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Teoria della democrazia e ICT

La filosofia politica che analizziamo ricorre al metodo storico analitico. Per la parte storica si attinge alla lezione del passato, facendo particolare riferimento ai Classici del pensiero politico (Platone, Aristotele, Machiavelli, Hobbes, Weber), autori significativi per la loro epoca ma ancora oggi utili per comprendere il nostro tempo perché ci offrono dei modelli interpretativi, delle definizioni, delle grandi partizioni concettuali (patrimonio di 2500 anni). Il metodo storico analitico serve per riflettere criticamente sull’uso del linguaggio politico, questo uso non è neutro ma proprio di valori.

Norberto Bobbio (1909-2004), filosofo del diritto italiano, analizza il portato storico degli autori, consentendo di fare un uso didattico facile e amichevole. Bobbio afferma che la filosofia politica vive di temi ricorrenti, le stesse parole, gli stessi concetti si ritrovano a partire dalla civiltà greca fino ad oggi. I concetti sono declinati in senso diverso, le definizioni di una parola possono essere talvolta anche molto differenti (es. uguaglianza, diritti, potere). Ad esempio, il termine “popolo” in passato era contrapposto alla nobiltà e rappresentava la parte più povera di una società, sottomessa, non appartenente all’élite (a Roma i patrizi erano i ricchi e i plebei erano i poveri). Per “popolo” si può intendere l’insieme dei cittadini sottoposti a un ordinamento giuridico, è un nome collettivo.

Per Bobbio la filosofia politica tende a coincidere con l’ascolto attento e critico della lezione dei Classici. Bobbio considera un autore come classico se possiede 3 caratteristiche:

  • Il classico ha saputo dare nel proprio tempo un’interpretazione autentica, di grande rilievo, è stato un buon interprete del proprio tempo.
  • Il classico è sempre attuale, ogni generazione sente il bisogno di rileggerlo e di reinterpretarlo. I classici rimangono oggetto di discussione e di interpretazione, superano il loro tempo e rimangono interessanti per le epoche successive.
  • Infine, l’autore classico ha costruito teorie modello di cui ci si serve per analizzare la realtà, teorie modello che sono diventate categorie mentali.

Se si pensa alle forme di governo si fa riferimento alle categorie di Aristotele (3 forme buone: monarchia, aristocrazia e politeia, e 3 forme corrotte: tirannia, oligarchia e democrazia). Oppure, quando si discute della teoria dell’autonomia della politica si fa riferimento alle linee guida di Machiavelli descritte ne “Il Principe”, per cui alla politica si possono non applicare i principi della morale. I principi di condotta della politica sono diversi da quelli che si possono applicare nelle altre sfere della vita, sia individuale sia collettiva. Per avere successo è lecito che il principe si comporti violando le normali tradizioni morali e religiose perché il suo scopo è conservare il potere (se già lo detiene) oppure acquisirlo. Se si pensa alla nascita dello Stato moderno l’autore di riferimento è Thomas Hobbes, padre del contrattualismo moderno.

Analisi dell’articolo di Bobbio

Analizziamo l’articolo di Bobbio “La democrazia dei moderni paragonata a quella degli antichi (e a quella dei posteri)” (1987). Il titolo richiama il celebre saggio “La libertà degli antichi, paragonata a quella dei moderni” (1874) di Benjamin Constant, secondo cui la libertà degli antichi era la partecipazione alle istituzioni politiche di un governo, alla vita pubblica; mentre per i moderni l’idea di libertà riguarda la sfera di libertà individuale, libertà come autonomia senza l’ingerenza dello Stato, es. libertà di espressione, libertà di culto.

Bobbio parte dal sottolineare le differenze tra la democrazia dei moderni e quella degli antichi, una differenza analitica (descrittiva), l’altra assiologia (relativa al giudizio di valore, giudizio normativo). L’uso descrittivo della democrazia per gli Antichi si riferisce alla democrazia diretta. (Gli Antichi avrebbero definito la democrazia rappresentativa una forma di aristocrazia). Gli Antichi, quando descrivono la democrazia, si riferiscono a una piazza, un’assemblea in cui gli aventi diritto, i cittadini, si riunivano e decidevano intorno alle questioni della città. C’erano delle esclusioni considerate per natura: donne, minori, schiavi, stranieri, residenti ma non cittadini (ad Atene detti meteci). I cittadini a pieno titolo erano i maschi adulti liberi, potevano partecipare direttamente alla vita politica ritrovandosi periodicamente in assemblea. Secondo Aristotele, gli schiavi non erano in grado di condursi da soli, non avevano le capacità intellettuali.

Una collettività politica (di un numero contenuto di cittadini) decide direttamente sugli affari pubblici (finanza, trattati, legislazione, opere pubbliche, guerra e pace). Alla fine, l’assemblea delibera e vota le decisioni o emana leggi. Le questioni decise erano relativamente semplici, non necessitavano di competenze scientifiche, professionali. Queste decisioni vanno implementate, realizzate. La democrazia degli Antichi (nel modello ideale di democrazia diretta) attribuiva la funzione esecutiva, di governo (l’equivalente dei nostri ministeri) attraverso il sistema del sorteggio (l’apologia dell’uguaglianza politica), proprio a sottolineare l’isonomia, l’eguale distanza dalla legge e l’eguale capacità di produrre la legge da parte dei cittadini. La democrazia degli antichi veniva chiamata anche isonomia per sottolineare la perfetta uguaglianza dei cittadini, le eguali capacità di ricoprire incarichi temporanei. I cittadini si trovano lungo la circonferenza a eguale distanza dal centro in cui si trova il potere (no visione piramidale). Le cariche erano di brevissima durata, si riteneva che l’Assemblea dovesse avere il controllo (garanzia contro i processi di corruzione). Le cariche di particolare importanza (es. carica di stratega ad Atene) erano elettive, eccezione rispetto al modello puro (estrazione a sorte).

Il termine eleggere deriva dal latino eligere, ovvero scegliere, dove c’è scelta volontaria c’è scelta per il meglio. Per l’elezione si vogliono individuare i più meritevoli, capaci, idonei, adatti a ricoprire un dato incarico. Per gli Antichi il criterio di elezione veniva associato con la forma di governo aristocratica (non con l’idea isonomica democratica); gli aristocratici erano considerati i migliori.

Democrazia rappresentativa dei moderni

Dal punto di vista analitico, la democrazia rappresentativa (o dei Moderni) prevede che i cittadini non decidano direttamente sulle questioni attinenti la politica, ma si rechino nei giorni stabiliti alle urne per costituire un’assemblea ristretta di cittadini che si candidano per essere eletti dal corpo elettorale. Qui non c’è più la decisione diretta sulle questioni, ma semplicemente l’indicazione di coloro che sono ritenuti i migliori da eleggere, a cui viene affidato il compito di decidere a nome di tutti. Se l’elezione è un momento marginale nella democrazia degli antichi, diventa momento centrale nella democrazia dei moderni. La democrazia dei moderni è fondata sull’idea che il consenso vada rinnovato a periodi stabiliti.

La democrazia dei moderni è integrata da alcuni istituti della democrazia diretta, non sono prevalenti ma secondari (es. i referendum, momenti in cui i cittadini vengono interrogati su una questione specifica e le leggi di iniziativa popolare, raccogliendo il numero necessario di firme (50.000 firme, numero limitato), i cittadini possono chiedere ai loro rappresentanti di prendere in considerazione delle proposte di legge). La democrazia diretta non è possibile negli ordinamenti odierni perché le comunità sono troppo numerose. Se il simbolo della democrazia degli Antichi è la piazza, l’assemblea; quello della democrazia dei moderni è la cabina elettorale, il luogo in cui si officia il rito dell’elezione dei rappresentanti.

Differenza assiologica tra Antichi e Moderni

Per quanto riguarda la differenza assiologica (giudizio di valore), Bobbio osserva come presso gli Antichi, ma anche nel Medioevo, nell’Umanesimo, nel Rinascimento (fino agli albori della modernità) la democrazia viene considerata una pessima forma di governo. Il giudizio sulla democrazia è molto negativo, peggio della democrazia c’è solo la tirannia, spesso intesa come conseguenza dei regimi democratici, provocata dall’insoddisfazione del regime democratico. Invece, nell’età moderna questo giudizio si rovescia, la democrazia viene vista come il regime politico migliore, se non l’unico accettabile. La democrazia è caratterizzata da una forte approvazione, un’approvazione generalizzata che tende a investire persino quei regimi che democratici non sono perché non hanno le caratteristiche minime per essere definiti tali. Anche i soggetti che non apprezzano la democrazia ci tengono a essere considerati democratici (es. i dittatori affermano che il loro potere non democraticamente vestito sia temporaneo, in vista del ristabilimento delle condizioni che permettano la democrazia).

Difficilmente ci sono delle dichiarazioni di aperta critica, di aperto rifiuto della democrazia. Oggi tutta la discussione intorno alle forme di governo è interna al regime democratico, ci si chiede quale sia la migliore forma di democrazia (parlamentale, presidenziale) e non più se la democrazia sia la migliore forma di governo. Persistono delle monarchie costituzionali (in cui il potere è comunque affidato al Parlamento, es. monarchia inglese) e delle dittature, che vengono considerate eccezioni, regimi da superare. Ciò non significa che si debba esportare la democrazia. La democrazia è considerata l’unica forma di governo legittima (non arbitraria) in quanto fondata sul consenso dei cittadini, dei sottoposti.

Negli anni 50-60 gli intellettuali comunisti (che facevano riferimento al modello sovietico) accettano la forma di democrazia tout court, ma criticano quella realizzata in Occidente: la democrazia rappresentativa, da loro definita borghese, era parziale, non completa, inferiore rispetto alla democrazia socialista, proletaria.

Differenze tra autori Antichi e Moderni

Analizzando le differenze tra autori Antichi e Moderni, Bobbio individua una grande dicotomia sulle due visioni del mondo che si sono contrapposte e hanno fornito uno sguardo diverso sul tema della politica. Bobbio distingue la visione del mondo organicistica e quella individualista. Il modello organicistico analizza la politica a partire dai gruppi (generati per via naturale). La città è come un corpo vivente, un organismo vivente. Ci si riferisce al primo libro della “Politica” di Aristotele, infatti si parla anche di modello aristotelico. Aristotele si interroga su come si sia formata la città (la poleis), all’inizio c’era l’unione del maschio con la femmina, un embrione di famiglia. L’individuo non è isolato, il singolo è già appartenente a un gruppo (seppur ristretto). Secondo Aristotele, il punto di partenza della ricerca intorno alla politica è la famiglia. (Anche gli schiavi fanno parte della famiglia). Chi sta da solo, chi non ha bisogno della poleis, della comunità o è bestia o è Dio, o è sopra o sotto il livello dell’umano. L’uomo per sua natura è un animale politico (sociale).

La famiglia si unisce ad altre famiglie per soddisfare bisogni più complessi formando il villaggio. Per soddisfare bisogni ancora più complessi e per consentire che alcuni non siano costretti a dedicarsi all’approvvigionamento materiale per il villaggio (quindi per consentire a qualcuno di dedicarsi ad altro, la possibilità di dedicarsi allo studio) occorrono unità più complesse, le poleis (unione di più villaggi). La poleis viene costituita non solo per vivere ma per vivere bene. Questo processo è organicistico e allo stesso tempo teleologico (finalistico), il fine da raggiungere è la poleis, che consente la vita buona. Gli esempi del modello organicistico sono sempre tratti dal mondo animale o vegetale (es. dal seme all’albero), oppure dalla medicina (il politico è come il medico che deve amputare le parti malate). Non c’è considerazione per i singoli membri come individui, ma si esalta il gruppo, l’insieme, quello che conta è salvare il gruppo anche sacrificando una parte di esso. Questo sguardo è stato prevalente nella cultura occidentale. Le comunità umane erano continuamente a rischio di sfasciarsi, di soccombere, l’accento sulla salvezza della comunità era dovuto al motivo che soltanto in quel modo la comunità, in continuo rischio di annichilimento, potesse continuare a sopravvivere.

Questo modello sopravvive e viene accettato con pochissime eccezioni a partire da Platone (ancora più organicista di Aristotele, Platone immagina la comunità politica come una famiglia in grande, per questo verrà criticato da Aristotele) e arriva fino al 1600. Nel “De Cive” (1642) Thomas Hobbes mette in crisi questo modello. Nella “Politica Methodice Digesta” (1603) Johannes Althusius parla ancora di comunità simbiotica, ha una visione debitrice ad Aristotele della formazione delle comunità umane ai vari livelli (famiglia, città, Stato, Impero); ogni momento viene sussunto e recuperato da quello successivo, che ne costituisce una crescita (finalizzata), non è una crescita casuale. Assumendo questo sguardo, che si fonda sulla prevalenza del tutto sulla parte, è difficile concepire l’individuo come titolare di dignità, di diritti e parte di una comunità democratica.

Modello hobbesiano

L’altro modello, che fa capo a Thomas Hobbes, detto modello hobbesiano, del contrattualismo moderno o dell’individualismo, parte da una condizione in cui la politica non è data, non è un fatto naturale. Si osserva e si propone una condizione pre-politica in assenza di comunità già formate, in cui esistono individui atomisticamente concepiti (non come cellule di un organismo, ma come atomi che possono legarsi o non legarsi ad altri atomi). In questo momento pre-politico, detto anche stato di natura, ogni individuo ha proprie capacità riconducibili alla forza fisica, all’immaginazione, alle passioni e con queste affronta la propria esistenza, scollegato da tutti gli altri. Ogni individuo è concepito come singolo che non ha appartenenze né cetuali né familiari.

Secondo questa visione prima viene l’individuo e poi la collettività (lo Stato, la città). La città è frutto di un atto di consenso, un patto degli individui, è costituita per avere dei benefici (si cede il diritto di libertà assoluta in cambio di protezione e di obbedienza). Gli individui si rendono conto che vivere isolati espone a troppi rischi, ciascuno è in continuo conflitto con gli altri per accaparrarsi quei beni necessari a vivere (guerra civile, situazione in cui non esiste un potere politico ben riconoscibile ma disordine e conflitto distruttivo). Le descrizioni della condizione naturale possono essere cupe, oscure. La condizione di assenza della politica va superata, bisogna abbandonarla. Ci si aspetta di entrare in una condizione migliore di quella che si va ad abbandonare (condizione di libertà assoluta ma sregolata), anche se si accetta di sottomettersi a un potere sovrano guadagnando ordine pubblico all’interno e protezione dai nemici esterni. L’ordine pubblico costituito permette una vita pacifica tra gli individui.

Il punto di vista che si afferma da Hobbes in poi fonda la modernità politica. Tutta la tradizione democratica e costituzionalista è fondata sull’idea che l’individuo abbia valore di per sé, una dignità, dei diritti inalienabili e che non possa essere sacrificato per un vantaggio della comunità. In questo quadro, l’individuo viene prima non solo metodologicamente (è il punto di partenza della ricerca) ma anche prima assiologicamente (da un punto di vista etico-morale) dello Stato, della collettività. Qualora lo Stato non svolga più la funzione per cui è stato creato si può anche abbandonare e distruggere. Dopo l’esperienza democratica greca, e in particolare quella ateniese, bisognerà aspettare gli USA per veder realizzata questa forma di governo. Prima di allora, la discussione sulla democrazia avviene in maniera teorica, senza poter far riferimento a un modello concreto (ad eccezione di realtà microscopiche non particolarmente significative). Ne “Il Contratto sociale” Rousseau descrive il sogno della democrazia basandosi su modelli libreschi.

Concetto di democrazia per gli antichi

Per gli Antichi democrazia significa potere del popolo, del demos. Il popolo è concepito come una massa (plethos), un gruppo numeroso in cui non si distinguono i caratteri individuali; un gruppo che si muove e agisce non sulla base di considerazioni razionali (non vi è una mente collettiva formata dalle diverse posizioni), ma sulla spinta delle passioni e in preda all’ignoranza, al desiderio di travolgere tutto. Emerge l’idea del popolo bestia, del popolo bue in preda all’irrazionalità, alle emozioni semplici. Un altro termine usato è folla, Gustave Le Bon scrive “La psicologia delle folle” (1895). Le masse e le folle hanno delle loro proprie dinamiche, le pulsioni collettive prevalgono sulla riflessione individuale. Le masse seguono un demagogo, colui che conduce le folle (per Le Bon il meneur des foules che sa agitare i sentimenti della folla). Il demagogo era una figura classica della democrazia degli Antichi. Formalmente in sede di discussione tutti hanno diritto di parola e di voto, ma in realtà l’assemblea assomiglia più a un’arena in cui solo pochi individui (i demagoghi), dotati di eloquenza, sostenuti da altri, si esprimono e si affrontano. Si formano così fazioni, gruppi guidati dai demagoghi. L’uguaglianza e la libertà vengono considerate allora pericolose perché non riconoscono merito individuale, ma provocano disordine.

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Scienze politiche e sociali SPS/03 Storia delle istituzioni politiche

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