Teoria del conflitto
La teoria del conflitto è considerata l’alternativa principale alla teoria funzionalista. I teorici del conflitto condividono tre idee fondamentali:
- La prima è l’idea della società come campo di battaglia tra gruppi che si contendono il potere che è concepito come centro del sistema; se il potere si sposta, il sistema oscilla e si crea disequilibrio.
- La seconda idea è la centralità degli interessi. La teoria sociologica contemporanea ha incluso un numero sempre maggiore di interessi, che sono oggetto della lotta per il potere. I gruppi e gli individui lottano per difendere interessi artistici, simbolici, accademici e così via.
- La terza idea è che i valori sono un’arma che i gruppi dominanti utilizzano nella lotta per il potere. Per i teorici del conflitto, i valori sono imposti sulla società da minoranze organizzate. Se cambia il potere, cambiano anche i valori.
La teoria del conflitto è un approccio prevalentemente macrosociologico e deduttivo.
Gramsci e la teoria dell'egemonia culturale
Antonio Gramsci esprime molto bene l’idea della cultura come arma per combattere una guerra, grazie anche alle metafore militanti presenti nella sua teoria dell’egemonia culturale, che non è stata elaborata da Gramsci in modo sistematico, il che richiede allo storico di trasformarsi in “archeologo” per scavare tra i fogli sparsi oggi noti come quaderni del carcere.
Tra i fondatori del partito comunista d’Italia a Livorno nel 1921, Gramsci ammira la dittatura di Lenin, che considera un “episodio di libertà”, e si prodiga per favorire le condizioni della rivoluzione del proletariato anche in Italia. Divenuto segretario del partito comunista d’Italia e deputato nel 1924, avvia la “bolscevizzazione” del partito e, durante la crisi Matteotti, propone di abbattere il governo con uno sciopero popolare, mentre il suo partito propone di armare i proletari per instaurare un “governo operaio e contadino”.
Il regime fascista lo arresta nel 1926 e lo condanna a venti anni di reclusione nel 1928. Gramsci ha una concezione integralista della politica, che a suo giudizio, dovrebbe compenetrare la vita privata e quella pubblica. Nel febbraio 1929, inizia a scrivere i quaderni del carcere, in cui elabora la teoria dell’egemonia culturale, secondo cui, nelle società con un’organizzazione civile complessa e articolata, la sola conquista violenta dell’apparato statale non è sufficiente a instaurare il comunismo di tipo marxista-leninista.
Per Gramsci, lo stato è “una trincea avanzata” della società borghese, il cui potere si basa su una trama complessa di relazioni sociali e di rapporti culturali. Il colpo di mano che Lenin aveva condotto in Russia nel 1917, conquistando il palazzo d’inverno, non sarebbe possibile in Occidente, dove la borghesia, a causa del suo radicamento sociale, richiede di essere attaccata con una guerra d’assedio o di posizione, non con una guerra di movimento.
Per Gramsci, guerra di movimento intende la mobilitazione frontale contro lo stato borghese per conquistare le caserme, i palazzi presidenziali e gli uffici di polizia. Per guerra di posizione, invece, intende una guerra di logoramento, come quella combattuta nelle trincee dai soldati della prima guerra mondiale. Dietro lo stato, si nasconde una società civile molto articolata, che deve essere conquistata con le armi della cultura.
Il partito comunista deve occupare le posizioni-chiave del mondo della cultura, dell’informazione, dell’insegnamento, per soppiantare ogni concezione alternativa a quella marxista attraverso una “concentrazione inaudita dell’egemonia”. Il controllo politico della cultura è il mezzo per mutare il “senso comune” di milioni di persone in favore del marxismo. La grande scoperta di Gramsci è consistita nell’avere compreso l’importanza della società civile borghese, il suo spessore, la sua complessità. La premessa di base della teoria dell’egemonia culturale è che l’uomo non è governato dalla sola forza, ma anche dalle idee.
Gramsci e il ruolo degli intellettuali
Gramsci distingue la sovrastruttura in due grandi piani: la società politica e la società civile. La società politica comprende l’apparato del potere coercitivo ovvero lo stato, il governo, la polizia e l’esercito. La società civile, invece, include le branche dell’ideologia (scienza, diritto, arte, ecc.) e le organizzazioni (scuole, biblioteche, ecc.).
Quando la società civile è poco compatta, le sue resistenze contro i rivoluzionari sono deboli e il semplice controllo dello stato è sufficiente per garantire il dominio comunista. Il problema si pone quando la società civile è ben organizzata. In questo caso, la guerra di movimento è inadeguata, perché lo stato ha disseminato i valori borghesi in ogni angolo del sistema.
Per condurre un’efficace guerra culturale, occorrono gli intellettuali, che, secondo Gramsci, non sono una classe unitaria, bensì raggruppamenti sociali che aderiscono a classi differenti. Alcuni intellettuali sono schierati con la nuova classe dominante; altri sono legati alla vecchia classe dominante; altri ancora sono legati alla classe dominata. Gli intellettuali organici, che sono i principali organizzatori della società civile, cercano di portare dalla propria parte gli intellettuali rivali.
Una classe è “egemonica” quando persuade tutta la società che i suoi interessi particolari coincidono con l’interesse generale. In tal modo, la classe egemonica può utilizzare le forze dei suoi nemici potenziali per rafforzare l’egemonia su di loro, anche se a volte è costretta a rinunciare ad alcuni privilegi per alimentare la finzione di condividere le stesse pene delle altre classi sociali.
Il trionfo del sistema si verifica quando il “senso comune” - ovvero la concezione del mondo assorbita acriticamente - è pregna di valori borghesi e produce modi di pensare dati per scontati su cui gli individui costruiscono le loro relazioni quotidiane.
Gramsci è stato influenzato da Machiavelli. Dove Machiavelli guarda al “principe” come fondatore di una nuova Italia, Gramsci si riferisce al partito comunista come al “moderno principe”, che dovrebbe fondare la nuova società comunista. Gramsci riprende da Machiavelli anche l’immagine del potere come centauro: metà uomo, metà bestia, per indicare che lo stato richiede di essere guidato da una combinazione di consenso e coercizione.
Quando prevale l’aspetto consensuale del potere, l’egemonia sta dando i propri frutti migliori, perché le persone agiscono spontaneamente nel rispetto dell’ordine egemonico imposto dalla classe dominante, che non deve fare sforzi particolari per riprodurre i propri privilegi.
L’intellettuale organico svolge pienamente la sua funzione quando contribuisce a creare un “blocco storico”, ovvero quando la struttura e la sovrastruttura sono saldamente legate tra loro e ben organizzate intorno alla classe dominante. Gramsci ritiene che il partito comunista debba dotarsi di propri intellettuali organici per sfidare la borghesia sul piano ideologico e preparare un nuovo blocco storico. L’intellettuale organico è però soggetto al partito comunista, da cui dipende e a cui deve obbedire; per quanto sia culturale, si tratta pur sempre di una guerra, che richiede disciplina.
Per Gramsci, il partito comunista deve prendere il posto della “divinità”. Gramsci era attratto dalla pare costruens della lotta culturale, in cui vedeva il grande contributo creativo degli intellettuali comunisti alla causa rivoluzionaria. Per Gramsci, la parola “ideologia” non è da condannare necessariamente. Egli ripudiava l’ideologia egemonica propugnata dagli intellettuali borghesi, ma non l’ideologia contro-egemonica, che sperava di portare ai gruppi subalterni. Con il termine “subalterno”, Gramsci indica quei gruppi sociali che la borghesia schiaccia con relativa facilità, a causa della loro frammentazione e mancanza di organizzazione.
I gruppi subalterni subiscono l’iniziativa dei gruppi avversari e si attestano su posizioni difensive. Ciò che è decisivo, nella concezione di Gramsci, non sono gli eventi insurrezionali, ma il processo rivoluzionario, che deve sfaldare il mondo borghese dall’interno poiché: “nella politica la guerra di posizione, una volta vinta, è decisiva definitivamente”.
Come ha scritto Bates, Gramsci non era infastidito dalle modalità con cui il fascismo aveva conquistato il potere, ma dal fatto che avesse vinto la sua partita contro i comunisti. Anche Gramsci credeva nella dittatura: di segno marxista-lenista, ma pur sempre dittatura guidata dall’alto. In effetti, la teoria dell’egemonia culturale non contiene nessuna condanna, nemmeno implicita, della dittatura bolscevica. Gramsci si limita ad affermare che l’assalto frontale con cui Lenin ha conquistato lo stato in Russia nel 1917 non è ripetibile nelle società occidentali. Se anche avesse successo con quelle modalità, l’esercizio del potere comunista non durerebbe a lungo perché il nuovo stato sarebbe minato dalle fondamenta della società civile borghese.
Lukacs: reificazione e coscienza di classe
Nel 1923, prima che Gramsci iniziasse a scrivere i quaderni del carcere, Lukacs pubblicava “Storia e coscienza di classe”, in cui esaltava l’importanza dei fattori soggettivi nella teoria marxista del processo rivoluzionario. Lukacs spiega che la rivoluzione richiede che il proletariato assuma la coscienza di classe. I proletari, fino a quando non avranno compreso la natura del loro sfruttamento nella società capitalista, non potranno passare da classe in sé a classe per sé e compattarsi.
Secondo Lukacs, l’acquisizione della coscienza di classe implica anche la lotta contro la reificazione, il processo socio-psicologico attraverso cui gli individui si convincono che le strutture, che essi stessi creano, abbiano una vita autonoma e indipendente. Sono gli uomini, obietta Lukacs, a produrre le merci e a dare loro un valore. La reificazione si riferisce a tutte le sfere della società, incluso lo Stato e il diritto.
Liberarsi della morsa della reificazione consente agli operai di immaginare un mondo senza lo Stato, la polizia, il capitalismo, il profitto e così via. La reificazione porta il proletariato alla rassegnazione. “Storia e coscienza di classe” rappresenta una vera e propria celebrazione dell’ideologia. Il proletariato sarebbe perso senza l’ideologia: una parola, spiega Lukacs, che assume un significato sommamente positivo quando svolge una funzione rivoluzionaria. I fattori soggettivi sono fondamentali ai fini del processo rivoluzionario.
Scrive che l’ideologia “è un’arma che porta alla vittoria”; dal punto di vista ideologico, ciò significa che la stessa crescente comprensione dell’essenza della società rappresenta un costante incremento di potere per il proletariato perché per il proletariato, una giusta comprensione dell’essenza della società è un fattore di potere di prim’ordine.
Dahrendorf e il conflitto regolato
Dahrendorf è celebre per aver sostenuto che la classe deve essere definita in base al potere e non in base alla proprietà. Nel suo “Classe e conflitto di classe nella società industriale”, Dahrendorf riscontra tale fenomeno: i capitalisti e i proletari si sono divisi al loro interno e i conflitti sociali sono diventati meno distruttivi. L’opera di Dahrendorf è disseminata di frasi che esaltano il conflitto come un fattore positivo; il conflitto celebrato da Dahrendorf è il conflitto regolato, che caratterizza le società liberali.
Per Gramsci e Lukacs, il conflitto positivo è quello che distrugge la società liberale; per Dahrendorf, è quello che lo rafforza. Per Dahrendorf, il conflitto scaturisce dalla lotta per il potere, scatenata dalla scarsità delle risorse. Subire il potere è sempre un’esperienza afflittiva e, infatti, l’uomo preferisce comandare piuttosto che obbedire. Ne consegue che tutti vorrebbero acquisire il potere per colpire con le sanzioni piuttosto che essere colpiti.
Per Dahrendorf, il potere è un gioco a somma zero, che non beneficia tutta la società, ma soltanto le minoranze che lo detengono, salvo casi eccezionali. Siccome le risorse sono scarse, nessun gruppo di potere può governare nell’interesse di tutti. Alcuni gruppi sociali vengono sacrificati e altri beneficiati. Su questo punto, Dahrendorf è d’accordo con i marxisti. Il disaccordo è sul futuro del capitalismo. Nel modello di Marx, dopo la società capitalista, c’è la società comunista; nel modello di Dahrendorf, invece, c’è la società post-capitalista. Per Marx, il fenomeno più importante del nostro tempo è la società capitalista; per Dahrendorf, è la società industriale.
Società industriale e società capitalista per Dahrendorf sono due termini diversi, che esprimono concetti diversi. La società capitalista è una specie particolare della società industriale, la società industriale è un fenomeno storicamente più importante della società capitalista e, infatti, è destinata a una vita più lunga giacché la produzione industriale sarà sempre presente in qualche modo nelle nostre vite, per quanto le sue forme possano mutare.
(Classe è sinonimo di gruppo di interesse per Dahrendorf).
Scomposizione del capitale e differenziazione del lavoro
Dopo la morte di Marx, la struttura delle società industriali è cambiata profondamente; mentre nella società capitalista di Marx, i manager e i proprietari tendevano a coincidere, nella società post-capitalista, la proprietà di una grande impresa può essere nelle mani di un grande numero di azionisti anonimi, senza funzione di gestione. La classe dominante, anziché compattarsi, si è frammentata, come il capitalismo stesso, dando origine a una molteplicità di gruppi in lotta tra di loro.
La separazione tra coloro che sono proprietari dell’industria e coloro che la gestiscono come manager ha trasformato la società. Marx non aveva previsto l’importanza decisiva che avrebbe assunto la separazione tra la proprietà e il controllo dei mezzi di produzione.
Il processo di scomposizione del capitale inizia nel diciannovesimo secolo; oggi la maggior parte delle imprese delle società industriali post-capitaliste sono composte da società per azioni distribuite estesamente. Senza considerare che una parte sempre più grande della ricchezza nazionale è posseduta da cooperative o da imprese di stato.
La diffusione della società per azioni separa, ogni giorno di più, la proprietà dei mezzi di produzione dal loro controllo. Il processo di transizione dall’impresa capitalista alla società per azioni potrebbe essere descritto come un processo di differenziazione dei ruoli. I ruoli del proprietario e del dirigente, che erano inizialmente combinati nella posizione del capitalista, sono stati scissi e attribuiti a due posizioni distinte, quella dell’azionista e quella del dirigente. I numerosi capitalisti, che sono proprietari delle azioni, non hanno alcun potere decisionale sulla vita delle loro imprese, mentre il dirigente senza capitale dirige e comanda un’impresa, di cui però non ha i diritti di proprietà. Questa separazione dei ruoli ha una conseguenza profonda sul conflitto all’interno dell’impresa. Il dirigente industriale deve sforzarsi di stabilire buoni rapporti con i lavoratori, tale sforzo che si avvale di strutture e di collaboratori, riduce le tensioni sui luoghi di lavoro.
Al vertice della società industriale non c’è una sola classe compatta, caratterizzata da identici interessi. Alla base, anche la classe lavoratrice si è frammentata con il tempo. Il mondo del lavoro è diventato sempre più eterogeneo. La classe operaia si è specializzata e differenziata anche grazie alle innovazioni tecnologiche nei processi produttivi. Dahrendorf individua tre tipi di operai: altamente specializzati, semi-specializzati e non specializzati, i quali differiscono nel salario, nel prestigio e nel potere. I lavoratori di queste tre categorie non sono compatti ed eterogenei tra di loro per varie ragioni: le richieste dell’operaio specializzato in merito alla stabilità dell’impiego possono danneggiare l’operaio semi-specializzato; le richieste di aumenti salariali da parte degli operai semi-specializzati possono incontrare l’opposizione di quelli specializzati; e ogni rivendicazione degli operai non specializzati provoca di solito reazioni da parte dei colleghi più specializzati che si preoccupano che non vengano modificate le differenze. La differenziazione del lavoro ha cambiato i problemi alla radice del conflitto e le forme del conflitto.
La nuova classe media
Per capire il conflitto di classe nella società post-capitalista, dobbiamo concentrarci sulla “nuova classe media”. La nuova classe media si distingue al suo interno in due grandi categorie: i burocrati e i non-burocrati. I burocrati, che rappresentano lo strato più elevato della nuova classe media, aderiscono alle posizioni della classe dominante poiché, anche quando guadagnano meno degli operai, hanno più autorità.
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