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Vittimologia

Appunti di Criminologia sulla vittimologia basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Saponaro, dell’università degli Studi Bari - Uniba, Facoltà di Scienze della formazione, Corso di laurea in scienze dell'educazione. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Criminologia docente Prof. A. Saponaro

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della difesa aveva creato nelle Forze Armate l’ufficiale consigliere, una figura particolare dedicata a

poter aiutare i militari nelle loro problematiche, questa iniziativa però è risultata poco efficace in

quanto sempre legata alla gerarchia militare.

La definizione più attuale di vittimologia. La vittimologia è la scienza che studia la personalità della

vittima, le sue caratteristiche fisiche, psicologiche, morali, sociali e culturali in funzione di una

maggiore conoscenza della relazione vittima-reo per poter esercitare soprattutto un’attività

preventiva ma anche, eventualmente, un’attività d’intervento in seguito alla commissione di reati.

La classificazione delle vittime. La classificazione classica delle vittime comprende:

• vittime passive, ovvero le vittime accidentali, professionali (per esempio, i tassisti che lavorano di

notte), simboliche (per esempio, la suora uccisa a Chiavenna) e trasversali (per esempio, il familiare

di un boss della mafia);

• vittime attive, ovvero le vittime aggressive (per esempio, il bandito ferito o ucciso dal

commerciante che si difende), provocatrici, favorenti, disonoranti (per esempio, la moglie che

tradisce il marito oppure la ragazza lapidata in Afghanistan dalla sua famiglia che si riteneva

disonorata dal rifiuto della donna di tornare dal marito che le era stato scelto) e consenziente (per

esempio, l’eutanasia attiva).

Le predisposizioni vittimologiche. In questo ambito occorre fare attenzione a non cadere

nell’equivoco che la vittima, come la donna che attraversa di notte una strada buia e viene

violentata, “se l’è andata a cercare”: il reato non è assolutamente giustificato.

Esistono sicuramente, però, predisposizioni vittimologiche congenite o acquisite (stabili, temporali

o occasionali), consce o inconsce (ad esempio, persone che diventano vittime per appagare i loro

desideri masochistici più o meno consci).

I fattori che possono determinare predisposizioni vittimogene sono di natura:

- fisica (l’età, il sesso...);

- psichica (l’insufficienza mentale può presupporre la facilità a essere truffati);

- psicopatologica (ipertimici, depressi, insicuri, fanatici, esplosivi, istrionici, abulici, drogati,

psicotici sessuali);

- sociologica ambientale (strade male illuminate, fermate dell’autobus isolate, sottopassaggi poco

frequentati...).

L’incontro della vittima e dell’autore del fatto criminoso. Molti casi di violenze sui bambini e sulle

donne avvengono in famiglia, quindi l’incontro avviene all’interno di una relazione affettiva che si

è instaurata negli anni. È da sottolineare, però, come negli ultimi anni Internet è all’origine di

incontri pericolosi, incontri che possono sfociare in crimini.

I tre modelli per limitare l’incidenza del crimine. Nel corso degli anni la criminologia ha

individuato dei modelli che possono ridurre il numero di atti criminosi. Tali modelli sono stati

sintetizzati da Gulotta in:

1. repressione o punizione, che presenta dei limiti in quanto per essere efficace la pena:

- non deve essere troppo severa, ma sufficiente contro il significato gratificante dell’azione;

- deve essere certa;

- deve essere contigua all’azione;

2. terapia, ovvero la cura del reo, che è limitata dal fatto che:

- si può curare una nevrosi ma non si può fare nulla davanti a scelte esistenziali determinate

dall’appartenenza a una sottocultura o dall’anomia ovvero dalla carenza di norme sociali;

- vi è un’impreparazione del sistema terapeutico;

- alcuni criminali simulano “la fuga nella virtù”, una buona condotta per poter uscire;

3. prevenzione: La prevenzione deve avvenire, oltre che nei confronti del delinquente, attraverso un

intervento sull’ambiente, sulla personalità della vittima e sulle situazioni perché solo tali misure

possono efficacemente influenzare il tasso di criminalità e di vittimizzazione.

In questo ambito il ruolo della vittimologia è di inserirsi laddove emergono i limiti del sistema

punitivo, terapeutico e preventivo. L’apporto della vittimologia alla lotta alla criminalità è quindi

quello di conoscere il comportamento della vittima per combattere la criminalità anche in funzione

della vittima.

Le caratteristiche della vittima. La probabilità di divenire vittima di un crimine non è ugualmente

distribuita fra tutti gli individui in quanto esistono delle circostanze (l’età, il sesso...), proprie di

alcuni soggetti, che favoriscono certi tipi di condotta criminale; tali circostanze costituiscono una

sorta di predisposizione specifica nei confronti di determinati reati. Le predisposizioni specifiche

possono distinguersi in funzione: dell’origine: - innate; acquisite; della loro permanenza nel tempo:

permanenti; temporanee; passeggere; della loro natura: bio-fisiologiche: età, sesso, razza, stato

fisico; sociali: professione o mestiere, situazione sociale, condizioni economiche e finanziarie,

condizioni di vita, condotta generale dell’individuo; psicologiche: comportamenti sessuali, stati

psicopatologici, tratti del carattere e della personalità.

L’intervento sul comportamento della vittima. È importante intervenire sul comportamento della

vittima: quando il ragazzino pensa che possedere un telefonino garantisce la sicurezza, bisogna

dirgli che non è così e che avere un cellulare quando si cammina in una strada isolata e buia non

tutela da possibili aggressioni.

L’orientamento preventivo. L’orientamento principale della vittimologia è quello preventivo,

focalizzando il comportamento vittimogeno degli individui e le occasioni sociali e topiche che

favoriscono il crimine, tendendo a responsabilizzare gli individui in modo che la loro negligenza

non possa favorire la condotta criminale e che una loro maggiore attenzione possa scoraggiarla.

Si cercano di mettere in atto anche interventi pratici: in Inghilterra è stata organizzata dal Comune

una campagna di promozione per l’installazione dell’occhio cieco nelle porte per poter vedere chi

suona il campanello.

L’attività informativa. Esempio sulla sicurezza sul lavoro: risultati incoraggianti nel

responsabilizzare i gruppi di persone organizzati sulla necessità di misure preventive.

Esempio della Svezia: aumento della sicurezza delle città con interventi urbanistici importanti per

limitare le “zone d’ombra” individuate anche grazie alle “passeggiate” che gruppi di cittadini

(bambini, anziani, portatori di handicap) organizzano periodicamente.

Il ruolo dello Stato. Il ruolo dello Stato e di chi programma a livello centrale è molto importante per

affrontare, attraverso lo studio della vittima, difese adeguate che rendano oggettivamente meno

pericoloso l’esercizio di particolari professioni (per esempio, gli operai in un cantiere), che

garantiscano una migliore protezione per alcuni individui particolarmente esposti (per esempio, i

portavalori) e che, comunque, siano rivolte a scoraggiare e prevenire il crimine

Inoltre, lo Stato ha il compito di garantire la protezione di quelle categorie e di quei gruppi di

vittime (ad esempio, gli anziani) che non sono in grado di autogestirsi come i supermercati, le

banche, i gioiellieri...

Il problema del risarcimento del danno. Il risarcimento deve comprendere l’aspetto economico (non

è solo un fatto economico, però è anche un fatto economico) e, se il reo non è in grado di

provvedere, secondo l’ONU è compito dello Stato intervenire (l’Italia è molto indietro riguardo a

questo aspetto).

Con vittimizzazione primaria si fa riferimento al complesso delle conseguenze pregiudizievoli di

natura fisica, psicologica, economica e sociale, prodotte sulla vittime direttamente dal reato subito.

Come testimoniato da quanti operano nel settore di assistenza alle vittime, si tratta di una pluralità

di effetti negativi particolarmente gravi, giacché il danno prodotto dal reato di solito non è limitato

alla lesione o alla messa in pericolo del bene giuridico violato, ma comprende altresì un danno di

natura psicologica che va ad incrementare il danno materiale. Nella vittima, dopo aver subito il

reato, insorge spesso uno stato di ansia ed angustia, che può giungere sino alla produzione di veri e

propri danni psicologici. Tale stato viene definito come stress psicologico, individuato da alcuni in

una situazione imposta all’individuo, mentre altri raggiungono livelli oltre il limite di rottura”, e,

come facilmente intuibile, questa situazione non sarà identica in ogni individuo, ma varierà in

relazione all’età, al sesso, alla predisposizione genetica e alle caratteristiche psicologiche di

ciascuno.

Vittimizzazione e modelli di tutela

Mendelsohn, il quale riteneva necessaria una maggior assistenza verso le vittime dei reati una volta

entrate in contatto con il sistema giudiziario, anche se le riflessioni teoriche e le indagini empiriche

sul tema si sono affermate molto più tardi, in particolare a partire dalla fine dagli anni ottanta del

secolo scorso. Il rischio di vittimizzazione secondaria si ha soprattutto in relazione a vittime

particolarmente deboli, quali i minori o le vittime dei reati sessuali; e, proprio rispetto a queste

particolari categorie di soggetti passivi, sono state condotte indagini empiriche, al fine di verificare

l eventuale orientamento “sessista” delle agenzie del controllo sociale.

Il ruolo della vittima del procedimento penale

Il nostro legislatore non fa mai uso della parola «vittima», preferendo ad essa espressione

equivalenti, quali l’offeso, la persona offesa dal reato,par te lesa.

Il reato è sempre un’offesa a beni che l’ordinamento riti e ne così rilevanti da proteggerli con una

sanzione penale.

Mentre il titolare della reazione penale rimane lo Stato, l’individuazione del soggetto che patisce e

subisce l’azione criminosa non è così automatica. Normalmente chi soffre un danno si identifica in

colui che la norma penale vuole proteggere.

Mentre la persona offesa dal reato è il titolare del bene protetto dalla norma penale, il danneggiato è

colui che ha riportato un danno collegato all’azione od omissione del soggetto attivo del reato e

solo a lui compete il ruolo di parte processuale che nasce con la costituzione di parte civile in

seguito all’esercizio dell’azione penale.

Il nostro sistema prevede la possibilità di esercitare l’azione civile per le restituzioni e per il

risarcimento del danno nell’ambito del processo penale, tramite la costituzione di parte civile da

parte del danneggiato.

Nella realtà: molto spesso le potenzialità processuali riconosciute in capo alla persona offesa non

vengono esercitate per una serie di ragioni.

1.l’autore del reato rimane ignoto

2. in termini di costi/benefici la costituzione di parte civile non è conveniente

La persona offesa, anche se non costituita parte civile, rientra a tutti gli effetti nella categoria di

testimoni ,pertanto assume tutte i diritti e dove riconnessi al ruolo del testimone (obbligo di

presentarsi al giudice obbligo di dichiarare il vero, esaminata nella forme dell’esame diretto e

contro esame).

In ogni caso nel quadro del processo penale spesso le aspettative della vittima vengono ampiamente

disattese.

La dottrina vittimologica definisce la condizione della vittima nei procedimenti penali sulla base dei

concetti di:


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DETTAGLI
Esame: Criminologia
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher topsecret87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Criminologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Saponaro Armando.

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