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Se però il materiale non ha le facce piane, quando la luce esce da esso, non è più parallela a

quando è entrata, si piega dalla parte opposta.

Curva di sensibilità dell’occhio umano:

L’occhio umano non è sensibile come il supporto fotografico alla quantità di luce ma percepisce solo

l’intensità.

L’occhio percepisce lo spettro non in modo lineare, ma ha un picco in corrispondenza del giallo-verde

(550 nm).

Fenomeno di Purkinje:

Di notte, la sensibilità dell’occhio si sposta più sul blu. Il maggiore si posta verso le radiazioni di

lunghezza d’onda minori al diminuire della luminosità generale.

Esempio: perché il cielo è azzurro? Dipende dal fenomeno di Rayleigh scattering: dipende dalla

composizione molecolare dell’atmosfera. La quantità di luce diffusa è inversamente proporzionale alla

quarta potenza della lunghezza d’onda.

Quindi la luce blu è più diffusa di quella rossa: sia la luce che l’atmosfera sono formate da molecole; le

molecole della luce con lunghezze d’onda maggiori scavalcano le particelle dell’atmosfera, le molecole

della luce invece con lunghezze d’onda minori (che sono grandi quanto le particelle dell’atmosfera)

rimbalzano su di esse. Le lunghezze d’onda relative all’azzurro rimbalzano e si diffondono.

Quanto però c’è la presenza di vapore acqueo, l’effetto si annulla poiché le particelle di vapore sono più

grandi e quindi anche quelle rosse e gialle rimbalzano e per questo il cielo, quando è brutto tempo, è

bianco.

Ottica geometrica: studio dei fenomeni ottici che considera la luce come formata da raggi.

Propagazione rettilinea: la luce si propaga in linea retta in un mezzo omogeneo.

Camera oscura: si basa sul principio del foro stenopeico (immagine ribaltata). 5

Apparecchiature per la ripresa.

Elementi costitutivi della fotocamera:

- Foro stenopeico: cioè ‘foro stretto’.

Si intercetta un unico raggio dal foro (propagazione rettilinea della luce).

In questa camera oscura deve alloggiare un elemento fotosensibile che riceve un’esposizione

grazie alla quale si genera un’immagine fotografica.

Per calcolare il diametro del foro ci sono diverse formule, fra cui:

d = 1,9

dove λ è la lunghezza d’onda e è la lunghezza focale (cioè la distanza tra il foro e la pellicola).

Difetti di un’immagine prodotta dal foto stenopeico:

 Diffrazione: l’immagine è poco nitida perché passando dal foro è come se si sporchi. Il

raggio colpisce la superficie ma sul bordo viene un po’ deviato.

 Percezione delle profondità di campo molto estesa, quasi illimitata, a causa

dell’apertura di quello che costituisce il diaframma ‘antelitteram’ fisso.

 La scarsa luminosità del piccolo foro inoltre induce a tempi di posa molto lunghi e

quindi all’impossibilità di congelare azioni in movimento (il soggetto deve essere

statico).

- Il corpo macchina: è una scatola a tenuta di luce dove viene riprodotta l’immagine che passa

attraverso il foro stenopeico e l’obbiettivo. Non deve entrare luce per non interferire con

l’esposizione.

Ha inoltre la funzione di sostenere l’obbiettivo e il porta pellicola o il sensore digitale.

Incorpora molti comandi necessari al funzionamento dell’apparecchio.

In alcuni modelli, l’obbiettivo viene messo a fuoco in modo da proiettare un’immagine nitida

sulla pellicola mediante l’espansione o la contrazione del corpo macchina.

L’impugnatura e l’ergonomia del corpo macchina dipendono molto dalla visione di messa a

fuoco e di formato ospitato. Il materiale per il corpo macchina ha avuto molte evoluzioni: dal

legno, al ferro, all’alluminio, al titanio, alle leghe di magnesio o policarbonati.

Sistema a corpi mobili: indica il banco ottico (o grande formato). La fotocamera quindi non ha

il corpo rigido.

- Portapellicola: è il sistema di alloggiamento per la pellicola. Nelle fotocamere che usano una

pellicola a rullo, questa viene avvolta e tenuta in posizione dalle guide e dalle piastre di

pressione che mantengono la superficie della pellicola piatta e perpendicolare rispetto

all’obbiettivo. Questo nel piccolo formato.

Nel medio formato c’è un magazzino (chiamato anche dorso). Nel grande formato c’è uno

chassis nel dorso che si inserisce nella standarta posteriore.

- Sistema di visione: dà il nome alla fotocamera (es: reflex è un sistema di visione). È quindi il

modo in cui inquadro una scena.

Alcuni sistemi:

Sistema di visione del banco ottico: si trova sulla standarta posteriore ed è costituito

 da vetro smerigliato (per vedere l’immagine si deve usare un drappo nero o non vedrò

niente). Sullo schermo posteriore vedrò l’immagine capovolta.

Sistema di visione con mirino galileiano: si chiama così perché ha una

 conformazione a cannocchiale. È quello delle compatte vecchio stile.

Appongo l’occhio nel mirino ma quello che vedo lo posso vedere perché all’altezza del

mirino c’è un foro. Per questo si produce il difetto di parallasse.

Poiché vedo la realtà da un punto diverso, quello che vedo con l’occhio non sarà

proprio quello che c’è sulla pellicola.

Se la macchina è dotata di zoom, anche nel mirino ci deve essere uno zoom (a meno che

non sia un’ottica fissa).

Mirino telemetrico: è l’accoppiamento di un mirino galileiano e un secondo mirino che

 serve per mettere a fuoco.

So che ho messo a fuoco quando le due immagini combaciano.

È però ancora presente il difetto di parallasse. 6

Le macchine con questo sistema sono molto silenziose perché non hanno lo specchio

interno e quindi anche più leggere. Inoltre, questo tipo di mirino è molto più luminoso

di quello di una reflex.

Sistema reflex: è un sistema di visione basato su uno specchio disposto a 45 gradi che

 sta dentro alla camera. La pellicola o il sensore digitale stanno dietro lo specchio.

La luce entra nell’obbiettivo, rimbalza sullo specchio e va verticalmente. Quando premo

lo scatto, lo specchio si alza e il fascio di luce imprime la pellicola e poi lo specchio si

richiude.

Sistema reflex con visione a pozzetto: è presente un vetro smerigliato su cui

 si forma l’immagine grazie alla sue proprietà di solito traslucido.

È il sistema tipico delle medio formato.

Dal momento che scatto e lo specchio va su, io dal vetro smerigliato non vedo

più nulla e devo riabbassarlo. La visione sarà poi sottosopra.

Sistema reflex con visione a pentaprisma: permette di visionare

 l’inquadratura senza ribaltamenti.

È integrato nelle fotocamere di piccolo formato.

La luce arriva, entra e si riflette sul primo specchio e va in verticale, poi viene

rimbalzata all’indietro.

Reflex biottica: cioè con due ottiche, una per vedere (obbiettivo del mirino)

 e

l’altra per impressionare la pellicola (obbiettivo da ripresa). Si verifica comunque il

difetto di parallasse.

Lo specchio in questo caso è fisso.

Mirino LCD: è un piccolo monitor digitale che dà la visione.

 Può funzionare a posteriori (dopo aver scattato la foto) oppure può essere

proprio un sensore che reagisce in tempo reale al flusso di dati (live view. Es: le

compatte).

È un tipo di visione TTL (through the lens).

- Obbiettivo: è un dispositivo ottico in grado di raccogliere e riprodurre un’immagine.

Nasce per migliorare l’immagine prodotta dal foro stenopeico (l’immagine prodotta dal foro

era poco luminosa e poco nitida).

Il foro stenopeico insieme alla lente: aumentando il diametro, aumenta la luminosità così da

ridurre il tempo i esposizione. Consentono di focalizzare i raggi su uno stesso piano

aumentando la nitidezza dell’immagine.

Le lenti sono oggetti costituiti da materiale trasparente vetroso. In un’ottica non c’è mai una

sola lente. Le lenti sfruttano il fenomeno della rifrazione per mettere a fuoco.

Storia degli obbiettivi:

Il primo ad introdurre una lente nella camera oscura fu Gerolamo Cardano nel 1550, per

aumentare la luminosità.

Nel ’68 Barbaro introdusse il diaframma.

Nel 1814 Wollaston introduce la lente a menisco.

Nel 1829 Chevalier inventa la lente acromatica.

Petzal è il primo che fa un obbiettivo calcolato matematicamente.

Dallmeyer inventa il primo teleobbiettivo nel 1890.

- Diaframma: sta dentro ad ogni obbiettivo. È uno schermo composto da lamelle che ruotano fra

di loro formando un foro, è una specie di membrana.

Attraverso l’otturatore, il diaframma e la sensibilità si ha l’esposizione.

Si apre e si chiude per far entrare più o meno luce. Numeri più alti corrispondono a diaframmi

più piccoli e viceversa.

Il diaframma si indica con f/ e si calcola in questo modo:

[f/] = LF / d

dove LF è la lunghezza focale e d è il diametro della lente.

Quando un diaframma è regolato sulla massima apertura, si dice che è completamente aperto.

La rotazione dell’anello fa chiudere o allargare l’apertura circolare lasciando passare una

maggiore o minore quantità di luce.

Scala dei diaframmi: 7

f/1 f/1,4 f/2 f/2,8 f/4 f/5,6 f/8 f/ 11 f/ 16 f/22 f/32 f/45 f/64.

La scala è in funzione della radice di due (cioè 1,4).

La quantità di luce che arriva è in funzione dell’area del cerchio (lente).

Se io però tengo più chiuso il diametro, la formula sarà questa:

[f/] = LF / d

dove d però questa volta è il diametro del foro. E con questa formula ottengo gli altri

diaframmi.

Perché si è deciso di fare questi stop? Perché tra uno scatto e l’altro quello che cambia il

doppio o la metà della luce.

Il diaframma in alcuni casi è sulla ghiera, in alcuni sull’LCD.

- Otturatore: è un dispositivo che permette di controllare il tempo di esposizione, cioè la durata

dello scatto.

Esistono due tipi di otturatori:

 Centrale: formato da una serie di lamelle che formano un’apertura circolare. Si chiude

totalmente.

Si trova all’interno dell’obbiettivo. È presente nel medio formato e nelle compatte.

 A tendina: nelle reflex è formato da due o quattro tendine che scorrono appena davanti

alla pellicola ed il tempo di otturazione è determinato dall’intervallo che occorre fra la

partenza delle due tendine.

Possono essere orizzontali o verticali.

- Tempo di esposizione: i tempi di esposizione sono B (è la posa in cui non c’è tempo, io scatto

e poi decido quando richiudere), 8s, 4s, 1s, 2, 4, 8, 15, 30, 125, 250, 500, 1000, 2000, 4000,

8000.

Influisce sulla quantità di luce che arriva al film. Può essere variato regolando il tempo di

ritardo fra la partenza di due ‘tendine’ che scorrono appena sopra il piano della pellicola.

- Esposimetro: permette di misurare la luce presente nel campo inquadrato.

Può essere interno o esterno.

Concetto di stop-down: nelle macchine fotografiche di una volta, l’esposimetro si chiude

subito al diaframma che ho impostato; però questo non è stato più utilizzato perché rendeva

l’inquadratura molto scura.

Come fa quindi l’esposimetro a calcolare la giusta esposizione? Fa dei calcoli matematici con

tutti i dati a sua disposizione. C’è un pulsante per controllare la profondità di campo.

Concetto di stop: è un’unità di misura inventata per regolare l’esposizione. È un’unità di base

della quale sappiamo che aumentando o diminuendo di uno, raddoppio o dimezzo la quantità

di luce che raggiunge l’elemento sensibile.

Si parla di stop per diaframmi, tempo e ISO: essi hanno quindi la stessa unità di misura, cioè gli

stop.

Esposimetro interno: effettua misurazioni TTL (through the lens), cioè la lettura esposimetrica

avviene attraverso le lenti. Gli esposimetri di questo tipo si dicono anche a luce riflessa,

leggono cioè la luce di ciò che inquadro. Posso scegliere io stessa quale tipo di esposizione dare

alla foto; esistono vari tipi di esposizione: media (fa una media), ponderata al centro (somma i

vari valori e fa una media, pondera però il centro e dà quindi importanza maggiore ai valori

centrali), modalità spot (prende un raggio piccolo della scena e mi dice quanto è in quella

piccola area), modalità valutativa (calcola l’insieme e toglie gli estremi).

Esposimetro esterno: misura la luce che è esterna alla fotocamera. Vado a vedere proprio sul

soggetto che voglio fotografare i valori.

Esposimetro nella storia: i primi sistemi erano formati da strisce di carta trattate chimicamente.

Oggi è una cellula fotosensibile che calcola quanta luce c’è: per fare ciò è collegato ad un

galvanometro.

I vecchi modelli al selenio erano fotocellule collegate ad un galvanometro (non servivano

batterie): la lettura con poca luce non era però precisa.

Successivamente si ha l’esposimetro al solfuro di cadmio (CdS): a seconda della quantità di luce

da cui è colpito, fa passare più o meno corrente nel circuito. Ha infatti bisogno di una pila per

funzionare, è molto preciso e il campo di misurazione è ampio. È però lento ed è soggetto

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all’effetto memoria (dopo una misurazione con tanta luce, in una misurazione con luce più

bassa può restare condizionato).

I nuovi esposimetri funzionano con il silicio blu o arsenulio di gallio; l’ago è stato sostituto dal

LED.

L’esposizione è la quantità di luce totale che viene fatta raggiungere all’elemento sensibile. È in

funzione di: luce, fotocamera (con i tempi di otturazione e il diaframma) e elemento sensibile

(con una determinata ISO). Cioè:

E = I x T rapporto di reciprocità.

dove E è l’esposizione, I è l’intensità di luce (su cui influisce l’apertura di diaframma e la

quantità di luce presente) e T è il tempo.

Posso avere la giusta esposizione con coppie tempo/diaframma diverse.

La giusta esposizione è la giusta quantità di luce per uno specifico supporto predisposto per

reagire correttamente a quella quantità di luce. Sensibilità, tempo e diaframma fanno una foto

correttamente esposta.

Tempo di sicurezza: 1/lunghezza focale. Quindi se per esempio ho un obbiettivo 35mm, il tempo di

sicurezza sarà 1/35.

Effetto silhouette: un oggetto ha un valore di esposizione così basso rispetto allo sfondo che vedrò

solo la sua sagoma.

Exposure Value (EV):

EV = log₂(f²/t)

EV è il logaritmo in base due in funzione del rapporto tra l’apertura del diaframma f (al quadrato) e il

tempo di otturazione t. Per ogni EV ho varie coppie tempo/diaframma.

Grigio medio:

L’esposimetro a luce riflessa misura la luminanza della luce riflessa dal soggetto. Si è verificato che la

maggior parte delle scene normali ha la luminanza pari a quella del grigio medio (18%).

Quindi si è preso questo grigio come standard. L’esposimetro quindi è tarato sul grigio medio.

Se ho davanti una scena prevalentemente bianca e l’esposimetro è tarato sul grigio medio, mi darà dei

valori per portare il bianco al grigio medio (il bianco quindi fotografato verrà grigio); devo quindi

sovraesporre.

Se la scena invece tende al nero devo sottoesporre per far sì che il nero non diventi grigio.

Se l’esposimetro non funziona, esiste la regola del 16: il punto di partenza è dato dalla situazione di

pieno sole, dove si deve impostare il diaframma a f/16 e un tempo di otturazione pari al reciproco

della sensibilità della pellicola usata.

Blocco della lettura esposimetrica: soprattutto quando si scatta in automatico perché permette di

effettuare la lettura esposimetrica sulla zona più importante dell’immagine e mantenerla in memoria

fino allo scatto. 9

Esposizione a forcella o bracketing: se la luce è difficile e sono indecisa su quale valore impostare,

posso scattare più fotogrammi dello stesso soggetto sottoesponendo o sovraesponendo di uno stop.

Modi di esposizione:

- Media pesata al centro: i dati dell’esposizione vengono prelevati dall’intera scena aumentando

la valenza dei dati mano a mano che ci si avvicina al centro. È come se l’immagine venisse

divisa in quadratini, i cui valori vengono usati per fare una media, facendo però valere di più i

valori dei quadratini centrali.

- Spot: [·] l’esposimetro calcola solo al centro del mirino (tra il 3% e il 9% dell’inquadratura).

Alcune fotocamere possono spostare il punto dal centro ad altre zone dell’inquadratura a

nostro piacimento.

- Multizona/matrix/valutativa: fa una media di tutti i valori, toglie poi gli estremi.

Matrix 3D: tiene conto anche del punto di messa a fuoco.

Le lenti:

Sono oggetti costituiti da materiale trasparente vetroso o similare opportunamente sagomati con i

quali è possibili far deviare i raggi di luce in modo da convergerli o divergerli.

Le lenti sfruttano il fenomeno ottico della rifrazione (fenomeno che capita alla luce attraversando

corpo trasparente ma con densità diversa dall’acqua).

Le lenti hanno una geometria convessa, con raggio di curvatura convesso. Mettendo due prismi

attaccati per le basi (vertici dalle parti opposte), ci si avvicina a quello che è una lente: i raggi che

attraversano i due prismi convergono in un unico punto, detto fuoco (ogni lente ha un proprio fuoco).

Esistono lenti positive o convergenti e lenti negative o divergenti.

- Lente positiva o convergente: è convessa e converge raggi visuali.

- Lente negativa o divergente: è concava e diverge raggi visuali.

- Altri tipi di lenti: altre convergenti possono essere anche biconvessa (1a), menisco convergente

(1b), piano-convessa (1c); altre divergenti possono essere biconcava (2a), menisco divergente

(2b), piano-concava (2c).

Fuochi e piani focali:

Fuoco oggetto (o anteriore) è il punto F dell’asse ottico per cui i raggi da esso provenienti sono

trasformati in raggi paralleli per rifrazione sulla lente convergente.

Il fuoco immagine F¹ (o posteriore) è il punto dell’asse ottico in cui convergono i raggi luminosi che

incidono sulla lente convergente parallelamente all’asse (cioè quelli che provengono dall’infinito).

Piano focale oggetto è il piano passante per F e perpendicolare all’asse: i raggi provenienti da un punto

qualsiasi del piano focale oggetto sono trasformati dalla lente in un fascio di raggi paralleli al raggio

passante per il centro C.


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Corso di laurea: Corso di laurea in Fotografia
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ___runaway di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Tecniche fotografiche 1 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Accademia delle Belle Arti di Firenze - LABA o del prof Citi veronica.

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