UNIVERSITÀ CATTOLICA DEL SACRO CUORE
Facoltà di Lettere e Filosofia
Corso di Scienze e Tecnologie delle Arti e dello Spettacolo
– –
Sede di Brescia
Tesi di laurea triennale
EVOLUZIONE DELLA RAPPRESENTAZIONE
DEI DISTURBI MENTALI NEL CINEMA:
LA SCHIZOFRENIA
Relatore Candidato
Ch.mo Prof. Eugeni Ruggero Cosimo Toledano
Matricola N. 4711084
Anno Accademico 2020/2021
INTRODUZIONE
(2020) è la miniserie che mi ha ispirato nello scegliere l’argomento per la
Hollywood
tesi. Ambientata durante gli anni d’oro del cinema Hollywoodiano, raccoglie la storia di più
personaggi e della loro lotta per affermarsi nel mondo dello spettacolo. Come nel caso di Anna
May Wong, la prima celebrità internazionale di origine asiatica. Oppure, Hattie McDaniel, la
prima attrice afroamericana a vincere l’oscar come miglior attrice non protagonista. Ancora, il
personaggio inventato di Archie Coleman, che lotta per far si che gli venga accreditata la
titolarità della propria sceneggiatura, nonostante egli sia afroamericano e omosessuale. Gli
occhi lucidi e soddisfatti di tutti questi personaggi nelle scene finali, nel vedersi rappresentati
l’importanza del tema della
sul grande schermo nella notte degli Oscar, mi ha fatto capire
rappresentazione. Il cinema mainstream punta ai grandi incassi, ad attirare nelle proprie sale il
maggior numero di spettatori. L’idea di “rischiare” e rappresentare delle diversità è stata spesso
respinta. Queste “diversità” sono spesso state associate alle minoranze della società:
protagonisti di diverse etnie, religioni, orientamenti sessuali o identità di genere, con disabilità
o malattie mentali. Gli esempi posso essere tanti, io ho deciso di concentrarmi sul tema delle
malattie mentali ed in particolare di focalizzarmi sulla schizofrenia. Ho diviso la mia tesi in tre
grandi capitoli (ciascuno suddiviso in tre paragrafi) che trattano l’argomento da un punto di
vista storico e medico, in relazione ai media e con particolare attenzione al cinema e in fine ho
concluso con degli esempi concreti tratti da tre film.
Il primo capitolo parla dell’origine delle malattie mentali, la loro concezione e della
creazione dei primi stigmi; la nascita del termine “schizofrenia” e il suo sviluppo; terminando
con la sua attuale descrizione e analisi medica e culturale.
Il secondo capitolo parla di come le malattie mentali e la schizofrenia sono state
rappresentate nel corso della storia del cinema; la differenza tra una buona/corretta
rappresentazione e una cattiva/stereotipata; concludendo con gli effetti che essa provoca nella
società.
Nel terzo capitolo, infine, ho riportato i film Qualcuno volò sul nido del cuculo (e gli
stigmi delle malattie mentali), Donnie Darko (e i temi della violenza, schizofrenia e film cult)
e Joker (e il rapporto tra rappresentazione e società).
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1. STORIA DELLE MALATTIE MENTALI E IN
PARTICOLARE IL DISTURBO SCHIZOFRENICO
1.1. La concezione dei disturbi mentali
Malattia o disturbo mentale: «sindrome o modalità comportamentale o psicologica,
clinicamente significativa, associata a un malessere o a una menomazione, da considerarsi
manifestazione di una disfunzione comportamentale, psicologica o biologica della persona»
(Enciclopedia Treccani). Si tratta di una condizione non soggettiva e personale, bensì di una
effettiva disfunzione del cervello e studiabile secondo un modello scientifico che è quello della
“malattia
medicina clinica. Spesso il termine mentale” viene associato grossolanamente ai
“follia” “pazzia” “follia”
concetti di o da cui però ne trae origine. Col termine si intende
sottolineare la sua «differente accezione socioculturale, grazie soprattutto alle ricerche del
della follia nell’età classica,
filosofo francese Michel Foucault» (Storia 1961):
la coscienza contemporanea coglie nel concetto di follia non soltanto il particolare stato mentale di
determinati individui, ma più in generale l’espressione di una condizione di ‛diversità’, rispetto a modelli
di ‛normalità’ socialmente stabiliti, che è imputabile non tanto a un disturbo interno a un soggetto
sofferente, quanto a un’interazione squilibrata tra il soggetto stesso e il suo ambiente, creatasi ‒ secondo
Foucault ‒ in base a differenze di potere e di autodeterminazione a sfavore dell’individuo, considerato
perciò ‛folle’. ‘stato ‘demenza’,
È un termine che infatti viene spesso collegato a di alienazione’,
‘insania’ ‘pazzia’. Quest’ultimo termine: “pazzia” deriva da “pathos” (sofferenza) e
e
“patients” (paziente, malato, il ‘pazzo’). «Nel linguaggio comune, si riferisce a qualsiasi forma
di alterazione, persistente o temporanea, delle facoltà mentali (è un termine raro nel linguaggio
“infermità” “malattia
scient., dove si parla invece di o mentale”, o più specificamente
“psicosi”, “psicopatia”, È un’espressione che fa cadere l’accento
di ecc.)» (De Sanctis, 1935).
sull’esperienza dolorosa invece che, come nel caso della follia, sulla componente stravagante.
“follia”, “pazzia” “malattia
I concetti di e mentale” hanno origini antichissime che nel
corso della storia hanno subito ampie mutazioni. Questa evoluzione è avvenuta grazie ai
contesti sociali, culturali, religiosi, politici ed economici e che ne hanno condizionato lo studio
- 3 -
e l’approccio in ambito medico e scientifico. Ad occuparsi di tali materie e dei soggetti ad esse
conformi, fin dai primi tempi, sono sati: maghi e sciamani, streghe e stregoni, persino boia e
carcerieri, esorcisti e sacerdoti, erboristi e barbieri, fino ad educatori e psicologi, medici e
psichiatri. Sono stati innumerevoli i rimedi utilizzati come rituali magici o religiosi in recinti
rituali, templi, boschi magici, caverne; oppure esorcismi, bagni, salassi, punizioni corporali in
conventi, prigioni, lazzaretti, ospizi, ospedali, colonie agricole, manicomi; ed infine erbe,
farmaci, il lavoro, la rieducazione, e le psicoterapie in comunità terapeutiche e servizi territoriali
(Dell’Acqua, 2013).
Si riscontrano più fasi nel corso dell’evoluzione del concetto di malattia mentale.
Partendo dalle origini, la più antica testimonianza che cita la malattia mentale viene attribuita
al Papiro di Ebers. Venne scritto a Tebe, in Egitto. Le fonti più accreditate ne collocano la sua
redazione intorno al 1550 a.C., altre fonti persino al 3400 a.C. Si tratta di un documento medico
in cui venivano descritte malattie, sintomi, diagnosi, trattamenti, prescrizioni, preparazioni e
somministrazioni dei rimedi. La malattia mentale veniva descritta sia come un disturbo psichico
che fisico. Ovvero non vi era alcuna differenza tra malattia mentale e fisica la cui origine e sede
si trovava nel cuore (Lanfredini, 2013).
Dai primi secoli a.C., ai tempi dell’antica Grecia, fino ad arrivare alla caduta dell’Impero
Romano, la malattia mentale veniva paragonata alla stregua della magia, della superstizione,
alla possessione demoniaca e a forze soprannaturali. Le cause erano di natura divina, come
accadeva agli eroi dei poemi omerici, che ne uscivano segnati, colpiti, resi folli, indotti in errore
durante l’Alto medioevo, dove si ritornò
e puniti dagli dèi. Questo concetto venne ripreso anche
ad una concezione della malattia mentale causata da forze demoniache. Allo stesso modo vi
furono altre correnti che cercarono di aprire differenti ipotesi in direzione di uno studio più
organico della materia, fra cui la scuola medica greca fondata da Ippocrate di Kos (460-370
a.C.). Come in un estratto dell’opera Pathos aitia therapeia (Malattia, causa, cura, 360 a.C.)
del medico ippocratico Diocle di Caristo che spiegava come la malattia fosse causata da un
ribollire del sangue; oppure come per Prassagora di Kos, uno dei capi della scuola medica, le
causanti erano dovute invece ad un gonfiore del cuore.
“frenite” “melancolia”.
Nascono i concetti di e Il primo concetto veniva inteso come
disturbo del pensiero dovuto da un’infiammazione del diaframma (perciò ‘frenite’,
da phrenes, diaframma) causandone febbre e deliri. Invece nelle manie si riscontravano i
“furore”
disturbi mentali acuti e il senza febbre. La melancolia, sintomo invece di un umore
depresso, si riteneva fosse causata dall’addensarsi intorno al cuore della bile nera o melaina
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kholē “deviato” le funzioni psichiche dell’organo cardiaco;
(da cui melancolia) che avrebbe
comportando così un disturbo mentale cronico (insania). In altrettanto modo, come affermava
– “passioni
Seneca nelle Lettere a Lucilio (62 65 d.C.), le incontrollabili” erano la causa effetto
della follia. In quanto queste sfociavano al di fuori dei confini naturali controllabili, diventando
Come nel caso dell’epilessia, che dai greci era definita come il
così «smisurate». morbo sacro,
così chiamata perché frutto della possessione divina; viene invece successivamente considerata
1
di natura umana .
Oltre a queste prime origini del concetto di malattia mentale: da entità soprannaturali,
dèi e spiriti maligni; alla ricerca di un’origine naturale di tali comportamenti all’interno
dell’uomo stesso; fino al ritorno in epoca medievale della ricerca di un capro espiatorio a cui
attribuire il male del demonio, la carestia, le epidemie, la guerra; ci furono le epidemie
affezioni dell’animo,
psichiche, le ovvero spiegazioni di tipo psicologico. Come furono i
flagellanti, i tarantati, o interi movimenti di gruppi nei conventi dovuti a grandi crisi esistenziali
(Bonsignori, 2020).
Successivamente, prima della nascita dei manicomi, nei secoli che vanno dal ‘400 fino
ai primi dell’800, si assistette ad un periodo predominantemente buio caratterizzato da
immagini di “paura”, “criminalità”, “malvagità”, “eresia”. Essi sono tutti vocaboli che si
legarono al soggetto affetto da malattia e ne andarono a formare un primo modello di
concezione e identificazione.
Mendicanti e vagabondi, nulla tenenti, disoccupati, sfaccendati, delinquenti, individui politicamente
sospetti, eretici, donne di facili costumi, libertini, vengono in tal modo resi inoffensivi, e, per così dire,
invisibili insieme con sifilitici e alcolisti, pazzi, idioti e stravaganti, nonché mogli odiate, figlie disonorate
e figli che sperperavano il patrimonio (Corner, 1975).
Questi erano tutti esempi di soggetti ritenuti pericolosi e per tanto da tenere rinchiusi e
puniti. Nacquero per questo motivo i primi “manicomi” o, come era più corretto intenderli, gli
asili, luoghi di segregazione utilizzati per rinchiudervi i criminali così da proteggere la comunità
che viveva al di fuori. I pazienti venivano quindi nascosti, non più mostrati ed esibiti (dal
lat. monstrare, der. di monstrum: v. mostro: essere che si presenta con caratteristiche estranee
al consueto ordine naturale e come tale induce stupore e paura) (Niccoli, 1970). Venivano
studiati ed analizzati così da classificarne la malattia da parte degli alienisti (psichiatri
1 Le informazioni presentate in questo paragrafo sono tratte dalla seguente fonte: sito web
www.tartavela.it - 5 -
specializzati nello studio dei malati mentali, ovvero di coloro alienati dalla loro vera natura).
Non si alludeva ancora però a medici specializzati nel trattamento di tali soggetti, spesso invece
affidati alla cura o tortura di volenterosi ecclesiastici, o di farmacisti e chirurgi locali. Fu per
esempio un medico e religioso, Francis Willis, a curare per la prima volta Giorgio III, nel 1788
(Murphy, 2003).
Dai primi dell’Ottocento la “follia” ed il “manicomio” iniziarono ad assumere un
significato diverso poiché il linguaggio stesso esigeva più accuratezza e cominciò per tanto ad
attingere dalla scienza ed in particolare dalla medicina. Nacque la psichiatria e si avviarono un
trattamento ed un’assistenza diversi per colui che veniva adesso distinto dal criminale: i
malati alle cure di dottori all’interno dei manicomi. Due gli
criminali andranno in carcere ed i
ospedali a Parigi: a Bicetre gli uomini e alla Salpetriere le donne, di cui Philippe Pinel (1745-
2
1826) ne era il fondatore e capo e il cui obiettivo era di «liberare i folli dalle catene». Questi
manicomi furono sia ben accettati che mal visti ed ebbero esiti non del tutto in linea con i buoni
principi a cui si ispiravano. Esistevano piccoli e atroci manicomi privati che per la maggior
parte si trasformarono in istituzioni rispettabili e accreditate, spesso anche finanziate.
L’approccio terapeutico che il medico Pinel intendeva seguire veniva definito traitement moral
in quanto egli abbracciava uno studio che attribuiva ad eventi specifici la causa di un
conseguente disturbo mentale; piuttosto che aderire alle teorie eziologiche che invece
attribuivano la causa a patologie cerebrali di tipo fisico. La medicina si divise così in un
approccio più psicologico ed in uno che restringeva il campo all’osservazione dei singoli organi,
in particolare alla concertazione sulle singole cellule. Si utilizzava il metodo culinario per
prescrivere le medicine, ovvero un insieme di dosi più o meno generose di svariati medicinali
e droghe, come vi erano anche bagni e docce. La fiducia in questi manicomi, per la prima metà
del secolo, si era largamente fondata nella società. I manicomi erano luoghi di isolamento in
cui si poteva beneficiare di una reclusione al fine di calmare la psiche e silenziare i tormenti,
arrivando così ad uno stato di purificazione. Questo si dovette in particolare allo psichiatra
– 3
Esquirol (1772 1840) e ai suoi discepoli. A partire dalla metà del secolo i manicomi
2 P. Pinel: uno dei protagonisti del rinnovamento operatosi nella psichiatria nell'ultimo scorcio
del 18° secolo, perché seppe «guardare ai problemi dei malati di mente con spirito nuovo»
(Enciclopedia Treccani).
3 Esquirol Jean-Étienne-Dominique: il massimo rinnovatore della psichiatria nel sec. 19º.
Allievo e continuatore di Ph. Pinel, si impegnò ad «eliminare i pregiudizi di vario genere che
tenevano gli alienati fuori di ogni legge umana», e ad ffermare il concetto che «l'alienazione
mentale è una vera e propria malattia, cui si deve far fronte con criteri scientifici e, in ogni
caso, con metodi umani» (Enciclopedia Treccani).
- 6 -
cominciarono a mutare il loro destino, essendosi sempre di più riempiti dei più svariati casi
cronici incurabili, di disadattati ed emarginati sociali. Il metodo adottato della terapia morale
veniva sempre meno considerato l’approccio più idoneo a cui ispirarsi (cfr. Arieti, 1963).
Adesso l'opinione pubblica è decisamente contraria ai manicomi; ma ben presto la marea defluirà, e poi
qualche episodio di violenza volgerà di nuovo i pregiudizi del mutevole pubblico contro la libertà dei
dementi. Pochi esempi che la colpiscono in un senso o nell'altro sono sufficienti per far cambiare direzione
all'opinione pubblica (Bucknill 1860-61, p. 310). 4
Nella storia della nosografia psichiatrica le esposizioni di Pinel ed Haslam sono
considerate il primo esempio di descrizioni di quadri clinici di psicosi schizofrenica. Emersero
i concetti di demenza precoce, dagli studi dello psichiatra belga Bénédict Augustin Morel
(1860) e di catatonia e vesania tipica dallo psichiatra Karl Ludwig Kahlbaum, come sindrome
caratterizzata da allucinazioni uditive e deliri di persecuzione, ovvero di forma paranoide della
schizofrenia come verrà descritta nel secolo successivo (1871). Intorno alla metà del 1800, in
particolare in Germania, proseguono e si incrementano gli studi della psiche secondo dettagliati
schemi di classificazione. Essi si basavano dunque sulle origini somatico-organiche o socio-
psicologiche e quindi sulla componente neurologica e sui dati scientifici di tali disturbi.
puntò per un’unione della neurologia alla psichiatria in
5
Wilhelm Griesinger (1817-1868)
quanto la malattia era riscontrabile nel cervello e l’anatomia e la fisiologia stessa ne fossero
portatrici visive dei rispettivi sintomi. Si dilagò in tutta Europa una visione pessimistica rispetto
alla possibilità riparatoria della malattia mentale contenuta nei soggetti (Dalle Luche &
Maggini, 2018).
Intorno alla fine del secolo, era ormai comunemente accettata l'idea che la pazzia, l'immoralità e la
reprensibilità sociale fossero tutte conseguenze di tratti ereditari che quindi la società aveva il dovere di
eliminare con la sterilizzazione, l'isolamento, la rigorosa educazione e il controllo dell'immigrazione. Le
classi più sane dovevano invece essere incoraggiate a riprodursi (Ibidem).
Questo ebbe impatti anche nell’ambito criminologico, in cui le caratteristiche della
conformazione del volto potevano essere riconducibili ad una mente criminale. Sempre
Nosografia psichiatrica: la descrizione delle malattie secondo la loro terminologia univoca
4
che indichi in modo preciso le diverse entità teoriche.
5 G. Wilhelm: medico e psichiatra, nella eziopatogenesi delle malattie mentali, pur
ammettendo l'intervento di una componente psicopatologica, ne limitò il significato a quello
di una semplice "azione di riflesso" e fu un tenace assertore di una loro origine organica: le
concepì come malattie del cervello, giungendo a identificare strettamente la psichiatria nella
neurologia, e viceversa. - 7 -
maggiore accuratezza scientifica assunse la nosologia psichi
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