LEZIONE 6 - 14 MARZO 2019 – Macroeconomia e Politica Economica
Il bilancio dello Stato è composto da:
Entrate: tasse e imposte
Ø Uscite: spesa pubblica (conto capitale e conto corrente)
Ø
La differenza tra le entrate e le uscite (deficit) può essere o disavanzo primario oppure
avanzo primario. Questa differenza deve essere in pareggio, però i parametri del trattato di
Maastricht non considerano soltanto la differenza tra le entrate e le uscite ma prevedono
che il rapporto tra il disavanzo e il Pil non deve superare il 3%.
# £ %l
Rapporto Deficit/Pil G= spesa pubblica T= entrate
Disavanzo primario: quando la spesa è superiore alle entrate.
Per colmare questo disavanzo lo Stato può ridurre le spese, aumentare le entrate, oppure
può indebitarsi (debito pubblico) emettendo “Titoli di Stato” e quindi chiede un prestito a chi
li compra. Chi acquista questi titoli in cambio riceve degli interessi alla scadenza, questi
interessi per lo stato sono un costo quindi si ha un disavanzo secondario.
Supponiamo che lo Stato emetta dei “CCT” ad un prezzo di 95, alla scadenza lo Stato
restituirà 100, quindi in questo caso il tasso di interesse sarà (100-95) / 95. Ipotizziamo che
anche la Germania emette i Titoli a 95, allora se la fiducia nei due paesi è identica sarà
indifferente per gli investitori se comprare i titoli di uno o dell’altro Stato. Quindi in questo
caso lo Spread (differenza trai due interessi) è zero.
Se invece ad esempio nell’Italia vi è meno fiducia rispetto alla Germania, allora gli investitori
acquisteranno i titoli tedeschi e di conseguenza l’Italia per vendere i propri titoli dovrà
abbassare il prezzo ad esempio a 90 e quindi dare maggiori interessi per compensare la
sfiducia.
Spread: differenza tra tasso di interesse di un titolo paragonato al tasso di un altro.
Quindi se emetto titoli ad un prezzo più basso e pago maggiori interessi aumenta il deficit
perché sono un costo e quindi vanno nelle uscite. Quindi aumenta il rapporto deficit/pil.
# £ %
Il rapporto deficit/pil dipende sia dal “Deficit” che dal “Pil” quindi potrebbe anche
peggiorare la differenza tra le entrate e le uscite però se cresce il Pil il rapporto diminuisce.
Il Pil dipende anche dal tasso di interesse perché più bassi sono i tassi di interesse maggiori
sono gli investimenti privati e maggiore sarà la domanda aggregata, quindi l’aumento del
tasso di interesse a causa della sfiducia nei confronti dell’Italia dovuta allo Spread,
comporterà nel sistema economico un aumento del tasso di interesse che farà crollare il Pil.
Per cui si instaura un meccanismo vizioso, cioè un aumento della sfiducia nell’Italia
comporta un aumento dei tassi di interesse che causano un peggioramento del deficit
(numeratore del rapporto) e allo stesso tempo frena la crescita del pil (denominatore).
(segno negativo si ha un deficit, mentre segno positivo si ha un avanzo)
In questo momento l’Italia ha un rapporto deficit/pil inferiore al 3 %, la Germania è addirittura
in avanzo. Invece la Francia può permettersi di avere un rapporto deficit/pil superiore al 3%
perché ha un rapporto debito pubblico/pil inferiore rispetto a quello dell’Italia.
Infatti come si può notare dalla tabella precedente la Francia ha un rapporto debito/pil del
96,2 % invece l’Italia ha un rapporto debito pubblico\pil del 132,3 %.
Quindi per ridurre il debito pubblico bisogna cercare di andare in avanzo nella differenza tra
le entrate e le uscite, ad esempio adottando una “politica di austerità”, però bisogna stare
attenti perché una politica di austerità (restrittiva) potrebbe portare ad un crollo del Pil e
quindi anche se aumentasse il numeratore si ridurrebbe il denominatore.
Come già spiegato il debito pubblico italiano è aumentato notevolmente negli anni 70 perché
si è tentato di coprire il deficit indebitandosi per coprire le spese pubbliche, principalmente
le spese in conto corrente aumentando le assunzioni nella pubblica amministrazione. Si è
deciso di gestire l’enorme spessa con l’aumento del debito pubblico.
Un po’ per analogia quello che è il dibattito politico recente, ad esempio si è deciso di
sostenere ulteriori spese come “quota 100” oppure “reddito di cittadinanza” aumentando il
debito.
Quindi il debito tende a crescere ulteriormente e di conseguenza il rapporto debito\pil
aumenta, ma anche se il debito non cresce le crisi economiche facendo crollare il pil
determinato un aumento del rapporto debito\pil.
Per cui è importante fare crescere il pil che è il denominatore del rapporto e quindi si riduce
il rapporto, un po’ ciò che vorrebbe fare il governo attuale facendo aumentare il
moltiplicatore, cioè aumentando le spese in conto corrente, e tutto questo comporterà una
crescita del pil. Quindi se noi agiamo sul denominatore annulliamo l’effetto del numeratore.
Il governo attuale è consapevole che tutte le politiche porteranno ad una crescita del debito
che porteranno ad un aumento del disavanzo, ma dà forte peso all’ipotesi che cresca
£ £
% %
notevolmente il pil (denominatore) di entrambi i rapporti.
Però queste previsioni sono in contrasto con quelle della Banca D’Italia, dell’Ocse, della
Banca Mondiale e di tutti gli osservatori internazionali.
L’attuale governo sostiene che quota 100 e reddito di cittadinanza aumenteranno il
moltiplicatore e quindi crescerà il pil, non tenendo conto dell’aumento dei tassi di interesse
dovuti allo Spread, loro dicono che più avanti si creerà fiducia e che lo Spread crollerrà
perché la gente prenderà coscienza che la loro politica è una politica che darà migliori
risultati, darà maggiore benessere e crollerà lo Spread. Ma se questo non avverrà, cioè non
ci sarà l’effetto moltiplicatore e gli interessi saranno alti e il pil non cresce ed allora avremmo
un ulteriore debito maggiore, un rapporto debito\pil ulteriormente maggiore, un crollo della
fiducia ulteriore nei riguardi del nostro paese, che creerà un aumento notevole dello spread,
e quindi un aumento notevole dei tassi di interesse, un crollo del pil, una sfiducia generale
da parte delle imprese che non investono più anche se i tassi di interesse sono bassissimi.
Se non si verifica l’ipotesi del governo ci sono le “clausole di salvaguardia” cioè aumenta
l’Iva su tut
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