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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO BICOCCA
Dipartimento di Medicina e Chirurgia
CORSO DI LAUREA IN INFERMIERISTICA
Anno Accademico 2021/2022
LA DIAGNOSI DELLE LESIONI DA PRESSIONE NELLE
PERSONE DALLA CARNAGIONE SCURA
The diagnosis of pressure injuries in dark-skinned people
Relatore: Dott.ssa Vescovi Angela Gloria Candidata: Aboa Lourdes Kelly
Matricola: 860309 1
“Tutto può essere spiegato alle persone a condizione che vuoi che capiscano”
Frantz Fanon 2
Dedicato al mio prof Carboncini, una delle prime persone con cui sarei
stata orgogliosa di condividere la felicità della laurea. 3
INDICE
1.Introduzione………………………………………………… pag. 5
1.1 Dati epidemiologici…………………………………….... pag. 7
1.2 Differenze dermatologiche …….……………………....... pag. 8
1.3 Scopo dell’elaborato……………………………………... pag. 10
2. Metodi………………………………………………………. pag. 11
3. Risultati……………………………………………………... pag. 12
3.1 Valutazione delle lesioni da pressione…………………… pag. 13
3.2 La Formazione…………………………………………… pag. 17
pag.
3.3 Partecipazione nella ricerca medica……………………... 21
4. Conclusioni………………………………………………..... pag. 22
Bibliografia……………………………………………………. Pag. 25
Ringraziamenti………….……………………………………... pag. 30 4
1. INTRODUZIONE
Una lesione da pressione (LdP) è una lesione localizzata alla cute e/o al tessuto
sottostante, solitamente collocata su una prominenza ossea come risultato di un’elevata
e/o prolungata compressione o, in alternativa, di forze di taglio che, causando uno stress
meccanico ai tessuti e un'occlusione dei vasi sanguigni, conducono a un processo
ischemico tissutale (NPUAP, EUAP, PPPIA, 2019).
Le lesioni interessano generalmente la cute, il derma e gli strati sottocutanei, arrivando a
toccare anche muscoli e ossa nei casi estremamente gravi: nel complesso, talloni,
caviglie, osso sacro, nuca e spalle sono le aree maggiormente colpite.
Nel caso delle lesioni da pressione, seguendo la classificazione presente nella linea
guida “Prevenzione e Trattamento delle Ulcere da Pressione: Guida Rapida di
della National Pressure Ulcer Advisory Panel (NPUAP), European
Riferimento”
Pressure Ulcer Advisory Panel (EPUAP) del 2014, possiamo adottare una suddivisione
in stadi: nel primo registriamo la comparsa di arrossamento o eritema non sbiancante
alla digitopressione, la cute di colore scuro non può avere uno sbiancamento visibile e
quindi difficile da rilevare. Nel secondo, abbiamo una perdita di spessore parziale del
derma che si presenta come un’ulcera aperta superficiale con un letto della ferita rosso-
rosa, senza tessuto devitalizzato (slough), può anche presentarsi come una vescica
intatta o aperta/rotta piena di siero; nel terzo abbiamo una perdita di tessuto a spessore
totale. Il grasso sottocutaneo può essere visibile ma le ossa, i tendini o i muscoli non
sono esposti, lo slough può essere presente, ma non oscura la profondità della perdita di
tessuto. Infine, nell’ultimo si ha una distruzione dei tessuti, necrosi o danno a muscoli,
tessuto devitalizzato o l’escara possono essere presenti in alcune parti
ossa e/o tendini. Il
del letto della ferita. Oltre il quarto stadio la lesione diventa non stadiabile: essendo
questa totalmente coperta da slough o escara, la profondità non risulta determinabile.
l’inversione di stadio in quanto ciò richiederebbe una completa restaurazione
Non esiste
delle strutture anatomiche distrutte, che di fatto non si verifica. Possiamo tuttavia
parlare di guarigione: le lesioni da pressione di stadio 2° guariscono per la migrazione
di cellule epiteliali dai bordi della lesione, mentre in quelle di stadio 3° e 4° la perdita di
sostanza viene colmata con tessuto di granulazione (Caula, Apostoli, Libardi, Lo palo,
2018).
Dal punto di vista eziologico, i fattori di rischio possono essere distinti in estrinseci ed
intrinseci; tra i primi troviamo (NPUAP, EPUAP, PPPIA, 2019): 5
la forza comprimente fra superficie corporea e piano d’appoggio è più
o Pressione:
intensa della pressione del sangue del distretto arteriolo-capillare (32 mmHg), dunque si
determina una condizione di ischemia persistente.
o Forze di stiramento o taglio: mentre la pelle tende ad aderire alla superficie di appoggio,
lo scheletro tende contrariamente a scivolare provocando zone di stiramento dei tessuti
superficiali su quelli profondi; lo stiramento provoca angolazione dei peduncoli
vascolari, microtrombosi locali ostruzione e recisione dei piccoli vasi con conseguente
necrosi tessutale profonda.
o Attrito: lo sfregamento del corpo contro la superficie di appoggio causa un
della cute, favorendo l’apparizione di lesioni più gravi.
arrossamento
o Aumento della temperatura locale: al crescere della temperatura corporea aumenta
contestualmente il metabolismo della cute con conseguente aggravamento degli effetti
dell'ischemia tessutale.
o Umidità: una cute umida può andare incontro a macerazione, aumentando la sensibilità
rispetto a fattori come pressione e attrito.
Fattori intrinseci sono invece:
o Età avanzata: determina modificazione delle caratteristiche della pelle come, ad
esempio, una riduzione dell’elasticità cutanea, della massa muscolare, della percezione
sensoriale e dei riflessi nocicettivi rendendo la pelle più fragile e più suscettibile ai
fattori estrinseci di rischio.
o Riduzione della mobilità che causa alto potenziale di frizione e scorrimento.
o Malnutrizione e disidratazione: portano a squilibri del bilancio proteico, vitaminico e
minerale. La presenza di ipoalbuminemia a e la conseguente riduzione della pressione
oncotica, favorisce l’edema interstiziale che aumenta la distanza delle cellule dai
capillari; ciò riduce pertanto il livello di diffusione di O a livello cellulare. Questo
2
fattore associato alla pressione che genera ischemia, è in grado di favorire la comparsa
di necrosi.
o Malattie vascolari e croniche come diabete, insufficienza renale ecc.: riducono la
circolazione ed il nutrimento della cute e del tessuto sottocutaneo che, se associati a
fattori estrinseci porta all’aumentata probabilità di sviluppare processi ischemici.
Secondo le buone pratiche cliniche, nella conduzione di una valutazione del rischio di
lesioni da pressione risulta fondamentale: usare un approccio strutturato, includere una
valutazione clinica approfondita dello stato cutaneo, affiancare l’uso di uno strumento di 6
valutazione del rischio, la valutazione di ulteriori fattori di rischio e interpretare i
risultati della valutazione usando un giudizio clinico (NPUAP, EPUAP, PPPIA, 2019).
Le scale maggiormente utilizzate sono la Braden e la Norton modificata secondo Stotts
(1985). La prima è composta da sei indicatori incentrati su due dei principali fattori
eziologici delle LdP, intensità e durata della pressione da una parte, tolleranza dei
tessuti dall’altra; nello specifico, gli indicatori sono percezione sensoriale, mobilità,
nutrizione, frizione e scivolamento, attività e umidità. Il punteggio massimo è 23 e
indica l’assenza di rischio, mentre un risultato uguale o inferiore a 16 ne rivela la
presenza.
Gli indicatori della scala di Norton sono invece cinque: condizioni fisiche, stato
mentale, deambulazione, mobilità e incontinenza. Il risultato massimo, associato alla
mancanza di rischio, è ora di 20, mentre la soglia di rischio individuata dalla raccolta è
di soli 14 punti. 1.1 Dati epidemiologici
Le lesioni da pressione rappresentano un problema sanitario di grande rilevanza: sono
un esempio di danno evitabile che aumenta tanto la mortalità quanto la durata della
degenza. I tassi di prevalenza variano dal 4,7% al 32,1% in ambito ospedaliero e si
attestano intorno al 22% nelle persone assistite in case di riposo (Cartabellotta et al.,
2014).
Inoltre, ricoveri e trattamenti relativi alle ulcere da pressione costituiscono il 4% della
spesa totale annuale del SSN (Calabrò, 2017).
Secondo le previsioni ISTAT del 2021, la popolazione over 64 rappresenta ad oggi il
23,5% del totale, a fronte del 12,9% occupato dagli under 15 e del 63,6% della fascia
15-64 anni: si registra quindi un elevato numero di persone anziane, peraltro in costante
crescita. Motivato dal miglioramento delle tecniche medico-chirurgiche, specie nel caso
delle procedure di screening e della gestione delle condizioni acute, l’allungamento
della vita media comporta una più frequente comparsa di patologie croniche.
L’invecchiamento determina un aumento della fragilità e, conseguentemente, dei
periodi di allettamento e degenza mediamente più lunghi: da qui la maggior probabilità
–
di sviluppare lesioni da pressione, gravando oltre che sulla salute generale del paziente
– sulle spese sanitarie. 7
1.2 Differenze dermatologiche
Il colore della pelle dipende da quantità e qualità della melanina, il pigmento che
protegge la pelle dai raggi ultravioletti (UVR) del sole, con entrambe che risultano
regolate dall'espressione dei geni. La genetica determina il colore costitutivo della pelle,
che è rafforzato dalla melanogenesi facoltativa e dalle reazioni di abbronzatura. La
melanina ha due forme, eumelanina (nero-marrone) e feomelanina (giallo-rossastro). Il
primo si raccoglie principalmente nelle persone dalla pelle scura, mentre le persone
dalla pelle chiara hanno maggiori probabilità di sviluppare il secondo (Ito S et al.,
2005). È stato osservato che la feomelanina sembra essere un componente minore della
melanina epidermica umana, anche nei tipi di pelle (europei) più chiari.
Indipendentemente dall'etnia, il contenuto di melanina epidermica è significativamente
maggiore nella pelle cronicamente fotoesposta rispetto alla corrispondente pelle
fotoprotetta (fino a due volte). Un ulteriore differenza sta nel fatto che l'analisi delle
dimensioni dei melanosomi ha rivelato una variazione significativa e progressiva delle
dimensioni con l'etnia: la pelle africana ha i melanosomi più grandi, seguiti a turno da
indiani, messicani, cinesi ed europei. Nelle pelli scure i melanosomi sono maggiormente
dispersi individualmente nello strato epidermico. I tipi di pelle più leggermente
pigmentati (europei, cinesi e messicani) hanno circa la metà della melanina epidermica
rispetto ai tipi di pelle più scura (africana e indiana).
La densità del pigmento che produce melanociti nella pelle (1000/mm2) non presenta
variazioni in rapporto all'etnia (Alaluf et al., 2002), né sono state individuate differenze
significative nello spessore dello strato corneo tra bianchi e neri: solo la compattezza
mostra un margine di variazione più ampio, con la pelle nera tendenzialmente più
un’alta quantità di melanina protegge
protetta da una compattezza maggiore. Avere
contro i raggi UV ma rappresenta un rischio nei termini di carenza di vitamina D,
sintetizzata, tra le altre cose, dai raggi solari. Per classificare i vari fototipi di pelle viene
spesso utilizzata la classificazione Fitzpatrick (FST), sviluppata da Thomas B.
Fitzpatrick nel 1975 per valutare la propensione della pelle a bruciare durante la
fototerapia. La classificazione originale includeva tipi di pelle da I a IV: tipi V e VI
furono aggiunti solo successivamente, nel 1988, per includere individui di origine
asiatica, indiana e africana. L'FST viene spesso utilizzata dai fornitori come mezzo per
descrivere il colore costitutivo della pelle e l'etnia, ma è necessario ricordare come il 8
sistema di classificazione sia stato concepito per autenticare la fotosensibilità e non per
determinare le qualità fenotipiche etniche (Foreman et al., 2022).
Nonostante la classificazione di Fitzpatrick non tenga conto dell’etnia, viene comunque
utilizzata nella pratica clinica poiché è uno dei pochi metodi di classificazione adottati
in grado di essere applicato a tutti i tipi di pelle. (Ware et al., 2020).
Tabella 1- Classificazione Fototipi di Fitzpatrick modificata (1988)
Capacità di abbronzatura
Tipo Caratteristiche tipiche
di
Pelle
I Pelle pallida, bianca, Si scotta sempre, non
occhi azzurri, capelli abbronza
biondi o rossi
II Pelle chiara, occhi Si scotta facilmente, si
azzurri abbronza poco
abbronza
III Pelle bianca più scura Si abbronza dopo la
scottatura iniziale
IV Pelle marrone chiaro Si scotta poco, si
abbronza facilmente
V Pelle marrone Si scotta raramente, si
abbronza facilmente
VI Pelle marrone scuro o Non si scotta mai, si
nera abbronza spesso
fortemente
Un'ulteriore differenza tra la cute chiara e la cute scura è la quantità persa di acqua
transdermica (TEWL), che svolge la funzione di barriera idrica della pelle: l'acqua viene
persa attraverso il sudore e per diffusione passiva, e gioca un ruolo importante nella
funzione di barriera dello strato corneo, mantenendolo elastico e prevenendo le
screpolature della pelle dovute a sollecitazioni meccaniche (Zohra Zaidi, 2017).
Utilizzando la pelle prelevata da cadaveri, Wilson et al. (1988) hanno osservato una
perdita di acqua transepidermica significativamente maggiore nella pelle afroamericana; 9
sempre Wilson et al. (1988) hanno determinato che la perdita passiva di vapore acqueo
è 2,7 volte superiore nella pelle scura rispetto a quella chiara. Si è osservato che un
basso contenuto di acqua rende la cute un debole conduttore di elettricità e determina
una resistenza cutanea più elevata, il che conferma
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