LA PROGETTAZIONE ORGANIZZATIVA analisi delle complessità e criteri di progettazione
La progettazione organizzativa come . Un valido
approccio alla progettazione organizzativa comporta che si valutino attentamente gli ELEMENTI DI
dall’articolazione delle combinazioni aziendali condizioni ambientali
CRITICITÀ che derivano e dalle tutto
ciò prescindendo dall’assetto organizzativo già in atto. Gli aspetti da considerare nella progettazione
sono:
1. FATTORI DI COMPLESSITÀ
2. DINAMISMO DEL CONTESTO
3. DIFFERENZIAZIONE RICHIESTA
4. INTEGRAZIONE RICHIESTA
5. AMIEZZA DEL CONTROLLO RICHIESTA
6. DECENTRAMENTO VERTICALE E ORIZZONTALE
Analizziamo ora tutti questi fattori nello specifico:
I FATTORI DI COMPLESSITÀ rappresentano il criterio di raggruppamento delle posizioni organizzative e
delle unità per la creazione di unità di ordine superiore. sono scelte fondamentali che l’azienda
compie e sono i criteri di raggruppamento delle unità organizzative ovvero il criterio secondo il
quale vengono aggregate le varie funzioni. Importante è la capacità di produzione e la scelta più
idonea è il raggruppamento rispetto alla tecnica/funzioni del prodotto; per massimizzare
l’efficacia dell’organizzazione funzionale. Quanto detto fino ad ora riguarda il raggruppamento
delle posizioni organizzative. Dobbiamo controllare anche i prodotti però dato che un altro
fattore di complessità riguarda il mercato e i clienti quindi dobbiamo analizzare la nostra offerta
al mercato; possiamo fare che per semplicizzare la nostra analisi dividiamo i clienti per fascia di
età, ma nelle aziende molto grandi questo non è molto semplice e dobbiamo preferire un
modello divisionale ad un’organizzazione funzionale. Posso fare un modello divisionale e in ogni
divisione adotto un modello funzionale; posso anche dividere per mercati e non per forza per
fattori di complessità devono garantirci EFFICIENZA PRODUTTIVA
clienti. I e farci capire quale
schema sia più adatto per garantire efficacia ed efficienza. I fattori di complessità sono:
tecniche/funzioni, conoscenze/capacità, prodotti, mercati/clienti, processi operativi, tempi,
interlocutori esterni, risultati, qualità/rischi. È importante identificare tutte le dimensioni
andando oltre il consueto approccio bidimensionale; per ciascuna dimensione è utile specificare
quante e quali sono le variabili significativamente presenti e poi conviene anche graduare
ovvero mettere in gerarchia di importanza le dimensioni critiche rilevate. Importante è anche il
MONODIMENSIONALE
fatto che l’organizzazione sia ovvero che domini 1 sola variabile
BIDIMENSIONALE
(solitamente funzioni) oppure potrebbe essere in cui dominano ad esempio
funzioni e prodotti; bisogna però prestare attenzione perché spesso non bastano solo 2
BILANCIARE IL FABBISOGNO DI MULTIDIMENSIONALITÀ.
dimensioni e quindi è necessario
DINAMISMO DEL CONTESTO OPERATIVO serve a dare un grado di stabilità con l’esigenza di
cambiamento e di innovazione prospettata per il futuro. Dobbiamo valutare tra piena stabilità e
forte dinamismo quindi da una forma meccanica ad una forma organica; prediligiamo le forme
meccaniche per lo schema funzionale burocratico. Importante anche il grado di stabilità che è
PIENA STABILITÀ DINAMISMO;
implicato nelle scelte di struttura. Quindi sono importanti la e il
avremo per una stabilità una forma meccanica invece per il dinamismo una forma organica.
DIFFERENZIAZIONE DEGLI ASSETTI ovvero le necessità che ciascun organo assuma caratteristiche
organizzative coerenti con i caratteri dei sotto ambienti in cui opera; questa è una sorta di
diversità di orientamento delle
necessità. È un fabbisogno di differenziazione che dipende dalla
unità organizzative ovvero: orientamento al breve/lungo periodo, orientamento alle norme,
orientamento ai costi, orientamento alle relazioni.
INTEGRAZIONE esprime un’esigenza di coordinamento e collaborazione tra organi e unità che
presentano aspetti differenziati per variabili organizzative e orientamenti. Possiamo parlare di
fabbisogno di integrazione che dipende da una relazione moltiplicativa tra differenziazione e
1
interdipendenza; quanto maggiore è la diversità e quanto più è elevata l’interdipendenza tra le
unità organizzative e tanto più forte è il fabbisogno di integrazione.
numero delle unità e delle persone che possono fare diretto
AMPIEZZA DEL CONTROLLO stabilire il
rifermento a una figura di responsabile gerarchico ; controllo stretto. Ad esempio con il modello
di Taylor ogni supervisore aveva un massimo di 5 operai e non più di 5!!! All’epoca c’erano molti
supervisori dato che una grossa parte del personale era dedicata al controllo degli altri operai;
ma questo non è ottimale per la produzione dato che il personale serve per produrre e non per
controllare i pochi operai che producono. Alcuni elementi fondamentali sono la competenza del
personale scelto per stare a capo, ampiezza dell’autonomia ovvero ampliare il controllo,
standardizzazione dei compiti e la complessità dei compiti stessi. decisioni spettano a ciascuna
DECENTRAMENTO VERTICALE E ORIZZONTALE ovvero stabilire quali
posizione organizzativa se il potere decisionale risiede in un unico punto dell’organizzazione, si
parla di STRUTTURA ACCENTRATA; invece se il potere decisionale è diffuso tra molte persone si
parla di STRUTTURA DECENTRATA. L’accentramento è il modo più vincolante per coordinare
l’assunzione delle decisioni e il decentramento è la risposta più opportuna a problema della
razionalità limitata. Il decentramento consente di rispondere più prontamente alle esigenze
locali e favorisce la motivazione dei dipendenti. 2
LA PROGETTAZIONE DEGLI ASSETTI ORGANIZZATIVI DI DETTAGLIO
Per progettare i confini delle unità organizzative è necessario individuare un’unità di analisi elementare;
attività elementari
ovvero serve individuare le ovvero insiemi di operazioni non utilmente distinguibili e
che quindi non rappresentano una dimensione minima in termini assoluti, rappresentano la dimensione
minima relativamente ai fini dell’analisi organizzativa. Il processo che porta a determinare le unità
organizzative è diviso in 5 passaggi:
1. Individuazione delle attività elementari
2. ANALISI DELLE AFFINITÀ/DIVERSITÀ CULTURALI derivano dal profilo di cultura organizzativa che si
associa ad ogni attività; tra le principali antinomia abbiamo orientamento al
compito/orientamento al risultato, orientamento alle procedure/orientamento alle persone,
orientamento al breve/orientamento al lungo. È come se queste affinità si manifestassero nel
comportamento delle persone.
3. ANALISI DELLE AFFINITÀ/DIVERSITÀ TECNICHE ovvero delle somiglianze da un punto di vista
tecnico disciplinare; se hanno a che fare con lo stesso tipo di mercato o di prodotto. Derivano dal
tipo di tecnica richiesta per svolgere ciascuna attività; tra i criteri di determinazione abbiamo le
competenze, i mercati e i prodotti.
4. ANALISI DELLE INTERDIPENDENZE partiamo dalle interdipendenze ovvero relazioni forti tra due
attività; l’interdipendenza nasce quando il risultato dell’azione di un’unità dipende dalle azioni
poste in essere da un’altra unità organizzativa. Thompson distingue vari tipi di interdipendenze:
INTERDIPENDENZA SEMPLICE ovvero due azioni non molto collegate (in biblioteca non si
o può parlare quindi tra i vari collegi presenti c’è un’interdipendenza semplice dato che
non interagiscono tra di loro).
INTERDIPENDENZA SEQUENZIALE è una catena l’output del primo diventa l’input del
o secondo (un esempio è la catena di montaggio).
INTERDIPENDENZA RECIPROCA quando c’è uno scambio tra input e output delle attività
o (un esempio è una partita di tennis dato che tra gli sfidanti c’è uno scambio continuo tra
di loro).
INTERDIPENDENZA INTENSIVA quando ad esempio si lavora in gruppo per un risultato
o comune.
5. AGGREGAZIONE DELLE ATTIVITÀ: le attività le aggregheremo solo se ci saranno affinità tecniche,
culturali e interdipendenze significative per ottenere dei NAO (Nuclei Attività Operative). Questi
NAO sono degli insiemi di attività elementari caratterizzate da interdipendenza, affinità
tecnico/culturali e produzione di un risultato specifico distintamente identificabile nei processi
aziendali (ad esempio nel personale noi potremmo avere dei piccoli gruppi; un gruppo per
ricerca e sviluppo, un altro per formazione e così via; tutti questi gruppi sono dei NAO. Questi
NAO hanno però anche dei LIMITI ALLE LORO DIMENSIONI (dato che non posso aggregare
all’infinito data la razionalità limitata dell’uomo; lo stesso limite c’è nel controllo
amministrativo); ogni supervisore ha una quantità limitata di attenzione e di capacità di
trattamento delle informazioni; esiste quindi un limite alla possibilità di assegnare ad un’unità
organizzativa delle risorse umane e compiti da gestire. Un altro aspetto importante è il
CONFLITTO D’INTERESSE dato che l’assegnamento alla medesima persona di attività che hanno
obiettivi diversi e conflittuali può risultare disfunzionale per l’organizzazione.
Quindi nel condurre il processo di aggregazione delle attività possiamo attenerci ad alcuni principi come
minimizzare le interdipendenze tra unità,
il massimizzare le interdipendenze all’interno di ogni unità e
minimizzare la differenziazione delle specializzazioni interne ad ogni unità e massimizzare le differenze
tra unità, realizzare economie di scala, le dimensioni delle unità devono essere tali che il costo di
controllo non sia superiore alla riduzione dei costi di coordinamento e che non debbano essere
aggregate attività con interessi in conflitto. 3
L’EVOLUZINE STRATEGICO-ORGANIZZATIVA
Vediamo la relazione tra AMBIENTE – STRATEGIA – STRUTTURA; esiste una relazione inevitabile delle
organizzazioni con l’ambiente esterno. Alcuni studiosi dicono che le organizzazioni hanno il motore del
cambiamento al loro interno e quindi di conseguenza anche l’evolversi e l’adattare la struttura
organizzativa. L’AMBIENTE ci da un nuovo tipo di business e l’azienda deve rispondere con una
nuova strategia di sviluppo e un nuovo modello organizzativo. Dobbiamo evolvere da una
struttura semplice ad una funzionale. Vediamo i vari modelli:
CHANDELER dice che esiste questa relazione tra ambiente, strategia e struttura e che bisogna
adeguare strategia e struttura ai cambiamenti ambientali. AMBIENTE: il cambiamento delle
condizioni ambientali genera nuove opportunità; la STRATEGIA: la risposta delle imprese è una
strategia di sviluppo; la STRUTTURA: l’evolversi della strategia è seguito da successivi
adeguamenti della struttura organizzativa; i RITARDI: possono essere nell’adeguare la struttura
alla strategia e dipendono dall’inerzia. Questi ritardi dipendono dall’inerzia del manager; se il
manager è poco attivo le azioni dell’azienda crolleranno e l’azienda decadrà; si procederà a
cambiare manager e proprietà e da lì si ricomincia di nuovo. Per questo le aziende di successo
hanno un CONTINUO ADATTAMENTO, individuiamo 4 fasi
1. ESPANSIONE DEL VOLUME DI PRODUZIONE
2. ALLARGAMENTO AREA GEOGRAFICA DI AZIONE
3. SVILUPPO INTEGRTO VERTICALMENTE CON STRUTTURE FUNZIONALE, LINE E STAFF
4. AVILUPPO DIVERSIFICATO / CONTINUA ESPANSIONE TERRITORIALE CON STRUTTURE
MONODIVISIONALI
SCOTT: questo che abbiamo visto è secondo Chandler, ma poi uno studioso di nome Scott lo
studia e propone un modello aggiornato con degli stadi in cui bisogna valutare lo stadio di
sviluppo delle variabili; Chandler ha un approccio diagnostico in cui va a vedere lo sviluppo di
ogni parte (variabile organizzativa). Vediamo i 3 stadi di Scott:
1. STADIO 1 in cui lo sviluppo è concentrato su un solo prodotto in un’area limitata.
2. STADIO 2 in cui lo sviluppo viene integrato verticalmente.
3. STADIO 3 in cui lo sviluppo è diversificato su diversi prodotti e mercati.
STEINMETZ studia le piccole e medie imprese e si pone nell’OTTICA dell’evoluzione del ruolo
dell’imprenditore e così che si possa andare da uno schema semplice ad uno divisionale; da
imprenditore a manager. Individuiamo 4 fasi; dopo ciascuna fase avremo un momento di
crisi, di conseguenza l’evoluzione dell’impresa ha un andamento curvilineo a forma si “S”; ogni
fase viene delineata attraverso parametri quantitativi riferiti alle dimensioni dell’azienda oggetto
di studio. Le 4 fasi sono:
1. SUPERVISIONE DIRETTA: il proprietario imprenditore è accentratore autoritario e i suoi
punti di forza sono le abilità e la creatività; nel corso di questa fase le dimensioni
dell’azienda aumentano e diventa difficoltoso esercitare un’efficace supervisione. Come
risposta a questa situazione l’imprenditore deve modificare il proprio stile direzionale e
mostrare una maggiore propensione alla delega; al termine di questa fase l’imprenditore
deve assumere le vesti di manager
2. SUPERVISIONE CONTROLLATA: l’imprenditore diventa un vero e proprio manager in grado
di delegare compiti e routine; inizia la valutazione delle ipotesi di sviluppo attraverso la
diversificazione e l’integrazione. Nel passare dal secondo stadio al terzo bisogna
affrontare situazioni caratterizzate da complessità sempre maggiore con l’esigenza di
motivare e controllare i propri collaboratori, che possono essere gestiti efficacemente se
egli riesce a diventare un buon amministratore ovvero attento all’efficienza
dell’azienda, alla misura delle performance e al controllo dei costi.
3. CONTROLLO INDIRETTO: prevede un aumento delle deleghe di alcune funzioni chiave del
manager con una conseguente espansione orizzontale che si verifica a livello del vertice
aziendale; in questo stadio in genere si assiste all’aumento della complessità strutturale
interna dell’azienda e a possibili contrazioni delle vendite e quindi dei profitti a causa
della maturità raggiunta sai prodotti dell’impresa stessa e nella numerosità dei
concorrenti operanti nel settore.
4. ORGANIZZAZIONE DIVISIONALE è un elemento imprescindibile per assicurare all’impresa
una corretta gestione delle risorse e delle strutture; le aziende realizzano il proprio
disegno strategico attraverso il ricorso a politiche di diversificazione dell’attività. 4
KROEGER studia piccole e medie imprese e si concentra sul ciclo di vita dell’impresa che si
evolve dall’avvio all’espansione; per ogni stadio abbiamo: ruoli imprenditoriali, qualità
manageriali, capacità richieste e enfasi funzionale. Le fasi sono:
1. AVVIO: corrisponde ai momenti iniziali della piccola azienda; in questa fase viene
associata la figura imprenditoriale del fondatore i cui punti di forza sono lo spirito di
iniziativa, la capacità di generare nuove idee e di svilupparle grazie alla propensione ad
assumere rischi.
2. SVILUPPO: non basta più l’istintività dell’imprenditore; è necessario che si delinei un
imprenditore con caratteristiche di pianificazione/organizzazione; le qualità necessarie in
questa fase sono il saper gestire le attività di organizzazione, di programmazione e nel
saper assumere decisioni. Importanti anche le capacità di analisi che servono per
sviluppare i piani di breve e lungo termine con conseguente capacità di mobilitazione
delle risorse necessarie per la realizzazione.
3. ESPANSIONE l’imprenditore deve farsi promotore dello sviluppo perciò deve comprendere
le opportunità derivanti dall’ambiente esterno, interpretarle e sfruttarle per consentire
all’azienda di crescere.
L’impegno su più fronti
richiede
necessariamente il
ricorso da parte
dell’imprenditore a
meccanismi di delega
verso i propri
collaboratori.
4. MATURITÀ richiede la
presenza di un
amministratore-
operatore;
generalmente è poco
propenso ad assumere nuovi rischi dato che è solitamente conservatore mira a ottenere
una elevata efficienza e flessibilità dell’azienda adottando anche delle politiche di
outsourcing produttivo. L’imprenditore dovrebbe rivolgere la sua attenzione al
coordinamento delle attività interne all’impresa al fine di favorire la sopravvivenza anche
a costo di rinnovare il vertice aziendale.
5. DECLINO il ruolo richiesto è quello di successore – organizzatore al quale è affidato il
compito di risollevare e sorti dell’azienda; destinata altrimenti al fallimento; per questa
ragione l’imprenditore deve accrescere la propria propensione al rischio e al
cambiamento ovvero alla propria creatività.
GREINER applicabile su tutte le imprese che hanno una traiettoria di sviluppo; è composta da
5 fasi, ognuna delle quali di una durata di 4-8 anni; abbiamo 5 periodi di sviluppo all’incirca e
ogni fase viene condizionata dalla precedente. Dopo ogni periodo di sviluppo si sfocia in un
periodo di crisi di direzione o rivoluzione; ogni fase è condizionata dalla precedente e il
passaggio da una forma all’altra presenta alcuni problemi che devo tendere a risolvere subito
dato che non posso passare alla fase successiva se non ho risolto i problemi d
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