Introduzione
Nel 1320 papa Giovanni XXII promosse una consultazione volta ad ottenere gli argomenti che permettessero di designare come eresia l’invocazione dei demoni e la magia. Si trattò di una grande svolta, dal momento che 13 secoli di cristianesimo avevano stabilito che l’eresia risiedeva solo nel pensiero e nella parola, e non negli atti. Qualificazione che aprì la porta alle procedure eccezionali di indagine e repressione dei tribunali inquisitoriali, incaricati della persecuzione dell’eresia.
L’ossessione per il diavolo non costituisce un aspetto essenziale del cristianesimo medievale, ma è emersa tra il 1280 e il 1330 svolta decisiva: 3 secoli di ossessione demoniaca condizionarono pesantemente l’evoluzione dell’Europa portando soprattutto alla follia persecutoria di streghe e stregoni tra la fine del XV e metà del XVII secolo, che ha opposto:
- Giudici e inquisitori persuasi dalla realtà di incantesimi e degli impegni satanici
- Popolazioni tra le quali sembravano diffuse le credenze nella realtà dei malefizi e dell’esistenza del sabba (l’occulta congrega di streghe, demoni e stregoni)
La chiesa medievale aveva costantemente condannato le pratiche magiche, facendole oggetto di disprezzo in quanto vane superstizioni. Il diavolo convinceva della propria efficacia mediante illusioni che influenzavano le menti deboli.
Quattro sono gli schemi esplicativi che si sono succeduti:
- Le credenze nella stregoneria derivavano da culti e riti ancestrali (Margaret Murray)
- Il sabba delle streghe sarebbe mera creazione dei chierici, imputata mediante la violenza (terrore/tortura) alle vittime della persecuzione
- Il sabba visto come una “forma di compromesso” secondo il quale i chierici trascrivevano in termini cristiani schemi di comunicazione con l’aldilà appartenenti ad un vasto insieme di rappresentazioni per sistemi in forme pregnanti o parziali (Carlo Ginzburg)
- L’esistenza dei demoni avrebbe marcato l’intera cultura erudita dell’Europa del Rinascimento e la caccia alle streghe non sarebbe altro che un aspetto particolare di tale cultura (Stuart Clark)
La genesi dell’ossessione demoniaca sorge verso il 1430-1450, periodo della popolarizzazione del sabba e degli esordi della persecuzione sistematica delle streghe. Il periodo della svolta demoniaca (1280-1330) coincide con una fase di tensione tra poteri spirituali e secolari, tra il papato e la monarchia.
La “svolta demonologica” potrebbe essere ricondotta al 1277, che segnò un momento di arresto nello sviluppo di una certa razionalità trionfante che era riuscita a cristianizzare la filosofia di Aristotele.
Nel 1277 il vescovo di Parigi Etien Tempier pubblicò un elenco con 219 proposizioni eretiche, presumibilmente insegnate alla facoltà delle Arti dell’Università di Parigi. Tali proposizioni derivavano dalla dottrina di Tommaso d’Aquino.
Si trattava in un certo senso della rivincita della teologia francescana, che privilegiava la volontà a scapito della ragione, distanziandosi dal naturalismo aristotelico e liberando Dio dai limiti imposti dalle leggi del mondo. È però un quadro semplificato dal momento che lo stesso ordine francescano in quel periodo subiva al suo interno una grave crisi relativa all’esigenza di povertà assoluta, che avrebbe portato alla repressione della componente estremista degli spirituali.
Fu proprio la contrapposizione di due antropologie, illustrate nel corso specifico dai nomi del domenicano Tommaso d’Aquino e dal francescano Pietro di Giovanni Olivi, a contribuire al ritorno di Satana nei pensieri e nelle dottrine. La paura dei demoni sarebbe dunque nata dalla coniugazione di due antiche tematiche:
- Il patto concluso col diavolo
- La possessione
La mistica visionaria che contrassegnò la fine del XIII secolo si insediò ai margini della possessione. Il corpo e l’anima degli uomini divennero ricettacoli aperti all’influenza sovrannaturale. La potenza individuale dell’essere umano lo rese forte della sua fragilità, ma la sua autonomia lo esponeva all’assoggettazione satanica. A preparare l’avvento di Satana fu un nuovo cristianesimo.
Satana eretico, l’istituzione giudiziaria della demonologia sotto Giovanni XXII
Il demonio ha una storia assai antica nel cristianesimo, ma l’istituzione di una demonologia appare assai più recente. Uno dei segni concreti dell’emergere di una nuova disciplina si riconosce nella compilazione di trattati specifici che trasmettono un sapere o una esperienza cumulativa. È per questo che a lungo si è attribuita la nascita della demonologia al primo trattato pratico e teorico: il Malleus Maleficarum pubblicato nel 1486 dall’inquisitore Heinrich Krämer, detto Institor. Ma la caccia ai demoni e ai suoi alleati non aveva ancora un ruolo centrale.
Alain Boreau, Satana eretico. Nascita della demonologia nell’occidente medievale (1280-1330)
Spostando la demonologia verso la fase finale del Medioevo, i medievalisti si sono sbarazzati di una lunga diatriba che metteva in causa la razionalità scolastica, così facendo però hanno mancato l’occasione di reperire le radici teologiche e filosofiche del fenomeno. Da una ventina di anni alcuni storici hanno tentato di riproporre una continuità tra cristianesimo medievale e le diverse forme della Riforma e Controriforma.
Del resto, una bolla di Giovanni XXII, Super Illius Specula (1326) è stata più volte considerata il testo fondatore della nuova ossessione demonologia che si impadronì di molti chierici alla fine del medioevo. Recentemente i lavori di Nicolas Weill-parot hanno riproposto il problema dell’interesse del papa per la magia.
L’albero degli storici e la foresta dei documenti
Anche se quelle incriminate nella bolla Super Illius Specula sono essenzialmente pratiche magiche, esse derivano dall’adorazione dei demoni. Streghe e stregoni si coalizzano con la morte e fanno un patto con l’Inferno. L’invocazione dei demoni e le pratiche connesse sono riferite a dogmi: “che nessuno tra essi osi insegnare o apprendere chicchessia di codesti dogmi perversi”. Designati come eresie quelle pratiche dovevano essere punite “con tutte quelle pene che, di diritto, meritano gli eretici”.
Il testo rettifica la bolla Accusatus di Alessandro IV, dove si precisava che i delitti magici non erano competenze dell’Inquisizione, salvo quelli che sappiano manifestamente di eresia. In realtà i tribunali dell’Inquisizione avevano come incarico quello della persecuzione dell’eresia.
Comunque gli storici hanno mostrato la tendenza a dare scarsa importanza alla bolla Super Illius Specula. Si è dubitato della sua portata, dei suoi effetti e della sua autorità. Nella costruzione procedurale di Giovanni XXII grande importanza ha la nozione di eresia, indipendentemente dall’errore o dall’opinione.
Fatto eretico
Di conseguenza la nozione di eresia non ebbe lo stesso senso nel X e nel XIV secolo: tra l’uno e l’altro le grandi dissidenze dei secoli XI e XII, le eresie valdese e catara hanno contribuito a rendere l’eresia un crimine maggiore, perseguito secondo procedure eccezionali e punito in maniera rigorosa (la magia demoniaca vista come crimine eretico).
Uno sforzo continuo
Il documento principale di questo incartamento (Super Illius Specula) è rappresentato da una richiesta di disanima rivolta da papa Giovanni XXII a 10 teologi canonisti nell’autunno del 1320, sulla qualificazione come eresia delle pratiche magiche e delle invocazioni dei demoni. È probabile che il papa avesse in animo di preparare una nuova legislazione e ciò rendeva necessario uno scrupoloso lavoro dottrinale.
Il testo con le questioni sollevate dal papa e le 10 risposte è stato riportato nel manoscritto Borghese 428 della Biblioteca Vaticana. Tra i vari interrogatori il papa si chiede “se coloro che si sacrificano ai demoni avendo l’intenzione di rendere loro sacrificio, affinché da tale sacrificio attratti i demoni obblighino qualcuno a fare ciò che il sacrificatore desideri, o coloro che invocano il demonio devono essere considerati come eretici soltanto quali autori di sortilegi?” Uno degli esperti, Enrico del Carretto, fornì persino una sommaria descrizione di un efficace sacramento satanico, derivata dalla teoria contrattuale del sacramento, messa a punto nella seconda metà del XIII secolo.
Non è escluso che la prassi di certi giudici ecclesiastici abbia preceduto l’esplicitazione dottrinale del quesito.
Esempio: potrebbe indurre a pensarlo una lettera indirizzata nel 1319 da Giovanni XXII al canonico Séguin de Belegney, giudice ecclesiastico e vescovo di Poitiers. Séguin aveva espresso al papa un dubbio che lo assillava: una accusata era morta per aver subito la tortura per ordine del giudice, la pianta dei piedi di costei era stata bruciata dai carboni ardenti. Il canonico si chiedeva se non incorresse nell’irregolarità, vale a dire incapacità di restare nell’ordine sacerdotale, nel caso specifico per aver versato sangue. Il papa lo rassicurò facendogli notare che la vittima era morta qualche tempo dopo la tortura e che si potrebbe dubitare che a causa dei tormenti ella sia morta più rapidamente di quanto sarebbe accaduto senza tortura. La vittima del giudice era stata denunciata pubblicamente per crimini di sortilegi e perversione eretica.
È lecito pensare che sia stato il giudice ad avere associato il sortilegio all’eresia. Il ricorso alla tortura sembra essere dettato dal desiderio di scoprire reti di complicità, risultato lodato dal papa: “tutto ciò che è stato così trovato, non sarebbe stato rivelato se codesto danno non l’avesse rivelato grazie ai tormenti”.
L’impiego della tortura in un tribunale ecclesiastico era stato introdotto nel 1252 da papa Innocenzo IV a beneficio esclusivo degli inquisitori e non dei giudici episcopali. Solo nel 1308 quando si istituiva una commissione episcopale per giudicare i Templari, Clemente V aveva esteso l’uso della tortura ai tribunali vescovili ma si trattava esclusivamente di imputazione di eresia. Séguin sosteneva di aver fatto ricorso alla tortura solo dopo aver consultato “persone molto oneste, le quali assicuravano di aver visto nella regione tolosana gli eretici venir sottoposti alla tortura”.
Esempio: Nell’agosto 1320, prima della consultazione dei 10 esperti, una lettera fu inviata per conto di papa Giovanni XXII dal cardinale Guglielmo di Pietro da Godin agli inquisitori di Caracassonne e di Tolosa. In questo caso la richiesta di azione giudiziaria si focalizzava sulle invocazioni di demoni e sui patti in tal modo conclusi “si auspica con fervore che si scaccino dal centro della casa di Dio gli autori di malefizi che uccidono il gregge del Signore. Ordina e vi affida il compito di compiere indagini e di procedere, tuttavia rispettando le modalità procedurali e i canoni prescritti, in materia di eresia nei confronti di coloro che immolano ai demoni o li adorano o rendono omaggio”.
Bisogna procedere contro coloro che fanno patti con i demoni o che fabbricano una immagine qualsivoglia o qualsiasi altra cosa per legarsi al demone per perpetrare qualche malefizio mediante l’invocazione dei demoni, contro coloro che abusano dei sacramenti della chiesa ai fini dei loro sortilegi o malefizi.
(Lettera del papa) Guglielmo da Godin (teologo) non aveva alcuna carriera giuridica e rappresentava la migliore ortodossia tomistica, particolare importante, dal momento che il compito degli inquisitori aveva più attinenza con la teologia che col diritto. A Guglielmo da Godin fu assegnata una nuova commissione pontificia, con il compito di procedere al processo di parecchi chierici e laici, accusati di aver fabbricato immagini di piombo o pietra e destinate all’invocazione dei demoni. Guglielmo fu incaricato di avviare l’inchiesta locale in vista del processo di canonizzazione di Nicola da Tolentino, ed era un processo che coinvolgeva notevoli aspetti demonologici. A questa fitta serie di indizi che comprovano la continuità di qualificare come eretiche le imprese demoniache, si può aggiungere un intervento del domenicano Bernardo Gui, per il quale nel suo Manuale dell’inquisitore l’invocazione dei demoni era considerata eresia se veniva fatta in concomitanza con un sacrificio.
Dieci anni dopo il papa Giovanni XXII in due sue lettere scrisse e ordinò ai destinatari di continuare quell’opera più che mai necessaria. Il testo introduceva un importante correttivo: “i vescovi dovevano mettersi all’opera, gli inquisitori dovevano portare a termine le azioni intraprese ma non potevano avviare nuove procedure senza commissione pontificia”. Il correttivo in questione nulla toglieva alla qualifica di eresia applicata alle invocazioni demoniache ed altre forme di magia, dal momento che l’azione inquisitoria non veniva né sospesa né semplicemente trasferita ai vescovi, ma rispecchiava una certa diffidenza nei confronti degli inquisitori.
Un male comune?
È lecito chiedersi quale fosse il pressante pericolo che il papa si raffigurava per agire con tanta ostinazione. Le pratiche magiche sembravano universali e valide in ogni tempo:
- Il sortilegio criminale o amoroso mediante immagini di cera o di terra è largamente attestato nell’antichità greco-romana
- Quanto all’uso deviante degli oggetti sacramentali cristiani, dovuto alla magia, era attestato da lungo tempo.
La magia sapienziale importata dall’Oriente e dalla Spagna, aveva avuto un grande sviluppo negli ambienti eruditi fin dall’inizio del XIII secolo. I saperi alchemico e astrologico godevano di grande prestigio scientifico e potevano quindi spostarsi alla negromanzia o alle sue arti magiche.
L’atteggiamento della chiesa nei confronti dell’alchimia cominciò a scemare alla fine del XIII secolo, nel momento in cui le conquiste della scienza naturale apparvero pericolose per la fede. In relazione a ciò è nota la celebre condanna pronunciata nel 1277 dal vescovo Etienne Tempier, che condannò i libri, rotoli o quaderni che trattano di negromanzia o contenenti esperienze di sortilegi, invocazioni di demoni con pericoli per le anime. L’alchimia protetta fino al 1270 dai papi in cerca dell’elisir di lunga vita cominciava ad apparire sospetta. Degli stessi sospetti era oggetto l’astrologia, nonostante la sua parvenza più accademica.
In realtà il prestigio dell’astrologia a dispetto del suo statuto sempre più sospetto crebbe nel corso del XIV secolo, in virtù sia dei suoi progressi che degli evidenti limiti della scienza astrologica. Appare evidente che la diffidenza nei confronti dell’astrologia e dell’alchimia si sia accompagnata ad una diffusione della cultura negromantica e alchemica negli strati più bassi della gerarchia ecclesiastica. A questa inquietudine generalizzata e ambivalente si aggiungeva la preoccupazione di Giovanni XXII che sembrava essersi convinto che i demoni si immischiavano direttamente in quelle arti sospette ed esercitavano una terribile ruolo nella vita e nella morte degli esseri umani.
Le convinzioni demonologiche di Giovanni XXII
Il rapido svolgimento di processi di inquisizione ci aiuterà a capire le preoccupazioni personali del papa in materia di magia e di invocazioni demoniache.
Esempio: Nel 1318 Giovanni XXII rivolge a Barthélemy vescovo di Frejus la richiesta di intraprendere azione secondo la procedura sommaria e senza possibilità di appello nei confronti di chierici che si dedicavano “alla negromanzia e alla arti magiche”. Arti queste ultime strettamente collegate all’invocazione dei demoni, si trattava delle arti dei demoni derivate da una pestifera associazione degli uomini e degli angeli malvagi.
“I maghi frequentemente si servono di specchi e di immagini consacrate secondo il loro rito e si dispongono in cerchio, invocando ripetutamente i demoni che rinchiudono negli specchi, nei cerchi o negli anelli. Mediante queste invocazioni gli accusati tentano di nuocere o di predire il futuro”.
Un altro aspetto della loro attività, rivelato più avanti nella lettera, riguarda una preoccupazione pontificia: “costoro non temono di affermare che, con l’aiuto di bevande, di cibarie, ma anche proferendo una sola parola, sia possibile abbreviare o prolungare la vita degli uomini”.
Esempio: Il grande alchimista inglese John Dastin che aveva scritto opere di alchimia per il cardinale Napoleone Orsini, inviò a Giovanni XXII una lettera sull’oro potabile, suscettibile di prolungare la vita.
Esempio: Il primo grande “affaire” giudiziario del pontificato di Giovanni XXII coinvolse il vescovo di Cahors, Géraud. Egli fu accusato di aver voluto attentare alla vita del papa e dei cardinali mediante veleno, ma anche di fabbricare immagini di cera alle quali era stato attribuito il nome delle vittime per essere poi trafitte con aghi.
Facile quindi comprendere l’assenza di papa Giovanni XXII per le manipolazioni sovrannaturali della natura, tanto più che di recente certi alchimisti tra i quali Arnaldo da Villanova, avevano stretto rapporti con gli spirituali francescani e colonna della curia.
Esempio: Il processo intentato al francescano Bernard Délicieux, perseguito per i suoi attacchi contro l’inquisizione e i suoi tentativi di sollevare città della Francia meridionale contro il potere degli inquisitori. Gli articoli del suo atto di accusa riguardavano i suoi tentativi di assassinio contro la persona di Benedetto XI tramite il ricorso a incantesimi e atti di magia.
Esempio: Nell’agosto del 1326 il papa inviò una lettera al cardinale Bertrand de Montfavet, per incitarlo a dare il via ad una richiesta di Bertrand d’Auridan, canonico di Agen. Il sospetto è che lui si servisse di libri, scritture, vasi di vetro o altro per sviluppare pratiche magiche.
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