IL PROCESSO DI COMUNICAZIONE
Per comunicazione si intende l’atto per cui un attore comunica con un altro. A volte si ha la semplice trasmissione di informazioni,
altre volte si inviano messaggi complessi. L’atto del comunicare è un processo con procedure e regole che dovrebbero essere
conosciute da chiunque volesse coglierne il significato. L’atto del comunicare può essere rappresentato da Q1 dice qualcosa a Q2
dove Q1 è un attore sociale che dice qualcosa ad un altro attore che ha scelto come suo referente. L’emittente si rivolge a uno
specifico referente per un particolare scopo. Se Q1 ritiene utile comunicare qualcosa a Q2 deve partire dal presupposto che questo
possa dare le risposte attese o desiderate. Se le procedure di comunicazione non sono adatte alla situazione avviene che Q2 non
comprende ciò che Q1 vuole comunicargli e risponde in modo diverso dalle sue attese tanto da costringerlo a rispiegarsi. Se ancora
non si hanno risultati si ha una spirale perversa di non comunicazione: se l’attore si comporta razionalmente si avvia un processo
comunicativo che produce gli effetti sperati e la spirale è virtuosa. La parte dice qualcosa sta a significare che Q1usa uno o più
codici linguistici per esprimere dei contenuti. Si presta però più attenzione a cosa si dice e non a come. Anche il modo di dire le cose
è determinato dal contesto in cui si svolge la situazione. L’effetto contesto determina la scelta di codici particolari e tiene conto
dell’eventuale asimmetria di potere fra i due partner. Dunque la comunicazione si realizza davvero quando Q2 riceve
un’informazione e la decodifica, dà cioè una risposta a Q1. solo dopo questa risposta si può parlare di comunicazione, altrimenti Q1
ha emesso dei segnali che non sono stati raccolti. La comunicazione presuppone sia l’invio che il ricevimento di un segnale. Lo
schema è dunque questo:
La comunicazione è la trasmissione e il ricevimento di un’informazione che significato per Q1 e per Q2; parlare di significato vuol
dire che Q1 e Q2 danno importanza ai contenuti della comunicazione: sono interessati, coinvolti, la sentono come un atto importante
su cui impegnarsi e attivare la propria razionalità. Q1 e Q2 costruiscono un significato comune nel processo di comunicazione come
insieme di domande e risposte o di reciproche considerazioni su un argomento. I due partner devono avere un ruolo attivo e si ha una
razionalità composta, cioè l’incontro delle strategie comunicative di Q1 e Q2. la comunicazione però non è sempre elementare:
consiste in una serie di scambi successivi di informazioni.
La comunicazione che non si conclude con un scambio elementare di informazioni è un esercizio di abilità e razionalità che
presuppone la scelta degli argomenti, la loro articolazione e concatenazione, ecc ecc. comunicare non è un semplice scambio di
informazioni tra un emittente e un ricevente, lo scambio di informazioni è un mezzo per arrivare alla vera comunicazione e alla
costruzione di un significato.
Perché esista comunicazione è necessaria una strategia che presupponga degli obiettivi, una buona conoscenza del referente e dei
codici adatti alla situazione. Dunque la comunicazione è un atto razionale dove per razionalità si intende il miglior adeguamento delle
risorse del soggetto per il raggiungimento di uno scopo in quella circostanza. Accade talvolta che le scelte razionali del soggetto non
siano quelle più adatte a una certa situazione; il deficit di razionalità può dipendere da aspettative a forte tasso emotivo o
dall’impiego di competenze-abilità limitate o inefficaci. Dunque la razionalità della comunicazione è una razionalità limitata. Il
concetto di razionalità è collegato a quello di interesse il quale poi è collegato a quello di coinvolgimento. L’interesse-
coinvolgimento è il prodotto delle motivazioni individuali che possono andare da obiettivi concreti a quelli più astratti; le motivazioni
sono il prodotto della biografia dell’attore e degli scopi che si vogliono raggiungere. La razionalità del comunicatore è correlata al
tipo di motivazione e al suo interesse-coinvolgimento. L’interesse può essere momentaneo e quindi perché il processo di
comunicazione non sia breve e con scarso significato è necessario che l’interesse iniziale si trasformi in coinvolgimento e condizioni
necessarie sono che la comunicazione tocchi le motivazioni non superficiali dell’attore e che la situazione sia particolarmente
rilevante simbolicamente.
La razionalità nella comunicazione è anche funzione dell’ambiente in cui si realizza. Per ambiente si intende la situazione-circostanza
specifica, il contesto culturale entro cui essa è calata con le sue norme, modelli di comportamento e/o procedure consolidate e
approvate socialmente. La comunicazione è determinata da vincoli esterni. In ogni situazione si deve trovare la strategia più
funzionale e razionale: la razionalità consiste nell’adeguare impegno e risorse allo scopo che si desidera raggiungere, tenendo conto
dei vincoli esterni imposti dalla situazione. Ogni situazione comporta delle regole a cui gli attori della comunicazione devono
attenersi. Un ruolo fondamentale lo gioca il contesto introducendo una forte componente rituale e simbolica. Dunque la razionalità
della comunicazione è determinata dalle motivazioni soggettive, dalle norme, dalle regole e dalle procedure socialmente stabilite per
ogni situazione. La razionalità è l’arte di dire le cose giuste nel modo più adatto; essa è limitata perché limitate sono le abilità
cognitive e le capacità di reagire alle difficoltà poste dalla situazione da parte del soggetto che tenta di agire nel modo più efficace.
Una forma alternativa e sperimentata di razionalità è la ritualità. La comunicazione ha sempre un aspetto rituale.
La comunicazione è lo strumento dell’agire sociale. Quindi: gli attori della comunicazione sono attori sociali caratterizzati da certi
elementi,sono attori sociali e come tali devono essere conosciuti per valutarne meglio le motivazioni, gli scopi, il coinvolgimento; le
motivazioni e gli scopi sono definiti in un particolare contesto culturale, da rituali e norme sancite socialmente; gli attori hanno una
loro specificità che è il prodotto delle loro esperienze sia soggettive che sociali. Le esperienze precedenti sono schemi di lettura delle
situazioni successive, ma ne suggeriscono il significato più profondo
LA CONOSCENZA: STRUTTURA E PROCESSI
Il termine conoscenza viene usato per riferirsi all’insieme di significati e interpretazioni che l’individuo elabora e attribuisce ai dati e
alle informazioni che coglie nel contesto in cui vive; essa riguarda tutte le informazioni che noi possediamo e che sono registrate
nella memoria permanente. Le conoscenze possono essere ingenue, costruite cioè sulla base della semplice osservazione di ciò che ci
succede nella vita di tutti i giorni e non richiedono il ricorso a regole formali, o implicite, che fanno ricorso a teorie esplicative
scientificamente controllate. Queste conoscenze ci permettono di dare un senso al mondo che ci circonda e convivono con quelle
oggettive e scientifiche. Le conoscenze esperte sono informazioni acquisite dagli individui sulla base dell’esperienza fatta all’interno
di uno specifico dominio e concorrono a differenziare il grado di abilità posseduto da un individuo rispetto a un altro.
Conoscere significa riorganizzare, rielaborare, rappresentare e interpretare le informazioni che ci vengono dall’esterno; la
trasformazione in rappresentazioni o modelli coinvolge aspetti di tipo psicologico, sociale, storico, culturale. La conoscenza è dunque
un processo costruttivo perché l’individuo elabora la conoscenza in modo attivo. Conoscere vuol dire anche partecipare alla
costruzione dei significati inerenti la propria realtà sociale e culturale, attivando varie strutture di conoscenza, attribuire senso e
significato a fenomeni grazie alla propria capacita di richiamare conoscenze, di avanzare ipotesi e fare inferenze, processare in modo
complesso e dinamico le informazioni che cogliamo. Un individuo è attivo quando non si lascia influenzare in modo meccanico dalla
stimolazione esterna ma elabora le informazioni basandosi sulla conoscenza già acquisita costruendo e organizzando la conoscenza.
• La memoria è un sistema vivo, flessibile, modulare, plastico e dinamico. Essa non è un contenitore perché sennò
dovremmo avere una memoria infinita e non è nemmeno una pellicola su cui rimangono impresse le informazioni complete
in ogni dettaglio perché sennò chi possiede le stesse informazioni per quantità e qualità dovrebbe vedere le cose nello
stesso modo. La memoria si distingue in memoria di tipo episodico, che rimanda a conoscenze a grappolo o a tema, senza
una regola precisa e che ruota intorno alle esperienze autobiografiche, e in memoria di tipo semantico, ovvero un insieme
di riferimenti astratti che non risentono delle esperienze personali e mantengono così un valore universale. La parte più
importante di questo memoria è quella dei concetti e dei significati espressi in forma linguistica.
Le strutture più semplici in cui si organizza la conoscenza sono concetti e categorie. Esse permettono agli individui di attribuire senso
e significato agli stimoli che vengono percepiti, permettono di organizzare le informazioni in modo tale da creare aspettative su di
esse. Si tratta di strutture primarie che hanno la funzione di dare un ordine di base e una forma all’insieme delle informazioni che
riceviamo. I concetti sono entità astratte che denotano una categoria; costituiscono le unità di conoscenza ma possono combinarsi
per creare nuova conoscenza. Esso è l’individuazione della categoria e la sua rappresentazione astratta. Essi possono avere diversi
livelli di differenziazione, hanno cioè un diverso grado di inclusione: ciò significa che il mondo può essere organizzato mentalmente
in vari modi. Vi sono concetti che si collocano a un livello più elevato (sovra-ordinato), altri a un livello intermedio e altri ancora a
un livello sotto-ordinato. L’acquisizione dei primi concetti è guidata da principi generali; Markman ha suggerito l’esistenza di 3
vincoli che guidano l’apprendimento dei concetti: l’assunzione dell’oggetto come un tutto, l’assunzione tassonomica, l’assunzione di
mutua esclusione. Le categorie sono un insieme di esemplari che in qualche modo vengono percepiti, pensati e trattati come
analoghi.
Gli attributi possono essere definienti cioè quelli che sono richiesti per definire il concetto e che in teoria tutti gli esemplari che
appartengono alla categoria devono possedere, caratteristici, che possono essere presenti nei diversi esemplari in misura più o meno
frequente. La teoria più recente sulle categorie è quella di Wittgenstein che afferma che i concetti sono definiti da prototipi. Rosch ha
contribuito alla formulazione della nozione prototipo: gli oggetti del mondo che ci circonda non sono costituiti da insiemi casuali di
attributi. In natura vi sono combinazioni di caratteristiche che maggiore o minore possibilità di manifestarsi, queste diverse
combinazioni di caratteristiche sono responsabili del grado di somiglianza fra i diversi oggetti e dei diversi gradi di somiglianza che
caratterizzano gruppi differenti di oggetti. Dunque un concetto può essere rappresentato da un esemplare che massimizza la struttura
correlazione degli attributi e che presenta il maggior numero di attributi in comune con gli altri esemplari della categoria e il minor
numero di attributi comuni con gli esemplari di un’altra categoria.
Le conoscenze possono essere organizzate in strutture più complesse come:
• Gli schemi: ovvero un complesso di concetti strutturato che cattura conoscenze di carattere generale su oggetti, eventi,
comportamenti. Lo schema si caratterizza per il fatto di contenere variabili fra loro relate che permettono di rappresentare
in termini generali l’oggetto di conoscenza e per il fatto di poter orientare l’esplorazione del mondo e l’interpretazione
degli eventi.
• Gli scripts: sono l’unione di più schemi. È un’espressione traducibile con copione e con scripts si intende una sequenza
stereotipata e organizzata di azioni che si compiono in certe circostanze per raggiungere un certo scopo. È una struttura
adeguata a descrivere una sequenza appropriata di azioni in un certo contesto. Gli scripts sono strutture complesse di
conoscenze che si possiedono riguardo a una successione ordinata di azioni che definiscono le varie situazioni note per
esperienza. Si rende necessaria una giustificazione che consenta di rendere un certo comportamento coerente con il copione
nel caso in cui si verifichi qualcosa che non è contemplato dallo script. Lo script è come un’opera teatrale dove ci sono dei
personaggi che possono essere interpretati da attori diversi in momenti diversi; gli scripts sono assimilabili a copioni di
azioni eseguite in maniera sequenziale e ordinata; esse sono compiute per uno scopo preciso e la loro rappresentazione
mentale in una sequenza standardizzata serve a renderci meno faticosa l’interpretazione e la comprensione di vari eventi.
• I piani: sono scripts che rimandano a copioni che si staccano dal sapere comune e dalle esperienze di vita quotidiana più
probabile. Sono strutture di conoscenza molto flessibili, ampie e astratte, sono repertori di informazioni generali che
connettono eventi non immediatamente e normalmente correlabili. Grazie ai piani possiamo recuperare conoscenze per noi
poco consuete e accettare percorsi interpretativi singolari e alternativi. Il piano è una sequenza coerente di atti coordinati, di
operazioni connesse, di idee e espressioni correlate logicamente, è un insieme di azioni scomponibili e ordinate in vista di
un fine. Un piano ha una struttura gerarchica.
• I meta-piani: le situazioni complesse di vita quotidiana richiedono l’intervento di conoscenze organizzate. L’individuo
dispone di molti piani per raggiungere i suoi scopi e essi possono essere sempre disponibili in certo momento; devono
quindi essere coordinati e disposti in una certa sequenza per poter raggiungere lo scopo prefissato. Occorre prevedere un
livello di coordinamento o attivatori generali che possono essere denominati meta-piani che permettono gli inneschi dei
diversi piani o schemi. I mata-piani operano a differenti livelli di complessità e di generalità.
Le conoscenze memorizzate sotto forma di struttura vanno intese in modo flessibile e aperto, come insiemi sempre variabili per
quantità e qualità di informazioni. Concetti e strutture schematiche possono generare o essere la base per sviluppare nuova
conoscenza; questo risultato è favorito dal fatto che tali strutture orientano l’individuo a ricercare informazioni coerenti con la
struttura concettuale o schematica e in virtù di processi specifici di pensiero che favoriscono l’apprendimento di nuove entità
concettuali. Per accrescere la propria conoscenza gli individui possono costruire ipotesi e poi verificarle. Spesso cerchiamo di
provare la verità della nostra ipotesi ricorrendo a informazioni contenute nella nostra memoria utilizzando una euristica cioè una
procedura pragmatica che si basa sul naturale funzionamento della nostra mente ma ciò ci espone al rischio di un giudizio distorto.
L’euristica è utile ma non infallibile. I processi sono complessi di operazioni che possono essere implementate per affrontare la
molteplicità di compiti che l’individuo è chiamato a svolgere. Quando noi scomponiamo un problema in tanti sottoproblemi lo
possiamo fare grazie a un processo generale, a una strategia euristica di semplificazione; essa è indipendente dal contenuto del
problema. I processi specifici, invece, sono dipendenti dal contenuto del compito.
LA LETTURA COME NEGOZIAZIONE DEL SENSO
la relazione fra testo e lettore è complessa ed è stata esplorata negli ultimi decenni. Essa è una relazione biunivoca, reciproca e
complementare. Testo e lettore sono legati: il testo ha bisogno dell’intervento attivo del lettore che attualizzi i significati; il lettore è
guidato dal testo nel processo di costruzione di senso e dovrà tener conto delle restrizioni delle interpretazioni possibili inscritte nel
testo.
La relazione testo-lettore va intesa come un rapporto attivo in 2 direzioni; essa si risolve dando avvio a un processo di negoziazione,
a una battaglia fra i significati inscritti nel testo e quelli attribuiti al testo dal lettore. Questa battaglia avviene nel e attraverso il testo.
Poiché lettore e autore non comunicano direttamente, devono farsi un’idea astratta l’uno dell’altro: l’autore nel creare un testo deve
immaginare il lettore tipo che abbia l’interesse e le competenze necessarie per comprendere le proprie intenzioni e le proprie idee; il
lettore deve comprendere e interpretare i significati di un testo facendo inferenze e formulando ipotesi riguardo alle intenzioni
dell’autore. Sono queste le figure di autore modello e lettore modello. Nel creare il suo lavoro l’autore deve assumere che l’insieme
delle competenze a cui si riferisce sia lo stesso a cui si riferisce il lettore; vedrà quindi un lettore modello, ovvero quel lettore ideale
che, possedendo gli stessi codici e competenze a cui si riferisce l’autore, ne comprende perfettamente le intenzioni e legge il testo nel
modo in cui esso è stato progettato per essere letto. È il lettore che risponde perfettamente all’aspettativa dell’autore. Esso non
coincide necessariamente con il lettore empirico. Quest’ultimo si sforzerà di adeguarsi al lettore modello per comprendere meglio il
testo, ma al tempo stesso confronterà i codici immessi nel testo con i propri, dando al testo la propria soggettiva interpretazione.
C’è differenza anche fra l’autore empirico, cio&egr
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Teorie comunicazione di massa
-
Teorie dell'organizzazione
-
Appunti Teorie e tecniche della comunicazione di massa
-
Riassunto esame Teorie e tecniche della comunicazione, prof. Marinelli, libro consigliato Teorie delle comunicazion…