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Circo mediatico e Femminiccidio. Il potere della comunicazione Appunti scolastici Premium

Tesi sperimentale ( con questionario effettuato su un campione di 80 persone ) per Comunicazione relazioni pubbliche e pubblicità, dell'università degli studi Libera Università di Lingue e Comunicazione - Iulm elaborata dall’autore nell’ambito del corso di Media e crimine tenuto dal professore Dambone dal titolo Circo mediatico e Femminiccidio. Il potere della comunicazione.... Vedi di più

Materia di Media e crimine dal corso del relatore Prof. C. Dambone

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quali non parlano d’altro che di cronaca nera. Interrogati su quali siano i reali

soggetti responsabili dell’aumento della paura e dell’insicurezza, il 20,4%

sostiene che il circuito informativo-mediatico gioca un ruolo fondamentale

sull’aumento delle paure, selezionando le notizie per cercare di catturare

l’audience. È stato inoltre dimostrato che anche i politici fomentano le paure

della popolazione; questa tecnica viene usata per distogliere l’attenzione dai

problemi reali, favorire il consenso e legittimare il proprio ruolo (questa

affermazione deriva dal 29,6% degli intervistati).

In Italia, in particolare, quasi il 50% degli intervistati incolpa i media di creare

allarme sociale, circa un quarto, ovvero il 28,6%, incolpa la politica, mentre i

gruppi terroristici vengono indicati solo dal 7%. Il ruolo dei media viene

sottolineato da percentuali di intervistati anche a Parigi (27%) e New York

(22,2%), mentre chiamano in causa soprattutto la politica gli abitanti di Parigi

(31,9%), San Paolo (49,4%), Tokyo (37,3%) e Mosca (23,8%).

Nel 2009 un altro Istituto di ricerca, Demos, ha condotto uno studio sullo stesso

argomento. Lo studio fa emergere due aspetti particolarmente significativi: il

primo riguarda il lavoro (in particolare la disoccupazione) e come esso venga

sottostimato nei notiziari televisivi. Il secondo riguarda il formato

dell’informazione televisiva in Italia, rispetto al resto d’Europa, caratterizzata da

una presenza costante della criminalità comune, ma anche dalla sua traduzione

“romanzesca”. L’indagine è stata condotta mediante un sondaggio su un ampio

campione rappresentativo della popolazione italiana e attraverso la rilevazione

dell’Osservatorio di Pavia, il quale ha studiato la “notiziabilità” del tema nei Tg

Rai e Mediaset.

All’interno della ricerca i dati dimostrano che “solo” il 77% degli italiani pensa

che la criminalità sia cresciuta in Italia (a differenza dell’88% del 2007) e scende

al 37% il numero di quanti percepiscono un aumento della criminalità nella

propria zona di residenza (contro il 52% del 2007). Esemplificativo come sia

cresciuto il numero di persone che hanno preoccupazioni di tipo economico

(ricordiamo che la ricerca è stata effettuata l’anno dopo l’inizio della Crisi

Economica).

! 45!

L’analisi delle notizie sulla criminalità proposte dai Tg prime time nel periodo

2005-2009 forniscono alcune informazioni interessanti:

- non esiste una correlazione tra l’andamento dei reati denunciati e il numero di

notizie sulla criminalità;

- esiste, invece, una forte correlazione tra il numero di notizie di reati e la

percezione della criminalità;

- tra il 2007 e il 2008 si è assistito ad una “bolla dell’insicurezza mediatica”

prodotta da una crescita della percezione della criminalità e delle notizie di

reato, anche se in presenza di una loro leggera diminuzione;

- nel 2009 si torna alla normalità, cioè ai dati della fase 2005-2006 precedenti

alla bolla criminalità.

Quanto al numero di notizie sulla criminalità, nelle reti Rai il TG1 sopravanza

nettamente gli altri canali. In Mediaset il Tg di Rete 4 dà minore spazio alle

notizie di reati e presenta una notevole stabilità. Sono invece Tg5 e Studio

Aperto, che a partire dal I° semestre 2007, presentano un atteggiamento di

grande attenzione verso la criminalità. L’agenda dei giornali dal 2007 al 2009

vede sempre la criminalità al primo posto. Nella ricerca è anche presente il

confronto sulla criminalità tra i principali telegiornali pubblici e privati europei di

Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna nel periodo dal 2008 al

2009 da cui emerge:

- la quantità di notizie relative alla criminalità in Italia è superiore a quella degli

altri paesi europei soprattutto nelle reti pubbliche; il Tg 1 ha il doppio di notizie

del Tg spagnolo, 20 volte in più rispetto al telegiornale tedesco.

- La pagina della criminalità in Italia è costante, mentre l’agenda degli altri paesi

non rileva la presenza quotidiana di notizie criminali.

- La copertura mediatica del crimine è una caratteristica dei telegiornali italiani,

infatti, nei Telegiornali degli altri paesi europei notizie di furti, rapine, incidenti

automobilistici non trovano spazio, viceversa in quelli italiani i reati comuni

occupano il 60% dei notiziari.

Nell’anno successivo, è stata realizzata un’altra ricerca Demos-Coop, e il dato

più evidente riguarda il sensibile calo di fiducia subita dai maggiori telegiornali

di Rai e Mediaset. La fiducia verso il Tg 1 si attesta al 53%, cioè 10 punti in

! 46!

meno rispetto all’anno precedente. Il Tg 5 viene considerato affidabile dal 49%

degli italiani, otto punti in meno dell’anno 2009. Cresce il gradimento verso i Tg

di La Sette, Sky e News 24.

Un elemento focale della ricerca dimostra che le persone più spaventate e più

preoccupate per la propria incolumità sono quelle che guardano maggiormente

la televisione. Il 39% di chi la guarda più di quattro ore al giorno vive in uno

stato ansioso molto superiore alla media.

I risultati delle ricerche dimostrano che il crimine e la paura sono il fulcro della

maggior parte dei giornali e dei servizi giornalistici televisivi, in particolare

italiani. Per decenni i mass media hanno enfatizzato gli aspetti sensazionali e

perfino erotici di omicidi e aggressioni violente, crimini sessuali e sequestri di

persona.

Una volta le informazioni potevano essere solo lette, con l’avvento dei

cinegiornali le notizie potevano essere anche “viste” e questo ha dato maggior

enfasi all’informazione; siamo passati da una realtà in cui c’era il mezzo di

comunicazione da una parte e la realtà da un’altra, fino ad arrivare in un’epoca

in cui persino la “realtà” ci è presentata sotto forma di intrattenimento.

Secondo uno studio condotto in America nel 2002 esistono due ragioni per cui il

20

crimine è così diffuso nella televisione : la prima è che il crimine è connesso

alla paura, pezzo forte dei format di intrattenimento. La seconda è che il crimine

è molto facile da trattare e perciò si adatta bene alla programmazione e alle

limitazioni di personale delle Tv locali. Un limite di questo procedimento sembra

essere il fatto che i crimini più violenti e rari, come gli omicidi, ricevono la

maggior parte dello spazio informativo. Invece i crimini più “banali”, come i furti,

sono poco trattati e, di conseguenza, gli spettatori associano il “crimine” al

“crimine violento”.

Parole che vengono usate frequentemente insieme nel parlato comune

possono fondersi in un unico significato; in questo modo, a lungo andare,

diventa superfluo aggiungere la parola “violento” a “crimine”, etc.

In questo caso, i modelli televisivi possono contribuire alle definizioni sociali.

!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

!Gabrio!Forti!e!Marta!Bertolino,!La#televisione#del#crimine,!Vita!e!pensiero,!Milano,!2005!

20

! 47!

L’indagine Creating Fear: news and the Construction of Crisis di David L.

Altheide dimostra un incremento del 100% dell’uso della parola “paura” nelle

notizie e nei titoli dei principali quotidiani americani tra il 1987 e il 1996. Lo

studioso vede nel sentimento della paura un’ispirazione per i media, dando per

scontato l’effetto che essi possono avere nell’immaginario collettivo.

La fede cieca per i mass media, visti come delle “finestre” sul mondo, è un

presupposto perfetto per far in modo che la paura diventi parte dei nostri

discorsi quotidiani, anche se in realtà non abbiamo nessun motivo di averne.

Il crimine, da una parte aumenta la paura, ma dall’altra parte ci affascina.

Sempre più spesso i singoli individui vogliono ricoprire ruoli drammatici per

catturare l’attenzione: le vittime stanno diventando, anzi sono già diventati,

motivo di intrattenimento e per questo cresce sempre di più il fenomeno della

vittima per vocazione o vittima nata.

Secondo Altheide:

“La paura fa parte dei nostri discorsi quotidiani (…). E’ ormai il nostro trastullo e

sempre più la fonte dei nostri mondi immaginari sono i mass media. Le notizie

di attualità si confondono con i programmi di reality Tv e con le storie

poliziesche ispirate alle prime pagine, che a loro volta ci forniscono i modelli per

guardare ai fatti di tutti i giorni. L’aumento delle false denunce ne è un esempio.

Sappiamo da tempo che alcuni personaggi pubblici usano la paura per

promuovere politiche puerili. Il crescente interesse per la paura e la

vittimizzazione aiuta: 1) il pubblico a trastullarsi con servizi giornalistici ripetitivi,

quasi fossero messe in scena teatrali dei suoi terrori quotidiani; 2) i singoli

individui a ottenere ruoli drammatici in grado di catturare l’attenzione e, con ciò,

21

di conferire identità rispettabili al cospetto di certe fasce di audience” .

Questo discorso tenta di spiegare come una persona sentendosi “vittima” riesca

a sentirsi parte di una comunità, mettendo in moto un meccanismo di

integrazione. Quindi non sarebbe più tanto il “crimine” a fare audience, quanto

piuttosto i ruoli attanziali ad esso associati, come il ruolo di vittima.

!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

!

21 David!L.!Altheide,!I#mass#media,#il#crimine#e#il#discorso#di#paura,!in!Università!cattolica!del!Sacro!

Cuore! di! Milano,! Università! degli! studi! di! Milano_Bicocca,! La# televisione# del# crimine:# atti# del#

!

Convegno#la#Rappresentazione#televisiva#del#crimine,!15W16!maggio!2013

! 48!

2.2 Media e femminicidio

“I media spesso presentano gli autori di femminicidi come vittime di raptus e

follia omicida, ingenerando nell’opinione pubblica la falsa idea che i femminicidi

vengano perlopiù commessi da persone portatrici di disagi psicologici o preda

di attacchi di aggressività improvvisa. Al contrario, negli ultimi 5 anni meno del

10% di femminicidi è stato commesso a causa di patologie psichiatriche o altre

forme di malattie e meno del 10% dei femminicidi è stato commesso per liti

legate a problemi economici o lavorativi”.

Queste parole, redatte dalla “Piattaforma Cedaw” (New York, 2011) nel

“Rapporto Ombra”, dimostrano come i mass media tendano a minimizzare il

reato di omicidio di donne.

Elemento di cronaca sminuito ma, allo stesso tempo, molto trattato; infatti,

come dimostrato nel paragrafo precedente, oggi parlare di cronaca nera è

diventato quasi una moda.

L’industria dei mass media si è piegata ai desideri del suo pubblico, non è più

lei a decidere su cosa concentrarsi o quali informazioni deve passare ma, nel

tentativo di attrarre audience, cerca di concentrarsi su episodi scabrosi della

nostra società. Siamo passati da informazione a pseudo-informazione che

oramai si basa solo sulle tre S: sesso, sangue e soldi.

Per questo motivo, oggi, di femminicidio se ne parla su ogni mezzo di

informazione, dalla stampa, alla tv, al web; emblematico un articolo del Fatto

Quotidiano che recitava “ Che mass media sei se non ti occupi di violenza e

22

femminicidio? ”.

Leggendo i vari articoli o ascoltando i servizi alla televisione si evince una

società contro la violenza, ma se è facile sostenere “Io sono contro il

!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

!

22 Che# mass# media# se# se# non# ti# occupi# di# violenza# e# femminicidio?,! ilfattoquotidiano.it,! Mario! di!

Maglie,! 2013.! Disponibile! all’indirizzo:! http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/16/cheWmassW

mediaWseiWseWnonWtiWoccupiWdiWviolenzaWeWfemminicidio/657082/!(consultato!il!10!dicembre!2014)!

! 49!

femminicido” o “ Gli uomini che compiono certi atti sono dei mostri”, difficile è

cercare di soffermarsi sulle radici del problema, sulla violenza di genere. Infatti,

anche se in pochi riescono ad ammetterlo, la violenza di genere, e in particolare

la discriminazione di genere, sono elementi che permangono nella nostra

società, e si riflettono nel sostegno di una cultura che vede ancora la

sottovalutazione della donna nei mass media.

23

Secondo un’indagine del Censis , il 53% delle donne in televisione non ha

voce, il 43% è associata a temi come sesso, moda, amore e bellezza e solo il

2% è collegata a impegni sociali e professionalità.

L’immagine più degradante si trova nel mondo della pubblicità. Essa ha il fine di

persuadere lo spettatore all’acquisto del prodotto che sta reclamizzando, e ha,

da sempre, fatto un grande uso del corpo della donna. Il corpo femminile è cosi

diventato, negli spot pubblicitari, un oggetto di ornamento.

All’interno degli spot la donna ricopre ruoli ben definiti e stereotipati quali: la

casalinga, la madre e la donna-oggetto, o meglio “oggetto sessuale”.

La “casalinga” vede la donna subordinata all’uomo, rinchiusa nelle mura

domestiche, i cui compiti sono la cura quasi maniacale della casa, prendersi

cura dei figli o preparare ottime colazioni; l’uomo raramente viene preso in

considerazione negli intermezzi pubblicitari che promuovo oggetti per la casa e,

laddove ci sia la sua presenza, è tendenzialmente vestito da lavoro oppure

ritratto nell’atto lavorativo (per esempio al computer).

La “madre” è tendenzialmente una donna rappresentata in maniera poco

sensuale, che ha messo da parte i propri sogni e i propri progetti, ha perso la

propria identità per dedicarsi completamente alla famiglia e in particolare ai figli.

La “donna-oggetto” invece, al contrario della mamma-chioccia, è una donna

dotata di grande sex appeal, il cui corpo è sempre in primo piano, ma la sua

voce non si sente quasi mai. Viene usata per reclamizzare ogni sorta di

prodotto, dalla lingerie a prodotti che poco hanno a che vedere con la

sessualità.

!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

!

23 Centro! studi! investimenti! sociali! (Censis),! Comunicazione,# pluralismo# sociale,# società# aperta.#

Donne#minori#e#immigrati#nei#media,#Censis!Note!e!commenti!n.!8/9,!2006.

! 50!

In* occasione* del* “2007* –* Anno* europeo* delle* Pari*

Opportunità*per*tutti”*la*Città*di*Torino,*realizza*un*progetto*

di* comunicazione* positiva* sul* tema* del* contrasto* alla*

pubblicità* che* usa* in* modo* strumentale* * e* spesso**

oltraggioso.

Il risultato non è altro che un’immagine degradante della donna, fortemente

sessista.

Rimanendo sempre nel mondo della pubblicità, in Italia, l’anno scorso, uno spot

ha suscitato grande scalpore. A Napoli era stato affisso un cartellone

pubblicitario raffigurante un uomo seduto su un letto con in mano un panno di

microfibra, dietro di lui si vedeva una donna sdraiata, apparentemente morta,

uccisa. Il tutto era accompagnato dallo slogan “elimina tutte le tracce”.

! 51!

Il cartellone suscitò subito un’ondata di sdegno, furono in molti ad additarla

come una campagna pro-femminicidio, e per questo fu prontamente eliminato.

L’indignazione, oltre per l’immagine offensiva, è collegata al ruolo che i media

dovrebbero ricoprire; infatti, insieme alla famiglia, alla scuola e alla Chiesa, in

Italia, fanno parte delle principali agenzie “educative” e, in quanto tali,

dovrebbero cercare di creare un’immagine paritaria dei sessi, ma nella maggior

parte dei casi, uomini e donne sembrano rimaner intrappolati negli stereotipi.

Per esempio a scuola, i giochi da “maschio” sono diversi da quelli da

“femminuccia”. Nel primo caso l’elemento principale è l’affermazione della forza

fisica, per questo si vedranno maschietti sotto forma di cowboy, di super eroe o

di poliziotto; nel secondo caso i giochi sono diversi e non sono improntati sulla

forza, piuttosto sulla “debolezza” come la principessa che deve essere salvata

dal cavaliere oppure la reginetta di bellezza che deve cercare il riconoscimento

dagli altri. In questo modo i bambini si vedranno fin da piccolissimi ancorati in

un ruolo di “forza” e le bambine nel ruolo di “persone accondiscendenti, docili, e

in alcuni casi sottomesse”.

A causa di questa cultura arcaica, ancora fortemente ancorata, non è raro che

l’uomo si senta un essere superiore e, di conseguenza, avvengano ancora

violenze sulle donne.

I mass media, inoltre, quando si occupano di femminicidio, all’interno di servizi

televisivi o di articoli di giornale, non lo distinguono dall’omicidio e quindi non

considerano la peculiarità del movente di genere. La donna è ancora una volta

ancorata al suo stereotipo, viene vista come colei che si è permessa di tradire il

marito, o di lasciarlo, o peggio ancora, di aver cercato di vivere una vita diversa

da quella che la società le imponeva, “quasi a suggerirne una complicità della

donna stessa la quale, avendo provocato, tradito, esasperato, respinto l’uomo

24

si ritrova uccisa ”.

Altro problema causato dai media è il modo con cui si fa riferimento all’atto di

violenza e agli autori.

!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

!L.!BETTI,!2013,#Convenzione#di#Istanbul#e#media:#un#incontro#per#cambiare,!in!Articolo!21:!

24

http://www.articolo21.org/2013/09/convenzioneWdiWistanbulWeWmediaWunWincontroWperW

cambiare/.!

! 52!

Le parole più usate sono “raptus, infermità mentale, gelosia, delitto passionale,

25

stress dovuto al lavoro o alla perdita di lavoro ”.

Non è raro che l’uomo venga visto come un marito affettuoso, un padre

modello, un ottimo lavoratore, tutto questo a dimostrazione che l’omicidio non

sia legato a una questione di genere, di violenza sulle donne ma piuttosto sia

stato lui stesso “vittima” di un raptus o di una moglie “traditrice”. Il carnefice non

sarebbe altro che un pover’uomo follemente innamorato che, in preda a un

momento di follia, causato da una passione irrefrenabile, uccide la propria

consorte.

Gelosia è, probabilmente, il termine più usato, in particolare nei titoli degli

articoli. Questa definizione sottolinea ancora di più la colpa della donna, sembra

voler insinuare il dubbio che se la donna non avesse avuto un’altra relazione, o

piuttosto se fosse stata meno appariscente, il reato non sarebbe stato

commesso.

In sostanza, il reo non “agisce” ma “reagisce” a un comportamento della vittima.

Di seguito alcuni esempi di delitti:

- “Miss Honduras e la sorella uccise per gelosia” da “Corriere della Sera”,

novembre 2014;

- “Pisa, la moglie vuole lasciarlo. Dopo un litigio lui la uccide” da “Corriere

della Sera”, giugno 2014;

- “Sonia, il compagno assassino: un istante di follia, un raptus” da

“Corriere della Sera”, ottobre 2014;

- “Uccisa per gelosia dall’ex compagno” da “Repubblica”, ottobre 2014;

- “’Ndrangheta: Cosco, ha ucciso Lea Garolfo, è stato un raptus” da

“Libero”, aprile 2013;

- “Lo chiama con il nome dell’ex. Lui la strangola per gelosia” da “Libero”,

aprile 2012;

- “Fabiana bruciata viva per gelosia mentre implorava il fidanzato di non

farlo” da “Il Sole 24 Ore”, maggio 2013;

!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

#Ibidem.!

25

!

! 53!

- “Vigevano. La moglie lo lascia: barista si vendica uccidendola” da “Il

Messaggero”, marzo 2014;

- “Geloso della compagna la uccide” da “ La Stampa”, marzo 2013;

- “Laila uccisa dall’ex convivente. L’amavo, lei voleva lasciarmi”, settembre

2012;

- “Donna uccisa in stazione a Mozzate, l’ex convivente confessa l’omicidio

per gelosia” da “Il Fatto Quotidiano”, marzo 2014;

- “Collegno; uccide moglie, figlia e suocera: era depresso per il lavoro e

malato” da “La Stampa”, dicembre 2013.

I termini usati, come dimostrato, sono sempre gli stessi. Oltre a quelli appena

citati, anche un altro spicca nel panorama dei mass media italiani: amore; alle

storie romantiche, infatti, si appassionano in tanti, al dolore, invece, non si

appassiona nessuno. Così si finisce per chiamare amore persino la violenza, la

morte.

- “Paola, uccisa per troppo amore” da “Corriere della Sera”, agosto 1998.

Sebbene in genere i mass media non aiutino a contrastare il fenomeno della

violenza sulle donne, si hanno altri casi, per lo più ad opera di volontari dei

centri anti-violenza, in cui si cerca di arginare o addirittura eliminare questo

problema, come nel caso del cortometraggio “Prima che faccia buio”.

Prima che faccia buio è ispirato ad una storia vera, ed è il primo cortometraggio

26

italiano sul femminicidio . Ideato dal centro antiviolenza di Linea Rosa di

Ravenna, verrà usato per la formazione alle forze dell’ordine, degli assistenti

sociali, degli avvocati e degli operatori sanitari.

La vice presidente di Linea Rosa, Monica Vodarich, ha spiegato che Ravenna

conta sei vittime di femminicidio, e questo mini-film è proprio ispirato alla storia

vera di una di queste donne.

!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

!

26 Un# cortometraggio# contro# il# femminicidio,! Sara! Ficocelli,! repubblica.it,! 2013.! Disponibile!!

all’indirizzo:http://d.repubblica.it/attualita/2013/10/10/news/femminicidio_cortometraggio_line

a_rosa_violenza_donneW1839639/!(Consultato!il!13!dicembre!2014)!

!

!

!

!

!

! 54!

L’impulso maggiore contro la violenza arriva dal mondo virtuale: da internet,

sempre più spesso, infatti, nascono campagne di sensibilizzazione. In Italia, per

esempio, su Twitter è nata, grazie alla Rete degli Studenti e l’Unione degli

Universitari, una mobilitazione contro la violenza sulle donne. Gli studenti

hanno invitato i cittadini a postare sui social network una foto accompagnata

dallo slogan “Stop femminicidio #iocimettolafaccia”.

Un altro esempio arriva dalla Colombia, dove la morte di Nataly Palacios

Còrdoba, ammazzata a soli 23 anni dal

fidanzato, ha causato sconcerto tra i suoi amici

e compagni, i quali, insieme, hanno deciso di

creare la campagna El amor no mata. In questo

caso gli utenti sono stati invitati a inviare, sulla

pagina ufficiale di Facebook, dei loro selfie con

il nome della campagna e, volendo, un piccolo

27

messaggio .

Foto* condivisa* sulla* pagina* Facebook:*

https://www.facebook.com/pages/El5

Amor5No5Mata5No5m%C3%A1s5

feminicidios/619670884731509

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!

27 Love# doesn’t# kill:# Campaign# Against# Femicide# in# Colombia.! Disponibile! all’indirizzo:!

http://globalvoicesonline.org/2013/11/25/loveWdoesntWkillWcampaignWagainstWfemicideWinW

colombia/!(consultato!in!data!14!dicembre!2014).!

! 55!

Queste mobilitazioni, anche se hanno avuto un grande impatto nel loro paese,

sono rimaste per lo più all’interno dei loro confini nazionali. Un unico grande

evento è stato condiviso da gran parte del mondo: il 14 febbraio 2013 milioni di

persone sono scese in piazza a ballare, insieme, la canzone scritta da Eva

Ensler “Break the Chain” come forma di protesta contro la violenza sulle

28

donne . Le adesioni al flash mob One Billion Rising sono state in tutto il mondo

e vi hanno partecipato 200 paesi e 5000 associazioni.

One* Billion* Rising* in* Italia.* Disponibile* all’indirizzo:*

http://www.repubblica.it/cronaca/2013/02/14/foto/le_d

onne_dicono_basta_alla_violenza552633151/1/#11*

!

Billion* Rising* in* Inghilterra.* Disponibile* all'indirizzo:*

http://www.theguardian.com/society/2014/feb/14/one5

billion5rising5to5end5violence5against5women5global5day5of5

action5and5dancing5live5coverageOne*

!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

!

28 Valeria! Pini,! Il# ballo# in# piazza# contro# la# violenza.# Le# donne# dicono# bast,! repubblica.it,! 2013.!

Disponibile!all’indirizzo:!

http://www.repubblica.it/cronaca/2013/02/14/news/il_ballo_in_piazza_contro_la_violenza_W

!

52632704/!(consultato!in!data!14!dicembre!2014).

!

! 56!

One* Billion* Rising* in* America.* Disponibile* all'indirizzo:*

http://www.theguardian.com/society/2014/feb/14/one5billion5rising5

to5end5violence5against5women5global5day5of5action5and5dancing5live5

coverage

One* Milion* Rising* alle* Maldive.* Disponibile* all'indirizzo:*

http://www.haveeru.com.mv/news/49742

! 57!

2.3 Spettacolarizzazione e comunicazione dell’evento

delittuoso

Fin da tempi remoti, la violenza è sempre stata un elemento insito nella nostra

società. L’uomo, definito da Aristotele “animale politico”, è sempre stato attratto

da sangue e violenza.

Gli antichi romani sono stati i primi a intuire questa caratteristica insita negli

esseri umani, e, a tal fine, edificarono le arene in cui avevano luogo efferati

spettacoli, ricchi di brutalità e aggressività, che venivano intesi come una forma

di intrattenimento. Uomini, donne e bambini venivano letteralmente sbranati da

leoni o altri animali feroci, e i gladiatori erano costretti a combattere tra di loro

per avere salva la vita all’insegna del mors tua vita mea.

Anche nel Medioevo si ritrova la stessa cornice di violenza mista a

intrattenimento; la tortura, l’aggressività e la morte, infatti, venivano mostrate

pubblicamente. Un altro esempio è dato dalle donne uccise nei roghi perché

accusate di stregoneria.

Il culto di spettacolarizzare la violenza non è un elemento legato solamente al

passato; oggigiorno, infatti, esistono ancora spettacoli di violenza e di morte,

non sono più celebrati in luoghi pubblici ma vengono offerti dai mezzi di

comunicazione di massa tramite la sovraesposizione della cronaca nera.

Per quanto riguarda il nostro paese, solo a partire dagli anni Settanta, grazie

alla Legge n. 103 del 14 aprile 1975, che ha “svecchiato” il settore televisivo

pubblico a favore di una taglio più moderno e aperto anche a nuove forme di

sperimentazione, si ha una rottura dei generi classici a favore di programmi

legati alla spettacolarizzazione. Il primo programma che mise in pratica le

nuove opportunità fu “Odeon” di Brando Giordani e Emilio Ravel, nel 1976, il cui

motto fu “Fare informazione sullo spettacolo facendo spettacolo”. Andava in

onda dopo il Tg2 ed il format comprendeva una serie di servizi riguardanti

l’approfondimento giornalistico, ma attenzione era anche data al mondo del

cinema, del costume e della musica. La rubrica riprendeva degli elementi di

Tv7, una trasmissione di approfondimento del TG1, e i metodi di spettacolo

! 58!

inerenti al cinema, svolgendo la sua funzione narrativa con ironia e leggerezza.

Da subito questo programma ebbe un grande successo, e fu il primo che riuscì

a mescolare intrattenimento e informazione nel territorio italiano, riproponendo

un genere ibrido già conosciuto in altri parti del mondo, l’infotainment,

informazione con spettacolarizzazione .

Oggigiorno il palinsesto italiano è costituito per lo più da programmi che trattano

questo “nuovo” genere ibrido, ne sono un esempio “Anno Zero”, “Ballarò”,

“Domenica In”, “Maurizio Costanzo Show”, “Porta a porta”. Ogni trasmissione

ha il suo “infotainers” ovvero un conduttore, definito ibrido, che si muove

sempre tra le due anime di questo particolare genere di televisione, come detto

precedentemente, giornalismo e intrattenimento, dove a vincere, sempre più

spesso, è il sensazionalismo.

Nel saggio “I Telegiornali: Istruzioni per l’Uso” del 1995, Ugo Volli e Omar

Calabrese, due esperti della teoria e tecnica della comunicazione di massa,

analizzando le metamorfosi dei TG nella storia d’Italia dai primi anni Cinquanta

fino all’era della tv berlusconiana, nel capitolo “informazione e spettacolo”

scrivono: “La regia degli eventi, la costruzione dei colpi di scena, il montaggio

degli argomenti, la personalità e l’aspetto fisico degli interpreti, l’impaginazione

e la titolazione seduttiva, la costruzione della suspense, il lavoro che

continuamente l’apparato mette in opera per costruire l’illusione di realtà (…) In

televisione anche le notizie esistono solo se fanno spettacolo e si sottopongono

alle leggi dello spettacolo – la prima delle quali è naturalmente che il pubblico

29

ha sempre ragione e non si deve mai annoiare”

“Illusione di realtà” perché la realtà scompare, e si assottigliano sempre di più i

confini tra reale e immaginario, si può parlare di iper-realtà.

Al momento della loro nascita i media erano visti come delle “finestre sul

mondo” ma in realtà dall’immensità di notizie che dovrebbero/potrebbero

esporre, ne estraggono solo alcune, le più sensazionali, e si concentrano su

quelle: invece che raccontare eventi reali si finisce per riportare solo delle

mezze-verità. Un esempio è dato dal caso del processo di O.J. Simpson, nel

!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

! !

29 Alessio!Mannucci,!Viaggio#Allucinante#2.0,!Lulu.com,!2010

! 59!

1994: l’attenzione si è spostata più sulle immagini che passavano

continuamente nei servizi dei telegiornali piuttosto che sull’evento reale.

Inoltre nei telegiornali, dove il tempo per esporre una notizia è veramente

limitato a pochi secondi, si finisce per descrivere un evento in poche frasi ad

effetto che fanno breccia nelle emozioni del pubblico. Si tratta di un nuovo tipo

di giornalismo che non si limita a esporre il fatto ma indaga tra le vite dei

personaggi, scava nel loro passato, nelle loro vicende più intime e personali e

ne ricostruisce un “elemento iper-reale e sensazionale” da dare in pasto a

milioni di spettatori attirati da quel dolore e dalla rappresentazione di esso.

I media hanno, quindi, il compito di stimolare l’inconscio dello spettatore,

creando episodi il più possibile coinvolgenti. Non possono avere un linguaggio

neutro, quasi distaccato di fronte a un bambino ucciso o a una donna

brutalmente violentata, si darebbe l’impressione di un’indifferenza da parte del

narratore, devono anzi creare grande enfasi. Per questo i media si muovono

sempre tra due poli, il rispetto per le vittime da una parte e l’esigenza di

informare (spettacolarizzando) il pubblico sulla tragedia dall’altro.

I mezzi di comunicazione cercano, quindi, di estrapolare le frasi più

sconcertanti, gli atti più scabrosi, i pensieri più oscuri, si concentrano sul male

della nostra società, per poi creare servizi o articoli che attraggano il

consumatore finale. I media hanno anche questo compito: non possono

mostrare solo il “bello della vita”, ma anche questa parte malata della natura

umana. Lo fecero già i Greci con la tragedia, nella quale il mito viene

interpretato dal poeta in modo tale da assumere un valore universale e

diventare simbolo della tragicità della vita di ogni uomo immersa in un vuoto di

senso. La tragedia costringe quindi il pubblico a confrontarsi con la paura, la

30

sofferenza e il dolore assolvendo in tal modo a una funzione catartica .

Come nell’antica Grecia, anche oggi l’episodio di cronaca nera si trasforma in

una storia da raccontare. I media incorniciano l’evento, separandolo dalla

quotidianità, per poi inserirlo all’interno di una dimensione in cui gli individui si

31

spogliano dei loro tratti “umani” per assumere connotati fortemente simbolici ,

!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

! !

30 Maria!Angela!Polesana,!Criminality#show,!Carocci,!2010

! !

31 Ibidem.

! 60!

come per esempio può essere un padre di famiglia buono, onesto, cattolico,

laborioso, in poche parole il “bene” e, al lato opposto, il “male” incarnato nello

scansafatiche, nello spacciatore, nel violento.

La serializzazione con cui vengono esposti gli eventi di cronaca nera assomiglia

molto al feuilletton francese, ovvero un romanzo a puntate, e che come tale,

deve avere delle particolari caratteristiche: un buono e un cattivo, un delitto, un

processo e, in particolare, il progredire delle indagini, che crea suspense

intorno al caso. Come il lettore francese aspettava la domenica per l’uscita del

“romanzo d’appendice”, lo spettatore vuole conoscere il seguito del delitto,

vuole sapere “come andrà a finire”; in entrambi i casi, il piacere è legato alla

tensione dell’attesa. Nel momento di attesa entra in gioco l’immaginazione del

pubblico, il quale formula delle ipotesi possibili sulla risoluzione del caso.

Casi italiani che si avvalgono di questo meccanismo possono essere il delitto di

Cogne, di Garlasco o di Erba: questi sono casi che hanno (o stanno)

appassionando il pubblico perché non sono frutto della fantasia, ma sono reali.

E proprio come avviene nei reality show, l’occhio dei media indaga 24 ore su 24

nella vita di alcune persone coinvolte (scelte perché fortemente caratterizzate)

32

che vengono fotografate sui giornali o riprese dalle telecamere televisive .

Si parla di criminality show, ovvero un format televisivo che si rifà a elementi e

storie reali, vissute da persone reali, dove l’attenzione è posta su elementi di

cronaca nera, criminality appunto, (anch’essi realmente accaduti) con una

cornice di spettacolarizzazione, show appunto.

Il criminality mutua e affina gli elementi del reality: tutto comincia con la

determinazione del luogo. Se, ad esempio, reality come l’Isola dei famosi

attirano il pubblico tanto meglio quanto più la location è esotica, qui vale il

contrario; il “locus commissi delicti”, pomposa espressione mutuata dai testi di

Cesare Beccaria e passata alle introduzioni di Michele Cucuzza, devono colpire

33

per la loro assoluta normalità . La cittadina deve essere priva di storia

precedente la cronaca e non deve essere una grande metropoli; per questo

!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

! !

32 Ibidem.

!

33 Gabriele!Romagnoli,!Da#Cogne#al#processo#di#erba:#delitti#e#reality,#repubblica.it,!2008.!!

Disponibile! all’indirizzo:! http://download.repubblica.it/pdf/diario/2008/080208.pdf! (consultato!

!

in!data!20!dicembre!2014)

! 61!

Garlasco o Erba sono stati luoghi perfetti per avviare il meccanismo del

criminality show e, allo stesso tempo, città come Roma o Milano sarebbero

state improponibili. Oltre al paesino, una dei grandi “protagonisti” diventa la

casa, luogo dove solitamente avviene il delitto. L’abitazione diventa familiare,

più volte al giorno verrà fatto vedere in televisione il citofono o il cancello

antistante la casa, ma sarà anche possibile entrare dentro l’abitazione grazie ai

famosi plastici di Porta a Porta, la ricostruzione su scala dell’appartamento sulle

prime pagine dei giornali o le ricostruzioni del RIS. Altro elemento significativo

di questo meccanismo è il conduttore che, proprio come all’interno dei reality,

cerca, all’interno della sua trasmissione, di creare degli scontri e dei dibattiti

sull’accaduto. Chiamerà in studio una serie di esperti, dal medico, all’avvocato,

al giornalista, al “famoso” tuttologo, sempre presente, che in realtà poco

conosce dei fatti reali. All’interno del dibattito la prima ad essere esclusa è la

vittima: oramai non è più presente, è il personaggio che interessa di meno. Non

è importante che possa essere l’elemento chiave per spiegare la causa del

delitto e, quindi, le motivazioni dell’assassino: non fa più spettacolo. La vera

attenzione mediatica sarà tutta rivolta all’assassino o al presunto assassino,

che dovrà avere delle caratteristiche particolari, non potrà mai essere un

“buono”, dovrà avere per forza degli elementi oscuri, come un passato difficile o

una personalità disturbata. In questo caso il pubblico ne sarà “affascinato”, e

tanto più sarà il livello di gradimento, tanto più ritardato sarà lo spegnimento dei

riflettori.

Proprio come in un telefilm, il caso dovrà essere ricco di colpi di scena.

Il delitto, una volta che entra nella dimensione spettacolare non torna più

indietro, si trasforma in “evento”.

!

!

!

! 62!

3. VALUTAZIONI FINALI

3.1 Scopi della ricerca

Ogni giorno nel mondo avvengono migliaia, se non milioni di fenomeni inerenti

la politica, l’economia, la cronaca nera, etc., ma solo una minima parte di essi

verrà riportata dai mezzi di comunicazione di massa e, quindi, entrerà a far

parte dell’opinione pubblica.

Negli anni Ottanta, in Italia, in un convegno organizzato dal Comitato di

redazione del “ Corriere della Sera”, dall’Istituto Gramsci e dalla Casa della

Cultura di Milano, si discusse riguardo al fatto che non esistevano più “fatti”,

come disse Umberto Eco. Ma non esistono non perché il mondo abbia smesso

di produrre eventi, piuttosto perché l’evento diventa notizia solo se i media lo

riconoscono come tale. Quando un accadimento non viene ripreso

dall’informazione mediatica la sua conoscenza si diffonde solo attraverso la

comunicazione informale e, quindi, ne verranno a conoscenza soltanto i

protagonisti dell’evento e coloro a cui verrà raccontato.

Invece i giornali e la televisione sono dei moltiplicatori di conoscenza:

forniscono ad un determinato evento pubblica notorietà e favoriscono, in questo

34

modo, la costruzione di uno spazio pubblico e condiviso di conoscenze .

Questo processo ha caratterizzato anche il femminicidio: da quando i mezzi di

comunicazione trattano l’argomento, esso è diventato di pubblico dominio.

I media, però, sono stati in grado di trasformare i vari episodi di omicidi di

donne in “rappresentazioni sociali della realtà”; è difficile che qualcuno di noi

abbia avuto esperienza diretta o sia venuto a contatto con persone coinvolte in

questo particolare atto delittuoso; tutto ciò che sappiamo a riguardo ci è stato

fornito dai vari mass media, i quali forniscono significati e interpretazioni che

possono corrispondere soltanto parzialmente a quanto successo realmente.

!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

! !

34 Agostini!Angelo,!Giornalisti.#Media#e#giornalisti#in#Italia,!il!Mulino,!2012

! 63!

Il mio progetto di ricerca, che deve essere considerato in un'ottima più ampia,

longitudinale, è compiuto tramite un’indagine quantitativa e qualitativa, nasce

dalla curiosità di approfondire l’argomento femminicidio e la sua relazione con i

mass media sotto diversi punti di vista: le informazioni riguardanti i fatti di

cronaca sono acquisite attraverso esperienze personali o sono per lo più

dettate da esperienze mediali? I mass media sono in grado di influenzare il

nostro modo di vivere e/o di pensare? Sono in grado di portare all’attenzione

dell’opinione pubblica determinati argomenti a discapito di altri? E più nello

specifico, si conosce il fenomeno del femminicidio? Attraverso quale mezzo è

avvenuta la conoscenza? Quale messaggio hanno trasmesso i mass media?

Per condurre l’indagine ho realizzato un questionario on-line e ne ho analizzato

ed interpretato i risultati. Il questionario viene considerato essenzialmente come

un mezzo per la raccolta di dati generici e, quindi, come uno strumento di

ricerca quantitativo. In realtà non è così, in quanto è possibile formulare

domande personali che tendono a essere rappresentative del pensiero del

soggetto intervistato e per tanto può essere utilizzato anche come strumento

qualitativo. Alla luce delle considerazioni fatte ho cercato di costruire un

questionario tenendo bene a mente gli obiettivi della ricerca, scegliendo delle

specifiche aree di contenuto, posizionando le domande in modo che

risultassero, ove possibile, conseguenziali, formulando quest’ultime il più

possibile personali, effettuando un pre-test per eventuali modifiche e cercando

di usare un linguaggio comprensibile a tutti gli intervistati.

Prima della somministrazione, ho contattato personalmente gli intervistati

comunicandogli l’invio del questionario, senza però spiegare loro gli obiettivi

della ricerca, evitando così di influenzarli.

Il campione scelto per la mia ricerca è composto da 80 soggetti, tutti residenti in

Lombardia, in provincia di Monza e Brianza e Milano. Il periodo di

somministrazione è durato circa tre mesi, da Settembre a Novembre 2014, ed il

questionario è stato distribuito tramite posta elettronica.

Al momento dell’elaborazione dei dati ho effettuato un’analisi di tipo orizzontale,

confrontando tutte le risposte date alla medesima domanda.

! 64!

I questionari sono composti di un totale di 12 quesiti, di cui i primi 3 riguardano

il profilo socio-demografico degli intervistati: sesso, età e professione. In seguito

vi sono 2 domande chiuse e 3 aperte, che servono a studiare più da vicino il

comportamento e il pensiero degli intervistati. Le ultime 2 domande, invece,

prevedono una prima parte a risposta chiusa seguita da una seconda parte a

risposta aperta per comprendere in modo più specifico le scelte/motivazioni

degli interpellati.

Le persone che hanno risposto si sono mostrate motivate e contente di poter

dare un contributo personale alla mia ricerca e tutti i questionari sono stati

compilati in modo integrale.

!

! 65!

3.2 Analisi dei dati

I primi dati del questionario corrispondono alle informazioni di tipo sociologico:

- sesso

- età

- professione

Sesso

Il campione di 80 persone comprende 34 uomini e 46 donne.

42%! Uomini!

Donne!

58%!

Età’

Il questionario è stato sottoposto a persone maggiorenni. Il campione è

composto da un range di persone con un’età minima di 18 anni e una massima

di 62. L’età media è di 27 anni. Per comodità ho diviso i numeri in due fasce:

una corrispondente alla generazione 18-35, e una relativa alla generazione 36-

62.

! 16%!

* 18W35!

36W62!

84%!

! 66!

*

Professione

Più della metà del campione, 59 intervistati, è composta da studenti universitari

di diversi atenei: Iulm, Bicocca, Politecnico, Bocconi e Cattolica. Ci sono inoltre:

4 docenti, 4 imprenditori, 2 liberi professionisti, 1 casalinga, 4 impiegati, 1

parrucchiere, 1 ostetrica, 1 organizzatrice d’eventi, 1 giornalista, 2 tecnici

specializzati.

1%! 1%! 3%!

1%!

3%! studenti!universitari!

1%! 5%! docenti!

1%! imprenditori!

5%! parrucchiere!

organizzatrice!d'eventi!

5%! liberi!professionisti!

casalinga!

impiegati!

74%! giornalista!

tecnici!specializzati!

I parametri socio-demografici mostrano come il questionario sia stato per lo più

compilato da persone con un livello di istruzione medio-alto e appartenenti a

una fascia d’età tra i 18 e i 35 anni.

! 67!

La prima domanda del questionario è a formulazione generica:

Generalmente dove acquisisce le informazioni (giornali cartacei, articoli

online..)?

Più di un terzo del campione, 31 soggetti, ha dichiarato di acquisire le

informazione online. Il resto degli intervistati si è così diviso: 27 acquisiscono le

informazioni attraverso tutti i principali mass media (televisioni, giornali e

internet); 2 attraverso televisione e internet; 15 attraverso giornali e internet; 3

attraverso la televisione; 1 attraverso giornali e televisione e 1 attraverso

giornali. televisione,!giornali!e!

internet!

1%! televisione,!internet!

4%! internet!

19%! 34%! giornali,!televisione!

1%! giornali,!internet!

televisione!

2%!

39%! giornali!

I risultati sono in linea con la condizione odierna riguardante la reperibilità di

notizie. La situazione non è sempre stata così: in precedenza a monopolizzare

l’informazione fu la televisione, che a sua volta scansò i giornali e la radio.

L’avvento della televisione in Italia si ebbe con alcune sporadiche trasmissioni

televisive trasmesse nel 1937, ma solo da Domenica 3 gennaio 1954 iniziò il

vero servizio di trasmissione regolare ad opera della Rai. Il servizio pubblico

aveva lo scopo di produrre programmi a carattere pedagogico: non doveva

seguire i gusti dell’audience, piuttosto doveva guidarli, in una missione

educativa, facendo diventare il mezzo televisivo un nuovo centro di diffusione

del sapere; basti pensare al programma di alfabetizzazione “Non è mai troppo

! 68!

tardi” del maestro Manzi, un programma che insegnò a leggere e scrivere a

migliaia di analfabeti.

Nell’aprile del 1972 ebbe inizio il fenomeno delle Tv commerciali con il caso

35

Talabella , due anni dopo Silvio Berlusconi fece nascere Telemilano (oggi

canale 5) e nel 1985, sempre Berlusconi a capo della Fininvest, rilevò anche

Italia 1. In questo modo la tv commerciale s’impose come il maggior

concorrente per la rete pubblica.

Sotto i colpi della Rai e di Fininvest, non cadde a pezzi solo lo scopo

pedagogico del servizio pubblico, ma finì in pezzi qualsiasi idea di televisione

che non fosse generalista. Il nuovo modello presuppone intrattenimento, il

pubblico non è più il destinatario del prodotto ma è divenuto il centro del

processo. L’informazione non è più elemento caratteristico del giornale ma

diviene un elemento di programmazione televisiva, in questo modo si trasforma

e diviene un genere ibrido composto da intrattenimento, fiction e informazione,

definito infotainment. Sempre più italiani iniziarono a usare la televisione come

principale mezzo di informazione. Al giorno d’oggi, invece, la televisione ha

perso il suo fascino, i TG hanno perso la fiducia del loro pubblico, come

dimostrato nel capitolo precedente. Per questo motivo viene scelta sempre più

spesso la Rete come strumento d’informazione, proprio perché viene vista

36

come un luogo libero e indipendente .

I risultati prodotti dal mio questionario rispecchiano questa nuova tendenza: ben

il 39% utilizza esclusivamente internet come strumento d’informazione e,

invece, il 34% utilizza televisione, giornale cartaceo e Internet. Solo il 4% usa

unicamente la televisione come medium privilegiato per informarsi, e questo

sottolinea quando detto fino ad ora, ovvero l’informazione televisiva ha perso la

sua credibilità ed è spesso usata solo come uno strumento di informazione

“marginale”.

!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

!

35 Un’emittente!televisiva!nata!nel!1971.!Si!occupava!principalmente!di!informazione!ma!mandò!in!

onda!anche!Campanile#in#vasca,!la!prima!trasmissione!“leggera”!di!spettacolo!non!a!opera!della!Rai.!

!

36 Ilvo! Diamanti,! Il# paese# stanco# che# non# crede# più# ai# Tg# e# ai# talk# show,! repubblica.it,! 2013.!!

Disponibile!all’indirizzo:!

http://www.repubblica.it/politica/2013/12/16/news/mappe_paese_stanco_non_crede_a_tg_e_talk

!

W73708417/!(Consultato!il!8!gennaio!2015)

! 69!

Le successive domande riguardano il tema del femminicidio:

Ha mai sentito parlare di femminicidio?

Tra gli intervistati solo una persona non è a conoscenza del neologismo

femminicidio.! 1%! SI!

NO!

99%! !

Se SI, in quale contesto?

La metà esatta del campione, 40 casi, dichiara di aver sentito parlare di

femminicidio attraverso i mass media (televisione, Internet, giornali cartacei e

online, radio). 22 intervistati ne sono venuti a conoscenza tramite televisione; 5

in contesti familiari; 5 in ambito scolastico/universitario; 3 attraverso giornali

cartacei e 5 tramite altri mezzi e/o esperienze.

6%! 6%!

4%! 6%! Contesto!familiare!

Tv!

28%! Mass!media!

Giornali!

Ambito!scolastico!

Altro!

50%!

! 70!

Saprebbe darne una definizione?

Le risposte relativa a questa domande sono state varie e sono state divise in

due macrocategorie:

- uccisione di donne in quanto donne (DI GENERE);

- uccisione per motivo amoroso, passionale, sentimentale (AFFETTIVO).

4%!

30%! Di!genere!

Affettivo!

Non!deninibile!

66%!

I risultati della mia ricerca mostrano come il fenomeno del femminicidio sia

entrato a far parte dell’opinione pubblica soprattutto grazie ai mass media:

infatti, 65 intervistati, oltre i ¾ del campione totale, hanno dichiarato di

conoscere il neologismo grazie ai media, solo 15 partecipanti ne sono venuti a

conoscenza attraverso altri mezzi o istituzioni e solamente 1 persona ha

dichiarato di non conoscere il neologismo.

Particolarmente interessante è analizzare le definizioni di femminicidio date

dalle persone venutene a conoscenza tramite i mass media. In ben 12 casi è

stata utilizzata la parola “gelosia” e in 5 “ delitto passionale”. Come descritto nel

capitolo precedente, sempre più spesso, i media tendono a tralasciare il motivo

“di genere” alla base del femminicidio e, invece, si tende a colpevolizzare la

donna o a giustificare eccessivamente il carnefice, attraverso l’uso di parole

come, appunto, gelosia o delitto passionale.

! 71!

Secondo lei in che modo trattano il fenomeno i media?

35 intervistati hanno risposto NON SODDISFACENTE, 42 SODDISFACENTE e

solamente 3 PIENAMENTE SODDISFACENTE

4%! Non!soddisfacente!

44%! Soddisfacente!

52%! Pienamente!

soddisfacente!

Il grafico a torta appare, all’incirca, tagliato a metà. Gli intervistati, quasi in modo

equo, si sono divisi tra chi pensa che i media trattino l’argomento in modo

soddisfacente e chi il contrario. Come è spiegabile questa divisione? Dobbiamo

pensare al contesto in cui viviamo, ovvero un mondo dominato dai mezzi di

comunicazione. Siamo bombardati, costantemente, da notizie di ogni genere,

dalle più assurde alle più vere. Per questo abbiamo, in parte, perso fiducia e

credibilità nei media e nel loro modo di trattare le notizie. La fetta del grafico

che ha dichiarato di non essere soddisfatta del modo in cui viene trattato

l’argomento appartiene proprio a questa fascia della popolazione, distaccata e

disillusa.

! 72!

Secondo Lei i mass media hanno la possibilità di influenzare l’opinione

pubblica su questo fenomeno?

Secondo 66 intervistati i media sono in grado di influenzare l’opinione pubblica

riguardo il femminicidio, contrariamente 14 persone pensano non sia possibile.

18%! SI!

NO!

82%!

Se Sì, in che modo?

Anche in questo caso sono state raggruppate le risposte in 3 grandi

macrocategorie:

- incrementando la paura nella popolazione;

- sensibilizzando l’opinione pubblica;

- focalizzando l’attenzione su questa tematica a discapito di altre.

6%! 18%! Incremento!della!paura!

Aumento!della!

sensibilizzazione!

Maggior!focalizzazione!

47%! 29%! Non!deninibile!

! 73!

La maggior parte del campione vede i media come mezzi in grado di

influenzare la pubblica opinione.

Per quanto concerne il femminicidio sono state 3 le macrocategorie createsi a

seguito delle risposte date sull’influenza dei mezzi di comunicazione.

L’aumento della paura a seguito delle notizie fornite dai mass media è stato a

lungo elemento di dibattito tra molti studiosi, ma questo argomento è già stato

ampliamente trattato nel capitolo precedente. Per quanto riguarda i risultati del

questionario, sono stati “solo” 12 gli intervistati che hanno affermato di aver

riscontrato un incremento della paura come conseguenza dell’aumento di

notizie riguardo il femminicidio, un esiguo 18%. La maggior parte delle persone

(31 intervistati) ha, invece, dichiarato di vedere i mass media come mezzi

capaci di influenzare l’audience, in grado di focalizzare l’attenzione su un

argomento a discapito di altri. Un esempio pratico può spiegare meglio quanto

descritto fin ora: nel periodo successivo l’11 settembre 2001, la stampa

dedicava pagine su pagine alla crisi internazionale ed il resto pareva

dimenticato o poco rilevante.

Esistono, quindi, delle situazioni nelle quali intere porzioni di realtà non trovano

più spazio o cittadinanza sui media e rischiano, conseguentemente, di non

raggiungere neppure l’attenzione collettiva. È altrettanto vero, tuttavia, che quei

momenti sono di solito talmente eccezionali da rientrare subito nello schema

della “selezione delle priorità”, meccanismo obbligato di ogni società

complessa. Il fatto eccezionale, come può essere un caso di femminicidio, è

avvincente ed emotivamente coinvolgente per chiunque: la classe sociale,

dirigente, giornali, opinione pubblica. L’esigenza di reagire all’inaspettato, al

tragico, all’evento sconvolgente crea meccanismi d’attenzione che superano le

soglie dell’abitudine, sconvolgono i ritmi quotidiani. È questa la situazione nella

quale i media possono e devono offrire quantità ben più abbondanti

d’informazione.

Questa caratteristica dei media, però, è vista in modo negativo dalla maggior

parte dell’audience, la quale dimostra di non essere soddisfatta del servizio

offerto (v. domanda: Secondo lei in che modo trattano il fenomeno i media?).

! 74!

Le uniche risposte positive paiono essere quelle racchiuse nella categoria

riguardante l’aumento della sensibilizzazione. Secondo 19 intervistati, infatti,

parlare di femminicidio può portare a una maggiore consapevolezza del reato,

mettendolo al centro dell’opinione pubblica in modo che gli enti ufficiali possano

prendano misure preventive e possano aiutare potenziali vittime, proteggendole

e “spingendole” a denunciare o a chiedere aiuto.

Secondo Lei nei fatti di cronaca riguardante il femminicidio, i mezzi di

comunicazione danno maggiore risalto alla vittima o al reo?

47 intervistati ritengono che i media diano maggior risalto al reo, contrariamente

33 pensano che i media tendano a dare più importanza alla vittima.

41%! Vittima!

Reo!

59%!

Da cosa lo deduce?

Il 59% degli intervistati vede il reo come il “protagonista” dei racconti mediatici

legati alla cronaca nera. Secondo alcuni, infatti, la maggior parte degli articoli di

giornali online, giornali cartacei e sevizi dei Tg hanno come soggetto il carnefice

e non la vittima o il reato. Secondo altri il vero motivo è la spettacolarizzazione:

il reo è un elemento più affascinante della vittima, essendo possibile studiarne i

pensieri, le attitudini, i comportamenti etc.

Il 41% dei rispondenti, invece, vede la vittima come la reale protagonista

dell’evento mediatico.

In realtà la vittima è posta al centro dell’attenzione solo immediatamente dopo

l’evento criminale, quando ancora non è chiaro chi sia stato l’assassino o il

! 75!

presunto assassino. Ben presto, però, la cronaca sposterà l’attenzione su colui

che ha, o potrebbe aver, commesso il reato e la vittima viene accantonata,

quasi dimenticata. Si può parlare di spersonalizzazione della vittima, poiché

diventa un semplice oggetto di aggressione al quale è stato fatto del male. Il

vero “centro mediatico” diviene la figura del reo, il quale offre molto più

materiale su cui lavorare. Programmi come “Porta a porta” costruiscono interi

servizi basati sul carnefice: vengono studiate le abitudini, i comportamenti dopo

l’evento delittuoso, i movimenti, le risposte date ai media, etc, ma allo stesso

tempo viene elevato a capro espiatorio.

Troppo spesso l’autore del reato viene rappresentato come nemico pubblico

ovvero come mostro, creando così nel pubblico diffidenza e desiderio di

punizione nei confronti del deviante ma anche paura e insicurezza. Secondo

37

tale prospettiva il soggetto deviante viene “ pubblicizzato” più della vittima .

Il risultato di questo processo vede la vittima sempre più decontestualizzata dal

fenomeno criminale di cui è, invece, parte integrante.

!

!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

! !

37 Forti!G.!Bertolino!M.,!La#televisione#del#crimine,!Vita!e!Pensiero,!2005

!

! 76!

3.3 Conclusioni e riflessioni

Il mio processo di analisi volge al termine, ma prima ritengo che le risposte date

al questionario abbiano portato alla luce molti interessanti punti di riflessione

che meritano un’analisi.

I risultati mostrano come, ormai, il neologismo femminicidio sia diventato una

parola “comune” nel nostro vocabolario: non è più una parola legata agli omicidi

compiuti a Ciudad Juarez, bensì viene collegata ad episodi accaduti nel nostro

Paese o nella nostra città. La matrice di questo cambiamento è stata

inizialmente la televisione e, in seguito, i mass media in generale. Negli anni

Novanta, periodo in cui si è iniziato a parlare del fenomeno, non venivano usati

tutti i mezzi di comunicazione come ora e la Tv era il mezzo di informazione

privilegiato.

Oggi, invece, viviamo in un mondo sempre più complesso e veloce in cui le

persone hanno bisogno di essere informate istantaneamente; non siamo più in

grado di poter aspettare il notiziario della sera o il quotidiano mattutino.

“Aspettare” è un verbo che non rientra più nel nostro lessico.

Anche quando abbiamo bisogno di contattare una persona non dobbiamo far

altro che prendere il telefono e chiamarla oppure mandarle un messaggio, ma il

telefono oggi non serve solo a chiamare: siamo nell’era digitale e il cellulare si è

trasformato in smartphone tramite cui non solo possiamo comunicare con le

persone, ma riusciamo a collegarci con il mondo intero tramite i web browser.

Studiando le risposte del questionario si vede come il 39% del campione ha

dichiarato di acquisire le informazioni tramite Internet, il 34% tramite Tv, giornali

e sommandoli insieme si nota come il 94%, quasi la totalità dell’intero

campione, usi la rete per essere informato. Avere la possibilità di acquisire

notizie in tempo reale, però, ha effetti collaterali: noi acquisiamo, infatti, enormi

quantità di informazioni ogni giorno e quelle che realmente ci colpiscono

diventano sempre meno. Solo per le notizie che ci suscitano interesse avremo

la voglia di informarci veramente cercando successivi aggiornamenti, per il

resto ci affideremo alle informazioni che ci passano i mass media. È per questo

motivo che il 30% degli intervistati ha definito il femminicidio come un’uccisione

! 77!

legata ad un movente di tipo affettivo. Queste persone non hanno saputo

andare oltre la semplice informazione legata a un servizio televisivo o a un

articolo di giornale, che sia online o cartaceo e hanno preferito fidarsi

ciecamente.

Come visto, già nel 1989 Diana Russell aveva criticato i media e il modo in cui

trattano le notizie, banalizzandole e sminuendole. Fortunatamente sempre più

persone si stanno accorgendo del modus operandi utilizzato dei mass media e,

infatti, il 44% degli intervistati non è soddisfatto del modo in cui i mezzi di

comunicazione trattano le notizie o, in questo frangente, il femminicidio.

Contrariamente il 52% ne è soddisfatto e il 4% ne è pienamente soddisfatto.

Andando a scavare più a fondo, però, ne esce un altro ritratto, più pessimistico.

Ciò è dimostrato dal fatto che quasi metà del campione afferma che i media

sono in grado di focalizzare l’attenzione su un particolare evento, tralasciando,

dettagli importanti o non tenendo conto di altri fatti. Personalmente ritengo che i

media, visti come “finestre sul mondo”, siano tutto meno che finestre, anzi si

potrebbero definire fessure. Infatti, dei milioni di avvenimenti e fatti che

accadono ogni giorno, ci viene mostrato solo una minima parte di essi e, inoltre,

spesso senza un minimo di obiettività. Il mondo televisivo ha, quasi da subito,

cercato di attrarre audience e l’unico modo per farlo era fornire intrattenimento.

Nato inizialmente con le soap opera si è esteso ben presto fino all’informazione.

La politica, l’economia e la cronaca sono diventati oggetto dello show mediatico

e, in questo modo, si è perso di vista il reale scopo dell’informazione, ovvero

informare il lettore o lo spettatore in modo obiettivo, preciso e trasparente.

Sempre più spesso vengono create delle notizie ad hoc, create su misura di un

pubblico che compra un giornale, guarda la televisione o naviga su Internet non

tanto per essere informato, quanto più per svagarsi.

Il risultato di una cattiva informazione, sempre secondo il mio parere, può avere

due diversi risvolti. Se l’audience dovesse accorgersi di questo meccanismo

diminuirebbe la fiducia verso i mezzi di comunicazione di massa, processo che

per alcuni sta già avvenendo, come dimostrato nei risultati del questionario.

Contrariamente, nel momento in cui l’audience non dovesse accorgersi di

questo meccanismo, sarebbe portato a pensare che le uniche informazioni

! 78!

degne di nota siano quelle riportate dai mezzi di comunicazione di massa,

creando così una conoscenza limitata e imprecisa.

Concludo con una citazione di Lee Loevinger:

“ La televisione è la letteratura degli illetterati, la cultura del plebeo, il

benessere del povero, il privilegio del diseredato, il club esclusivo

delle masse escluse”.

! !

! 79!

! 80!

QUESTIONARIO !

!

UOMO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! DONNA!!!!!!!!!!!

!

________________!ETA’!!!!!!!!!!!!!!!!!!!_____________________!PROFESSIONE!

!

1W Generalmente!dove!acquisisce!le!informazioni!(giornali!cartacei,!articoli!

online..)!?!

! !

!

!

!

2W Ha!mai!sentito!parlare!di!femminicidio?!

!!

!!!! SI!!!!!!!!!!!!!!!! NO!

! !

3W Se!SI,!in!quale!contesto?!

!

!

!

!

4W Saprebbe!darne!una!definizione?!

!

!

!

!

5W Secondo!Lei!in!che!modo!trattano!il!fenomeno!i!media!(Tv,!Radio,!Social!

Network..)!?!

!

NON!SODDISFACENTE!

! !

SODDISFACENTE!

! PIENAMENTE!SODDISFACENTE!

!

!

6W Secondo!Lei!i!mass!media!hanno!la!possibilità!di!influenzare!l’opinione!

pubblica!su!questo!fenomeno?!Se!SI!in!che!modo?!

!

!!!!!!!!!!SI!!!!!!!!!!!!!!!!! NO!

! 81!

!

!

!

!

!

7W Secondo!Lei!nei!fatti!di!cronaca!riguardante!il!femminicidio,!i!mezzi!di!

comunicazione!danno!maggiore!risalto!alla!vittima!o!al!reo?!

!

!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!VITTIMA!!!!!!!!!!!!!!!!!! REO!

!

8W Da!cosa!lo!deduce?!

!

!

!

!

! !

!

!

!

!

!

!

!

!

!

!

!

!

!

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!

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!

!

!

!

!

!

! 82!


PAGINE

85

PESO

2.96 MB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE TESI

Tesi sperimentale ( con questionario effettuato su un campione di 80 persone ) per Comunicazione relazioni pubbliche e pubblicità, dell'università degli studi Libera Università di Lingue e Comunicazione - Iulm elaborata dall’autore nell’ambito del corso di Media e crimine tenuto dal professore Dambone dal titolo Circo mediatico e Femminiccidio. Il potere della comunicazione. Scarica il file in formato PDF!


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Comunicazione, Media e pubblicità
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giulia.caimi.3 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Media e crimine e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione - Iulm o del prof Dambone Carmelo.

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