il rispetto e il legame di sangue tra fratelli e sorelle, durante la quale se lo legano a vicenda.
In campo semantico il legame stretto dal filo è ribadito dall’uso di questa parola come suffisso. Le parole composte da -filo (dal greco -philos, in origine "caro" e successivamente "amante di", con valore attivo) come secondo elemento significano "che ha amore per, simpatia, affinità per". Ad esempio il vocabolo astrofilo (comp. di astro- e -filo) indica un appassionato di studi astronomici.
In conclusione, ogni cultura, ogni era, ha avuto un legame stretto "a doppio filo" con questo elemento tessile che è servito per esprimere concetti, dogmi, emozioni.
Fiber Art: il linguaggio del tessile
La connessione tra arte e tessile è profonda e radicata, da sempre infatti i pittori hanno utilizzato la tela come supporto. Il filo diventa protagonista dell’opera d’arte in quanto elemento di collegamento e di scrittura. Le arti tessili però sono sempre state identificate con l’artigianato e relegate nella categoria delle arti minori rispetto alla pittura o scultura, nonostante l’estrema raffinatezza raggiunta nei secoli. Parliamo di abiti, arazzi, ricami e tappeti di altissimo livello e di grande valore folkloristico.
Le tecniche del filo riacquisiscono attenzione con le grandi Esposizioni Universali. A partire da quella di Londra nel 1851, l’arte tessile viene rivalutata e collezionata. Gli intrecci della maglia appaiono come una riscoperta di popoli lontani. Bisogna però arrivare ai giorni nostri per poter parlare di riscoperta e sperimentazione con i filati e le tecniche tessili, quando artisti e soprattutto artiste hanno utilizzato questo medium facendone emergere l’aspetto antropologico e attribuendogli valenza politica e sociale.
Nei primi anni del Novecento gli artisti si avvicinano al potenziale espressivo di stoffe e fibre. Marcel Duchamp presenta nel 1916 la fodera di una macchina da scrivere fissata su un’asta e la intitola la Pliant de voyage. Durante gli anni Venti cresce l’interesse per l’espressioni artistiche polimateriche, formulate da Filippo Tommaso Marinetti nel Manifesto del tattilismo, che accompagna con delle tavole materiche. Negli anni Trenta gli studi tessili della Bauhaus, attraverso la sperimentazione di differenti combinazioni di tipologie di filati e intrecci, svincolando il colore dal suo corrispettivo figurativo e applicando i contrasti cromatici, hanno riconosciuto la struttura tessile come linguaggio, liberando questo mezzo dalla sua funzione esclusivamente decorativa.
Al termine delle Guerre Mondiali molti artisti scelgono di utilizzare la stoffa per la sua semplicità e umiltà. Ne sono esempio le tele tagliate di Lucio Fontana e i sacchi di Alberto Burri. Verso la fine degli anni Sessanta la Fiber Art si afferma come movimento autonomo. Fonda il suo operato sul tessile, inteso come fibra, filo, tessuto o polpa ma anche i suoi procedimenti tecnici, concettuali e virtuali. Il senso tattile prevale su quello meramente visivo e trasporta l’osservatore in una dimensione intima e familiare.
La minuziosità tecnica necessaria alla realizzazione di tali opere richiede lunghi tempi di lavorazione, scontrandosi con le istanze avanguardiste che attraversano il Novecento. In Europa questa corrente viene promossa dalla Biennale Internationale de la Tapisserie Ancien et Moderne di Losanna, diffondendosi in seguito a livello mondiale, seppur ristretta ad una nicchia specialistica.
Ciò che distingue le opere d’arte in stoffa dai più preziosi e raffinati manufatti tessili è il superamento della principale funzione di avvolgere e riparare, seppur accostata al piacere del bello. L’arte tessile, associata ai tessuti aulici, testimonia la cultura, la tradizione e la ricchezza della società che li ha prodotti e non può essere sradicata dal passato e dalle sue origini popolari mentre la Fiber Art è svincolata dalla funzionalità e i mezzi così come il metodo utilizzati non influiscono sul valore artistico del manufatto.
Queste opere, pur riallacciandosi alla tradizione, enfatizzano il potere metaforico della trama e del nodo. La singolarità dell’artista dilaga verso il collettivo. È il caso di Maria Lai, artista sarda che ha fatto del patrimonio di tradizioni, miti e leggende della sua terra la fonte da cui scaturisce la sua produzione artistica. Tessitura e ricamo erano per le donne sarde espressione della propria creatività ed un modo per lasciare traccia di sé nel mondo; la stessa Maria Lai aveva appreso queste tecniche fin da piccola osservando e affiancando nei manufatti la madre e la nonna.
In seguito agli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia come allieva dello scultore Arturo Martini, che la esortò a ricercare ad esplorare nuove vie espressive, e grazie all’amicizia con lo scrittore Salvatore Cambosu, il quale le fece comprendere l’importanza delle proprie radici culturali, rivalutò le tecniche tessili e ne comprese il ruolo sociale di legame tra le donne e tra l’intera comunità. Tra i primi approcci al tessile vi sono le Tele cucite del 1975, in cui coinvolge il materiale artistico per eccellenza, la base di ogni dipinto. Ispirandosi al paesaggio sardo, cuce sia a mano che a macchina pezze di varia natura.
L’artista stessa afferma: "La stoffa per me è un elemento tattile molto importante. Io sento la differenza delle grane, delle stoffe, dei velluti, delle tele, delle sete. Creare un’emozione è mettere insieme tutte queste tattilità diverse". I fili, materia prima dei tessuti utilizzati, si tendono sulla superficie unendo i comparti in cui è suddiviso lo spazio e al contempo donando ritmo visivo. Il risultato è un’opera che narra una storia attraverso i fili, un’arte che emerge da un mezzo spesso considerato inferiore, ma che racchiude una forza espressiva unica.
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