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papato. La politica religiosa di elisabetta fu ispirata a una linea centrista, in sostanza tutta la politica

religiosa di elisabetta era coerentemente collegata alla politica di consolidamento del potere unitario

della monarchia, attraverso una religione ufficiale, la pace religiosa, ma anche l’armonia fra ceti e

classi, garantita all’interno e all’esterno dalla sovranità. In politica estera elisabetta realizzò il suo

capolavoro. Dalla proclamazione dell’unione delle province unite alla sconfitta dell’invincibile

armata, tutta la macchina militare, politica, economica inglese fu organizzata in vista di uno scopo

preciso: neutralizzare la spinta egemonica di filippo II e far entrare l’inghilterra nel novero delle

grandi potenze europee al centro di un nuovo schieramento di alleanze. Il problema della sua

stabilità sul trono fu risolto da elisabetta con il concorso di coincidenze fortunate. Quando maria

stuart fece rientro in scozia, dopo la morte del marito francesco II nel 1560 la regione era in

prevalenza calvinista. Qualche successo nel tentativo di restaurazione cattolica a opera della nuova

regina fu presto vanificato dal matrimonio fra maria stuart e l’assassino del suo secondo marito.

Popolo e nobiltà insorsero e costrinsero la regina a fuggire dalla scozia e a rifugiarsi in Inghilterra.

Qui elisabetta poteva più facilmente controllare maria che cercava di scalzare la regina dal trono. Ci

fu un momento, nei primi anni 80 del 500, in cui maria diventò davvero pericolosa: nel 1584 l’eroe

della rivolta dei paesi bassi, Guglielmo d’orange, moriva in un attentato; la scomunica di elisabetta

da parte di pio V alimentava un clima di radicalizzazione tra cattolici e protestanti, filippo II

iniziava i preparativi per la spedizione dell’invincibile armata. In questo clima maturò la scelta di

processare e condannare a morte maria stuart: una scelta frutto non dell’arbitrio di elisabetta, ma

dell’alleanza costituzionale tra la regina e il parlamento che nel 1585 istituì un tribunale speciale per

i delitti dei pretendenti al trono. Scoperta dunque una congiura, elisabetta, dopo molte esitazioni,

ordinò la decapitazione di maria che venne eseguita nel 1587. Un anno dopo celebrò il successo

sulla flotta spagnola. Anche la politica economica di elisabetta tudor fu dettata da notevole

lungimiranza. La regina impresse un grande impulso alle attività economiche del paese. L’età

elisabettiana è l’epoca d’oro della pirateria. Sotto Elisabetta si perfezionò il modello costituzionale e

politico-amministrativo, la via inglese all’assolutismo, di cui è necessario identificare alcuni

caratteri essenziali. Quello elisabettiano non fu un governo dispotico. Se il re voleva che un

provvedimento avesse la forza indiscutibile di legge, doveva sottoporlo a entrambe le camere del

parlamento, quella dei pari e quella dei lord. Il periodo compreso tra la pace di Cateau-cambresis e

la pace di vervins è per la francia di importanza storica decisiva. La francia si avvierà verso la fine

del 500 ad attuare una via allo stato moderno, caratterizzata dal progressivo rafforzamento del

potere centrale e della sovranità monarchica. L’espressione guerre di religione, per indicare il

carattere di questa fase storica francese, è limitativa. Per comprendere bene gli eventi francesi

dell’ultimo quarantennio del 500, devono essere tenute presenti numerose variabili:

-la crisi dinastica dopo la morte di Enrico II di valois nel 1559

-la divisione religiosa del paese tra ugonotti e cattolici

-il nesso tra lotta religiosa e lotta politica e la sua influenza su partiti e fazioni nella lotta per il

potere

-i condizionamenti internazionali, dovuti non solo alle congiure militari ma anche alla politica

matrimoniale

-lo sviluppo di nuove teorie politiche.

Nel 1559 moriva Enrico II, lasciando tre principi minorenni. Il maggiore, Francesco II, aveva 14

anni: convolò a nozze con maria stuart, regina di scozia e morì poco dopo. La reggenza passò perciò

alla vedova di Enrico II, caterina dè medici. Dotata di notevoli capacità politiche, la regina era però

straniera e doveva affrontare, nel governo del suo paese uscito da una lunga guerra, numerosi

problemi: la crisi finanziaria e l’aumento del debito pubblico, la diffusione dell’eresia calvinista nel

suo territorio. Il potere centrale era debole e doveva fare i conti con una nobiltà forte. Caterina

adottò allora una linea di mediazione. A questa linea fu ispirato il primo editto di saint-german nel

1562: caterina concedeva libertà di culto agli ugonotti, che erano però obbligati a risiedere al di

fuori delle mura della città. Le reazioni cattoliche non si fecero attendere: in Normandia, furono

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massacrati 60 ugonotti. Generalmente gli storici fanno iniziare proprio dalla strage di vassy, alla

fine del 1562, le guerre di religione. Nella prima fase caterina cercò di bilanciare sempre le

concessioni: consentì solo alla nobiltà di praticare la religione protestante nelle loro terre e ne limitò

fortemente il culto nelle città. Il compromesso non poteva soddisfare gli ugonotti e provocò scontri

violentissimi sia nelle campagne che nelle città. Caterina fu quindi costretta, sotto pressione del

partito ugonotto, diventato molto forte nel paese, a promulgare nel 1570 il secondo editto di saint-

germain assai più favorevole agli ugonotti: venivano loro concesse oltre alla piena libertà di culto

varie piazzeforti. L’editto del 1570 era il risultato, oltre che della politica di equilibrio perseguita da

caterina, anche di elementi e circostanze di natura diversa. In primo luogo il contesto internazionale.

La fazione ugonotta stava acquistando in francia un ascendente forte nella società e nel potere. Ma

l’editto di saint-germain fu anche il frutto di una nuova cultura politica, che si andava formando

nella corte e nell’amministrazione. Dopo la vittoria cristiana di Lepanto, la congiuntura mutò

sensibilmente. La spagna come alfiere della cristianità riprendeva prestigio internazionale, il papa e

Filippo II appoggiarono con più forza il partito cattolico del guisa. Sensibile al mutamento degli

equilibri internazionali e interni, caterina sostenne decisamente i cattolici, ricorrendo anche alle vie

più violente. In quella che è passata alla storia come la notte di san Bartolomeo 23-24 agosto 1572,

furono massacrati nelle sale del palazzo tutti gli esponenti di spicco del partito ugonotto. Dopo

quella notte la guerra si inaspriva e si radicalizzava. La radicalizzazione era dovuta anche alla

contemporanea crisi dinastica. Durante il regno del terzogenito di caterina, Enrico III, senza figli, le

mire armate dei due aspiranti al trono, Enrico di guisa ed Enrico di borbone, provocarono una vera e

propria guerra, la cosiddetta guerra dei tre enrichi. Due assassini, quello di Enrico di guisa per

ordine del re e quello dello stesso Enrico III per mano di un fanatico monaco domenicano, risolsero

il problema della successione al trono di francia. Prima di morire Enrico III aveva designato al trono

di francia Enrico di borbone. Aveva posto un'unica condizione: che si convertisse al cattolicesimo,

il che avvenne nel 1593. Dalla morte di Enrico III nel 1589 alla conversione di Enrico di borbone, la

francia aveva vissuto anni di conflitto e violenza. La conversione di Enrico di borbone era un atto di

pacificazione del paese. Nel febbraio del 1594 enrico IV, re di francia, iniziatore della dinastia dei

borbone, entrava a Parigi. Egli nel 1598 promulgò l’editto di Nantes, questo fu il vero atto di

pacificazione della francia e il primo riconoscimento della tolleranza religiosa da parte di un

sovrano. Esso prevedeva:

-libertà di culto per gli ugonotti

-concessione agli ugonotti di alcune piazzeforti

-rappresentanza nei parlamenti

-libertà civile.

La conversione al cattolicesimo di Enrico IV e l’editto di Nantes vanno letti come due atti di una

stessa visione politica, che proprio nella francia dello scorcio del 500 sviluppava le sue tappe più

importanti: il primato delle ragioni dello stato e dell’interesse pubblico su ragioni e interessi di

singoli gruppi. Alla fine del 500 i grandi imperi, quello ottomano e quello degli asburgo di spagna,

attraversavano un momento di crisi. Si affermavano come nuove potenze l’inghilterra, l’olanda e la

francia. Anche nell’europa orientale l’organizzazione politico-sociale era interessata, durante questi

anni, a processi di trasformazione. In russia nel 1547, sotto ivan IV il terribile, il rafforzamento

dell’autorità centrale era ottenuto dallo zar, che si proclamava erede degli imperatori bizantini,

attraverso l’indebolimento del potere della grande aristocrazia russa dei boiari. Egli fece largo uso

del sistema delle pomst’e, cioè delle concessioni di terre a coloro che avevano servito il sovrano

nelle campagne militari. Ristrutturò anche il sistema militare. Ammodernò il sistema

amministrativo e fiscale. Ma nel passaggio dal dominio dei boiari, decimati dalle stragi promosse

dallo zar e dalle massiccie confische dei beni, al dominio della piccola nobiltà di servizio, il sistema

sociale ed economico dell’agricoltura russa, fondato sullo sfruttamento della servitù della gleba, non

cambiò. Anzi le sue condizioni peggiorarono. Al principio del 600 la russia precipitava in una

condizione di anarchia, rivolte sociali, usurpazione fra rivali, conflitti nel ceto dei boiari. 25

CAP. VII: L’ITALIA SPAGNOLA NEL 500

Il mediterraneo è il protagonista di una buona parte della storia del XVI secolo. La pace di Cateau-

cambresis consentì alla spagna di impegnarsi con maggiori energie nello scacchiere mediterraneo

una volta che le era stato riconosciuto il rango di grande potenza nell’europa cristiana. Carlo V

aveva gettato le basi di quella pax ispanica, sancita nel 1559, dai significati molteplici e ,

soprattutto, leggibile come un insieme di vantaggi e di costi da pagare per tutte le realtà

geopolitiche che furono coinvolte: vantaggi e costi tra loro connessi. Abbiamo già considerato quale

fosse stato per la spagna il rapporto tra vantaggi e costi; e come il progressivo squilibrio verso i

secondi fosse il motivo principale del declino della potenza asburgica. Adesso analizziamo quel

rapporto in riferimento all’italia. Il costo più alto per l’italia, fu la dipendenza di quasi metà del suo

territorio dalla spagna. I vantaggi che vennero all’italia dalla dipendenza dalla spagna furono vari: il

primo essenziale anche se spesso scarsamente considerato fu la protezione del territorio dai turchi; il

secondo vantaggio fu che l’italia non fu mai tagliata fuori dalla scena della grande politica. Il terzo

vantaggio coinvolse soprattutto i domini diretti della monarchia cioè milano, napoli e la Sicilia.

L’egemonia spagnola non fu solo dominazione, la monarchia spagnola tenne in grande

considerazione la realtà complessiva dei suoi domini italiani. Il ducato di milano, il regno di napoli,

la Sicilia e la sardegna erano entrati per vie diverse e attraverso differenti scansioni temporali a far

parte dei domini spagnoli. Il ducato di milano aveva costituito nei primi decenni del 500 la posta in

gioco più importante per la francia. La pace di cambrai aveva ridisegnato quindi l’assetto italiano

attribuendo il ducato di milano alla sfera di influenza di carlo V. Il milanese era il centro di

smistamento delle forze militari soprattutto durante l’interminabile campagna dei paesi bassi. Il

regno di napoli era entrato a far parte dei domini spagnoli di Ferdinando il cattolico dopo la

battaglia di Garigliano nel 1503. Ereditato da carlo V e poi da Filippo II, il mezzogiorno

continentale di italia visse fasi diverse nel suo rapporto con la spagna e con la sua politica di

potenza. La prima fase va dalla conquista di Ferdinando il cattolico fino al 1528. essa è

caratterizzata dall’esigenza spagnola di neutralizzare nella società meridionale il trauma della

successione. Una congiura aristocratica nel mezzogiorno fu neutralizzata dalla spagna, che potè

affermare dopo il 1528 la sua egemonia sul regno di napoli. Nella fase successiva, fin oltre Lepanto,

il regno gode di una collocazione di primo piano nella politica internazionale, nella strategia

mediterranea di carlo V. Ancora a metà del 500 la funzione del regno di napoli nella politica

internazionale è di enorme rilievo. Milano e napoli erano chiamate a svolgere due funzioni diverse

ma complementari nello scacchiere mediterraneo d’europa: il ducato doveva essere il centro della

spinta verso la francia; napoli doveva proiettarsi verso il mediterraneo contro i turchi e la

fiorentissima pirateria nord africana. La terza fase del rapporto fra spagna e mezzogiorno

peninsulare d’italia comincia in coincidenza con la crisi dell’egemonia spagnola. Gran parte della

macchina statale costituita nel regno di napoli da Filippo II deve essere alimentata dal motore

fiscale. Napoli deve costituire un serbatoio di risorse finanziarie. Tre erano gli elementi che

conferivano una particolare fisionomia al regno di napoli. Il primo consisteva nella sua

appartenenza agli stati cristiani d’europa. Il secondo derivava dalla natura stessa dei rapporti tra

spagnoli e regnicoli. Infine il titolo per il quale gli spagnoli si trovavano e dominavano napoli non

era quello della scoperta e della successiva conquista, era una legittimità dinastica. Nel passaggio

dalla casa d’aragona a quella d’asburgo, anche la Sicilia era chiamata a svolgere funzioni importanti

nella comunità imperiale: da un lato, la collocazione geografica a sud del mediterraneo affidava

all’isola il ruolo di fortezza; dall’altro la sua grande riserva cerealicola faceva assegnare alla Sicilia

il compito di sfamare e approvvigionare gran parte dei domini della corona. La sardegna non ebbe

nella politica mediterranea spagnola un’importanza paragonabile a quella di napoli e della Sicilia. Il

ducato di savoia era riuscito a consolidare la sua autonomia territoriale e politica dopo la pace di

Cateau cambresis grazie a Emanuele Filiberto. Sotto questo sovrano e il suo successore carlo

Emanuele I si definirono la linea di politica internazionale e la vocazione espansiva verso l’italia di

casa savoia. Il problema principale per i savoia dopo Cateau-cambresis furono le relazioni con la

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francia. Decisiva era pertanto l’alleanza con la spagna. Decisiva era altresì la creazione di un

esercito locale. Emanuele Filiberto promosse a tale scopo la leva obbligatoria tra la popolazione

maschile dai 18 ai 50 anni. Il sovrano spostò poi il baricentro del suo stato dalla savoia verso

l’italia, sostituendo con torino l’antica capitale del ducato, chambery. Al principio del XVii secolo

la politica espansionista dei savoia verso il Monferrato fece entrare carlo Emanuele in rotta di

collisione con la spagna. Alla spagna, al suo sistema di rapporti, è legata l’ascesa della repubblica di

Genova. A Genova e ai suoi banchieri la spagna affidò alcune funzioni di vitalissima importanza

per lo sviluppo della sua potenza imperiale: innanzitutto il prestito di capitali, quindi il controllo

delle comunicazioni marittime nell’area imperiale, i grandi trasferimenti di denaro da un capo

all’altro dei suoi domini. In cambio Genova potenziò la sua flotta e le infrastrutture del porto. La

pace di Cateau-cambresis apportò i vantaggi territoriali alla repubblica ligure: essa infatti ottenne la

restituzione della corsica, ma la corsica interessava troppo alla francia. La repubblica di Venezia

doveva far fronte, per la sua posizione geopolitica, sia alla potenza spagnola, sia alla vicina austria.

Le linee direttrici della serenissima erano quindi obbligate e vincolanti: da un lato l’alleanza con la

spagna per proteggere dai turchi i suoi possedimenti in oriente, d’altro lato l’espansione territoriale

sulla terraferma e la formazione di un solido stato regionale. Venezia era una grande potenza

marinara che seppe far pesare la sua forza navale. Perse la colonia di cipro nel 1570, ma recò un

contributo militare di primo piano alla vittoria di Lepanto. Al ducato di toscana cosimo I seppe

assegnare, sia attraverso un’abile politica interna, sia attraverso una politica internazionale fondata

sul realismo e la lucida consapevolezza dei rapporti di forza, un ruolo non secondario nel concerto

degli stati italiani. L’alleanza con la spagna fu fondamentale per l’espansione e il consolidamento

territoriale del ducato, elevato al titolo di granducato da papa pio V nel 1569. Grazie all’aiuto

spagnolo, cosimo I conquistò dopo un lunghissimo assedio la repubblica di siena nel 1565:

l’apporto di questo guadagno territoriale fu importantissimo per l’economia fiorentina. Al centro

della penisola italiana lo stato pontificio rappresentava una potenza territoriale di rilievo nel

concerto degli stati italiani. Esso riuscì infatti a unificare sotto il potere del sovrano pontefice una

molteplicità di territori, che erano appartenuti a piccole signorie locali. L’idea complessiva che

emerge dal quadro tracciato, dalla situazione degli stati italiani dopo Cateau-cambresis, è quella di

una preoccupazione costante: fare i conti di continuo con l’egemonia spagnola nella penisola. Nel

XVI secolo l’economia italiana ebbe uno sviluppo molto forte. Crescita della popolazione significò

aumentato fabbisogno alimentare. La cerealizzazione dell’agricoltura italiana fu ottenuta attraverso

la messa a cultura di nuove terre. Il valore della terra aumentò: l0investimento fondiario attirò, nella

seconda metà del 500, gran parte dei possessori di capitali, che lo sceglievano anche come bene

rifugio. Risultano abbastanza chiari i caratteri della fase espansiva dell’economia italiana della

seconda metà del 500: sviluppo agrario in connessione con la congiuntura favorevole internazionale

e con una tendenza al rialzo dei prezzi; presenza significativa delle città nella produzione di lusso;

primato internazionale degli uomini d’affari nel commercio internazionale del denaro, effetto

positivo della domanda economica degli stati per lo meno in alcuni settori produttivi. La favorevole

congiuntura internazionale ebbe un’influenza positiva anche sull’area più debole dell’economia

italiana, il mezzogiorno. Si ebbero anche qui una ripresa e un’espansione dell’agricoltura, favorite

peraltro dalla formazione di un ceto di mediatori fra i grandi proprietari feudali e i contadini: i

massari. Anche le attività commerciali del regno di napoli registrarono un incremento notevole: in

particolare l’esportazione di grano, seta e olio. Altro elemento decisivo: la presenza di una capitale

come napoli, grande mercato di consumo che doveva sfamare quasi 300.000 persone, creava un

rapporto costantemente sfavorevole nelle ragioni di scambio tra esportazioni di grano e

importazioni alimentari. Terzo elemento: quella del mezzogiorno era un’economia soggetta

totalmente alle oscillazioni della congiuntura. Si rivelava così, in tutta la sua portata, la condizione

di economia dipendente, caratteristica del mezzogiorno d’italia: un paese che esportava soprattutto

materie prime come seta, olio, vino, grano, zafferano e importava quasi tutti i manufatti. Si

accentuava così la rottura fra le due italie. Le differenze tra il ducato di savoia, lo stato pontificio, i

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viceregni di napoli, Sicilia e sardegna erano certo notevoli: il primo dotato di una dinastia indigena

che gli diede forza e contribuì al suo prestigio italiano, il secondo governato da una figura che

rappresentava insieme l’anima temporale e quella spirituale nello stesso corpo politico; i viceregni

spagnoli d’italia governati da una dinastia straniera. Ma tutte queste realtà politiche facevano

riferimento allo stesso principio della sovranità, quello monarchico. Lo schema dualistico a cui

abbiamo fatto riferimento si complica allorché si passa dal piano giuridico-formale della legittimità

del potere al piano della sua vita concreta, della sua gestione. A complicare ulteriormente qusto

schema fu la conquista spagnola del ducato di milano, ultima in ordine di tempo, ma

importantissima per le conseguenze politiche che ne derivarono sia per il sistema degli stati italiani,

sia per il sistema imperiale iberico. Con napoli, la Sicilia e la sardegna, la spagna aveva acquistato

per via ereditaria domini appartenuti alla casa d’aragona, anche se per ottenere il regno di napoli

aveva dovuto combattere contro la francia. Con milano e il suo ducato le cose stavano

diversamente: era stato conquistato militarmente. La monarchia spagnola non potè tenere conto

dell’altra forza fondamentale del mezzogiorno: quella della feudalità. Certo nell’età spagnola i

baroni meridionali persero il loro potere politico. Dovettero accettare di diventare cortigiani sudditi

privilegiati e titolati rispetto a tutti gli altri. In sostanza si determinò un compromesso tra la

monarchia spagnola e la feudalità, tacitamente fondato sul rispetto reciproco di obblighi, di limiti,

sul riconoscimento di prerogative. Nella periferia del regno, nella provincia feudale i costi del

compromesso pagati dalle popolazioni rurali furono assai alti. Nel ducato di savoia Emanuele

Filiberto è stato considerato uno fra i primi sovrani in europa a proclamarsi sciolto da tutti i vincoli

di tipo legislativo, a imprimere un vero e proprio accentramento assolutistico al suo ducato. Al

vertice della giustizia il senato e in periferia tribunali provinciali con a capo un prefetto; uno sforzo

di coordinamento fra il centro e le aree più lontane, affidate al governo dell’intendente provinciale.

Più complessa fu la via seguita da cosimo I de medici per consolidare lo stato assoluto nel

granducato di toscana. Egli da un lato mostrò la decisa volontà di costituire uno stato monarchico a

somiglianza di quelli prevalenti in europa; d’altro lato non potè fare a meno di associare al potere

personale le vecchie classi dominanti della repubblica, in primo luogo l’aristocrazia fiorentina.

Nello stato pontificio la monarchia papale era sui generis: il pontefice aveva un duplice ruolo, come

capo della chiesa cattolica e sovrano di uno stato temporale. Il primo ruolo lo poneva al vertice di

un sistema sovrastatale e sopranazionale e gli conferiva un prestigio incomparabile rispetto a quello

degli altri sovrani del tempo. Il secondo ruolo assegnava al pontefice compiti per molti versi simili a

quelli di tutti i sovrani del tempo: la costruzione di uno stato centralizzato capace di rispondere alle

nuove domande di governo di un territorio in progressiva espansione nell’italia centrale. Non vi

sono dubbi che fra i due ruoli le interferenze furono, e non poteva essere altrimenti, notevoli: anzi si

può affermare che agli occhi dei contemporanei la monarchia papale apparve come un unico corpo

politico dotato di due anime, quella temporale e quella spirituale. Ed è per questo che, soprattutto

dopo il concilio di trento, i conflitti tra la chiesa e gli stati divennero contrasti di giurisdizione su

competenze di tribunali, asilo ecclesiastico, immunità personali e privilegi del clero, materie fiscali:

e il sovrano pontefice, vertice del potere extrastatale della chiesa, entrò spesso su queste basi in

conflitto con le sovranità statali. La chiesa entrò prepotentemente nella stessa organizzazione dello

stato pontificio. Nella repubblica di Venezia la pienezza dei diritti politici fu riservata solo al

maggior consiglio, l’assemblea del patriziato, che eleggeva il doge, aveva potere legislativo e

nominava i magistrati. In realtà a Venezia l’aristocrazia aveva conseguito il monopolio del potere e

cercava di garantirsi da ogni azione di destabilizzazione sia interna sia esterna. Anche nella

repubblica di Genova il patriziato fu la base autentica e il vero depositario della sovranità. Però fu

solo tra il tardo 500 e la prima metà del 600 che si definì l’assetto travagliatissimo del potere: a

quest’epoca Genova era una repubblica aristocratica. Comune a tutte le realtà presentate è il

processo di trasformazione che investe la società italiana e muta i connotati di alcuni suoi ceti. Le

trasformazioni più vistose riguardano i gruppi sociali privilegiati: il mondo nobiliare. La nobiltà va

chiaramente articolandosi in due grandi raggruppamenti: da un lato la feudalità che, pur estendendo

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soprattutto nel mezzogiorno la sua giurisdizione, non è più una potenza politica in grado di

minacciare la sovranità monarchica; d’altro lato i patriziati urbani che si identificano quasi

dappertutto con i ceti di governo, con le nuove classi dirigenti cittadine. Il patriziato urbano è il

protagonista di quel blocco oligarchico che, a partire dall’esperienza del principato, segna alcuni

secoli di vita della società italiana. L’età dell’egemonia spagnola fu per l’italia e la molteplicità dei

suoi stati, soprattutto dopo il concilio di trento, il periodo in cui meglio si manifestano tutti gli

aspetti della controriforma e della riforma cattolica. Lo stato sabaudo di Emanuele Filiberto e carlo

Emanuele I, geograficamente vicino alla patria del calvinismo e con una sensibile presenza di

eretici valdesi sul suo territorio, era già tuttavia di per sé stesso un baluardo contro l’eresia grazie

soprattutto all’attività dei gesuiti. L’impronta della controriforma e della riforma cattolica a milano

fu data da carlo borromeo sia nella fondazione dei seminari e del clero, sia nell’assistenza sociale.

Nella geografia politica degli stati italiani, Venezia si era caratterizzata per una maggiore autonomia

da roma e dal papa: la repubblica, per l’aria di relativa libertà che si respirava, per i fermenti

culturali di cui era protagonista l’università di Padova, per l’esercizio assai limitato dell’azione

repressiva del tribunale dell’inquisizione. Dunque i motivi di un conflitto tra Venezia e i papato

non erano pochi: a quelli di natura giurisdizionale e alle vertenze in materia fiscale si aggiungevano

anche le recenti tendenze espansionistiche dello stato pontificio. Nel 1606 fu nominato teologo e

consultore di stato in materia religiosa il frate paolo sarpi; nello stesso anno era stato eletto doge

leonardo donato: entrambi impressero un carattere fortemente antiromano alle loro scelte politiche.

La reazione della chiesa si fece sentire allorché un tribunale statale condannò alcuni sacerdoti per

reati comuni. Papa paolo V scomunicò immediatamente tutte le autorità civili veneziane. Minacciò

qualcosa di più grave se le autorità civili veneziane non avessero ritrattato: l’interdetto, cioè la

proibizione di officiare riti religiosi in tutte le chiese della repubblica veneta. Il provvedimento fu

reso esecutivo. L’apparato politico-amministrativo veneziano, con il doge in testa, si rifiutò di

obbedire all’interdetto, ma anche il clero secolare accettò il principio dell’autonomia dell’autorità

civile. Solo la mediazione francese di Enrico IV, dopo circa un anno, riuscì a risolvere la vertenza: i

preti ritenuti colpevoli furono consegnati al papa. Vinse quindi la logica del compromesso. Napoli

non riuscì a evitare l’inquisizione romana e i processi del sant’uffizio. Quando alla fine del XVI

secolo i fermenti del rinnovamento religioso entrarono in sintesi con quelli della ribellione politica,

chiesa e stato non esitarono a collaborare nella comune repressione del pericolo. Fu giordano bruno

a pagare il prezzo più alto dello scontro fra la chiesa e la nuova cultura e a diventare il simbolo del

libero pensiero sacrificato sull’altare della chiesa della controriforma. Bruciò sul rogo di campo dei

fiori a roma. Era stato condannato perché aveva messo in discussione nientemeno che la

trascendenza di dio: aveva infatti teorizzato e predicato l’immanenza di dio nell’universo naturale,

l’afflatto divino presente in tutte le cose.

CAP. VIII: I PAESI EXTRAEUROPEI E IL MONDO MODERNO

Tra il XV e il XVI secolo l’islam si diffuse in vastissime aree dell’asia e dell’africa. Ma

l’espansione dell’islam interessò anche altre zone dell’asia come l’india e l’indonesia, l’africa

orientale e quella nera. Un carattere comune allo sviluppo di tutte queste aree fu l’intensità degli

scambi con i paesi e le civiltà europee. L’africa divenne una zona di forte relazione tra cristianesimo

e islam. Quanto all’impero ottomano, già nel XIV secolo esso aveva conosciuto una prima

avanzata. Ma fu a metà del XV secolo, con la conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II

nel 1453, che cominciò una nuova fase espansionista. Nei primi venti anni del 500 selim I conquistò

la siria, l’egitto, quindi sottomise Belgrado, parte dell’ungheria e cinse d’assedio Vienna. Come

spiegare questa avanzata di proporzioni gigantesche? Sono molteplici le ragioni addotte dagli

storici: i vantaggi della posizione geografica, la personalità dei capi, la grande abilità militare e la

cura posta nell’organizzazione dell’esercito, l’interferenza tra le strutture politiche religiose e

militari che davano coerenza allo stato ottomano. Ma, soprattutto, due sembrano essere le

motivazioni principali del successo turco: la prima di carattere internazionale; la seconda legata al

modello politico organizzativo dell’impero. Gli anni di maggiore espansione turca in europa

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coincisero con gli anni della fase più critica dello scontro tra Carlo V e Francesco I: la

concentrazione sullo scontro per l’egemonia in europa da parte delle grandi potenze consentì ai

turchi di prendere Belgrado, di vincere Luigi II d’Ungheria a Mohacs di assediare Vienna. Il

secondo importante motivo del successo ottomano è legato, al modello dell’impero. Al suo vertice

era il sultano. La forza del sultano era nel fondamento economico del dispotismo ottomano, che ne

faceva un modello radicalmente diverso da quello dello stato moderno europeo, ossia nella quasi

totale mancanza della proprietà privata della terra. L’intero territorio agricolo dell’impero era

patrimonio personale del sultano.anche la pratica del timàr, cioè una concessione di terra da parte

del sultano, non innovò il sistema: il timàr non era ereditario; le sue dimensioni erano calcolate con

esattezza; il suo assegnatario, pur dotato di alcuni privilegi, era sempre strettamente controllato dai

governatori statali e non esercitava alcuna forma di giurisdizione signorile sui contadini del timàr.

Ogni anno un certo numero di bambini di sesso maschile era sottratto alle famiglie cristiane delle

popolazioni soggette e inviato a Costantinopoli. Qui i bambini erano educati nella fede musulmana

e nelle discipline dell’amministrazione civile e militare. Il sistema garantiva insieme il massimo di

fedeltà al sultano. Così costituito il corpo, di schiavi del sultano forniva i ranghi superiori della

burocrazia imperiale. Complementare a questo ceto di schiavi con funzioni di governo era il ceto

militare, a cui erano concessi i timàr in cambio del controllo territoriale delle province. Lo scopo

centrale dello stato ottomano in politica interna era lo sfruttamento fiscale dei possedimenti

imperiali. I turchi non pretesero conversioni in massa dalle popolazioni sottomesse. All’autorità

sovrana bastava riscuotere. Nel mediterraneo, dopo Lepanto, e sul continente, dopo la guerra dei

tredici anni con l’Austria si decisero il destino militare degli ottomani in europa e il blocco della

loro espansione imperiale. E fu proprio il XVII secolo, con l’avvento dei nuovi soggetti del

controllo del traffico orientale, Inghilterra, Olanda, Francia, a segnare la crisi turca. Ma l’europa fu

solo uno dei protagonisti della crisi ottomana. E ancora non si possono sottovalutare i motivi di

ordine di ordine interno, la debolezza del potere del sultano, la debolezza finanziaria e monetaria. Il

nomadismo originario e la stabilità richiesta da un impero non erano compatibili: i turchi si

affermarono veramente solo dove ebbero il tempo di insediarsi, cioè in Asia minore. Coloro che si

ritenevano gli ortodossi, i veri seguaci di Maometto, i turchi sunniti, avevano dimostrato una grande

capacità di penetrazione dovuta sia a un basso tasso di integralismo religioso, sia alla duttile

organizzazione dell’impero ottomano. Un discorso diverso va fatto per gli sciiti. Gli sciiti erano,

assai più dei sunniti, legati alla purezza del messaggio religioso rivelato dal profeta Maometto: da

qui un integralismo religioso assoluto. Artefice della potenza persiana fu la dinastia safavide. Al

principio del XVI secolo il suo fondatore ismail aveva riunito seguaci sciiti e membri di tribù

nomadi e aveva iniziato un’epopea di guerra a est contro i popoli dell’asia centrale, a ovest contro

gli ottomani. Sotto il dominio di abbas I il grande. La persia era infine stabilizzata quasi entro i suoi

confini attuali. Lo scià abbas creò un’autocrazia di stile orientale, in cui stato, governo e ricchezze

erano considerati beni del sovrano; ne stabilì il fondamento religioso sul dogma, i suoi unici

depositari erano gli imam. Anche la cultura visse una delle sue stagioni più belle. Tra il XV e il XVI

secolo si sviluppò un terzo nucleo di espansione dell’islam, dall’oceano indiano ai confini del

pacifico, dall’indonesia all’africa orientale, al marocco e all’africa nera. Alla penetrazione

commerciale fu legato anche lo sviluppo dell’islam sulle isole e sulle coste dell’africa orientale. Gli

arabi crearono un ragguardevole impero commerciale nell’africa orientale. A metà del XIV secolo

il grande impero mongolo creato da Gengis Khan e dai suoi eredi entrava in crisi. Lo scoppio di

numerose rivolte portò nel 1368 alla cacciata dei mongoli e alla creazione di una dinastia cinese, la

dinastia dei ming, che resse il paese fino al 1644. L’apogeo di questa dinastia fu nel XVI secolo. I

primi imperatori ming avevano riconquistato il territorio invaso dai mongoli. Di origine contadina,

avevano promosso una politica di grandi opere pubbliche in agricoltura, irrigazioni, rimboscamenti,

dighe. Nel primi decenni del 400 la capitale era stata trasferita da nanchino a pechino. Sempre in

questo secolo la cina fu oggetto di scorrerie da parte dei mongoli: i confini furono fortificati e

l’apparato militare reso più efficiente anche per far fronte all’offensiva dei pirati giapponesi. Il XV

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secolo fu per la cina il periodo di consolidamento territoriale, della stabilizzazione interna, dello

sviluppo economico-commerciale. Nel corso del XVI secolo, mentre alcune regioni settentrionali

furono caratterizzate dallo sviluppo di un’economia mercantile e urbana il riso divenne la principale

coltura delle regioni meridionali. Sotto la dinastia ming si compirono passi importanti verso la

modernizzazione statale. Al vertice della gerarchia sociale la ricca aristocrazia fondiaria. Seguiva

una classe superiore di funzionari intellettuali. Il rapporto tra i due settori privilegiati della società

cinese era assai stretto. Il meccanismo unificatore era la famiglia, precisamente un gruppo di più

famiglie, discendenti da uno stesso progenitore, che nelle zone agricole più produttive del sud è

conosciuto con il nome di clan. Alla fine del 500 furono intensi gli scambi tra l’europa e la cina

grazie anche all’opera di evangelizzazione dei gesuiti. Alla fine del 400 il potere centrale in

giappone era disintegrato. I signori feudali controllavano compatti blocchi territoriali, nei quali tutti

i guerrieri erano loro vassalli e tutte le terre erano di loro proprietà, in quanto sovrani feudali. Tra il

feudalesimo giapponese e quello europeo esistevano differenze assai marcate. La feudalizzazione

era più estesa e il legame personale tra signore e vassallo era più forte del legame economico del

vassallo con la terra. Inoltre il vassallaggio aveva un carattere sacro. Nel 1573 un capo militare

prendeva il potere e lo conservava con il consenso dell’imperatore. Iniziava per il giappone il

periodo senza lo shogun: una fase cioè in cui il paese fu governato da potenti capi militari e

condotto ad alcune prime relative riunificazioni. Nel 1603 tokugawa fu nominato shogun

dall’imperatore. Aveva inizio così il lungo shogunato tokugawa, una particolare formazione statale

e sociale che durerà in giappone fino al 1868. Nella seconda metà del 500 venne sempre meglio

definendosi un regime che aveva i seguenti requisiti:

-al vertice vi era l’imperatore che non esercitava direttamente il potere,

-il potere reale era esercitato dallo shogun,

-gerarchie sociali chiuse garantivano la stabilità delle distinzioni di classe,

-il potere feudale era illimitato nei feudi, ma i feudatari non potevano esigere nuovi castelli, non

potevano nemmeno sposarsi senza il consenso dello shogun.

Lo shogunato era in effetti il tentativo di imporre un certo grado di controllo burocratico

centralizzato sopra una società frammentata dall’anarchia feudale.

Nel 500 l’india si presenta come un nucleo compatto a nord, intorno al sultanato di delhi; un

insieme di sultanati al centro e al sud, insediati dall’espansione musulmana; la presenza diffusa

sulla costa meridionale e occidentale di basi portoghesi. Nel 1526 questo quadro è sconvolto. Sulle

rovine del sultanato sta per formarsi un impero, l’impero mogol e il suo artefice è il re akbar. Akbar

morì senza realizzare il sogno di un impero pan indiano: ma intanto, al principio del XVII secolo,

aveva unificato sotto il potere mogol oltre la metà del territorio indiano. Il fondamento di questo

stato era militare: ogni funzionario era membro dell’esercito. Al vertice dello stato era l’imperatore,

comandante delle forze armate, fonte della giustizia e dell’amministrazione. Nei limiti in cui era

possibile, soprattutto sotto akbar, le assegnazioni di terra come ricompensa per i servizi burocratici

e militari furono sostituite da pagamenti in denaro. L’impero era diviso in province, rette da un

vicerè. Il sistema delle imposte era articolato in due settori: nel primo, di pertinenza dell’autorità

centrale, i funzionari erano preposti al prelievo delle imposte sui beni immobili, dazi, imposte sul

commercio, ereditarie; il secondo dipendeva dalle autorità provinciali ed essi erano incaricati della

riscossione di dazi e tasse minori, che gestivano autonomamente. L’india si reggeva su un economia

per lo più agraria. Le città non erano assenti: ma le loro funzioni prevalenti non erano artigiane e

mercantili, bensì politiche e religiose. Il sistema delle caste organizzava la popolazione in gruppi

ereditari ed endogamici: in questi gruppi i maschi svolgevano tramandandola di padre in figlio lo

stesso tipo di funzione sociale.

CAP. IX: LA CRISI DEL 600

Tra la fine del XVI secolo e la fine del XVII quasi tutte le aree europee furono investite da un

processo di trasformazione chiamata crisi generale del 600. Generale la crisi fu per la molteplicità di

fattori e componenti che entrarono nel processo storico, per la vastità delle aree investite, non per

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l’omogeneità delle dinamiche e degli effetti. Dalla crisi alcuni paesi uscirono più deboli, altri più

forti. Ecco perché il concetto di crisi appare legato a quello di trasformazione. Ma nel significato di

crisi generale occorre inserire anche altri aspetti. Oltre la dimensione della storia economica e

sociale, quella della storia politica è entrata a pieno titolo nella considerazione della storiografia sul

600 europeo. Nel corso del XVI secolo la popolazione europea passò da 80 a 100 milioni di

abitanti. La crescita demografica non è, di per sé, indice di benessere; anzi, un paese che non è in

grado di garantire occupazione, produzione e redditi è schiacciato dalla sovrappopolazione. Il XVII

secolo fu per l’europa, comunque, un secolo di debole crescita demografica. Le cause di questo

basso tasso di crescita sono le guerre, le carestie e le epidemie. All’inizio del XVII secolo la

secolare espansione dell’agricoltura si interrompe. I segnali sono molteplici: i prezzi dei cereali, in

ascesa durante il XVI secolo, ristagnano o si abbassano. La prevalenza dei cereali nell’agricoltura

era stata la risposta alla spinta demografica del 500. Lo sviluppo della cerealicoltura era legato alla

permanenza del rapporto tra estensione della domanda, alti prezzi di mercato e basso costo del

lavoro. Intorno al 1590 ebbe inizio una fase di raffreddamento del clima europeo che durò fino alla

metà del 600. Cattive stagioni, crisi alimentari ed epidemiche colpirono soprattutto le economie

agricole più deboli e più esposte. Il costo del lavoro aumentò, rese e profitti agricoli diminuirono. I

paesi produttori ed esportatori furono toccati per primi e più gravemente che gli importatori: i primi

furono sfavoriti, i secondi furono favoriti. La piramide sociale si accorciò: diminuirono i contadini

proprietari e i piccoli coltivatori. La crisi arrestò cioè un processo di formazione, sia pure parziale,

di risorse e di ceti orientati in senso capitalistico in alcune agricolture regionali. Anche le

manifatture, le industrie e il commercio furono investiti dalla crisi. La tecnologia era ancora a uno

stadio poco evoluto: l’energia di base era costituita da quella umana, per alcune fasi lavorative

erano sfruttate l’energia animale e quella idraulica. Il fattore tecnologico ebbe tuttavia importanza

considerevole nel determinare, dopo la metà del 600, il primato di grandi potenze economiche come

l’inghilterra e l’olanda. I motivi fondamentali della superiorità economica di Inghilterra e paesi

bassi furono i seguenti: la diversificazione merceologica di queste due economie e la loro capacità

di rispondere alla domanda di beni praticando prezzi più accessibili; il raggiungimento di questo

obiettivo attraverso il basso costo del lavoro. Tra il 1650 e il 1660 l’industria tessile europea è

comunque in crisi anche nelle aree produttive più forti; di qui l’importanza che assunse la capacità

di diversificare e riconvertire la produzione. Il numerario (così si chiamava la massa moneta

circolante) era scarso. Il sistema monetario era, peraltro, soggetto a continui sbandamenti.

L’afflusso di oro e argento americano alla fine del 500 ebbe una contrazione fortissima per

l’esaurimento di molte miniere e per la crisi della manodopera indigena, decimata dalle dure

condizioni di lavoro. Perciò le monete più pregiate si svilirono, si dovette ricorrere alle coniazioni

in rame con il conseguente aumento fortissimo dei prezzi. Nel 500 erano stati tedeschi e genovesi i

primi nella finanza internazionale; nel corso del 600 la grande finanza anglo-olandese sostituì gli

antichi protagonisti. Quasi tutti gli operatori economici e gli uomini d’affari preferirono fondare su

beni rifugio la base delle loro fortune. La vecchia aristocrazia mostrò una sorprendente prontezza a

sviluppare nuove risorse sui propri possedimenti terrieri e ad assumere una parte di grande rilievo

nelle iniziative industriali, commerciali e coloniali. Aristocrazia inglese e aristocrazia francese: due

tipi diversi di atteggiamento verso le attività imprenditoriali, ma anche due modelli diversi di

sviluppo sociale ed economico. Nel primo può essere inclusa gran parte dell’europa settentrionale:

esso è caratterizzato dall’interesse dell’aristocrazia verso la differenziazione qualitativa degli

investimenti. Nel secondo possiamo includere, ma con notevoli schematizzazioni, l’europa

mediterranea. L’aristocrazia del mezzogiorno di italia mostra durante il XVII secolo un

comportamento sociale ed economico che può essere riportato al secondo modello. La sua ripresa

economica sociale e politica dipende dalla conquista di una più accentuata capacità di pressione

sulle popolazioni soggette. Alla fine del 500 l’impero spagnolo era ancora uno dei più temibili

candidati alla conquista del mondo. A metà del 600 l’impero pareva sull’orlo della dissoluzione.

Nell’analisi del problema bisogna tuttavia guardarsi da due posizioni estreme ed entrambe non

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rispondenti alla realtà storica: la posizione di chi sostiene la continuità della spagna grande potenza,

come se nulla fosse successo durante il secolo XVII, e quella che considera decaduta e finita tale

potenza già al principio del 600, dopo filippo II. La spagna di filippo III e filippo IV non è certo più

quella di filippo II, non perché all’apogeo della sua egemonia è seguita la sua decadenza, ma perché

è entrata nel periodo del declino del sistema imperiale. Durante il regno di filippo III si

manifestarono i primi segnali del declino. La spagna fu investita da una crisi economica di vaste

proporzioni. Il filone dell’argento americano si era ormai esaurito. Un ulteriore colpo all’economia

iberica fu l’espulsione dei moriscos. Questi musulmani, convertiti solo superficialmente al

cristianesimo, costituivano un grosso problema per il governo spagnolo: il problema di una

minoranza razziale non integrata che aveva provocato disordini e rivolte. Ma al tempo stesso essi

erano la spina dorsale dell’agricoltura e dell’artigianato spagnolo. Una società in declino, come era

quella spagnola del primo 600, tende spesso a cercare un capro espiatorio, un colpevole della crisi, e

lo trova, quasi sempre, in un gruppo etnico diverso, in una minoranza razziale. Durante il regno di

filippo III si produssero anche importanti mutamenti nel sistema politico spagnolo. Il reggimento

effettivo degli affari di governo sotto filippo II era stato concentrato nel rapporto sovrano-consigli.

A partire da filippo III il sistema di potere cambiò sensibilmente: il suo centro fu costituito dalla

figura del valido, una personalità politica a mezza strada tra il favorito del sovrano e il primo

ministro. La politica internazionale di filippo III e del duca di lerma fu caratterizzata da una linea

pacifista: la pace con l’inghilterra nel 1603 e la tregua dei 12 anni con le province unite nel 1609 ne

costituirono i due atti più importanti. Una nuova congiuntura politica si aprì sotto il regno di filippo

IV, con l’ascesa al potere del conte duca d’olivares, il valido del sovrano. Un nuovo imperialismo

internazionale e un maggiore coinvolgimento delle province nella vita economica, politica e

militare della spagna: furono queste le due risposte che il grande statista propose per risolvere la

profonda crisi dell’impero. Esaminiamo la politica estera spagnola sotto Filippo IV e la strategia

seguita da olivares. Possiamo sinteticamente dividerla in 3 fasi. La prima fase inizia con la scadenza

della tregua in olanda, che segna la fine della pax ispanica dell’età di Filippo II. Nel periodo

compreso tra il 1621 e il 1627 olivares costruisce un sistema di alleanze in funzione antiolandese

riuscendo anche nel 1625 a conquistare l’area strategica della Valtellina: mette a segno cioè un

successo nella strategia di contenimento del pericolo francese in europa. Bisogna, tuttavia, ricordare

che la congiuntura internazionale favorevole alla spagna coincide, in questi anni, con la rivolta degli

ugonotti in francia. La seconda fase è compresa tra il 1627 e il 1635. Olivares avrebbe potuto

rivolgersi ai problemi gravissimi interni all’impero. A trascinare la spagna in una nuova avventura

militare fu la questione della successione di Monferrato. Nel dicembre del 1927 moriva il duca di

mantova vincenzo II. Aveva maggiori titoli alla successione in candidato francese carlo I, ma

mantova sotto il controllo francese era un pericolo per l’intera italia spagnola. Quindi il governatore

di milano nel marzo 1628 penetrò con le sue truppe nel Monferrato. Olivares inviò altre forze: la

guerra di mantova fu il più grave errore che olivares abbia mai commesso in politica estera: i

francesi passarono le alpi per portargli rinforzi; la spagna ne uscì con il danno e le beffe. Durante

questi anni olivares mise a punto un progetto che prevedeva il più diretto coinvolgimento militare

dei domini spagnoli a cui egli mirava. Tutte le province spagnole avrebbero dovuto contribuire in

una misura prestabilita con uomini e mezzi alla formazione della forza militare dell’impero: nelle

intenzioni di olivares l’union de las armas avrebbe dovuto significare una partecipazione più diretta

e responsabile dei sudditi alle sorti dell’impero in una congiuntura caratterizzata dal declino

dell’egemonia e del consenso. La terza fase è tutta assorbita dalla guerra franco-spagnola (1635-

1648) che conclude la guerra dei 30 anni. In questo periodo la monarchia spagnola fu impegnata sia

sui fronti militari internazionali sia sul fronte interno. Alle guerre si accompagnò nel 1640 lo

scoppio di due crisi gravissime: la rivolta in catalogna e la secessione del Portogallo. Lo scoppio

della guerra con la francia nel 1635 aveva accresciuto l’importanza strategica della catalogna, che

occupava buona parte dei confini orientali della spagna. Esplosero quindi violenti tumulti. Nel 1641

la catalogna si gettò fra le braccia della francia. I primi anni 40 furono fra i più critici per le sorti

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della monarchia spagnola: dopo la catalogna anche il Portogallo aveva dichiarato la sua

indipendenza; la relativa unità del sistema politico, fortemente ricercata e voluta da olivares, era

frantumata. Nel 1643 egli fu deposto dal suo incarico. Nel 1647 due rivolte scoppiavano nei domini

italiani della spagna: prima in Sicilia e poi nel regno di napoli. Nel decennio precedente, la Sicilia,

ma soprattutto napoli, avevano dovuto accollarsi il peso finanziario e militare dei massicci impegni

della corona spagnola. L’inflazione che ne derivò produsse un danno irreparabile per la già scarsa

ricchezza mobiliare del regno di napoli, colpito, peraltro, in questi anni anche dalla crisi agraria.

Ma la rivolta che interessò napoli e le province del regno meridionale dal 7 luglio 1647 al 6 aprile

del 1648 non ebbe solo motivi antifiscali. Bisogna distinguerne 3 fasi. Nella prima fase essa fu

dominata dal capopopolo Tommaso Aniello D’amalfi, detto Masaniello. Ma la mente del moto fu

giulio genoino, avvocato originario della provincia di salerno. Insieme a Masaniello egli seppe

interpretare sia i motivi della protesta antifiscale, sia quelli della lotta politica dei ceti nobiliari

contro la nobiltà. Dopo l’uccisione di Masaniello e l’esilio di genoino, la rivolta prese un’altra

piega, si radicalizzò, si trasferì nelle province e elle campagne del mezzogiorno, dove assunse una

forte impronta antifeudale (è questa la seconda fase). Infine la terza fase: nell’ottobre del 1647 i

leader popolari proclamarono la real repubblica napoletana sotto la protezione del re di francia. Ma

l’esperienza fallì per il concorso di motivi diversi. Il francese Enrico di lorena, duca di guisa, che si

proclamò doge della repubblica, non ebbe il sostegno politico, finanziario e militare della francia. I

leader della real repubblica si resero conto di non godere del consenso del ceto civile e del

personale delle più importanti magistrature napoletane: cercarono quindi di aprire trattative con il

potere spagnolo. Nel gennaio del 1648 la spagna firmò la pace separata con gli olandesi e potè

quindi impegnarsi con maggiore serietà nel risolvere la crisi napoletana. Tutto questo preparò il

successo del 6 aprile 1648 e il ritorno trionfale degli spagnoli a napoli. Alla fine del decennio 1640-

50 la spagna si trovò dunque in condizioni relativamente migliori. Il Portogallo era definitivamente

perso: la perdita era dovuta anche al fatto che gli eserciti spagnoli erano impegnati a reprimere la

rivolta in catalogna e a combattere in germania e nei paesi bassi. Ma a fronte di questa perdita

c’erano la riconquista di napoli e il contenimento del rischio di rivolte in altre regioni. Dopo l’editto

di Nantes nel 1598, Enrico IV aveva ristabilito in francia la pace religiosa, premessa indispensabile

per l’affermazione del potere politico centrale e del consolidamento dello stato moderno. Enrico IV

promosse una politica di consolidamento dello stato basata sulla formazione e lo sviluppo di un ceto

di funzionari pubblici la cui origine e le cui fortune economiche e politiche furono in larga parte

legate alla macchina statale. L’editto di paulet del 1604 chiamato la paulette, sanzionò praticamente

l’ereditarietà degli uffici vendibili a fronte del pagamento di una tassa annuale da parte degli

esercenti. Questo legame contribuì a formare un corpo di funzionari, una classe di governo fedele ai

borbone. Un altro settore di intervento fu quello dell’economia. Enrico IV cercò di ricostruire le

basi produttive del paese attraverso lo sviluppo dell’agricoltura e delle manifatture tessili. Il sovrano

seppe interpretare il ruolo della modernizzazione statale in simbiosi con alcune spinte in atto nella

società francese del tempo. In politica estera Enrico IV fu impegnato a promuovere alleanze in

funzione antiasburgica. Certo il suo regno non eliminò, anzi accentuò tensioni e conflitti interni alla

società francese. Era forte quello religioso, in primo luogo, che l’editto di Nantes aveva solo

parzialmente attenuato, fra cattolici e ugonotti. Vi era poi il conflitto tra la nobiltà di spada e quella

di toga, e il conflitto tra i parlamenti e il corpo dei funzionari creati dal sovrano. Il partito cattolico

e quello ugonotto non condizionavano più tutta la lotta politica, ma pesavano ancora nella francia

dei primi anni del 600. E fu proprio un fanatico estremista della lega cattolica ad assassinare nel

1610 enrico IV, che lasciava un figlio ancora piccolo, luigi. La reggenza fu rimessa alla vedova del

re, maria de’ medici. Ella convocò nel 1614 gli stati generali. L’assemblea dei tre stati fu la cassa di

risonanza di tutte le lacerazioni del regno, ma non riuscì a imporre nessuna riforma. Fu anche

l’ultima convocazione degli stati generali prima della rivoluzione francese. Il decennio 1614-24 fu

per la francia un periodo critico. Nel vuoto di potere statale la nobiltà rialzò la testa ed esplosero

conflitti di natura religiosa e politica. Ma questi anni furono anche l’età di formazione di Richelieu.

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Nel 1624 divenne primo ministro di Luig XIII. Nel governo richelieu possiamo individuare due

periodi: il primo fino al 1628, il secondo dal 1628 al 1642. nei primi anni di governo richelieu fu

indotto ad occuparsi soprattutto della questione più importante di politica interna: la questione

ugonotta. A tal fine si ritirò dall’alleanza antiasburgica a fianco degli olandesi. Nel 1628 l’esercito

ugonotto fu sconfitto a la rochelle. La seconda fase del suo governo fu largamente caratterizzata dal

rilievo della politica internazionale. Nel duello franco-spagnolo la francia di richelieu dimostrò di

essere superiore. Egli potè porre il suo talento politico al servizio di una potenza in ascesa. La

supremazia della prima potenza deriva anche dalla maggiore capacità della francia di superare

tensioni e conflitti sociali. Il successore di richelieu, l’italiano mazarino non ne mutò le linee

fondamentali di governo. Nel 1643 moriva luigi XIII e i francesi dovevano vivere ancora un’età di

reggenza sotto la regina madre dell’infante luigi XIV, anna d’austria. I primi anni del governo di

mazarino segnarono successi decisivi sul fronte internazionale e nella guerra contro la spagna, ma

anche momenti di crisi nell’ordine interno. L’aumentato fabbisogno finanziario aveva indotto il

primo ministro francese da un lato a estendere il ricorso alla venalità degli uffici, creando nuove

cariche vendibili, dall’altro a tassare fino a un terzo il salario annuale dei funzionari pubblici. Gli

effetti di quest’ultimo provvedimento furono immediati. L’opposizione al governo coinvolse la

nobiltà di toga. Il parlamento di Parigi formulò nell’estate del 1648 un progetto di redistribuzione

dei carichi fiscali, di controllo della spesa pubblica e di soppressione degli intendenti. Mazarino

fece allora arrestare alcuni parlamentari. Fu questo il detonatore di una rivolta, il movimento di

rivolta fu chiamato fronda parlamentare. Un’altra fonte di conflitto era rappresentata dalla nobiltà di

sangue e dal partito del suo leader, il principe di condè. L’abilità tattica del partito di condè si

dimostrò nel saper congiungere, in un unico fronte contro mazarino, il malcontento del popolo e del

sottoproletariato urbano, le spinte radicali, gli ideali della più antica e prestigiosa aristocrazia.

Sull’altro fonte, l’avversario di condè, aveva dalla sua parte non solo la straordinaria capacità

politica, ma anche un centro e una macchina statale che erano ben diversi da quelli dell’epoca delle

guerre di religione. Nel 1651 mazarino andò in esilio. Si determinò allora la grande paura di un

vuoto politico. Ciò consentì a mazarino di raccogliere le forze militari, il cui comando fu affidato al

generale turenne e di riunificate sotto il manto protettore della monarchia quei ceti che avevano

potuto sviluppare e accrescere le loro fortune. Nella battaglia di Parigi del 1652 turenne vinse il

ribelle consè. Mazarino tornava vittorioso a Parigi e con lui luigi XIV. La vittoria di mazarino fu la

vittoria dell’amministrazione e dei suoi organismi esecutivi sulle resistenze degli stati. Il

fondamento del sistema di potere negli stati germanici era costituito dal rapporto tra i principi e i

ceti territoriali rappresentati nelle diete. Dopo la riforma, la maggioranza dei principi elettori era

cattolica. Gli altri erano invece protestanti. Alla morte di Massimiliano II, con Rodolfo d’asburgo si

accentuavano le contraddizioni dell’impero. Il nuovo imperatore tendeva a spostare gli equilibri a

favore degli interessi cattolici, provocando una radicalizzazione delle divisioni politiche. A fare

esplodere il conflitto politico-religioso fu la questione della successione al trono di Boemia. La

dieta boema, dopo aver costretto Rodolfo II ad abdicare, designò re di Boemia suo fratello mattia.

Egli sposò il centro degli affari boemi a Vienna, alimentando così nella dieta il sospetto di una

totale annessione all’austria. Ma i timori della dieta erano concentrati soprattutto sull’erede

imperiale, Ferdinando di stiria. Allora la dieta boema costituì nel 1618 un governo di emergenza.

Nello stesso anno i due governatori cattolici venivano gettati dalla finestra del castello praghese di

Rodolfo II. La defenestrazione di praga di fatto dava inizio alla lunga guerra dei 30 anni (1618-

1648). Questo fu un conflitto dalle molte caratteristiche. Si scontrarono due modelli culturali, quello

cattolico e quello protestante. Una seconda caratteristica fu l’internazionalizzazione del conflitto.

Ciò si verificò sia per quel carattere di guerra quasi religiosa, sia per la lotta per l’egemonia sul

continente. Da tale punto di vista la guerra dei 30 anni rappresenta forse uno dei primi modelli di

guerra che produsse come risultato il mutamento degli equilibri politici sul continente europeo. Una

terza caratteristica della guerra fu l’emergenza di nuovi protagonisti sulla scena politica europea: la

Danimarca e la svezia. Infine il conflitto fu una guerra di massa, e proprio per questo i costi furono

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elevatissimi. Per dare la misura completa del coinvolgimento delle forze e dei paesi nel conflitto è

opportuno seguire la periodizzazione più tradizionale e dividere la guerra in 4 fasi:la fase boema-

palatina dal 1618-1625; la fase danese dal 1625-1629; la fase svedese dal 1630-1635; la fase

francese 1635-1648. Per quanto riguarda la prima fase: dopo la defenestrazione di praga, in Boemia

fu nominato un governo provvisorio. L’arciduca Ferdinando richiese l’intervento armato delle forze

imperiali. Nell’agosto del 1618 il primo esercito imperiale entrava in Boemia. L’esercito

dell’unione evangelica fu sconfitto da quello dell’imperatore Ferdinando II nella battaglia della

montagna bianca nel 1620. I beni dei nobili protestanti furono trasferiti a nobili cattolici fedeli

all’imperatore. Nel 1621, intanto, sia riapriva il fronte di guerra tra la spagna e le province unite.

Un terzo fronte di guerra si aprì in italia. Nel 1625 la spagna intervenne a fianco dei cattolici della

Valtellina contro i seguaci della riforma. L’espansionismo cattolico-asburgico lambiva le potenze

del nord europa, in particolare la Danimarca. Qui regnava, all’epoca della guerra, il giovane sovrano

Cristiano IV. Egli era riuscito a creare uno stato relativamente solido dal punto di vista finanziario.

Il sovrano danese aveva anche cercato di neutralizzare le spinte eversive di un’aristocrazia

pericolosa per il potere politico centrale. Cristiano IV scese in guerra a fianco dei protestanti contro

l’impero. Ma Ferdinando II affidò il comando delle truppe imperiali a uno dei più importanti

condottieri militari del tempo von Wallestein, il quale sconfisse le truppe protestanti, invase la

Danimarca, la costrinse a una pace umiliante e la escluse dal gioco del conflitto. Con la pace di

lubecca del 1629 cristiano IV rinunciò a ogni ingerenza nell’impero. Per quanto riguarda la seconda

fase: nel 1592 il re di polonia Sigismondo vasa ereditò anche la corona di svezia. Nel 1599 la dieta

svedese depose Sigismondo. Gli successe lo zio, carlo IX. Le mire espansionistiche di carlo verso la

polonia e verso la Danimarca non ebbero successo; costituirono, tuttavia, le linee direttrici per

l’affermazione della svezia sia sul piano interno sia su quello internazionale, che fu l’opera del

successore gustavo Adolfo. Molti sono i fattori che possono spiegare l’ascesa in tempi abbastanza

rapidi. La svezia possedeva una fonte di ricchezza importantissima: le risorse minerarie. Il secondo

motivo del successo svedese fu il sistema di rapporti di produzione, che privilegiava la piccola

proprietà contadina. Terzo motivo: l’abilità politica e amministrativa del re gustavo Adolfo, che si

circondò di ministri di elevata esperienza. Gustavo Adolfo, dopo aver stipulato un trattato di

alleanza con richelieu si spinse in germania con il suo esercito, occupò monaco, centro della lega

cattolica, e a lutzen nel 1632 sconfisse l’esercito imperiale comandato da wallenstein. Gustavo

Adolfo morì proprio sul campo di lutzen. La morte del sovrano disorientò le truppe svedesi. Nel

1634 gli svedesi furono poi sconfitti dalle truppe imperiali. I principi protestanti li abbandonarono e

firmarono nel 1635 la pace di praga. Gli stati germanici erano nuovamente sotto l’egemonia

asburgica, la svezia ricondotta entro la sua sfera limitata di influenza, il sistema di alleanza cattolico

pareva avere il sopravvento sul sistema alternativo. Per quanto riguarda la terza fase: nel 1635 la

francia entrava direttamente in guerra. Le due parti in conflitto erano ora francia, svezia, olanda

contro spagna e impero. Al trono imperiale era succeduto Ferdinando III. Le fila della politica

francese erano tirate da richelieu. Il suo rivale, il conte-duca di olivares, impegnava la in questi anni

la spagna su più fronti. Al principio del 1648 gli spagnoli firmarono la pace separata con l’olanda,

riconoscendo definitivamente la sua indipendenza. La pace di Vestfalia, che pose termine alla

guerra dei 30 anni, fu siglata nell’ottobre del 1648 solo da impero, francia e svezia. La spagna non

firmò il trattato: la guerra con la francia, dunque, continuò. La prima questione fu la pacificazione

religiosa. La normativa non era ancora l’attuazione piena del principio di tolleranza assoluta. La

pace di Vestfalia prevedeva quanto segue: la francia estendeva i suoi confini fino al reno e entrava a

far parte del suo territorio anche l’alsazia. La francia usciva vincitrice anche per un altro motivo:

alla monarchia dei borbone era riconosciuto il ruolo di arbitro del trattato, di garante delle sue

clausole. La svezia guadagnava in territorio germanico brema e verden, entrando così a far parte di

diritto della dieta imperiale. E le era riconosciuto il primato nel baltico e nel mare del nord.

L’impero come entità politica e struttura d’autorità usciva trasformato dalla guerra dei 30 anni.

All’imperatore elettivo e alla sua dieta erano riconosciuti solo poteri di arbitrato e di

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coordinamento. Il trattato di Vestfalia riconosceva solennemente l’indipendenza dell’olanda. La

guerra tra francia e spagna continuò dal 1648 al 1659. Le sorti della guerra franco-spagnola

mutarono radicalmente dopo la battaglia delle dune nel 1658, grazie anche all’alleanza tra francia e

Inghilterra. Con la pace dei pirenei nel 1659, la spagna cedeva all’inghilterra dunquerke e la

giamaica; alla francia parte delle fiandre e dell’artois mentre il matrimonio di luigi XIV con maria

teresa figlia di Filippo IV, stabilì tra i due paesi i due paesi altri legami. La guerra proseguì nel

baltico tra il sovrano svedese carlo X e la Danimarca. Nel 1660 la pace di oliva, grazie alla

mediazione diplomatica di mazarino, concludeva il conflitto a spese dello stato più debole, la

polonia. Quella che emerge dalle macerie della guerra dei 30 anni, dalla pace di Vestfalia, pirenei e

oliva è un europa multipolare. Il polo mediterraneo è senz’altro costituito dalla francia. Nell’europa

centrale è in netta ascesa la potenza dl brandeburgo-prussia. L’inghilterra e l’olanda sono il cuore

dell’economia europea. A nord la svezia e a nord-est la russia.

CAP. X: IL CENTRO DELLA CIVILTA’ EUROPEA: L’INGHILTERRA E

L’OLANDA NEL 600

Alla fine del regno di Elisabetta lo stato inglese presentava alcune carenze. Con lo sviluppo della

riforma, si era stabilito un compromesso tacito fra la corona e il parlamento: le classi rappresentate

nella camera dei comuni, soprattutto la nuova nobiltà in ascesa, erano disposte ad accettare e ad

appoggiare le scelte religiose e politiche del re solo a condizione che si permettesse loro di

governare le campagne e la città. La gentry non solo potè aumentare la sua ricchezza e il suo potere

economico, ma conquistò anche il governo delle contee e i seggi alla camera dei comuni. Dal punto

di vista del controllo religioso Elisabetta lasciava in eredità ai suoi successori una chiesa ufficiale

priva di solide basi dottrinarie. Importanti trasformazioni si erano prodotte, durante il regno di

Elisabetta, nella società inglese, grazie anche all’impulso politico della monarchia. La forza dello

stato inglese risiedeva sull’equilibrio fra il re e il parlamento e nella sua capacità di favorire i

mutamenti e trasformazioni sociali. Il più importante mutamento sociale che si ebbe sotto Elisabetta

fu la trasformazione dell’aristocrazia: poche famiglie della più antica feudalità sopravvissero nel

periodo tudor, le funzioni del ceto aristocratico furono modificate e si identificarono nella ricchezza

fondiaria, nel rapporto con la corte, nel ruolo di classe dirigente; la proprietà della terra restò la base

della rappresentanza politica, ma nella vita politica inglese la camera dei comuni assunse un peso

sempre maggiore rispetto alla camera dei lord. Con la vendita delle terre la gentry era cresciuta di

numero e forza. Elisabetta era rimasta nubile e non lasciava quindi eredi alla sua morte. Le

succedeva Giacomo I stuart, figlio di maria stuart e re di scozia: si realizzava così l’unione

dell’inghilterra e della scozia nella figura del re. Il suo regno fu un’età di forti lacerazioni e contrasti

che investirono tutti gli ambiti della politica. L’economia inglese nei primi anni del 600 era in

espansione, ma la gestione statale dello sviluppo economico era assai carente. Il conflitto fra il

parlamento e la corte era alimentato dalla corruzione e dal clientelismo dell’apparato di governo.

Gli ultimi anni del regno di giacomo coincisero con la fase boemo palatina della guerra dei 30 anni,

che determinò un ulteriore svolta nei rapporti tra l’inghilterra e la spagna. Per motivi matrimoniali

l’inghilterra veniva sospinta nel sistema di alleanze antiasburgico. La successione al trono di carlo I

stuart si verificava nel pieno della guerra. Per la verità per prove militari fornite dall’inghilterra non

si dimostrarono brillanti. Proprio in occasione dell’invio di rinforzi militari agli ugonotti francesi,

esplose il conflitto tra il re e il parlamento. Ancora una volta il terreno dello scontro fu quello

fiscale.i parlamentari decisero di approvare la richiesta regia di denaro per far fronte alla guerra solo

dopo aver ottenuto un importante riconoscimento della limitazione del potere assoluto. La petition

of right del 1628 prevedeva il consenso per tutte le forme di imposizione straordinaria. A questo

punto scattò la reazione su vasta scala di re carlo. In primo luogo, la reazione politica. Nel 1629 il

sovrano sciolse il parlamento. In secondo luogo, la reazione religiosa. Nel 1633 fu nominato

arcivescovo di Canterbury William laud: il connubio fra chiesa e stato divenne ancora più stretto.

Le repressioni e le persecuzioni dei puritani costrinsero all’emigrazione molti oppositori religiosi,

che andarono a formare le prime le prime comunità inglesi nordamericane. Infine la reazione

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economica e sociale della monarchia, che ebbe le sue manifestazioni più significative nella

concessione di nuovi monopoli nella sollecitazione di un rapporto preferenziale con l’alta

aristocrazia. Alla fine degli anni 30 il malcontento verso il sistema di corte si spostava direttamente

verso il sovrano. La scozia era calvinista. Immediata fu dunque l’opposizione allorchè re carlo e

l’arcivescovo decisero di imporle il sistema di culto inglese. Il blocco che si coalizzò contro

l’inghilterra aveva il suo punto di forza nei nobili, privati delle loro proprietà a favore degli

ecclesiastici. Gli scozzesi dichiararono guerra a re carlo. Dopo il 1628 e la petition of right, il

rapporto con il parlamento era decisamente conflittuale: dieci anni dopo, il rapporto di forze non

poteva non risolversi a favore del parlamento. Convocato il 13 aprile 1640 chiese al sovrano

l’abolizione della ship money e la conferma della petition of right. Allora, pochi giorni dopo, carlo I

lo sciolse : fu questo il corto parlamento. L’opposizione al re aveva intanto acquisito un peso

schiacciante anche nella rappresentanza parlamentare. Ciò risultò evidente all’atto della

convocazione del nuovo parlamento che segnò l’isolamento del re carlo. Tra la vicenda del corto

parlamento e la convocazione del lungo parlamento l’esercito inglese era stato sconfitto

ripetutamente da quello scozzese. Un’altra crisi era però destinata a provocare ulteriori gravi

contraccolpi sul già fragile sistema politico inglese: la questione irlandese. Vi erano conflitti di

natura religiosa fra cattolici e calvinisti. Nel 1641 l’irlanda era in rivolta. Carlo reagì nel gennaio del

1642 tentando di arrestare i capi dell’opposizione parlamentare. Non vi riuscì e lasciò la capitale.

Ormai l’equilibrio fra re e parlamento era definitivamente spezzato. Cominciava la guerra civile.

Nel periodo 1642-60 della storia inglese sono riconoscibili 4 fasi: la prima fase (1642-49) è quella

della guerra civile; la seconda fase (1649-53) dalla proclamazione del Commonwealth al

protettorato di cromwell; la terza fase (1653-58) è quella della dittatura militare; la quarta fase

(1658-60) dalla morte di cromwell alla restaurazione di carlo II. Per quanto riguarda la prima fase:

l’articolazione dei due schieramenti rispecchiava il frazionamento della società della società inglese

in ceti e ordini e il conflitto interno alla stessa classe sociale. Nel partito del re militavano

l’aristocrazia, l’apparato della chiesa anglicana, i grandi proprietari nobiliari e gli allevatori. Nello

schieramento d’opposizione parlamentare militavano i ceti in movimento. Dopo i primi successi dei

realisti. A suo favore giocarono il sostegno finanziario della city, l’alleanza con la scozia nel 1643,

la progressiva acquisizione dell’esperienza e della disciplina militare, grazie soprattutto a un capo

militare calvinista ed esponente della gentry di provincia, oliver cromwell. La nuova armata era

formata da volontari e non da mercenari, era altamente specializzata. Vinta la resistenza del re carlo,

che nel 1646 si arrese pure agli scozzesi e fu consegnato al parlamento di londra, la fase più cruenta

della guerra civile si concluse. La maggioranza del lungo parlamento era costituita dai presbiteriani:

forza di destra, conservatrice, tendente a sostituire la chiesa anglicana con una calvinista, fondata su

un sistea di consigli e su una nuova identità chiesa-stato. A questa forza si opponevano gli

indipendenti, i quali erano fermi sostenitori del libero mercato, della iniziativa privata e della

proprietà. Poi c’erano i levellers che espressione politica del variegato mondo delle sette religiose

che predicavano l’assoluta libertà religiosa. Il ruolo di centro tra queste diverse forze in campo fu

assunto da oliver cromwell e da henry ireton che ideò e ispirò la battaglia ideologico-politica contro

lilburn, il leader dei levellers. Attraverso una campagna capillare, il radicalismo dei livellatori si era

diffuso tra la new model army. Cromwell e ireton cercarono di bloccare le spinte estremistiche.

Cromwell epurò il parlamento di tutti i presbiteriani, lasciandovi solo i suoi fedelissimi. Quindi

andò all’attacco dell’esercito di carlo, appoggiato dagli scozzesi, e lo sconfisse a preston. Il re fu

processato e condannato per alto tradimento. Il 30 gennaio 1649 carlo I venne giustiziato. Per

quanto riguarda la seconda fase: cromwell e il parlamento dichiararono decaduta la monarchia,

crearono un consiglio di stato che sostituiva il consiglio privato e abolirono la camera dei lord. Nel

maggio 1649 fu proclamata la repubblica unita di Inghilterra, scozia e irlanda (Commonwealth).

Cromwell e il suo entourage perseguirono una precisa strategia: salvaguardia assoluta del diritto di

proprietà, libertà religiosa e indipendenza della chiesa dallo stato, stabilità sociale ed eliminazione

di tutte le opposizioni estremistiche furono i capisaldi della politica interna. In politica estera si

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perseguiva una reale unificazione del paese attraverso la soluzione militare del problema irlandese e

scozzese. I costi di questa strategia furono alti. Due linee diverse vennero adottate nella riconquista

della scozia e dell’irlanda: alla prima furono garantite condizioni di maggiore tolleranza; con la

seconda cromwell ebbe la mano pesante. Lo strumento più importante per la politica espansionistica

inglese fu l’atto di navigazione del 1651, promulgato dal lungo parlamento e tendente a riservare

all’inghilterra il monopolio del commercio nordamericano. Era, in pratica, un atto di guerra contro

l’olanda e le sue navi. Nel 1653 cromwell scioglieva il lungo parlamento e insediava una nuova

assemblea, eletta dai capi dell’esercito, che durò solo pochi mesi. Una carta costituzionale lo

nominò lord protettore del Commonwealth. Per quanto riguarda la terza fase: in qualità di lord

protettore, cromwell stesso sceglieva i nuovi membri del consiglio di stato tra gli ufficiali

dell’esercito. Iniziava una vera dittatura militare. La dialettica politica che caratterizzava questi anni

non si svolgeva più tra il centro cromwelliano e la sinistra dei radicali, ormai completamente isolati

nella società, ma tra i moderati dell’esercito che difendevano la carta costituzionale del 53 e i

realisti che si battevano per un ritorno alla monarchia. La politica economica suscitava tensioni: il

protettore aveva dovuto fare ricorso a nuove imposizioni fiscali e aveva istituito l’imposta fondiaria.

Alla sua morte nel 1658 cromwell lasciava l’inghilterra in una condizione di lacerazioni e contrasti.

Per quanto riguarda la quarta fase: con cromwell veniva a mancare il leader. Nelle file dell’esercito

riprendeva a diffondersi il movimento radicale. Nel 1660 un esercito, al comando di monk,

marciava su londra e restituiva i poteri al parlamento. Non incontrò resistenza, perché aveva un

largo sostegno sociale, dovuto anche al bisogno di chiudere un epoca di conflitti e al desiderio di

ritrovare l’identità di una potenza in ascesa. Carlo II stuart rientrava così in Inghilterra; la

monarchia era restaurata, insieme alla camera dei lord e alla chiesa anglicana. L’istituzione

monarchica, il rapporto tra la chiesa anglicana e lo stato, durante il regno di carlo II stuart, erano

restaurati, ma dovevano fare i conti con il ruolo decisivo che nella vita politica inglese esercitava la

camera dei comuni. Nacquero due schieramenti intorno ai quali si è polarizzata la vita politica

inglese moderna e contemporanea, i tories e i whigs. Essere tories significò sentirsi parte dello

schieramente che credeva nel diritto divino dei re. Essere whigs significò sentirsi parte dello

schieramento che credeva nell’autorità del parlamento. Sul fronte della politica religiosa, il

parlamento bloccò i progetti di restaurazione cattolica del sovrano. Nel 1678 il parlamento votò il

test act: tutti gli ufficiali civili e militari potevano esercitare la carica solo dopo la professione di

fede anglicana. L’assolutismo si avviava in Inghilterra verso la crisi. L’alleanza di carlo II con luigi

XIV preoccupava seriamente gli ambienti finanziari e commerciali britannici. Dopo l’ultima guerra

anglo-olandese il sistema di alleanze internazionali dell’inghilterra era destinato a cambiare:

montava l’ostilità contro la francia e si gettavano le basi di un’alleanza anglo-olandese. Il

successore di carlo, il fratello giacomo II, accentuò la frattura tra il governo e l’opposizione

parlamentare. Era cattolico, ma non aveva figli. Cercò di rafforzare l’esercito con quadri cattolici,

abolì le disposizioni del test act. Il suo modello era quella francia di luigi XIV in cui era cresciuto

ed era stato educato. Ma il partito whig era più forte del partito del re e la società civile rivendicava

la libertà di stampa e una più piena partecipazione politica. Giacomo II aveva anche stabilito

regolari rapporti diplomatici con roma, contribuendo a gettare nelle braccia dei suoi oppositori i

realisti più convinti. Fu proprio un larghissimo schieramento formato da whigs e tories a offrire la

corona di Inghilterra allo statolder d’olanda Guglielmo d’orange e a sua moglie maria stuart, figlia

primogenita di giacomo II, entrambi protestanti. L’entusiasmo della popolazione londinese accolse

l’esercito di Guglielmo, mentre giacomo II fuggiva presso luigi XIV. Il primo atto di Guglielmo III

fu, nel 1689, l’emanazione del bill of rights. Essa rappresentò la fine della monarchia assoluta e

definì il nuovo equilibrio costituzionale inglese, fondato sulla limitazione dei poteri del re. La fonte

della sovranità non era più la persona del re, ma il re nel parlamento. Fu questo l’esito della gloriosa

rivoluzione. La vera gloria della rivoluzione inglese del 1688 sta nel fatto che fu incruenta e nel

fatto di essere riusciti a dare un assetto, fondato sul consenso, alle controversie e ai disaccordi di

ordine politico e religioso, che per tanto tempo avevano diviso uomini e partiti. Negli anni 40 del

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seicento in europa scoppiarono molte rivolte, ma un’unica rivoluzione ebbe successo. Rivoluzione

fu solo quella inglese. Si può stabilire una differenza importante tra rivoluzione e rivolta. Con il

primo si intende un mutamento radicale degli equilibri politici preesistenti. Con il secondo una crisi,

una sospensione temporanea di un assetto sociale e costituzionale che non viene intaccato nelle sue

fondamenta. Il fattore più interessante di originalità delle province unite, che saranno chiamate

olanda dal nome della provincia più importante, era il modello politico: uno stato repubblicano a

struttura federativa. Organi federali erano gli stati generali, a cui erano affidate la politica estera e le

finanze, e il consiglio di stato per affari di minore importanza. Il centro motore del paese era

costituito dalla provincia d’olanda. Il XVII secolo vide la sua egemonia commerciale, industriale e

culturale. L’olanda stabiliva rapporti mercantili con paesi amici e nemici, dominava il commercio

sul baltico. Nel 1602 fu creata la compagnia delle indie orientali, un’associazione permanente

fondata sia sul libero acquisto di azioni da parte di cittadini, sia su una tendenziale concentrazione

di capitali. Alla compagnia venne riconosciuto il monopolio del commercio olandese sui mari oltre

lo stretto di magellano e il capo di buona speranza. Da li iniziò la colonizzazione olandese del sud

africa. La vera forza dell’olanda era l’industria. La pace con la spagna nel gennaio del 1648

significò inoltre per l’olanda conquiste territoriali e il riconoscimento della supremazia economica

sui paesi bassi meridionali. Intorno al 1650 le province unite possedevano un vasto impero

commerciale: la sua estensione in entrambi gli emisferi non poteva non preoccupare l’inghilterra,

che, infatti, si apprestava a farle concorrenza. La compagnia olandese delle indie orientali

controllava il commercio mondiale delle spezie; aveva progressivamente ottenuto il monopolio

commerciale con il giappone. Sul piano politico, dal 1653 al 1672, il regime repubblicano si

consolida ed è sperimentata una nuova forma di governo senza statolder. È il gran pensionario jan

de witt a governare lo stato: egli rappresenta l’oligarchia di Amsterdam che è riuscita a eliminare

l’influenza degli orange dalla vita politica del paese. Dobbiamo analizzare attentamente la dinamica

del conflitto anglo-olandese. In estrema sintesi si può dire che al punto iniziale della guerra anglo-

olandese c'è l'Inghilterra di Cromwell al punto finale c'è l'egemonia di una nuova potenza in Europa,

la Francia di Luigi XIV. La prima guerra anglo-olandese (1652-54) si combatté sulla base di due

principi contrastanti: l'idea inglese del monopolio e della supremazia marittima; l'idea olandese

della libertà dei mari. In questi anni il nemico delle Province Unite non è solo l'Inghilterra di

Cromwell: la posizione geopolitica nel Baltico induce l'Olanda ad allearsi con la Danimarca per

contenere l'espansionismo svedese. Tra la prima e la seconda guerra (1665-67), due eventi

importanti sul piano internazionale: la pace dei Pirenei (1659), la restaurazione monarchica in

Inghilterra è siglata un'alleanza tra Francia e Olanda in funzione anti-inglese. Le trattative di pace

che concludono la seconda guerra anglo-olandese sono più favorevoli all'Olanda. Segnano pure un

rovesciamento di alleanze: Olanda, Inghilterra e Svezia si accordano in funzione antifrancese. Ma

l'anomalia olandese fa paura alle grandi potenze: nel 1670 un accordo segreto firmato a Dover tra

Inghilterra e Francia prevede un attacco congiunto contro l'Olanda e la sua spartizione. Due anni

dopo la Francia attacca l'Olanda; qui, nell'agosto 1672 è asceso al governo Guglielmo III d'Orange,

ripristinando il potere di questa famiglia ai vertici dello Stato. Quest'ultima guerra si conclude con

la pace dì Westminster, che riconosce il fondamento dei principi liberistici propugnati dagli

olandesi. E’ un conflitto di natura prevalentemente commerciale, ma è anche la spia, il segnale,

l'indicatore di alcune spinte che agitano la scena storica nel ventennio che segue la metà del

Seicento. Nel passaggio dall'egemonia spagnola a quella francese si combatte una guerra fra due

potenze che, pur essendo titolari di un vasto impero commerciale, non hanno ancora un peso

adeguato a esso nello scenario europeo. sia l'Olanda che l'Inghilterra hanno perseguito un progetto

egemonico rispetto al continente europeo. Non essendo riuscita nessuna delle due ad affermarlo,

alla fine hanno mutato i loro rapporti: nel 1677. Maria, figlia del futuro re d'Inghilterra Giacomo II,

va in sposa a Guglielmo III d'Orange; nel 1678 è siglata un’alleanza difensiva anglo-olandese; nel

1688 lo statolder Guglielmo entra a londra e corona la gloriosa rivoluzione.

CAP. XI: ASSOLUTISMO E ANTICO REGIME 40

La teoria del potere assoluto della monarchia nacque nella seconda metà del 500, durante le guerre

di religione in francia, come antidoto al disordine sociale. Si deve pensare all’assolutismo non come

a un regime compiuto, realizzato, di dominazione totale sui sudditi. Già i suoi stesi teorici ne

sottolineavano alcuni limiti: il limite imposto dalla legge divina, il dovere di rispettare gli

ordinamenti, il patrimonio giuridico accumulato dal paese nel suo corso storico. Ma questo non fu il

solo motivo per cui la monarchia assoluta di tipo occidentale non si identificò con il dispotismo

orientale: essa doveva fare i conti anche con la molteplicità di forze sociali e politiche organizzate.

Il concetto di antico regime nacque durante la rivoluzione francese: all’origine della formula è

perciò il suo significato negativo. Esso assume un valore periodizzante e sta a indicare i caratteri del

rapporto tra lo stato e la società nei 150 anni che precedono la rivoluzione francese. Questi caratteri

possono essere così schematizzati:

-la fonte della sovranità non è la nazione, ma la persona del re

-le funzioni dello stato presentano uno sviluppo più maturo: la proprietà del potere è concentrata nel

sovrano

-non esiste ancora una divisione fra i tre poteri dello stato

-insieme al potere pubblico coesistono corpi privilegiati

-questi corpi sono poteri economici e sociali

-lo schema di classificazione più importante nella società di antico regime non è quello delle classi,

ma quello degli ordini.

In sostanza si può affermare che l’assolutismo è uno stadio più evoluto dello stato moderno. Al

vertice di questa società di ordini si colloca la nobiltà di dignità: l’esercizio del lavoro manuale, si

trova in basso nella scala gerarchica. Nell’antico regime europeo sono riconoscibili due vie estreme,

opposte allo stato moderno: la via francese e la via polacca. La prima tese a esaltare il ruolo della

monarchia come centro e rappresentante unitario del paese e a ridurre le forze antagonistiche. La

seconda via fu quella dell’anarchia e della frantumazione del potere centrale dello stato.

importantissimo, nella seconda metà del XVII secolo, è il nesso tra politica internazionale e politica

interna degli stati; un nesso che diventerà sempre più stretto durante le guerre di successione nella

prima metà del XVIII secolo. Luigi XIV, chiamato dai suoi sudditi con l’appellativo di re sole,

nacque il 5 settembre 1638. Figlio di luigi XIII e di anna d’austria, ereditò la corona di francia nel

1643, all’età di 5 anni. Assunse il potere nel 1661, dopo la morte di mazarino e morì nel 1715. I

suoi sudditi erano circa 20 milioni. La francia era una delle prime realtà demografiche in europa. Il

governo del territorio costituì, dunque, la questione più importante per il sovrano. Di quei 20

milioni di abitanti, la gran parte viveva in campagna, in villaggi rurali di piccole dimensioni.

Villaggi e città facevano parte di province e realtà territoriali unificate in uno stato nazione. Il

governo del territorio doveva quindi tenere conto dell’articolazione degli insediamenti umani, delle

trasformazioni nella geografia urbana, delle divisioni anche istituzionali tra le diverse province. Ma

soprattutto, doveva fare i conti con i ceti dominanti nella società francese: la nobiltà. Usiamo il

termine al plurale perché ai tempi di luigi XIV le articolazioni interne al mondo nobiliare erano

molto accentuate. La prima divisione importante è fra nobiltà antica e nobiltà moderna. Alla nobiltà

antica appartenevano i principi di sangue. Merito storico di luigi XIV e dei suoi ministri fu quello di

avere portato a compimento il disegno di concentrazione del potere e di ridimensionamento della

potenza dell’antica aristocrazia, disegno perseguito con tenacia da enrico IV, Richelieu, mazarino. I

grandi del regno sotto luigi XIV furono estromessi dal consiglio del re. La monarchia era stata

minacciata dai poteri dei grandi governatori di provincia. La nobiltà moderna era, invece, costituita

da tutti coloro che, per ricchezza e per funzione, volevano essere potenti e rispettati. La monarchia

di luigi XIV incentivò la nobiltà di toga e di ufficio. Come era organizzato lo stato di luigi XIV? Il

titolare del potere politico era il re. Il vertice che decideva e operava le principali scelte di governo

era costituito dal re di governo era costituito dal re e da un’èlite di ministri che rispondevano

direttamente a lui. Questi ministri formavano l’organismo politico più importante del regno, che

collegialmente, insieme al re, decideva gli affari di stato. Nel governo del territorio un’attenzione

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particolare fu assegnata al rapporto tra il centro e la periferia. La figura dell’intendente provinciale

costituì lo strumento più efficace di governo della periferia. L’intendente svolgeva insieme funzioni

di natura giurisdizionale, amministrativa e finanziaria. Ovviamente gli interessi dei parlamenti si

scontravano con il progetto monarchico di uniformare l’ordinamento giudiziario e di disciplinare

tutte le giurisdizioni subalterne. Di fronte al fisco c’erano poi situazioni e condizioni assai

differenziate. Nei pays d’ètat l’autonomia in materia fiscale era assai ampia: la ripartizione e la

riscossione erano affidate a organismi dipendenti dagli stati provinciali. Intorno alla metà del XVII

secolo larga diffusione avevano incontrato soprattutto nella capitale, in ambienti sia ecclesiastici

che laici, le idee di giansenio. Le sue idee erano le seguenti: il dono della grazia divina, riservato a

pochi, era il fondamento della religione cristiana; questa poteva esprimersi solo nell’interiorità

dell’individuo. I cenacoli del movimento giansenista furono i due monasteri di port-royal. Dopo la

condanna papale di alcune proposizioni di giansenio, nel 1664 Luigi XIV ordinò la chiusura di port-

royal. Nei decenni successivi l’atteggiamento della monarchia nei confronti del movimento

giansenista e delle sue strutture organizzate fu integralmente condizionato dal rapporto tra luigi XIV

e la chiesa di roma e dalle scelte generali di politica religiosa. Quindi il movimento giansenista fu

tollerato negli anni 70, ma negli anni 80 la politica religiosa di luigi XIV cambiò in senso sempre

più autoritario. Nel 1685 luigi revocò l’editto di nantes sostituendolo con l’editto di Fontainebleau e

obbligò tutti i francesi a praticare la religione cattolica. Molti ugonotti scelsero allora la via

dell’esilio. La seconda metà del 600 fu un’età di complessiva stagnazione per l’economia francese.

Il regime delle terre era di stampo feudale. Accanto alla proprietà feudale si era formato un ceto di

piccoli proprietari, esposto all’andamento della congiuntura agraria. Non mancavano in francia

alcuni poli di attività manifatturiera: i settori più sviluppati erano quelli della cantieristica e dei

tessili. La forza e la potenza dello stato moderno erano anche direttamente proporzionali alla

capacità di governare l’economia del paese che nell’ancien regime, significava riportare in attivo le

finanze statali. Fu proprio questo l’obiettivo che si pose il ministro di luigi XIV, colbert,

responsabile delle finanze e della politica interna tra il 1660 e il 1680: un periodo che coincise con

la fase di riorganizzazione complessiva dell’apparato statale francese e con una più incisiva politica

di governo del territorio. Il primo campo di intervento fu quello dell’industria. La francia era

dipendente dall’estero soprattutto per prodotti di lusso. Colbert impegnò allora cospicui capitali

statali per realizzare e promuovere nuove imprese manifatturiere. Il privilegiare il settore

manifatturiero andava a svantaggio di quello agricolo. Il secondo settore di intervento fu quello di

commercio con l’estero. A tal fine colbert formò 5 compagnie commerciali privilegiate sul modello

olandese e inglese. Il loro sviluppo fu collegato a una vasta politica coloniale verso il canada e il

Senegal. Infine il settore fiscale. Corollario importantissimo del mercantilismo era il protezionismo.

Ma l’espansione della domanda interna era condizionata dai bassi salari. Al di là delle realizzazioni

concrete, il progetto di colbert rivelava un grande statista e si configurava come l’unico coerente e

organico disegno di politica economica prodotto durante il XVII secolo. La ricchezza della francia

di luigi XIV andò a finanziare la sua politica militare per la conquista dell’egemonia in europa. Il

suo primo impegno bellico fu la cosiddetta guerra di devoluzione. Alla morte di filippo IV nel 1665,

luigi, che ne aveva sposato la figlia maria teresa rivendicò una parte dei domini spagnoli.

L’avanzata suscitò timori nelle potenze vicine. Con la pace di Aquisgrana nel 1668, furono

riconosciute alla francia le conquiste territoriali nei paesi bassi spagnoli, ma le fu imposta la

restituzione della franca contea. Partita da un conflitto di natura commerciale, la seconda guerra di

luigi, quella contro l’olanda, avrebbe portato ulteriori vantaggi territoriali alla francia, ma avrebbe

anche evidenziato la pericolosità della sua spinta egemonica inducendo i più importanti stati europei

ad allearsi contro di essa. L’olanda era l’antagonista economico della francia, il bersaglio della

politica protezionistica di colbert. Luigi e la sua diplomazia riuscirono a tessere una rete di alleanze

assai fitta contro l’olanda, coinvolgendo l’inghilterra di carlo II e la svezia. La guerra scoppiò nel

1672, ma non fu semplice per le truppe franco-inglesi piegare la resistenza dello statolder

Guglielmo d’orange. Inoltre la congiuntura internazionale stava mutando a favore dell’olanda. Nel

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1674 entravano in guerra contro la francia l’impero e la spagna. C’erano tutti i rischi di una guerra

su scala europea e di un isolamento della francia. Così luigi firmò la pace a nimega nel 1678 e

guadagnò la franca contea. Dopo la pace di vestfalia le cose cominciarono a cambiare e la

situazione politica dell’area germanica tende a differenziarsi. Tendenzialmente vestafalia

rappresenta il rafforzamento del potere dei principi territoriali a svantaggio dell’imperatore e della

dieta imperiale. Il modello in cui meglio si realizza il processo di centralizzazione è quello del

Brandeburgo-prussia di federico Guglielmo. La tappa importante nell’ascesa della potenza

prussiana è la pace di oliva nel 1660: la prussia viene annessa al Brandeburgo. Nel Brandeburgo si

afferma una via all’assolutismo che ha un fondamento nobiliare. La base militare di quella che sarà

la grande potenza prussiana e l’artefice dell’unificazione della germania è ben rappresentata

nell’organo più importante di governo, il commissario generale della guerra. Una monarchia in fase

di consolidamento potrebbe definirsi quella dell’austria sotto leopoldo I d’asburgo. Il suo

predecessore, Ferdinando II aveva unificato i ducati austriaci e il regno di boemia sotto il profilo di

un unico sentimento, oltre che un’unica religione. Il problema della monarchia asburgica era

l’ungheria, la quale era un corpo privilegiato della comunità asburgica e si rivelava un ostacolo

insormontabile alla creazione di un assolutismo omogeneo e accentrato. le forze militari turche

alimentavano il ribellismo della nobiltà ungherese per destabilizzare la monarchia asburgica. Era

inevitabile, dunque, che il problema ungherese fosse strettamente intrecciato con il rapporto tra la

monarchia asburgica e gli ottomani. Nel 1660 la Transilvania insorse contro il dominio turco: gli

ottomani ebbero la meglio e si diressero verso Vienna, ma a 100 chilometri dalla capitale vennero

fermati e sconfitti. In realtà l'intervento dell'esercito asburgico era dettato anche dal disegno di

leopoldo di distruggere l’opposizione dell’aristocrazia magiara alla monarchia. I ribelli magiari

furono appoggiati dai turchi. Il papa cercò a sua volta di richiamare tutti i principi cristiani all’unità

contro gli infedeli senza ottenere apprezzabili risultati. Nel 1683 Vienna fu assediata dai turchi.

Nello stesso anno le truppe austro-polacche ebbero però la meglio e allontanarono il pericolo

ottomano da Vienna. I decenni successivi videro la riconquista e, con la pace di Carburitz (1699), i

turchi cedettero agli austriaci l'Ungheria e la Transilvania. Leopoldo ottenne dagli Stati magiari il

consenso alla dinastia asburgica non più come monarchia elettiva, ma ereditaria. La spagna non

aveva più l’egemonia in europa ma poteva ancora contare su un vasto impero. Ma questo impero

era però ora assai debole. Non aveva più la capacità di proteggere i propri territori da aggressioni

esterne. La corona seppe supplire con la sua diplomazia alla difficoltà di far valere la forza militare

e riuscì a inserirsi nel sistema d’alleanze antifrancese a fianco di tradizionali nemici come

l’inghilterra e l’olanda. Più fragili erano invece i fondamenti economici e sociali della monarchia

spagnola. Si ebbe, nel corso del secolo, un arretramento della castiglia rispetto ad altre regioni

spagnole: e siccome essa era il cuore dell’economia imperiale, la sua crisi coinvolse l’intera spagna.

questo processo riguardò soprattutto l’ultima fase del regno di filippo IV e il primo periodo di

quello di carlo II. Ma a partire dalla fine degli anni 70 del 600 si avvertirono in spagna alcuni

segnali di ripresa con il recupero parziale della moneta, della produzione agricola, delle attività

industriali. Nel 1679 fu creata da carlo II la giunta di commercio e moneta, il primo serio tentativo

di politica economica statale. L’economia si spostava ora dal centro alla periferia, in quelle regioni

dove la pressione fiscale era più contenuta e che avevano dovuto far fronte alle esigenze finanziarie

della corona in misura minore rispetto alla tartassata castiglia. La spagna della seconda metà del 600

non ha vissuto una fase di decadenza assoluta, ma è stata interessata da processi di trasformazione,

legati soprattutto all’inizio del passaggio da impero a stato nazionale. Anche per l’italia vale lo

stesso discorso fatto per la spagna. i segni di una condizione vissuta tra crisi e stagnazione erano

evidenti. Gli effetti della guerra dei 30 anni furono avvertiti soprattutto nell’italia settentrionale.

Sulla crisi demografica che investì la penisola italiana un ruolo importante fu esercitato dalle

epidemie di peste. L’attività commerciale e artigianale delle città subì un grave colpo, a causa della

morte di un gran numero di maestri e di operai specializzati. La peste aggravò lo squilibrio della

struttura demografica. Dopo lo spostamento dei traffici verso l’atlantico i grandi operatori d’affari

43

che dominavano la scena internazionale, erano olandesi soprattutto, ma anche francesi e inglesi.

L’italia si trovò tagliata fuori dalle direttrici del traffico internazionale. Un altro segnale del

ripiegamento su se stessa della società italiana nella seconda metà del 600 fu la tipologia dei

comportamenti economici: la tendenza è stata riassunta nel ritorno alla terra. L’italia continuava a

presentarsi non con l’immagine della compattezza, ma come un laboratorio di esperienze differenti.

Il piemonte sabaudo fu largamente influenzato, nel modello di politica interna, dalla francia di luigi

XIV. Carlo emanuele II adottò una politica mercantilista, riuscendo a coinvolgere anche

l’aristocrazia e i suoi capitali nella promozione delle attività economiche. La francia costrinse la

repubblica genovese a un atto di sottomissione diplomatica: solo così lo stato genovese riuscì a

salvaguardare la propria indipendenza. Lo stato pontificio, dopo la pace di vestfalia, non fu più in

grado di realizzare una presenza significativa sulla scena internazionale. Profonde differenze

esistevano fra le diverse regioni che componevano il dominio papale: nell’organizzazione agraria

mezzadrile a nord, latifondista a sud. Tuttavia anche nello stato della chiesa la tendenza

all’accentramento dei poteri e a una più efficace gestione del rapporto tra il centro e la periferia

indusse a un ammodernamento delle strutture amministrative dello stato. Anche il ruolo

internazionale di venezia era ormai in netto declino. la sua politica estera era dettata più

dall’esigenza di difesa che dall’iniziativa politica. La politica estera della corte medicea del

granducato di toscana, soprattutto sotto cosimo III, fu dipendente dalla francia, anche perché il

granduca aveva sposato margherita d’orleans. Crisi demografica ed economica non colpirono, come

altrove, la toscana. Il ducato di milano, il regno di napoli, i regni di sicilia e di sardegna costituirono

ancora per tutta la metà del 600 il complesso dei territori dipendenti dalla corona spagnola. Una

pericolosa rivolta scoppiata in sicilia tra il 1674 e il 1678 rischiò di mettere in discussione il

dominio spagnolo nell’isola. Erano gli anni del conflitto franco-olandese. La sicilia era nel pieno di

una di quelle crisi di sussistenza tipiche del mondo preindustriale. Nell’aprile del 1675 la città

proclamò la sovranità di luigi XIV, dopo che nel gennaio precedente un imponente schieramento di

flotte collegate di sicilia, spagna, napoli, genova e sardegna non era riuscito a bloccare l’armata

francese che era entrata nel porto di messina. Tra il 1675 e il 1676 la francia riuscì ad aggiudicarsi

un notevole vantaggio sulla spagna, ma sul fronte dei rapporti con gli insorti siciliani non

mancarono ambiguità, contraddizioni, motivi di frizione tra gli interessi francesi e gli interessi

isolani. Nel 1678 la spagna riuscì a sconfiggere il disegno separatista siciliano. Nel corso della

guerra dei 30 anni la svezia aveva raggiunto una statura internazionale: essa era la vincitrice,

insieme alla francia, del conflitto in terra tedesca. La prima guerra del nord scoppiò per il controllo

del baltico. Il re svedese carlo X invase nel 1655 la polonia. L’elettore del Brandeburgo federico

Guglielmo e il re di danimarca federico III si allearono contro la potenza svedese. Nel 1658

l’esercito di carlo X assediò Copenaghen costringendo alla resa la danimarca. Con la pace di

Copenaghen nel 1660 la svezia prendeva possesso di 3 province. Nello stesso anno la pace di oliva

premiava il Brandeburgo che si annetteva la prussia a spese della polonia. I successi della politica

estera svedese erano stati garantiti dalla sua forza militare. La polonia era una monarchia elettiva: la

sua potente aristocrazia, per mantenere debole lo stato centrale, preferì, dopo l’estinzione della

dinastia jagelloni, avere prima un re francese (enrico III), poi un re ungherese, quindi la dinastia

svedese dei vasa. A metà del 600 la polonia fu il teatro di una guerra europea per il controllo del suo

territorio. Ne uscì stremata. Alla debolezza geopolitica della polonia si aggiungeva anche la

strutturale anarchia politica. Negli ultimi anni del 600 il re soldato giovanni sobieski cercò di dare al

paese un ruolo internazionale: ma lo scambio con le grandi potenze fu sempre ineguale. Sul piano

interno i tentativi di centralizzazione di sobieski non approdarono a risultati apprezzabili, se si

esclude una migliore organizzazione delle forze armate centrali. Il progetto di monarchia ereditaria

fallì. Ascese quindi al trono il principe augusto II wettin di sassonia, appoggiato dalla russia.

L’intervento di questa potenza negli affari polacchi preparava un’altra guerra al principio del nuovo

secolo.

CAP. XII: SCIENZA, CULTURA E POLITICA NEL XVII SECOLO 44

Dalla metà del 500 alla metà del 600 la scienza della politica, creata nei suoi fondamenti moderni da

machiavelli si presenta come scienza dello stato. Nella celebre espressione di Luigi XIV lo stato

sono io si può leggere la rappresentazione di un doppio processo: la concentrazione del potere e

della sovranità nella persona del re e la consapevolezza che l’esercizio della sovranità è sempre più

complesso e ha bisogno di strumenti sempre più elaborati per affermarsi e consolidarsi. All’origine

di questo percorso c’è bodin che scrive l’opera i sei libri dello stato. La res publica è qui lo stato:

per la pacificazione religiosa, sociale e politica e per l’unità della nazione, la sovranità deve

risiedere in un solo principe e deve essere indivisibile, deve essere ereditaria e suprema. Con

giovanni botero la riflessione sullo stato compie un salto di qualità: essa diventa ragion di stato,

individuazione cioè di tutti i modi, le tecniche, gli strumenti atti nella migliore conservazione del

potere politico. Nella francia di Richelieu e nella spagna del conte duca di olivares la dottrina della

ragion di stato trova un vasto campo d’applicazione e di discussione. Si sviluppa anche l’idea che

gli interessi pubblici devono essere privilegiati su quelli privati. L’assolutismo si fonda

sull’identificazione degli interessi del principe con quelli dello stato. La francia di luigi XIV ne è la

realizzazione. Ma il 600 è anche il secolo che scopre l’individuo e il suo diritto naturale. Ma cosa è

il diritto naturale? Il sistematizzatore del diritto naturale è samuel pufendorf, il diritto naturale

riceve il suo fondamento autonomo nella ragione naturale. Sono alcune convinzioni che attuano il

passaggio dallo stato di natura alla società civile: il matrimonio, la famiglia, la costituzione del

corpo politico. Il giusnaturalismo si presenta così come la teoria filosofica, giuridica e politica

fondata sul presupposto di un diritto naturale sulla cui perfetta e unica struttura devono esemplari i

diversi diritti positivi. Hobbes ha assistito ai più sconvolgenti eventi della storia a cavallo tra 500 e

600. La molla della natura umana è l’egoismo, non il bisogno altruistico della vita in comune.

L’unione degli uomini, fondata su un reciproco accordo con l’obiettivo della garanzia della pace, è

lo stato. A questo punto appare il diritto. Hobbes costruisce la sua teoria della sovranità nella sua

opera più famosa, il leviatano. Sul volume appare un disegno: esso raffigura il corpo di un mostro,

costituito da una moltitudine di minuscoli esseri, che regge tra le mani il pastorale e la spada,

simboli rispettivamente del potere spirituale e temporale. La moltitudine, dunque, diventa un essere

unico sulla base del doppio contratto di cui si è detto: la fusione completa è lo stato. Il monarca

esercita la sovranità assoluta. Dalle teorie dell’assolutismo al giusnaturalismo appare sempre meglio

definito uno dei sistemi cardine della riflessione politica, uno dei pilastri della modernità: il potere

dello stato non può reggersi solo sul dominio, ma ha bisogno anche del consenso. Alla fine del

secolo locke elabora una nuova teoria della sovranità: l’unica fonte della sovranità è il popolo.

Locke fornisce anche le basi tecniche per le istituzioni liberali. Sta per aprirsi l’età dei lumi.

L’economia politica non è ancora un sistema, ma si identifica con la politica economica degli stati,

e, ancora più precisamente, con la loro politica finanziaria. Il mercantilismo, che è la dottrina ora

dominante, non è una teoria economica, ma un insieme di atteggiamenti dettati dai condizionamenti

pratici, politici dei suoi ispiratori. È un intellettuale del mezzogiorno, antonio serra, l’economista

italiano più originale del 600. Serra trasferisce la discussione della politica economica degli stati dal

movimento monetario e commerciale alla produzione di merci e servizi: in sostanza, le questioni

monetarie e finanziarie sono inserite in un più complesso sistema di rapporti e di fattori. I moralisti

si dedicano all’osservazione e alla disciplina dei costumi. L’unico oggetto della loro indagine è

l’uomo e questo tema, presente nell’opera di un filosofo come pascal è la materia specifica di

moralisti. Lo stile che adottano nel descrivere e nello scandagliare i movimenti, i comportamenti, la

psicologia dell’uomo è comune: i moralisti danno quasi sempre ricorso alla sentenza, all’aforisma,

alla massima, al frammento. Il loro spazio di riflessione può essere la solitudine interiore

dell’intellettuale, ma può essere anche il salotto. Nella francia di luigi XIV incontriamo due tipi di

salotti, per così dire: salotti divertimento e salotti esercizio spirituale. Pessimismo e ottimismo sono

i due modi antitetici di guardare l’uomo: del resto, anche la teoria politica guarda lo stato di natura

con ottimismo o con disincantata crudezza. La psicologia è anche strumento di governo, di

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disciplinamento della società, di conservazione del potere. Quando si parla di rivoluzione scientifica

del 600 si vuole intendere in sostanza che in questo secolo sono intervenuti mutamenti profondi:

-nella concezione dell’universo

-nel metodo della ricerca e della conoscenza

-nella figura professionale dello scienziato

-nell’articolazione disciplinare del sapere scientifico.

La teoria copernicana eliocentrica è all’origine dello scontro fra scienza e fede. Ma quali sono i

termini del conflitto? Per la chiesa cattolica la parola rivelata è la fonte di legittimità del sapere

scientifico. Per galilei la natura, costruita in forme geometriche non può contraddire le sacre

scritture, perché entrambe, natura e rivelazione, sono opere di dio. La polemica galileiana è

piuttosto indirizzata contro il principio di autorità: l’unica autorità deriva dal metodo scientifico

diretto. Solo su questa base può essere stabilita la verità. Altrettanto importante per la storia del

moderno metodo della conoscenza è cartesio. Egli esalta la forza della ragione, elogia il dubbio

come strumento per raggiungere la verità, elabora un metodo per la conoscenza sistematica della

realtà, un insieme di regole per la guida dell’intelligenza. Vediamo in sintesi, quali esse sono:

-la mente deve essere guidata a esprimere giudizi sicuri e veri

-bisogna occuparsi soltanto di quegli oggetti alla cui certa e sicura conoscenza appare adeguata la

nostra intelligenza

-riguardo agli argomenti da trattare si deve fare ricerca non di ciò che altri ne abbiano opinato, bensì

di ciò che da noi si possa intuire con chiarezza ed evidenza, poiché solo così si acquista scienza

-il percorso deve andare dal più semplice al più complesso

-l’universo è una macchina, i cui meccanismi funzionano con regole e leggi determinate.

La scienza è opera della ragione: il suo mondo è autonomo rispetto a quello della fede. Sia sulla

base del metodo empirico-induttivo, sia sulla base del metodo deduttivo sono fondate la scienza

moderna e le moderne forme di conoscenza. Il termine barocco ha finito per assumere la pari

dignità rispetto a concetti quali rinascimento o illuminismo. Barocco vuole offrire una connotazione

generale, culturale nel senso più completo, dell’epoca storica compresa fra il tardo rinascimento e le

prime espressioni illuministiche. L'attenzione si sposta dall'essere all'apparire, il mondo è concepito

come impressione ed esperienza, ma queste impressioni e queste esperienze sono transitorie,

fluiscono è rendono assai drammatica e lacerante la percezione della realtà. Forse è proprio questo il

senso più profondo del Barocco: la coscienza dei conflitti, dei mutamenti, che stanno intervenendo

nel mondo del Seicento, delle trasformazioni, che stanno investendo l'essere dell'uomo nel mondo.

Il monopolio della formazione scolastica secondaria nell’europa cattolica del 600 è esercitato dai

gesuiti. Le università sono roccheforti della cultura tradizionale. La nuova cultura, fondata sul

metodo razionale e l’esperienza diretta dei fatti, è in gran parte esterna ai collegi e alle università.

Alla fine del 500 è andato sviluppandosi un nuovo modello di organizzazione degli intellettuali:

l’accademia. Nata soprattutto per interesse di un principe o di famiglie nobili o di importanti

personaggi ecclesiastici, l’accademia rappresenta il bisogno degli intellettuali di riconoscersi. È

proprio in alcune accademie che i contenuti e i metodi della nuova cultura critica ricominciano a

circolare. L’accademia gioca un ruolo importantissimo nella storia degli intellettuali.

CAP. XIII: LE GUERRE EUROPEE

Le guerre della prima metà del 500 erano state guerre per il predominio europeo. L’egemonia

internazionale di filippo II fu resa possibile anche dal fatto che gli altri stati europei, i quali

avrebbero potuto essere in grado di contrastarla, vivevano ancora la fase della loro difficile, faticosa

formazione, con tutti i problemi che essa comportava. La francia era attraversata dalle guerre di

religione, l’inghilterra elisabettiana era alle prese con problemi interni di consolidamento del potere

sovrano. Alla fine del 500 lo scenario internazionale presentava i primi segnali di novità. Il pericolo

turco si era allontanato dal mediterraneo e i paesi europei avevano trovato il loro equilibrio. Il

mutamento degli equilibri politici sul continente europeo era stato rispecchiato nella pace di

vestfalia. La guerra dei 30 anni era iniziata presentando una grande concentrazione di potere con

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l’alleanza tra gli asburgo di austria e quelli di spagna. ed è proprio questa europa multipolare il

nuovo soggetto politico internazionale, che contrasta l’egemonia della francia di luigi XIV e in cui,

tra la fine del 600 e i primi decenni del secolo successivo l’equilibrio fra i grandi stati costituisce il

principio fondamentale per la pace universale. Dobbiamo distinguere fra la teoria e la pratica

politica dell’equilibrio. L’equilibrio veniva strettamente connesso con l’unità etico-culturale

dell’europa, con una concezione comunitaria della sua vita politica. La prima metà del secolo XVIII

è l’epoca del primato della politica classica. I soggetti privilegiati sono le corti, sono ristrette èlites

che controllano la diplomazia. La rivalità fra gli stati è determinata anche dal conflitto di interessi

commerciali e la guerra si estende anche ai continenti extraeuropei. Un’altra caratteristica del

periodo è il nesso stretto tra politica estera e politica interna. La pace di ryswick del 1697 aveva

concluso la guerra della lega di augusta e bloccato le mire espansionistiche di luigi XIV. La morte

senza eredi di carlo II di spagna rendeva incerta la titolarità dei possessi degli asburgo di spagna. i

pretendenti al trono di spagna erano: luigi XIV, marito di un’infanta di spagna, che, formalmente,

aveva rinunciato a ogni diritto di successione al trono dei re cattolici per sé e per i suoi discendenti;

l’imperatore leopoldo I d’asburgo, che aveva sposato la sorella di Carlo II, margherita; vittorio

amedeo II di savoia, figlio di una principessa spagnola. Colpo di scena alla lettura del

testamen_to.di.^arlo II: era designato erede universale Filippo d'Angiò, nipote di Luigi XIV, che

avrebbe assunto il nome di Filippo V. Una clausola importante del testamento, vietava a Filippo di

unire la Corona di Spagna con quella di Francia. Gli equilibri stabiliti a Ryswick erano scossi.

L'Europa era posta dinanzi a una minaccia che poteva trasformarsi in realtà: i Borbone regnanti di

qua e di là dei Pirenei. Ecco allora delinearsi due nuovi schieramenti diversi dallo schema del

secolo precedente. A prendere l'iniziativa per la formazione dello schieramento antifrancese fu l'In-

ghilterra, preoccupata che la Francia potesse impadronirsi del ricco mercato delle Indie spagnole.

Una intensa attività diplomatica condusse tra il 1701 e il 1702 alla sigla di due patti: il primo, tra

Inghilterra e olanda, il secondo, tra Inghilterra e austria. Un conflitto di vaste proporzioni scoppiò il

15 maggio 1702. Nella prima fase della guerra fu evidente la superiorità terrestre della francia. Ma

la superiorità della flotta anglo-olandese, la difficoltà della francia a tener testa agli eserciti nemici

su molti fronti di guerra impresso una svolta decisiva alle sorti della guerra. Vittorio amedeo II di

savoia capì che il suo stato, stretto fra i borbone, avrebbe avuto una vita assai precaria, e operò il

voltafaccia nel 1703, passando al blocco antifrancese. Nella battaglia di torino del 1706 i francesi

furono costretti ad abbandonare il piemonte e ad abbandonare le alpi: merito di vittorio amedeo II e

di suo cugino eugenio di savoia. Gli austriaci in questa fase della guerra, mietevano i successi

militari più importanti. Nel 1707, le truppe austriache entravano a napoli: finiva, dopo oltre due

secoli, la dominazione spagnola nel regno di napoli. Gli austriaci vi sarebbero rimasti fino al 1734.

Tra il 1708 ne il 1709 churchill e eugenio di savoia, sconfiggevano i francesi nel belgio. Il regno di

luigi XIV era attraversato dal malcontento. A salvare il paese furono il prestigio del re e

dell’istituzione monarchica, che mobilitò i sudditi per difendere l'indipendenza francese, e,

soprattutto, la morte nel 1711 dell'imperatore Giuseppe I d'Asburgo. Il fratello Carlo saliva sul trono

di Vienna con il nome di Carlo VI. Il successo degli Asburgo squilibrava nuovamente il

sistema: ora l'egemonia in Europa poteva costituirsi nel segno dell'aquila imperiale

asburgica. Iniziarono, dunque, subito le trattative di pace che si conclusero a Utrecht nel 1713 e

rastadt nel 1714. La vera vincitrice del conflitto fu l’inghilterra. Conquistò possedimenti

nell’america settentrionale. Alla fine della guerra di successione spagnola furono poste le premesse

per un nuovo equilibrio italiano: austria e piemonte sabaudo ne divennero i soggetti principali. Si

applicò, per la prima volta, il metodo delle barriere: Stati-cuscinetto, come il Belgio tra Francia e

Olanda, e lo Stato sabaudo tra Francia e Austria, avrebbero dovuto prevenire eventuali conflitti. Ma

Utrecht e a Rastadt non era stato ricostituito un nuovo equilibrio europeo. Ma gli appetiti e gli

interessi delle potenze non erano stati affatto soddisfatti. Negli anni immediatamente successivi alla

fine della guerra di successione spagnola, la dinastia asburgica ottenne successi anche su un altro

fronte, quello dei balcani. In un altro teatro di guerra, il baltico, nell’arco di un ventennio mutò

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radicalmente lo scenario dell’equilibrio. La seconda guerra del nord combattuta ancora da polonia,

danimarca e russia contro la svezia di carlo XII, si concludeva nel 1721 con un esito assai diverso

dalla prima guerra per il controllo del baltico. Con la pace di nystadt la svezia perdeva il ruolo di

grande potenza e la russia di pietro il grande, che aveva sconfitto e distrutto l’esercito di carlo XII a

poltava, affermava la sua egemonia sul baltico. In russia nasceva l’ultima e più duratura forma di

assolutismo europeo. A imprimere una svolta decisa in questa direzione fu pietro I della dinastia dei

romanov. Nella seconda metà del XVII secolo la russia si era trasformata sul piano economico e

sociale. Sulla minaccia dei contadini e delle plebi urbane potè far leva lo zar pietro I per stringere

intorno a sé la nobiltà e i ceti privilegiati, e consolidare la vase economica e sociale del potere

centrale. Durante il primo quarto del XVIII secolo si verificò un notevole progresso della

produzione industriale. Pietro nel 1714 vietò lo smembramento delle proprietà terriere fra gli eredi e

il provvedimento portò molti nobili verso il servizio civile o militare. A essi, invece della terra,

veniva offerto uno stipendio fisso in denaro. La Duma, l'organismo rappresentativo dei boiardi, gli

aristocratici russi, fu sostituita dal Senato, formato da nove membri designati direttamente dallo zar

e delegati all'amministrazione della periferia. Il principio burocratico costituì anche il fondamento

delle amministrazioni locali: il paese fu diviso in governatorati. Lo zar rispose alle rivolte con una

forte amministrazione militare accanto all'amministrazione civile. . Con la creazione del Sinodo

composto da membri laici e religiosi designati dallo zar, la Chiesa divenne un'istituzione sottoposta

al monarca. Anche l'idee già ufficiale dell'assolutismo prese forma sotto Pietro I. Nel disegno di

politica estera di Pietro il Grande c'erano soprattutto la sicurezza dei confini, e l’indipendenza

nazionale. Ma c’era anche l'egemonia nel Baltico. Con la pace di Nystadt Livonia, Estonia, Ingria,

parte della Carelia erano territori russi e coronavano il sogno di Pietro il Grande. Un'altra nuova

potenza, emersa durante la guerra di successione spagnola, fu la Prussia. Federico II di brandeburgo

ne assunse il titolo di re nel 1701. Il centro dello Stato era costituito dal Commissariato generale per

la guerra. Politica protezionistica; sviluppo delle industrie e delle attività urbane; apertura delle

frontiere ai protestanti stranieri, maggiore presenza dello Stato nel prelievo fiscale, soprattutto

indiretto: furono queste le linee direttrici di Federico I. Il successore di Federico I, Federico

Guglielmo I (1713-40), continuò su questa strada, preoccupandosi soprattutto del numero e

dell'addestramento dei suoi soldati. Il dispotismo degli Hohenzollern bloccò lo sviluppo di

istituzioni rappresentative moderne e, a differenza di altri Stati della Germania, distrusse la forza

politica dei ceti. Ma mostrò anche alcuni tratti di indubbia modernità: le tasse non erano appaltate e

l'efficacia del prelievo statale fu senz'altro superiore a quella di altri Stati europei contemporanei.

Nel 1701 il parlamento inglese aveva regolato la successione alla morte di Guglielmo III: per

evitare che un discendente di giacomo II stuart salisse al trono e restaurasse il cattolicesimo in

Inghilterra l'atto escludeva dalla successione i suoi eredi maschi e ammetteva le femmine. Così

dopo la morte di Guglielmo III (1702) sul trono inglese salì la seconda figlia di Giacomo II, Anna di

Danimarca (1702-14), che unificò Scozia e Inghilterra nel Regno Unito di Gran Bretagna. Alla

morte senza eredi di Anna, il Parlamento attribuì la Corona a un discendente di Giacomo I Stuart

per parte di madre, Giorgio I della dinastia tedesca di Hannover (1714-27). Il regno che ereditava

era mutato nelle sue basi economiche e sociali nella seconda metà del XVII secolo. La vivacità

d'iniziativa in politica estera deve essere riguardata in stretta connessione con la natura di grande

potenza economica che la Gran Bretagna andava acquistando. I partiti tori e whig da un lato

condizionarono le scelte in politica estera della monarchia, dall'altro furono condizionati dall'attività

internazionale della monarchia. Fu il potere dei whig nel Parlamento inglese a influenzare

moltissimo la politica estera di guglielmo III e di Anna, i whig erano i rappresentanti di quel ceto

di produttori, desiderosi di far gioca all'Inghilterra un ruolo di primo piano sulla scena mondiale. Fu

il leader dei whig Robert Walpole, conte di Oxford, a reggere per un ventennio dal 1721, la carica

più importante della vita politica inglese, quella di primo Lord del Tesoreria e cancelliere dello

Scacchiere, una sorta di superministro per l'economi Walpole fu un vero statista. La sua politica fu

fondata su tre capisaldi: una politica estera non aggressiva, ma vigile sull'equilibrio stabilito a

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Utrecht e sulla conservazione del sfere d'influenza definite negli anni successivi nei Balcani, nel

Baltico e, come vedremo in Italia; una politica economica mercantilista, con un'attenzione

particolare alla diminuzione del debito pubblico; il Consiglio di Gabinetto, ossia un Consiglio dei

Ministri responsabile nella sua collegialità di fronte al Parlamento. Il principio della responsabilità

politica del cancelliere verso il Parlamento sarebbe stato la base della monarchia costituzionale

inglese del XIX secolo. Alla successione al trono di Giorgio II (1727) le linee fondamentali di

questa politica non mutarono. Ma l'opposizione tory coinvolse parte della corte, dell'opinione

pubblica e della stampa nell’attacco alla politica estera pacifista di Walpole. Proprio per 1a

pressione dei torìes, Walpole dichiarò guerra alla Spagna e partecipò alla guerra di successione

austriaca. Ma, ancora una volta, agirono fattori diversi in queste scelte. A interpretare il peso di

questi diversi fattori e a giocare il ruolo di punto di equilibrio del sistema era la monarchia, che

accettava ormai il potere del parlamento. Così dominio e consenso trovavano nell'istituzione

monarchica il loro punto di equilibrio. Alla morte di Luigi XIV nel 1715 ripresero con vigore quei

contrasti politici e sociali, che avevano segnato la difficile affermazione dello Stato moderno in

Francia e che la maturazione dell'assolutismo di Luigi XIV e del suo entourage ministeriale aveva

contribuito a sopire: Essendo minorenne l'erede di Luigi XIV, tra il 1715 e il 1723 tenne la reggenza

del trono Filippo d'Orléans. Nel 1716 veniva chiamato a riorganizzare le finanze di francia il

banchiere scozzese law. Sul modello delle banche si Amsterdam e londra, law creò la banca

nazionale. Il ministro delle finanze si rivelò un fallimento. Solo con il nuovo ministro de fleury la

francia potè gradualmente riprendersi. Sotto filippo V la spagna si orientò verso la costruzione di

un’identità politica nazionale. Fu la seconda moglie di filippo V a spingere il sovrano e il suo primo

ministro alberoni verso una politica di riconquista del predominio in italia. Così nel giugno 1718

truppe spagnole invasero la sicilia. Ma la quadruplice alleanza tra Inghilterra, francia, olanda e

impero bloccò la spagna, costringendola a rinunciare alla riconquista italiana. Dopo il 1720 la

politica interna spagnola fu orientata in senso riformatore, con provvedimenti di natura

protezionistica tesi a sviluppare le manifatture e con una ristrutturazione dell’amministrazione. Per

capire il senso politico complessivo degli eventi internazionali che interessano l’europa tra i 1720 e

il 1738, sono necessari alcuni riferimenti alla situazione dell’austria. Carlo VI non aveva eredi

maschi, si doveva quindi prevenire una crisi dinastica. Nel 1713 fece approvare la prammatica

sanzione, che aboliva nei domini asburgici la legge che impediva alle donne di salire al trono e

preparava la strada alla successione della sua primogenita maria teresa. Ma la prammatica sanzione

doveva essere accettata anche dalle altre potenze per essere efficace. Ecco allora delinearsi le poste

in gioco e i termini del compromesso fra austria e Inghilterra: nel 1731 l’austria ottenne il consenso

dall’inghilterra e in cambio smantellò le sue compagnie commerciali. Sia a napoli che nella

lombardia, passata all’austria con la pace di Utrecht, gli asburgo promossero una serie di riforme: a

napoli, la creazione di un banco nazionale e di una giunta di commercio; a milano l’istituzione di un

catasto per la ridistribuzione dei carichi fiscali. Al nord come al sud della penisola gli austriaci non

ebbero, sul piano locale, il consenso sociale necessario per realizzare idee e progetti di riforma. Ma,

a milano come a napoli, nei primi due decenni del 700 furono gettate le basi del rinnovamento

politico e culturale che si verificherà nell’età dei lumi. La sicilia passò dalla spagna al piemonte

sabaudo, quindi agli asburgo. L’economia era dominata dal latifondo feudale. Alcuni tentativi di

riforme furono compiuti da vittorio amedeo II di savoia. Ma, quando, la sicilia passò agli asburgo,

fu chiaro che l’esperienza sabauda non aveva lasciato tracce consistenti nella storia siciliana. Tracce

consistenti lasciò invece vittorio amedeo II, asceso al trono nel 1713, nel piemonte. I campo di

intervento e di più efficace azione dello stato furono il fisco, il regime feudale e le immunità

ecclesiastiche, la codificazione giuridica, la scuola. In tutti questi settori furono fatte valere le

prerogative dello stato, dell’interesse pubblico e furono limitati i privilegi dei ceti. Nel 1733 l’italia

doveva diventare il teatro di un’altra guerra scoppiata per motivi dinastici: la guerra di successione

polacca(1733-1738). Motivi dell’apertura delle ostilità furono la morte di augusto II di sassonia, re

di polonia, e la contrapposizione di due candidature alla sua successione: quella di Stanislao

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leszczynski, la cui figlia era stata sposata da luigi XV, e quella di federico augusto III di sassonia.

La prima candidatura fu sostenuta dalla francia e dai polacchi; la seconda da austria e russia, alleate

contro la nascita di un nuovo stato filo francese nel centro dell’europa. Lo zar pietro il grande

penetrò in territorio polacco e insediò sul trono federico augusto di sassonia. Nella prima fase, il

conflitto si svolse secondo lo schema classico asburgo contro borbone. Con i borbone si alleò carlo

emanuele III di savoia. Oggetto delle mire fu ancora l’italia. Ma il blocco borbonico fu incrinato

presto. Carlo emanuele temeva l’insediamento di una dinastia borbonica nell’italia meridionale.

All’austria interessava ottenere l’autorizzazione della francia per la prammatica sanzione. Nel 1735

iniziarono quindi trattative segrete tra austria e francia. Il rovesciamento di alleanze e il

riavvicinamento tra le due indussero carlo VI a stipulare la pace di vienna nel 1738. Secondo le

clausole del trattato veniva riconosciuto come re di polonia federico augusto III, Stanislao aveva la

lorena, la quale però sarebbe andata alla francia dopo la sua morte, a carlo di borbone figlio di

filippo V di spagna andavano napoli e sicilia che diventavano così autonome. Gli asburgo

apparivano ridimensionati, ma mantenevano in italia la lombardia, parma e piacenza e

controllavano il granducato di toscana. Inoltre vedevano riconosciuta dalla francia la prammatica

sanzione. Dopo la morte di carlo VI nel 1740, l’equilibrio stabilito dalla pace di vienna fu rotto dal

re di prussia, federico II, che occupò la slesia austriaca. Anche la francia di luigi XV riprese le

ostilità e si alleò con federico II. L’inghilterra giocò dapprima soprattutto sul tavolo diplomatico,

promuovendo una mediazione tra austria e prussia: questa ottenne dall’austria gran parte della

slesia. Ma l’inghilterra doveva pensare soprattutto al commercio di oltremare e alla sua forza

marittima: da questo punto di vista i suoi nemici erano spagna e francia. Francia e Inghilterra

entrarono in conflitto. Alla fine dell 1743 la coalizione franco-spagnola combatteva dunque contro

la coalizione austro-inglese-, della quale entrò a far parte anche Carlo Emanuele III: l'imperatrice

Maria Teresa gli aveva promesso ingrandimenti territoriali verso il Ticino. Tutta l'Europa divenne

un grande teatro di guerra. In Italia, gli austriaci tentarono di attaccare il Regno di Napoli e furono

sconfitti a Velletri dalle truppe di Cario III di Borbone (1744). Dopo alcune vittorie della coalizione

franco-spagnola, furono gli eserciti austro-piemontesi a prevalere e al colle dèl-l'Assietta le truppe

piemontesi fermarono l'invasione francese (1747). Ma la guerra fu combattuta anche in Germania:

tra il 1744 e l'anno successivo, Federico li aveva ripreso le ostilità contro Maria Teresa; le azioni

belliche, si conclusero con la restituzione della Slesia all'Austria. La Prussia e l'Inghilterra restavano

comunque potenze protagoniste del gioco diplomatico: la prima perché, entrando più decisamente

nel conflitto a fianco dell'Inghilterra o della Francia, avrebbe creato, con il suo potentissimo

esercito, uno squilibrio nelle forze e segnato la disfatta della coalizione avversaria; la seconda,

l'Inghilterra, perché nella gerarchia dei suoi obiettivi aveva al primo posto la salvaguardia del

commercio marittimo e del dominio coloniale, del ruolo cioè di più importante potenza economica

internazionale. La diplomazia riequilibrò, dunque, le sorti della guerra, che vedevano la Francia in

fase d'avanzata militare. La pace fu firmata nel 1748 ad Aquisgrana. Secondo le clausole:

1) era ricostituito l'assetto coloniale atlantico dell'anteguerra;

2) Maria Teresa fu riconosciuta imperatrice d'Austria e al marito Francesco Stefano di Lorena fu

attribuito il titolo imperiale (iniziava la nuova dinastia degli Asburgo-Lorena);

3) furono riconosciuti i nuovi confini della Prussia con l'annessione della Slesia.

L'assetto politico-territoriale italiano era cosi stabilito:

- Regno di Sardegna, comprendente la Sardegna, la Savoia, Nizza e il Piemonte, ai Savoia;

- Ducato di Milano, comprendente grosso modo l'attuale Lombardia, sotto il dominio degli

Asburgo d'Austria;

- Repubblica di Venezia, indipendente (aveva perduto tutti i domini del Levante);

- Repubblica di Genova, indipendente e sempre in possesso della Corsica;

- Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla a Filippo di Borbone-Farnese, fratello di Carlo III, re di

Napoli;

- Granducato di Toscana, alla dinastia dei Lorena, come Stato indipendente; 50

- Stato pontificio;

- Regno di Napoli e di Sicilia, indipendente sotto il governo di un ramo dei Borbone di

Spagna.

CAP. XIV: ECONOMIA, SOCIETA’ E CULTURA NEL SECOLO DEI LUMI

Presupposti e fondamenti delle idee-guida di questa rivoluzione intellettuale furono, costituiti

fra il tatdo Seicento e gli anni Trenta del Settecento. Fu questa l'epoca della crisi della coscienza

europea, l'età del Preilluminismo. La seconda fase, tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta del

Settecento, coincise con il periodo di formazione della più importante iniziativa editoriale degli

illuministi, l'Enciclopedia. La terza fase, tra gli anni Sessanta e Settanta, vide l'economia al primo

posto e l'esperienza di governo illuminato di alcuni sovrani assolutisti. Infine, nel ventennio

precedente la Rivoluzione francese, la crisi dell'antico regime. prima idea-guida del dibattito

illuministico fu il nesso religione-libertà-tolleranza. La libertà di pensiero aveva dunque anche

indubitabili effetti economici: e propri questa incidenza contribuì, durante il Settecento, a diffondere

il mito dell'Olanda. I Olanda visse per alcuni anni un altro dei padri fondatori del moderno principio

della tolleranza: Pierre Bayle. La polemica di Bayle colf non solo l'intolleranza cattolica, ma anche

quella calvinista e prospettò la possibilità c una società laica che poteva tranquillamente fare a meno

della religione. A questi precedenti si collegarono sia il deismo, l'affermazione cioè dell'esistenza d

Dio entro una religione naturale non rivelata, sia l'ateismo, che proclamava, in base al primato della

ragione, il carattere superstizioso e irrazionale di tutti i culti, negando quindi l'esistenza di Dio.

Deista fu il più popolare degli illuministi Voltaire. L'idea-guida della tolleranza era strettamente

connessa con quella della libertà di pensiero. I fondamenti di questa idea erano stati gettati dagli

intellettuali libertini del XVII secolo. Essi avevano teorizzato la differenza tra l'apparenza esteriore

e l'essenza interiore e l'esistenza di una doppia verità. Terzo nucleo dell'atteggiamento illuminista fu

l'opposizione a ogni metafisica. Osservazione dei fatti, metodo sperimentale, rigorosa applicazione

dell'analisi filologico-critica formavano l'abito quotidiano degli illuministi. Quarto nucleo: sapere

per trasformare la realtà, ragione ed esperienza al servizio della pubblica felicità. L'Illuminismo fu

una cultura universale, cosmopolita, ma anche fortemente connotata nelle diverse aree europee. In

tutte le fasi che abbiamo individuato all'inizio di questo paragrafo, Parigi fu al centro del

movimento: qui gli intellettuali dell'Illuminismo, si posero l'obiettivo di dirigere la società. Nella

germania l’illuminismo si sviluppò in un contesto ostile. In Germania furono soprattutto popolo e

nazione le due mete ideali rivoluzionarie che avrebbero impegnato, nella riflessione teorica e

politica, le migliori energie dell'Illuminismo. L'Inghilterra ebbe una vivace vita intellettuale,

un'intensa attività politica, «ma non un moto illuminista. Pur con tutte le variazioni regionali e

temporali e le differenze di ritmo tra le diverse aree europee, il Settecento è un secolo di espansione

economica. Il movimento di crescita riguardò demografia ed economia. Quel che è importarne

osservare è la qualità dell'evoluzione demografica. Dal Settecento ha inizio un profondo

cambiamento nelle forme della crescita demografica. Il saldo attivo della popolazione fu dovuto alla

diminuzione della mortalità, al prolungamento della vita, all'aumento della natalità. Naturalmente

anche il quadro demografico ci mette di fronte un'Europa a diverse; velocità, in cui differente è la

capacità di far fronte alle crisi e determinante è il contributo dell'economia allo sviluppo della

popolazione. Nella seconda metà del Settecento diminuirono anche le epidemie, altro fattore

tradizionale di mortalità. il problema del numero degli uomini si lega alla capacità di trasformare la

natura secondo la visione operativa e prammatica dell'Illuminismo. E il problema della densità

generale immediatamente collegata allo spazio produttivo, che non è illimitato ma tende a esaurirsi:

è compito dell'uomo stabilire allora un equilibrio tra popolazione e risorse. L'agricoltura fino al

1850 occupò ancora il primo posto nell'economia dell'Europa. Ma il Settecento vede la coesistenza,

nel continente, di aree ad agricoltura estensiva. Se guardiamo le rese agricole, il rapporto cioè

semente-prodotto, ci rendiamo subito conto delle diverse velocità dell'agricoltura europea nel corso

del Settecento. Intorno alla metà del XVIII secolo le più alte rese agricole sono nei Paesi Bassi.

Nello stesso periodo l'Inghilterra raggiunge valori di 10 a 1. Altre aree, come la Francia e la

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Germania, presentano valori assai differenziati, che non raggiungono mai le medie dei Paesi Bassi

Nello stesso periodo, tuttavia, la tendenza a ottenere una maggiore produttività della terra si afferma

in diverse parti del continente. Redistribuzione della ricchezza e differenziazione sociale crescente

nella popolazioni rurale furono le due conseguenze della tendenza a una maggiore produttività della

terra e i due fenomeni furono la base per accelerare la trasformazione profonda dei rapporti di

proprietà nelle campagne attraverso l'abolizione del feudalesimo. L'Europa del Settecento fu

l'Europa delle città. Delle metropoli anzitutto. In queste grandi metropoli si esercitò la capacità

politica degli Stati: nella promozione delle loro funzioni commerciali interne e internazionali. Su

questi temi si esercitarono la vigile attenzione e la riflessione degli intellettuali illuministi: fu

questa, in larga parte, la materia della loro «filosofia in soccorso governi. La società d'antico regime

è, invece, una gerarchia di'ordini, stati, ceti che si forma in base a funzioni sociali e a valori a essi

assegnati, che possono non coincidere con le funzioni economiche. Caratteristica essenziale di

questa società è l'attribuzione di valore al privilegio che conferisce onore e potere. Il carattere

apparentemente statico di questa società nasconde una realtà più profonda. Gli ordini dell'antico

regime sono formati da un insieme di gruppi e ceti assai mobili. Le basi materiali, economiche di

questa società di ordini cominciarono a mutare nel corso del XVIII secolo, e gli illuministi ne fecero

l'oggetto delle loro riflessioni e dei loro dibattiti. I valori del merito e dell'imprenditorialità o

industriosità divennero un modello positivo da far valere contro parassitismi, speculazioni,

atteggiamenti improduttivi. Tuttavia, il processo che nel corso del XVIII secolo iniziò a

disarticolare la società d'antico regime non fu né lineare, né prevedibile nei suoi sviluppi, né

definito. Lineare non fu perché non si attuò un passaggio elementare da una società a un'altra.

Prevedibile non fu quel processo perché le forze economiche, sociali, intellettuali che si battevano

per il nuovo negli ultimi decenni dell'antico regime non avevano affatto le idee chiare sul tipo di

società e sul modello di rapporti nuovi che avrebbero soppiantato quelli vecchi. Definito non fu

nello scontro tra forze della conservazione e forze del progresso: molto spesso le seconde nascevano

dall'interno delle prime. Nel Settecento non nacque una borghesia europea. Vennero formandosi

piuttosto forze nuove attraverso processi storici diversi. In alcune aree europee queste forze

nacquero dal seno stesso della società di ordini, dalla loro crisi e trasformazione interna.

Nell'Europa orientale non nacque una borghesia. Nel 1748 fu pubblicato a Parigi L'esprit dei lois

(«Lo spirito delle leggi»). Montesquieu la conoscenza dell’uomo diventa fin dalla prima

generazione illuminista, fondamento e fine della missione dell'intellettuale. Il sistema del sapere

deve articolarsi in un insieme di scienze dell’uomo. Da sottolineare in questa biografia alcuni dati

particolarmente significativi per capi re l'uomo dell'Illuminismo. La difficile coesistenza tra

impegno intellettuale e impegnc nella vita politico-amministrativa è testimoniata dallo stesso

Montesquieu. Il secondo elemento è costituito dalla sintesi tra cultura umanistica e cultura scien-!

tifica. Il carattere cosmopolita dell'intellettuale è un'altra caratteristica che colpisce nelk ibiografia

di Montesquieu: il viaggio e il soggiorno nei paesi stranieri sono occasioni pei l'esperienza diretta e

la ricerca sul campo. Infine, il terreno privilegiato di scontro politico-culturale è quello religiose ! e

morale: la distinzione tra religione come libera scelta interiore, morale laica e vivere ! civile,

affidato non a valori soprannaturali ma all'efficiente funzionamento di meccanismi e istituzioni

umani, sarà uno dei risultati, dello scontro su cui si fonda la nostra modernità. Quali sono le idee

portanti dello Spirito delle leggì? I punti di partenza sono, dunque, due: da un lato, la varietà storica

di leggi, istituzioni, usi e costumi; dall'altro, l'esigenza di costruire un ordine intelligibile in questa

varietà, attraverso l'individuazione delle cause e delle relazioni tra gli eventi. Da qui parte un

itinerario teso a definire una teoria politica, una teoria delle forme di governo, e una sociologia

politica, l'analisi cioè del rapporto tra i regimi e le organizzazioni sociali. Fondamentale,

integrazione alla teoria dei tre tipi di governo sono le considerazioni sull'Inghilterra, in particolare

sulla sua Costituzione, questa si regge sulla separazione dei poteri. Questi poteri sono distinti, ma

cooperanti tra di loro. Il potere giudiziario è interprete delle leggi. Dall'analisi della Costituzione

inglese emerge l'ideale della libertà politica per Montesquieu: essa consta non solo della

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separazione fra i tre poteri dello Stato, ma anche dell'equilibrio fra io Stato e la società. Nel XVII]

secolo non sono stati gettati solo i semi del liberalismo, ma anche i fo: menti della democrazia,

attraverso la riflessione di Jean-Jacques Rousseau (1712-Nelia sua opera più importante, Du Contrat

social («Il contratto sociale», 1762), v presentato un vecchio problema in termini radicalmente

nuovi. con il patto si passa dallo stato di natura allo stato civile. Per Hobbes lo stato di natura è

estremamente pericoloso. Per Rousseau è uno stato felice. Sono i invece le prime istituzioni umane,

la proprietà privata, la divisione di funzioni economiche e sociali, che hanno favorito l'origine della

disuguaglianza. La domanda: come i ciliare la necessità dell'associazione, del patto, con la libertà e

la felicità di cui gode l’individuo nello stato di natura? La risposta di Rousseau è nuova e avrà

un'influenza notevolissima sull'esperienza politica della Rivoluzione francese: i diritti individuali s

totalmente alienati a favore della comunità che costituisce la base della" società. La sovranità del

corpo sociale è indivisi! appartiene al tutto e non alla parte. La volontà è generale o non lo è: è

quella del popolo in quanto corpo. Ci può essere, dunque, solo una sovranità legittima, quella del

corpo sociale stesso, a cui appartiene l'esercizio del potere legislativo: è questa la sovranità

democratica. Anche il diritto e la giustizia sono oggetto l'indagine illuminista. La giustizia tra il

XVII e il XVIII secolo era fondata sull’ escussione giudiziale del documento, sull'accertamento cioè

in sede di giudizio civile e penale del privilegio che fondava il diritto. I giuristi del diritto comune

vigente nell'Europa del tempo avevano risolto il problema della certezza del diritto affidando alla

coscienza del giudice, la garanzia di giustizia per il suddito. Però alle volte i controlli della legalità

erano inesistenti. I magistrati avevano acquistato un potere enorme nella società e nella politica.

Una legge uguale per tutti il valore decisivo della prova legale per l’emissione delle sentenze, la

lotta alla pluralità delle giurisdizioni furono i principali obiettivi della battaglia politico-culturale

combattuta dagli illuministi sul fronte del diritto e della giustizia. Il trattato Dei delitti e delle pene

(1764) di Cesare Beccaria (1738-94), giurista milanese, denunciò la tortura e la pena di morte come

strumenti giudiziari inumani e sostenne l'esatta proporzionalità fra reato e pena: quest'ultima doveva

avere come fine prioritario il recupero del reo. Anche il diritto penale, dunque, doveva diventare

una scienza utile al vivere civile e alla felicità degli uomini, non più sudditi ma cittadini. La

tensione verso una scienza utile presiede anche alla nascita dell'economia politica. Al

movimento della fisiocrazia spetta il merito di aver concepito le forme della produzione

come forme fisiologiche della società. I fisiocratici stabilirono il principio per cui è produttivo

soltanto quel lavoro che crea un plusvalore, il cui prodotto cioè contiene un valore superiore alla

somma dei valori consumati durante la sua produzione. Secondo i fisiocratici il lavoro agricolo è

l'unico lavoro produttivo e la rendita fondiaria è l'unica forma di plusvalore. L'industria trasforma i

valori dell'agricoltura, restituisce in forma diversa i valori che le sono stati consegnati. Il processo di

trasformazione deve procedere senza turbamenti e con il minor costo possibile, questo fine si

realizza con la libera concorrenza e con la creazione di un'agricoltura intensiva. Ne risultano alcune

conseguenze sul piano economico, sociale, delle politiche statali. La funzione equilibratrice fra tutti

i fattori economici è svolta, nel lungo periodo, dal mercato. I proprietari terrieri devono godere delle

più ampie garanzie di libertà nel sistema sociale e politico, ma sono anche i soggetti più esposti alla

pressione fiscale. Nell'agricoltura occorrono grandi investimenti di capitali per rendere la terra più

produttiva. Le applicazioni pratiche di queste teorie non diedero però buoni risultati. La fisiocrazia

ebbe comunque un ruolo importantissimo sia perché fu la spia rivelatrice di una svolta. A metà del

Settecento in quasi tutti i paesi europei si avvertì l'esigenza sempre più imperiosa di una scienza

dell'economia. A Napoli Antonio Genovesi (1713-69) ricoprì la cattedra di economia, istituita nel

1754. Agricoltura, produttività e sviluppo mercantile furono al centro della sua riflessione e nel

nesso fra questi tre fattori Genovesi vide possibili il superamento dell'arretratezza del mezzogiorno.

il testo-base della scienza economica moderna doveva apparire in Inghilterra, nel 1776. Il suo titolo

Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni. Autore è Adam Smith. Smith ha come

riferimento base la società inglese del suo tempo, che sta vivendo la rivoluzione industriale. Da un

lato ci sono la proprietà fondiaria e il capitale, dall’altro la forza produttiva del lavoro. La teoria del

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valore di Smith è strettamente connessa a questo livello avanzato dei rapporti di produzione: il

valore di scambio delle merci è basato sulla quantità di lavoro o sul tempo di lavoro in esse

incorporato. La teoria dei prezzi tiene conto delle tre classi naturali: nella determinazione del prezzo

entrano il salario dei lavoratori, il profitto e la rendita fondiaria. Profitto e rendita formano il

plusvalore, l'eccedenza del lavoro fornito e realizzato nella merce sul lavoro pagato, sul lavoro che

ha ottenuto il proprio equivalente nel salario. Rispetto ai fisiocratici per smith è il lavoro sociale, è

la quantità di lavoro necessaria che crea il valore. La sensibilità per gli strumenti della

comunicazione fu, dunque, un tratto distintivo dell'Illuminismo. Le analogie che caratterizzarono

gli'illuministi europei furono almeno tre. La prima è il sentimento di appartenenza alla stessa

comunità. La seconda è la capacità di incidere come gruppo di pressione nella formazione

dell'opinione pubblica. La terza è la rivendicazione della funzione di classe dirigente. fu soprattutto

sul terreno dell'organizzazione della cultura che l'Illuminismo produsse modelli radicalmente

innovativi rispetto al passato, come la già citata Encyclopédie, un'opera in 17 volumi di testo e 11 di

illustrazioni, pubblicata tra il 1751 e il 1772. La più importante iniziativa editoriale dei Lumi fu

diretta da Diderot e D'Alembert, e vide la partecipazione di Montesquieu, Rousseau, Quesnay,

D'Holbach e altri. I suoi ispiratori capirono che per cambiare il modo di pensare della gente era

meglio non scrivere un libro di dura polemica religiosa, morale, politica, ma un dizionario di

scienze, lettere e arti, in cui la cultura tecnica era collegata alle nuove idee dei philosophes. La sua

diffusione fu enorme, il 700 fu il secolo dello sviluppo dell’editoria. Salotti e accademie furono il

crocevia di costume, moda, società, cultura e politica e cassa di risonanza sensibilissima delle idee

dei lumi. Gli illuministi si posero il problema dell'alfabetizzazione e dell'istruzione elementare delle

classi sociali. Ma, nella pratica, l'alfabetizzazione e l'educazione di queste classi restarono prevalen-

temente ancora affidate alla Chiesa, alle parrocchie, agli ordini, religiosi, anche se l'azione

riformatrice dell'assolutismo illuminato cercò di predisporre un intervento più organico in questo

settore.

CAP. XV: SETTECENTO RIFORMATORE

L’età dell’assolutismo illuminato rappresentò lo sviluppo più maturo dei principi e delle

funzioni dello stato moderno, ma anche la difficile sintesi tra due concetti: assolutismo e

illuminismo. La difficoltà di conciliare assolutismo e illuminismo consistette nel fatto che il

processo riformatore dovette fare necessariamente i conti con i limiti dell’antico regime e potè

svilupparsi solo in tale quadro di compatibilità. Guardando l’esercizio concreto di attributi e poteri, i

contemporanei operavano una prima distinzione tra assolutismo e dispotismo. monarchia dispotica

era quella dello zar di russia, che trattava i sudditi come schiavi. Governava oltre la legge.

Monarchia assoluta era invece il regime del sovrano per diritto divino che governava attraverso la

legge. Differenze, dunque, fra assolutismo e dispotismo e articolazioni e distinzioni interne al

sistema europeo degli stati monarchici, operate già dai contemporanei, ci inducono oggi a non

fossilizzare in formule la condizione della vita politica nell’antico regime, che fu assai più dinamica

di quanto lasciasse immaginare la storiografia tradizionale. Uno sforzo più consistente fu metto in

atto nel XVIII secolo per rendere più efficace, esteso ed efficiente l’esercizio del potere monarchico

attraverso la specializzazione della pubblica amministrazione. Il bisogno di potenza nell’equilibrio

degli stati, l’esigenza di un coordinamento tra il centro e la periferia del territorio nazionale,

l’efficace controllo sociale del paese furono all’origine del rinnovamento delle strutture e degli

apparati amministrativi che investì l’intera europa. Il XVIII secolo, attraverso un processo non

sempre lineare, significò il passaggio da un sistema di governo in cui i rapporti tra politica e

amministrazione erano assai confusi a un nuovo modello di divisione di funzioni tra il governo, cioè

la direzione politica del paese, e la burocrazia, cioè un corpo scelto di funzionari specializzati e

competenti, inquadrati in un’organizzazione gerarchica degli uffici, disciplinati nell’esercizio della

carica in base a norme e regolamenti più precisi che nel passato, servitori dello stato, teoricamente

privi di potere autonomo. È bene tuttavia osservare che questo passaggio fu graduale e la

distinzione tra sfera politica e sfera amministrativa fu il risultato di un processo formalmente

ottenuto solo nel contemporaneo stato di diritto. Gli affari giudiziari furono distinti da quelli

amministrativi. Le riforme intervennero nella materia fiscale. Le più importanti voci del fisco nella

prima metà del 700 erano: dazi sulle importazioni, monopoli, imposte indirette, imposte miste,

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imposte dirette. Tutti gli stati ricorrevano all’imposizione indiretta perché di più facile riscossione,

ma essa era anche più impopolare anche perché colpiva spesso i ceti produttivi più deboli ed esposti

alla congiuntura. Le riforme fiscali a metà 700 tesero a fornire allo stato numerosi strumenti di

certificazione relativamente più attendibili, capaci di colpire più in profondità e in maniera più equa

i sudditi, divisi per categorie sociali e professionali. Attraverso la compilazione dei catasti si passò,

cioè, da un sistema fiscale fondato su un labirinto di espedienti provvisori pensati senza alcuna

coordinazione a piani organici di accertamento della ricchezza mobiliare, validi per l’intero

territorio statale. Sull’amministrazione della giustizia nell’antico regime pesavano l’esistenza di una

molteplicità di giurisdizioni, tra cui la più importante era quella feudale, e la confusione

nell’amministrazione tra sfera giudiziaria e sfera esecutiva. Inoltre l’ordinamento non era realmente

unificato. La codificazione del diritto e la sua semplificazione contribuirono indubbiamente a

unificare l’ordinamento. Ma le giurisdizioni privilegiate furono abolite. Comunque tanto sul fronte

del fisco quanto su quello del diritto si affermava il principio importante dell’unificazione

dell’ordinamento e delle procedure. Sensibili passi avanti, nel corso del 700, furono compiuti nel

rapporto tra il centro e la periferia dello stato e nel governo locale. Anche su questo terreno è dato

scorgere analogie e differenze nell’europa del 700. Dappertutto furono realizzati progressi nel

rafforzare il controllo del governo sull’attività economica e sull’amministrazione della giustizia

all’interno del paese. In francia e in spagna, l’obiettivo si ottenne attraverso il consolidamento delle

funzioni e dei poteri dell’intendente provinciale. In prussia, svezia e danimarca la direzione degli

affari provinciali fu affidata a un consiglio che decideva a maggioranza. Ma fu soprattutto

nell’impero austriaco che si delineò meglio il nuovo quadro delle riforme amministrative locali.

Maria teresa creò 47 distretti governati da capidistretto. Un modello completamente diverso era

invece quello dell’amministrazione locale in Inghilterra, affidata ai giudici di pace, nobili o

gentiluomini di provincia che prestavano gratuitamente la loro opera in settori come il fisco e le

forze armate. Il 700 fu il secolo della scienza camerale, cioè della scienza dell’amministrazione

pubblica. I principi della scienza camerale furono: il primato del governo monarchico; la felicità

dello stato come fine della politica; lo sviluppo della piena utilizzazione delle risorse statali per

garantire la sicurezza del paese. Con federico II la prussia consolidava il ruolo di grande potenza,

preparato nel corso del secolo compreso tra la pace di vestfalia e la guerra di successione austriaca.

L'assetto interno della Germania aveva visto emergere, fin dal Cinquecento, tra la miriade di unità

politiche, tre costruzioni statali particolarmente significative nella parte orientale del territorio: la

Baviera, la Sassonia, il Brandeburgo-Prussia, Nella parte occidentale del paese la forza della Chiesa

e la densità delle città avevano reso particolarmente difficile la nascita dell'assolutismo. A oriente la

Baviera, dopo l'esperienza di leader degli stati cattolici durante la guerra dei 30 anni e i successi

ottenuti da Massimiliano, esponente della più longeva dinastia europea, i wittelsbach, non era

riuscita a consolidare l'assolutismo e a svolgere un ruolo significativo nel sistema internazionale. La

Sassonia, dove regnava la dinastia dei Wettin, aveva un grado di urbanizzazione elevatissimo, era

più sviluppata sul piano industriale, era dotata di maggiore ricchezza finanziaria. Fu gravemente

danneggiata dalla politica di unione con la Polonia. Occupata dalla Svezia nel 1706, si riprese dopo

la vittoria russa nella seconda guerra del Nord, ma quando la corona polacca fu restituita ad

Augusto II Wettin, io Stato sassone era ormai indebolito dalle guerre e non era in grado di

competere con la Prussia, che si preparava alla grande avventura dell'espansione in terra tedesca.

Furono soprattutto gli sviluppi della congiuntura politica internazionale ad avvantaggiare la Prussia.

Nel 1748, con la pace di Aquisgrana, Federico II riusciva a ottenere il riconoscimento

dell'annessione della ricca regione mineraria e industriale della Slesia, sottratta all'Austria. Alla

morte di federico II, la superficie dello stato prussiano era raddoppiata e la popolazione triplicata. Il

modello dell'assolutismo illuminato, cioè di una monarchia assoluta che promuove riforme per

rafforzare l'unità e la centralizzazione del potere politico, trovò nella Prussia di Federico II il luogo

di più efficaci applicazione. Si preoccupò di migliorare le condizioni culturali dei suoi sudditi.

Furono soprattutto l'amministrazione e la giustizia i settori privilegiati dell'intervento riformatore di

Federico II. Fu accentuata la specializzazione ministeriale. Un altro settore di intervento dello Stato

fu l'economia. Il sovrano favorì la colonizzazione delle terre orientali e attuò la prima sistematica

politica popolazionista in Europa. Favorì programmi pubblici in campo agricolo e industriale, la

fondazione di manifatture statali, interventi nell'industria mineraria e tessile. Ma le basi della società

prussiana restarono immutate: lo stato non esercitava nessuna giurisdizione diretta sulla massa della

popolazione rurale, governata dagli junker, e le imposte dei contadini erano riscosse direttamente

dai signori, persisteva la servitù della gleba. Il peso internazionale dell’austria asburgica era

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aumentato nella seconda metà del 600. I principi territoriali della Germania videro l'Impero come

un baluardo-contro la" Francia e le mire espansionistiche di Luigi XIV. Il prestigio degli Asburgo

fu rafforzato anche dalle guerre contro i turchi, che dovettero cedere definitivamente l'Ungheria

all'Austria. Una grave perdita per l’austria fu la slesia. Risolto il problema della successione maria

teresa aprì una fase di riforme anche per l’austria. Ella fondò collegi per l’educazione e la

formazione del personale chiamato a dirigere lo stato. ma le riforme teresiane furono superate in

quantità e qualità dal primogenito dell’imperatrice, Giuseppe II. Egli, alla morte del padre francesco

stefano, gli successe nel titolo imperiale e fu nominato correggente degli stati ereditari asburgici.

Quindi dal 1780 al 1790 regnò sul trono di maria teresa. Giuseppe II intervenne in materia religiosa,

egli tolse la supremazia sulle scuole alla chiesa facendole diventare statali e rese lo stato più laico.

Ma i decreti più rivoluzionari furono quelli che riguardarono l’abolizione della schiavitù della

gleba, il diritto di cambiare la propria condizione sociale e la scelta nel matrimonio. Con questi

provvedimenti egli a differenza di federico II interveniva su cose materiali e quindi suscitava forti

opposizioni. E la morte d Giuseppe II fu il segnale di un'estesa reazione signorile all'ultimo atto

dell'imperatore ossia a un insieme organico di leggi che abolivano l'immunità fiscale dei proprietari

terrieri, imponevano a tutti la giustizia regia, estendevano anche alla riottosa nobiltà magiara tutti i

provvedimenti di riforma. Il successore Leopoldo II fu costretto a ripristinare poteri della nobiltà.

Pietro il Grande era stato l'artefice della potenza russa. La Russia restava tuttavia, nonostante gii

sforzi di modernizzazione compiuti da Pietro I, un paese arretrato. Morto pietro I la nobiltà di corte

condizionò gli zar successivi, quasi sempre personalità deboli. La moglie di pietro III, caterina,

appoggiandosi al clan degli orlov, si impadronì del potere con un colpo di stato nel 1762 e fece poi

assassinare il marito. Il regno di caterina II fu aperto alle influenze culturali degli illuministi. Ma le

preoccupazioni più importanti di Caterina furono i! consolidamento della potenza internazionale

della Russia, fondato sull'estensione e l'unificazione del suo territorio, e l'ordine sociale interno,

garantito dall'alleanza fra lo zar e la nobiltà fondiaria. Il primo obiettivo fu realizzato con

l'annessione della Crimea. Si trattava di uno Stato tartaro vassallo dei turchi. Dopo una lunga

guerra, la Crimea fu annessa alla Russia (1783) e sul litorale furono fondate Odessa e Sebastopoli.

Le conseguenze sull'agricoltura russa di quest'avanzata verso il mezzogiorno del paese furono

rilevantissime: vaste aree della steppa ucraina furono colonizzate e messe a coltura e fu realizzata

quella che secondo alcuni storici fu la più vasta impresa di dissodamento nella storia dell'agricoltura

feudale europea. Ma i modi di sfruttamento della terra e il regime di rapporti restarono gli stessi:

agricoltura estensiva e aumento della popolazione servile, un tempo libera o semilibera, furono gii

effetti della vasta opera di colonizzazione. Scoppiò nel 1773 una rivolta, guidata dal capotribù

cosacco Pugacev: tutto il paese ne fu investito, molti nobili furono massacrati, ma l'esercito

imperiale represse con violenza la guerra contadina. Il suo effetto fu un consolidamento

dell'alleanza fra lo zar e l'aristocrazia. La nobiltà manteneva tutti i suoi privilegi. Alla fine del regno

di caterina II, la russia era un po’ meno uno stato autocratico e un po’ più uno stato feudale. Aveva

esteso il suo territorio in maniera considerevole. In svezia alla morte senza eredi di carlo XII fu

permesso alle istituzioni svedesi più influenti di avere un peso maggiore sia nei rapporti col

successore del sovrano, sia nella vita politica del paese. Per oltre 50 anni, tra il 1720 e il 1772, la

svezia fu teatro di un originale dinamica politica: due partiti quello dei cappelli e quello dei berretti,

ressero le sorti del paese aiutati dalle finanze di altri stati. Il colpo di stato di gustavo III restaurò

l’assolutismo monarchico più sul piano formale che su quello sostanziale. Alle opposizioni dei ceti

il sovrano rispose imponendo l’atto di unione e di sicurezza all’assemblea rappresentativa svedese,

il rikstag. Ma con le riforme illuminate promosse da gustavo la monarchia assoluta si rivelava assai

debole: in svezia, grazie all’avanzamento della società civile, aveva le ore contate. La storiografia

più recente tende a considerare l’età dei lumi in spagna come un’epoca di ripresa incompleta. Vi era

in questo paese una crescita limitata su basi fragili e tradizionali. L’iniziativa riformatrice di carlo

III di borbone, succeduto a Ferdinando VI, si svolse dunque entro un contesto assai difficile: fu più

progetto e meno realizzazione. L’intervento più significativo fu nel campo dei rapporti fra stato e

chiesa. Il sovrano precedente aveva seguito la politica del compromesso, ma la modernizzazione del

paese aveva al riguardo bisogno di un intervento più incisivo. Così carlo III espulse i gesuiti dal

paese e limito i poteri della chiesa. L’assolutismo illuminato di carlo III si dispiegò poi nella

ristrutturazione amministrativa. I sovrani settecenteschi del portogallo, giovanni V e Giuseppe I,

furono personalità modeste. La ripresa e i mutamenti più significativi della società portoghese si

ebbero nella seconda metà del 700. L’attività riformatrice fu opera del ministro di fatto

plenipotenziario marchese di pombal. I suoi principali provvedimenti furono l’espulsione dei gesuiti

56

e la repressione sanguinosa nei confronti dei nobili ribelli alla centralizzazione statale. L’azione

riformatrice dei sovrani illuminati si svolse e fu particolarmente incisiva in 3 stati italiani: il regno

di napoli, la lombardia e la toscana. Le sorti del regno di napoli nel 1734 furono decise nel solco

della grande politica internazionale tra conflitti ed equilibri. Sul trono napoletano saliva carlo di

borbone, figlio di filippo V ed elisabetta farnese: il mezzogiorno riconquistava, dopo quasi 3 secoli

dell’esperienza aragonese, un re proprio e la sua indipendenza. Re carlo riformò l’amministrazione

centrale attraverso la costruzione di segreterie più funzionali. Mise in atto il primo serio tentativo di

riforma fiscale globale. Nel 1759 moriva Ferdinando VI, re di spagna, senza eredi. Carlo di borbone

veniva quindi chiamato sul trono di spagna come carlo III. A napoli, per la minore età del figlio di

carlo, Ferdinando, fu costituito un consiglio di reggenza: il suo personaggio di maggiore spicco fu

tanucci. Provvedimenti di rilievo in questo periodo furono: la riforma delle finanze comunali, il

rafforzamento delle magistrature periferiche dello stato e l’espulsione dei gesuiti. Ma la struttura

economica del mezzogiorno restava comunque fragile. Se napoli non riusciva ad essere il cuore

economico del regno, si presentava comunque, a metà del 700, come una grande capitale europea.

Una nuova attenzione per le province e per la questione feudale caratterizzò questi anni in cui,

ormai, l’antico regime si avviava alla sua crisi anche nel mezzogiorno. Il 700 doveva chiudersi a

napoli con il fallimento del riformismo assolutistico illuminato, accelerato dalla rivoluzione

francese. Dopo la pace di Aquisgrana la lombardia cadde sotto il dominio austriaco. Anche il

granducato di toscana era entrato nell’orbita austriaca, perché era stato assegnato nel 1737 a

francesco stefano di lorena, marito di maria teresa d’austria. Proprio durante il regno di maria

teresa furono promosse alcune riforme nella lombardia: il nuovo catasto ridistribuì l’imposta

fondiaria in base al valore attribuito dall’estimo ai terreni e ai fabbricati e affidò il governo delle

comunità ai rappresentanti dei proprietari. Ma furono soprattutto i due figli di maria teresa ad

accelerare il processo riformatore: Giuseppe e pietro leopoldo, poi conosciuto come leopoldo II

imperatore dal 1790 al 1792. Egli promosse due riforme importanti: l’allivellazione che concedeva

in cambio di un pagamento annuo i terreni a livello perpetuo, e abolì la pena di morte. Le tensioni

europee dopo la pace di Aquisgrana non si erano sciolte. Il sistema dell’equilibrio europeo entrava

in crisi per l’impossibilità di bilanciare la forza delle potenze secondo l’ottica che aveva

caratterizzato l’età delle guerre di successione: le sfere di influenza si erano ormai estese oltre i

confini continentali e la corsa anglo-francese all’impero coloniale aveva ripercussioni sugli equilibri

europei. Se l’inghilterra si avviava a dare priorità ai suoi interessi coloniali, sotto la spinta di una

società civile dominata dal capitale commerciale e da classi imprenditoriali più evolute, la francia

viveva la contraddizione tra il primato degli interessi politico-dinastici e l’importanza assegnata alle

colonie dalla sua borghesia mercantile. Nel gennaio 1756 scoppiava dunque la guerra dei 7 anni

(1756-63) tra la francia e l’inghilterra, combattuta sui fronti europei, sul fronte indiano e su quello

americano. Federico II fu corteggiato da londra e parigi, ma fu l’inghilterra ad averlo come alleato,

così la francia dovette allearsi con l’austria e con la russia. Si attuava così un rovesciamento delle

alleanze tradizionali. La guerra dei 7 anni, nelle sue fasi alterne, rivelò il protagonismo militare

della prussia. Nel 1762 federico II firmava la pace separata con pietro III di russia, e nel 1763 con

l’austria. La pace firmata a parigi tra francia e Inghilterra estrometteva la francia dall’america

settentrionale e riconosceva l’espansione inglese in india. La conclusione della guerra dei 7 anni

spostava, dunque, altrove l’asse dell’equilibrio: non più in germania, ma verso africa, asia e

america. Alcuni anni dopo il sistema dell’equilibrio europeo entrava in crisi dall’interno, la polonia

era sempre stata governata da stranieri. Dopo la morte di augusto III di sassonia caterina II cercò di

imporre sul trono il suo amante Stanislao poniatowski il quale era stato educato secondo idee

illuministiche e voleva limitare il potere dell’aristocrazia polacca. Ci vollero 4 anni per sedare la

ribellione e nel 1772 la russia insieme a prussia e austria procedette alla prima spartizione della

polonia: la monarchia asburgica acquistò la Galizia, la monarchia dei Romanov

gran parie della Bielorussia, la monarchia degli Hohenzollern ottenne la Prussia occidentale e il

grande vantaggio del controllo del litorale baltico meridionale. Nel 1792 i soldati di Caterina II

invasero di nuovo il paese, perché Poniatowski, continuando lo sforzo riformatore anche nelle

condizioni fragili in cui si trovava, cercò di trasformare la monarchia polacca da elettiva in

ereditaria e di abolire il potere di veto dei magnati. Nel 1793 fu compiuta una SECONDA

a favore di Russia e Prussia. Nel 1794 un'insurrezione nazionale, capeggiata da

SPARTIZIONE

Taddeus Kosciusko, fu repressa nel sangue e nel 1795 si giunse alla . Con la

TERZA SPARTIZIONE

prima spartizione la Polonia aveva perso il 30% dei suo territorio. Con la terza spartizione il paese

scomparve del tutto

. 57

CAP. XVI: L’ESPANSIONE COLONIALE:IL MONDO OLTRE L’EUROPA

Nel XVIII secolo potenze ridotte a rango secondario in europa come la spagna e il portogallo

possedevano estesissimi territori in oltreoceano. Si trattava di paesi che avevano pagato un prezzo

assai caro ai colonizzatori. Nella corsa all’espansione coloniale in asia e in africa, spagna e

portogallo furono esclusi perché la spinta a quella corsa fu fornita dai ceti commerciali e

imprenditoriali delle grandi potenze economiche e politiche in europa durante il 600 e il 700:

l’olanda, l’inghilterra e la francia. L’impero coloniale spagnolo, nel 700, comprendeva gran parte

dell’america meridionale. Al vertice dell’amministrazione erano i vicerè nel messico e nel perù.

L'ondata riformatrice di Carlo III di Borbone si avvertì anche nelle colonie americane: durante il

suo regno si ebbe la massima espansione territoriale della Spagna in America con l'acquisto della

Louisiana nel 1763 e la costituzione di un nuovo viceregno, quello del Rio de la Plata. L'America

spagnola? Nel corso del XVII secolo, soprattutto a partire dal 1630, la crescita di popolazione

bianca, l'arrivo di schiavi neri e la formazione di popolazione meticcia avevano favorito la ripresa

demografica. Le attività manifatturiere e industriali si svilupparono durante il XVII e il XVIII

secolo. La produzione d’argento crebbe fino al 1635, poi rimase bassa per il resto del secolo. Nel

XVIII secolo le miniere d’argento sudamericane, controllate dagli spagnoli, produssero di nuovo a

pieno ritmo. Quali erano gli elementi deboli del sistema coloniale spagnolo? Possiamo, schemati-

camente, individuarne quattro: il rapporto Stato-economia: il controllo statale del commercio

coloniale era affidato, fino alle riforme di Carlo III, alla C C , un'agenzia con

ASA DE ÙNTRACTACIÓN

sedi a Siviglia e a Cadice ma l'efficacia del potere di controllo e di monopolio della C ASA DE

C era assai scarsa; la fragilità militare: nelle Indie non vi fu un esercito regolare fino alla

ONTRACTACIÓN

fine della guerra dei Sette anni; le province, esposte agli attacchi, si difendevano arruolando milizie non

regolari sul luogo; la corruzione e la scarsa efficienza dell'amministrazione coloniale; la chiusura e il

conservatorismo dei gruppi dirigenti coloniali: le tendenze della società iberica influenzarono anche le

province coloniali, la loro aristocrazia, e scoraggiarono un'efficiente accumulazione e utilizzazione del

capitale. Le riforme di Carlo III solo in parte eliminarono alcuni motivi della debolezza del sistema. Il

meccanismo amministrativo fu semplificato attraverso la sostituzione del consiglio delle indie con il

possedimenti coloniali del Portogallo comprendevano in primo luogo il

ministero delle colonie. I

Brasile, quindi basi commerciali sulle coste africane (Angola e Mozambico), indiane, indonesiane,

in alcune isole del Pacifico. Tra il XVI e il XVII secolo le principali merci esportate dal Brasile

furono lo zucchero, il tabacco, il cotone, i pellami. Solo a partire dagli inizi del Settecento la

scoperta di giacimenti auriferi fece diventare l'oro la principale ricchezza della colonia. Le

importazioni portoghesi; verso l'Angola, dove erano esportati tabacco e liquori di bassissima qualità in

cambio di schiavi. In sostanza le esportazioni dalle colonie servivano al Portogallo per risanare il suo

bilancio: paese importatore di manufatti soprattutto dall'Inghilterra e di argento dalla Spagna, il Portogallo

non riusciva a mantenere in equilibrio la sua bilancia dei pagamenti solo tramite l'esportazione dei propri

prodotti nazionali. Furono gli olandesi a svolgere la funzione di battistrada, di guida all’espansione europea

nel XVII secolo. Nella prima fase l’olanda si dimostrò superiore alla gran bretagna, che diventerà la potenza

coloniale leader nel XVIII secolo. Nel seicento l’olanda viveva il suo secolo d’oro: Amsterdam era il centro

della navigazione. Nonostante la lunga guerra con la spagna, l’olanda finanziava la sua economia e i

mercanti olandesi facevano arrivare nella penisola iberica il grano dal baltico e l’argento americano. La

banca di cambio, fondata da Amsterdam nel 1609, svolgeva un ruolo internazionale simile a quello delle

odierne banche svizzere. Il capitale commerciale olandese era interessato al commercio delle spezie. Nel

1602 le compagnie concorrenti si unirono in una sola compagnia, la compagnia olandese delle indie orientali.

La compagnia aveva una struttura federalista, ogni abitante poteva investire nelle spedizioni la cifra che

voleva. La loro ideologia era quella del mare liberum come fondamento del diritto internazionale. Il fine era

quello di garantirsi il monopolio delle spezie. Nel 600 gli olandesi realizzarono questo obiettivo a spese di

L’interesse primario era costituito dai guadagni delle società, che

portoghesi, spagnoli e inglesi.

arricchivano soprattutto i grandi azionisti e l’oligarchia delle città olandesi. I segnali di crisi si

avvertirono nel corso del 700: bilanci passivi delle compagnie, perdite che si accumulavano perché

in europa cresceva la domanda di merci controllate dalla concorrenza coloniale, aumento del

contrabbando. Nel 1799 la repubblica olandese proclamò colonie dello stato olandese i

58

possedimenti delle compagnie e tale rimase la situazione fino alla seconda guerra mondiale. Anche

gli inglesi penetrarono in asia con la compagnia commerciale privilegiata east india company. Ma

solo alla fine del XVII secolo assunsero un ruolo leader nell’espansione coloniale. Per un certo

periodo, nel XVII secolo la compagnia inglese fu superata dalla sua concorrente olandese. Ma la

concorrenza, verso la fine del 600, fu vinta dagli inglesi. I motivi furono molteplici: il più stabile

assetto costituzionale dell’inghilterra; gli investimenti più massicci e il più largo coinvolgimento dei

ceti nelle imprese e negli affari coloniali; l’importanza crescente dei tessuti in cotone al posto delle

spezie, e quindi il declino del commercio olandese. Certo l’east india company non potè godere

sempre del consenso unanime del parlamento, dove erano rappresentati anche interessi economici e

sociali contrastanti con quelli coloniali. Proprio l’interesse per le stoffe indiane in cotone fu una

delle occasioni del conflitto. Questo interesse, nella seconda metà del XVII secolo, nacque di una

rivoluzione nella moda: il gusto per le stoffe leggere ed eleganti, soprattutto di provenienza

francese, sacrificò le pesanti stoffe di lana inglese. Nel 1678, con una serie di provvedimenti di

natura protezionistica, fu proibita in Inghilterra l’importazione della francia di stoffe in lino e seta.

Per gli olandesi e per gli inglesi la spinta all’espansione extraeuropea era stata originata dalla lotta

contro le potenze iberiche. L’espansione francese fu fortemente contrastata dagli olandesi, che nel

1670 sconfissero la flotta del re sole in india, e dagli inglesi, che bloccarono le mire francesi sul

siam. Rispetto alle compagnie olandesi e inglesi, quella francese era arrivata più tardi in asia;

presentava una più marcata dipendenza dalla corona. Furono questi i motivi non secondari della

sconfitta della francia nel conflitto con l’inghilterra. Alla fine della guerra dei 7 anni la francia

dovette rinunciare all’espansione territoriale in india e vi conservò solo 5 basi costiere. L’inghilterra

gettava le fondamenta dell’impero delle indie britanniche. La compagnia commerciale privilegiata

fu l’asse portante dei rapporti tra l’europa e l’asia tra il XVII e il XVIII. Essa costituì lo strumento

più idoneo di collaborazione fra pubblico e privato per raggiungere il fine dell’espansione

commerciale extraeuropea. La compagnia olandese delle indie orientali crebbe in seguito al

monopolio olandese delle spezie; il suo regresso invece fu dovuto al fatto che gli olandesi vennero

superati dalla concorrenza inglese sui tessuti. L’east india company, come abbiamo già detto, fondò

la sua prima fase di prosperità nella seconda metà del 600 sulla domanda di tessuti indiani, registrò

una battuta d’arresto tra la fine del 600 e i primi anni del 700, riprese quindi lo sviluppo a metà

secolo. Tra XVII e XVIII secolo due nuovi prodotti erano entrati nel paniere dei consumi europei: il

caffè e il tè. L’olanda stabilì il primato nella produzione di caffè che veniva esportato verso

l’europa. Per l’inghilterra, invece, nuove prospettive commerciali furono aperte dalla domanda

popolare di una nuova bevanda il tè cinese, più a buon mercato dell’acquavite. Spezie, tessuti, caffè,

tè furono dunque le voci più importanti dell’importazione europea dall’asia. Nella seconda metà del

700 il rapporto tra l’europa e l’asia cambiò radicalmente: prima il dominio era stato un mezzo al

servizio di un fine che aveva priorità su tutto, l’espansione e il controllo di nuove fonti di

sfruttamento delle risorse; in seguito, il controllo commerciale fu strumento per il fine del potere

politico, che divenne l’obiettivo più importante delle potenze coloniali. Da questo punto di vista,

l’india costituì il modello di un nuovo modello coloniale. Il passaggio fu determinata dalla relazione

fra numerose variabili: la rivalità tra francia e Inghilterra per l’espansione in asia, esplosa nella

guerra dei 7 anni; la disintegrazione dell’unica esperienza politica unitaria in territorio indiano,

l’impero moghul, la divisione internazionale del mercato. Prima dell’inghilterra, l’olanda aveva già

promosso il passaggio dal rapporto di natura commerciale a quello più propriamente coloniale. Lo

strumento del dominio era costituito dall’amministrazione indiretta. Ma fu in india che la

disintegrazione del sistema politico, lo smembramento dell’impero moghul e la rivalità tra la francia

e l’inghilterra crearono le condizioni per la nuova fase della dominazione europea nel continente

asiatico. L’unità dell’impero moghul cominciò a sfaldarsi dopo la morte del re aurangzeb nel 1707.

il potere fu oggetto di lotta militare fra i clan familiari più forti e nel 1739 la città di delhi fu

saccheggiata dai persiani. A metà del 700 l’impero indiano era gravemente indebolito. I fattori della

sua debolezza possono essere i seguenti: la rivalità tra i partiti di corte, che rappresentavano i tre

59

grandi orientamenti politico-religiosi dell’india, il sannita, lo sciita, l’induista: a loro furono dovute

l’incoronazione e la rimozione in rapida successione degli imperatori moghul; la frammentazione e

la totale autonomia di regioni e province, i cui governatori erano ereditari; le invasioni provenienti

dalla zona nord orientale; la massiccia intromissione degli europei nei conflitti politici dell’india,

soprattutto a sud. La guerra dei 7 anni e la conquista inglese del bengala avrebbero segnato il

destino politico dell’india. Il bengala era diventato per il commercio europeo l’area più importante

dell’india. A seguito di una congiura formentata dagli inglesi contro il principe del bengala che si

opponeva alle concessioni a favore della compagnia, esplose nel 1757 il conflitto tra il bengala e

l’inghilterra. Tra il 1757 e il 1759 la compagnia inglese raggiunse il dominio incontrastato su tutto il

bengala. Ma la regione era ancora formalmente indipendente. Solo nel 1764, nella battaglia di

buxar, gli inglesi sconfissero le truppe alleate dell’imperatore e del bengala; fecero prigioniero shah

alam, imperatore dei moghul, posero le basi dello sviluppo della dominazione inglese diretta in

india. Un anni prima, nel 1763, la pace di Parigi, che concludeva la guerra dei 7 anni, aveva

restituito pondichery alla francia, ma aveva anche sancito l’egemonia inglese sull’india sud

orientale. Gli ultimi decenni del 700 significarono per l’india la fine del regno di delhi.

L’espansione britannica continuò ancora tra la fine del 700 e i primi decenni dell’800 secondo le

due linee direttrici originali. Dal bengala si attuò una massiccia penetrazione verso l’interno

dell’india settentrionale, che si spinse fino a delhi. Questa espansione non fu pacificata: essa fu,

soprattutto durante la rivoluzione americana, contrastata dai francesi che, alleandosi con principi

indiani, cercarono, senza durevoli successi, di impegnare la flotta nell’oceano indiano. Il dominio

politico inglese si servì di strumenti diversi. Il processo di smantellamento delle istituzioni indiane

non fu né brutale, né improvviso, ma articolato e graduale. Nei primi decenni del colonialismo

inglese in india anche le forme dello sfruttamento economico cambiarono: la subalternità allo

sviluppo economico della madrepatria fu totale. Le manifatture tessili, che tra 600 e 700 avevano

impegnato artigiani e mercanti locali, furono disincentivate, perché i prodotti in seta e in cotone

indiano entravano in concorrenza con quelli inglesi. Tutto il commercio locale cadde sotto il rigido

controllo inglese. L’espansione europea verso l’india era stata favorita dal concorso di vari fattori.

Le difficoltà di mantenere unito e compatto un territorio vastissimo dominato da clan e caste

diverse; la possibilità da parte dell’occidente europeo di sfruttare un’economia che produceva beni

altamente richiesti sul mercato internazionale e di inserirla in un sistema di scambi sempre

vantaggioso per le potenze europee; la supremazia di formazioni politiche che avevano guadagnato

il ruolo di grandi potenze sul continente che avrebbero potuto rafforzarlo solo attraverso il dominio

di aree extracontinentali: sono questi alcuni dei motivi più importanti che spiegano il destino

dell’india. L’assenza di questi requisiti spiega, invece, la storia diversa della cina e del giappone

nell’epoca dell’espansione europea. La cina dal 1644 fu governata dai ching della dinastia mancia. I

primi imperatore di questa dinastia dominarono una grande realtà imperiale, consolidarono i confini

territoriali, fermarono l’espansione russa alla fine del 600 e, nel corso del XVIII secolo, annettero la

mongolia, il ribete e la regione del sinkiang. I mancia costituirono un’imponente macchina bellica e

divennero i padroni della steppa. Sicura entro i propri confini, la cina conobbe un lungo periodo di

prosperità. Il momento culminante della parabola ascendente dell’impero mancia coincise proprio

con la crisi dell’impero moghul in india e la penetrazione europea. I rapporti commerciali con

l’occidente furono, per lo meno in questa fase, vantaggiosi per la cina. L’impero cinese avrebbe

mostrato, verso la fine del 700, motivi strutturali di fragilità. Il 600 fu per l’impero tokugawa in

giappone un secolo di sviluppo economico. Al vertice dell’amministrazione statale era lo shogun. I

guerrieri andavano trasformandosi in gestori di rendite feudali e in burocrati e, per acquisire

competenze tecnico-amministrative, frequentavano scuole specializzate. Nel corso del XVIII secolo

carestie, rivolte contadine, tensioni crescenti dentro il sistema politico-sociale, conflitti tra i

feudatari e lo shogun finirono col vanificare i tentativi riformatori messi in atto dai vertici

dell’amministrazione. Si preparava la crisi del sistema. Fino alla metà del XIX secolo il giappone fu

relativamente isolato nel contesto delle relazioni commerciali internazionali. Solo gli olandesi

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Sara F

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Prova d'esame di Storia moderna. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Libro: Le vie della modernità, Dalla scoperta alla conquista, la prima divisione del mondo, Il Rinascimento e Stato moderno, L'Italia nelle guerre per il predominio europeo, ecc.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Fiorelli Vittoria.

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