Istruzione e disuguaglianze
Introduzione
L'istruzione rappresenta una risorsa decisiva per lo sviluppo della persona, per la qualità della sua vita e per lo sviluppo sociale, civile ed economico delle realtà locali e della nazione. La qualità delle attività di istruzioni e formazione è il risultato dell'integrazione degli interventi di diversi soggetti e livelli istituzionali.
L'Italia è caratterizzata da un grado di disuguaglianza piuttosto elevato se confrontato con altri paesi europei. L'idea di concentrazione dei redditi colloca l'Italia, insieme al Portogallo, Spagna, Irlanda e Grecia, nel gruppo dei paesi con la più alta disuguaglianza (superiore al 0.30). A livello di ripartizione geografica, il Mezzogiorno mostra la più alta sperequazione dei redditi. I fattori individuali che influenzano la distribuzione dei redditi sono il livello di istruzione, il genere e l'età.
Istruzione
La scuola è aperta a tutti. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie, ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso. Art. 34 Cost.
Negli ultimi decenni il processo di scolarizzazione di massa è andato avanti in modo sostenuto, in Italia come nella maggior parte dei paesi occidentali. I sistemi educativi inglobano ormai milioni di studenti, l'insegnamento rappresenta uno dei bacini privilegiati di lavoro per i laureati, l'istruzione costituisce uno dei capitoli principali della spesa pubblica incidendo al tempo stesso sul bilancio familiare, e la scuola struttura il tempo di vita degli allievi, delle famiglie e dei tessuti urbani, e genera aspettative di mobilità sociale.
Le indagini sulla mobilità sociale condotte in molti paesi sviluppati concordano sia nel segnalare sensibili disuguaglianze in tema di risorse e di opportunità, sia nel mostrare la forza della relazione tra istruzione e mobilità. Da paese a paese differisce la mobilità relativa, che è una misura dell'effettivo grado di fluidità sociale. Francia, Germania, Irlanda e Italia sono paesi con bassi livelli di fluidità sociale; al contrario, Norvegia, Paesi Bassi e Svezia mostrano minori disuguaglianze in termini di opportunità di mobilità.
La partecipazione al sistema scolastico e formativo ha in breve cessato di essere un'esperienza ristretta per divenire invece uno degli elementi portanti delle società democratiche e di welfare, scaturite dal secondo conflitto mondiale.
L'adeguamento degli ordinamenti alle esigenze di una società democratica che punta sullo sviluppo delle conoscenze per la sua crescita civile e il potenziamento della sua competitività deve essere il risultato di un processo in grado di valorizzare le esperienze migliori del nostro sistema formativo e di coinvolgere tutti i soggetti interessati, riconoscendo e sviluppando la professionalità del personale, potenziando la libertà di insegnamento e rifiutando le logiche di precarizzazione del lavoro.
Qualsiasi indicatore a nostra disposizione può confermare tale tendenza, anche sul breve periodo di circa 15 anni. La licenza di scuola media interessa ormai il 100% delle classi di età corrispondenti, il tasso di passaggio alle superiori copre oltre il 90% dei potenziali studenti, il tasso di passaggio alle università interessa circa il 66% degli studenti maturi, con una lieve flessione rispetto agli inizi degli anni '80, e gli iscritti all'università rappresentano ormai quasi il 50% delle classi di età corrispondenti.
Discorso analogo vale se osserviamo la scolarizzazione complessiva della popolazione e delle forze di lavoro (occupati, disoccupati, in cerca di prima occupazione). Certo, osservando la crescita di questi indicatori, non occorre dimenticare la funzione di selezione esercitata dal sistema educativo, un dispositivo ad imbuto che, filtrando passo dopo passo gli studenti in base al loro rendimento, fa pervenire comunque ai livelli più alti di istruzione una minoranza di persone.
Le analisi di flusso sui percorsi degli iscritti al primo anno di scuola media rendono bene l'idea di tale fenomeno: meno del 20% degli iscritti ad una prima media nel 2000 giungerà alla laurea o a un diploma universitario. Il sistema educativo, anche nell'ambito del processo di scolarizzazione di massa, è dunque innervato da meccanismi di espulsione che si manifestano sia negli abbandoni sia nella non prosecuzione degli studi.
La meritocrazia
La società moderna è diventata sempre più meritocratica. Ciò che in questa società determina la posizione degli individui nel sistema di stratificazione (e dunque la quantità di potere e il livello di reddito e di prestigio di cui godono) è sempre meno l'origine sociale e sempre più le loro doti innate e le competenze acquisite (e dunque il titolo di studio). È questa anzi la principale legittimazione delle disuguaglianze della società moderna.
L'idea che la società moderna sia tendenzialmente meritocratica ha trovato anche il consenso di quegli studiosi che, nel corso degli anni Settanta del Novecento, hanno parlato dell'avvento della società postindustriale, perché questa è caratterizzata dalla crescita sia delle professioni che richiedono alti livelli di conoscenza sia delle burocrazie pubbliche e private. Ma i risultati delle principali ricerche condotte in molti paesi occidentali non sembrano dare ragione a queste teorie.
Tra i punti fondamentali del nostro programma liberale c'è la parola magica della "meritocrazia". Non tutti gli italiani ne parlano, molti lo fanno solo per ragioni "di immagine" e fra quelli che lo fanno a proposito pochi riescono a metterlo in pratica. Cosa vuol dire meritocrazia? È semplice: vuol dire creare un sistema che premi chi vale. La meritocrazia è come il salto con l'asta, dove tutti si allenano e concorrono per saltare sempre più in alto ed alla fine vince chi effettivamente salta più in alto di tutti.
Bene, nell'Italietta che abbiamo sotto i nostri occhi la meritocrazia non esiste. Noi italiani ci siamo lentamente creati un sistema che mantiene artificialmente bassa l'asticella, spesso si impone agli atleti di gettare il peso anziché saltare in alto. Di questo passo non ci sarà più un italiano in grado di imporsi in gare internazionali, di fare un record mondiale, di concorrere per un posto sul podio. Non diciamo infatti nulla di nuovo quando affermiamo che l'Italietta attuale non premia i migliori e i più bravi, non fa della meritocrazia un valore, non motiva i giovani a vincere basandosi solo sulle proprie forze.
Di esempi reali, al di là del salto con l'asta, ne abbiamo tantissimi. Per esempio: carriera "nell'ufficio" fa chi ha più doti personali ma chi dice "sì" al proprio superiore.