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Appunti di Giurisprudenza - Università degli Studi di Padova

Alcune delle domande frequenti esame. Personalmente, l’ho passato con 25. Prime parole documento. Domande sulle obbligazioni. La prestazione e i requisiti dell’obbligazione. Che cos’è la prestazione? Quali sono i requisiti essenziali della prestazione perché l’obbligazione nasca? La prestazione è il comportamento che il debitore deve tenere per soddisfare l’interesse del creditore. Non esistono limiti astratti al contenuto della prestazione; tuttavia, affinché possa nascere un’obbligazione giuridicamente rilevante, la prestazione deve necessariamente possedere alcuni requisiti essenziali. In mancanza di questi requisiti, l’obbligazione non nasce affatto: il debitore non è obbligato e il creditore non acquista alcun diritto. I requisiti della prestazione sono la liceità, la possibilità, la determinatezza o determinabilità e la patrimonialità. Un esempio classico per comprendere la necessità di tali requisiti è quello del cosiddetto “contratto del killer”: l’accordo con cui una persona si obbliga a uccidere qualcuno in cambio di un compenso. In questo caso la prestazione è illecita, per cui non nasce alcuna obbligazione giuridica: non esiste né l’obbligo di uccidere né il diritto a ricevere il pagamento. La patrimonialità indica che la prestazione deve essere suscettibile di valutazione economica, nel senso che deve poter incidere sul patrimonio ed essere valutabile in termini economici, anche solo ai fini di un eventuale risarcimento del danno. Questi requisiti sono richiesti per garantire la certezza del diritto. Poiché l’obbligazione è coercibile, il creditore può agire in giudizio e richiedere il risarcimento del danno. Tuttavia il giudice può condannare al risarcimento solo se l’obbligazione è sufficiente determinata o determinabile. Se l’obbligazione è troppo generica il giudice non avrebbe i criteri oggettivi per stabilire l’entità del danno. La determinatezza o determinabilità della prestazione diventa quindi fondamentale proprio nel momento dell’inadempimento, quando occorre quantificare il danno. Tutti i criteri di liquidazione del danno presuppongono infatti una prestazione chiaramente individuabile. Questo problema si accentua ulteriormente quando la prestazione non consiste nella consegna di una cosa materiale, ma in un fare o in un non fare. Ad esempio, l’impegno a eseguire un’opera, a tenere un concerto o a non svolgere una certa attività pone questioni molto più complesse sotto il profilo della valutazione economica.
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Esame Istituzioni di diritto romano

Facoltà Giurisprudenza

Dal corso del Prof. G. Zanon

Università Università degli Studi di Padova

Appunti esame
Nel documento di Istituzioni di diritto romano viene trattato il processo romano. L’essenziale per passare l’orale nel caso vi vengano fatte domande in merito. Estratto doc. Il processo romano. Un principio fondamentale del diritto romano affermava che non esiste diritto sostanziale senza un’azione giudiziaria che ne garantisca l’efficacia. I Romani erano pienamente consapevoli del legame inscindibile tra diritto e processo: un diritto che non può essere fatto valere in giudizio, di fatto, non esiste. Per questo motivo, il processo rappresentava lo strumento attraverso cui il diritto assumeva una forma concreta. Non a caso, i Romani non parlavano di processus, ma di iudicium. Il processo, quindi, non era un sistema autosufficiente di norme, ma il mezzo per realizzare concretamente il diritto. La Basilica Emilia, situata nel Foro romano, era il luogo dove si amministrava la giustizia. La sua solennità rifletteva l’importanza attribuita all’istituzione giudiziaria nella Repubblica romana. Nel Foro romano il processo si articolava in fasi ben distinte. Per comprenderlo davvero, bisogna tenere presenti almeno quattro momenti fondamentali della sua evoluzione. La fase più antica è quella della vendetta privata. Siamo in un’epoca precedente alla nascita dello Stato e persino alla fondazione di Roma. Non esiste un’autorità centrale: esistono solo i patres familias, i capi dei gruppi familiari. I conflitti vengono risolti con la forza. Questa vendetta è incontrollata e sproporzionata: a un torto minimo può corrispondere una reazione estrema. Inoltre, può anche essere infondata: si reagisce a un’offesa che magari non è mai avvenuta. Questo genera spirali di violenza senza fine. Da qui nasce l’esigenza di un controllo. Non sappiamo con precisione chi lo esercitasse all’inizio: forse i re, forse capi tribali. In ogni caso, emerge l’idea che la violenza debba essere regolata. Questo è il primo passo verso il processo vero e proprio. In questa fase iniziale, qual è il ruolo dell’autorità? Non è quello di accertare razionalmente i fatti, ma di verificare se esistono “prove” che giustifichino la violenza. Se c’è la prova, la violenza è lecita; se non c’è, la violenza può comunque essere esercitata. Ma si tratta di prove irrazionali, non delle prove come le intendiamo oggi. Ci si sfidava in duello, e chi moriva era ritenuto colpevole o bugiardo perché gli dèi avevano deciso così. Non c’è ancora una vera razionalità: la giustizia è immersa nella dimensione magico-religiosa.
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