Letteratura italiana I A.A. 2020-2021
Docente Monica C. Storini
Breve nota
Come rappresentavano l’ira le persone del passato? Quale valore attribuivano a questo stato d’animo e come spiegavano il suo divenire? In questa ricerca tenteremo di circoscrivere una porzione della ricchezza del lemma «ira» attraverso la lente bifocale della comparazione tra alcuni componimenti poetici di G. Cavalcanti (ca. 1248-1300) e F. Petrarca (1304-1374).
Prima di tutto, dobbiamo dare un nome alla cosa. Se per altre emozioni si può realizzare una più facile ricognizione etimologica, ciò non vale per il nostro oggetto di riflessione. Infatti, sebbene l’etimo sia incerto, si potrebbe trovare suggestiva l’ipotesi di una radice indoeuropea che indicherebbe un moto violento. Ma allora come si può definire il confine di questo «affetto dell’anima», fin troppo spesso vincolato alla sfera della negatività?
Del resto, come oggi, non esisteva una spiegazione unica. Fra le teorie più autorevoli, v’era quella attribuita ad Aristotele ed alla sua scuola (IV a.C.) che sopravvisse e contaminò la tradizione giudaico-cristiana, rimanendo come eredità nella letteratura patristica delle Chiese della Romania e non solo. Secondo lo Stagirita, l’ira, come tutte le altre emozioni, assume un valore a seconda del ruolo nel compimento di atti virtuosi o malvagi e ciò che determina la loro natura è la presenza della volontà. Questo perché le passioni hanno un insorgere immediato, connesso al corpo ed ai suoi movimenti, grazie all’azione di una «parte» dell’anima che è detta «sensitiva» e ci accomuna agli animali.
Era opinione comune, riconoscere tre «parti» dell’anima ovvero vegetativa, sensitiva e razionale, ed erano ritenute in una relazione di gerarchia e di inclusione. L’anima sensitiva tra le sue «facoltà» agiva attraverso il cosiddetto appetito sensitivo, che si orientava dalla percezione sensibile. Questo «appetito» si divideva in irascibile e concupiscibile. Da questi due tipi prendevano le mosse tutte le passioni che si servivano del corpo e nel corpo agiscono.
Ed è proprio questo sistema naturalistico, di impianto aristotelico, che venne accolto nella poetica cavalcantiana. In questa atmosfera materialistica, egli elabora un originale edificio lirico basato sul lessico amoroso della passione. Tutto ciò è condensato in quello che si potrebbe definir il manifesto della sua «dottrina degli spiritelli» ovvero la canzone Donna me prega. L’ira non poteva mancare, imponendosi con forza nel corpo testual.
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