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Riassunto esame Storia Medievale, prof. Vallerani, libro consigliato Il cavaliere la donna il prete. Il matrimonio nella Francia feudale, Duby

Riassunto per l'esame di Storia Medievale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Duby "Il cavaliere, la donna, il prete. Il matrimonio nella Francia feudale" edizione Laterza, anno 1989.
Il testo tratta dell'evoluzione delle politiche matrimoniali e del ruolo della donna al loro interno.
Con l'aggiunta di schemi finali indicanti :
1- la genealogia... Vedi di più

Esame di Storia Medievale docente Prof. M. Vallerani

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ESTRATTO DOCUMENTO

estende uno spazio privato pieno di donne (serve, parenti, donne vacanti) che è possibile prendere con la massima

facilità, un piccolo paradiso chiuso dove gli uomini, e soprattutto il padrone, sono continuamente esposti alla tentazione

di donne perverse e pervertitrici. Ma la verginità che prezzo ha per tali uomini? “Hai corrotto una vergine? Se non è tua

moglie, per cui avresti semplicemente violato le nozze, un anno di astinenza. Se non la sposi, due anni”. Tutto qui.

Bucardo ci parla di incantesimi e sortilegi, di donne un po’ streghe, deboli e sleali. Mogli che preparano piatti o bevande

capaci di spegnere gli ardori del marito, per renderlo impotente e sfuggire in tal modo alle maternità. O al contrario (e

più spesso) per rinfocolare l’ardore virile, poiché si sa, le donne sono insaziabili.

Il matrimonio è visto essenzialmente sotto il suo aspetto sociale, distinguendo tra matrimonio legittimo e

e insistendo sulla pubblicità delle nozze. Fuggevole è l’allusione al consenso reciproco, più importante

concubinato,

invece l’accordo fra i parentadi. Si devono bandire ogni violenza e procedimento insidioso (es. il ratto o la seduzione). È

è a lui che spetta la decisione

prevista la possibilità per il prelato di sciogliere varie unioni, oltre a quelle incestuose:

finale. In primo luogo dovrà considerare il comportamento della donna, nella quale sta generalmente la malizia. Ella è

fornificatrice di natura, se accusata di adulterio il prelato ha il diritto di pronunciare il divorzio. Se la donna accusa il

marito di non essere in grado di consumare il matrimonio, il vescovo deve prima chiedere al marito, e credere a lui. Se

tuttavia dopo qualche mese la donna ripete l’accusa protestando di voler essere madre, e se l’impotenza del marito è

provata dal giudizio di Dio, il vescovo deve annullare il matrimonio. Se inoltre una donna accusa il marito di adulterio,

deve trattare l’uomo come le donne e sciogliere l’unione contaminata. Ma in realtà l’iniziativa parte sempre dai maschi,

a volte per desiderio di un’altra donna. Se il vescovo ha il diritto di sciogliere il vincolo matrimoniale, è però meno

Gli uomini sono

libero di permettere ai separati di contrarre un altro matrimonio finché il coniuge rimane in vita.

tanto più inclini alla poligamia quanto più sono forti, ricchi e potenti, e posseggono mezzi assai più efficaci per ottenere

la separazione legale e soddisfare la propria cupidigia. Meno ostacoli si pongono alle 2° nozze di una donna, che non è

prudente lasciare senza un uomo che la sorvegli e corregga. Solo le vedove sono sospette, perché possono aver tramato

la morte del marito. Il vescovo comunque deve fare di tutto per riconciliare i coniugi divisi, riservandosi per il futuro la

Niente nozze dunque per i mariti liberati dalla moglie adultera, né per

possibilità di riunirli una volta sopiti i rancori.

quelli che adducono il ratto della moglie o la propria impotenza. D’altronde l’uomo può facilmente ricorrere al

concubinato, forma spregevole di matrimonio in cui trova la pace sessuale e che lo priva solo di eredi legittimi.

I precetti episcopali non contrastano tanto la fame di piacere quanto le strategie matrimoniali messe in atto per favorire

certi interessi domestici. Esistono però nel Decretum due motivi per un marito di ripudiare la moglie in maniera da

potersi risposare: se riesce a provare che la moglie ha attentato alla sua vita o che è una sua parente (tabù del sangue).

► IV – ( . )

ROBERTO IL PIO 67

P

Diversamente dal cugino Enrico, re di Francia non viene canonizzato, ma alcuni suoi contemporanei si sforzano

Roberto

di farlo passare per una sorta di santo. Prova ne è il soprannome pius, il pio, e l’opera scritta dal monaco Helgaud di

in seguito alla sua morte, biografia in tutto simile a quelle che si compongono in gloria dei beati.

Saint-Benoît-sur-Loire

Helgaud narra una vita esemplare, la virtù del re e il suo potere taumaturgico. Racconta gli atti edificanti e le virtù

mondane (senso della giustizia, generosità e mitezza di cui dà prova nell’esercizio della sua funzione di re). Ma si levano

voci malevoli: si accusa il re di un delitto, un accoppiamento illecito. Ha sposato la propria madrina, sua parente di

sangue (il biografo non nomina questa compagna illegittima, né parla di matrimonio ma di copulatio: si tratta infatti di

un incesto). Ma chi è senza peccato? Anche il santo re Davide cedette alla concupiscenza e al ratto. Il suo doppio

peccato (adulterio e assassinio del suo rivale) Roberto l’ha commesso prendendo una donna doppiamente vietatagli,

dalla parentela spirituale e carnale. Ma Davide e Roberto sono entrambi guariti e riconciliati. Roberto si riconosce

colpevole e si separa dalla donna che lo contamina, come Davide ammette la colpa, prega e digiuna, vive come un

monaco pur senza abbandonare la propria posizione: felix culpa, che gli fa cambiare condotta e lo porta alla beatitudine.

uscendo un giorno dal suo palazzo per recarsi ai vespri, Ugo Capeto padre di Roberto vede un giorno in un

Aneddoto:

angolo una coppia intenta a far l’amore, e li copre con il suo mantello gloria a colui che non grida sui tetti i peccati

altrui, cfr. regola di san Benedetto “curare le proprie e le altrui ferite senza svelarle né renderle pubbliche”.

nulla ci dice dei guai coniugali del re di Francia, nonostante l’incesto e l’adulterio. Roberto ha 3 mogli

Rodolfo il Glabro

legittime, la 1° delle quali è probabilmente ancora viva quando si sposa per la 3° volta, mentre la 2° vive nei paraggi

dispostissima a riconquistare il letto regale se ne ha l’occasione. Nel 988-89, subito dopo l’elezione di suo padre,

Roberto associato al trono a 16 anni prende in moglie una donna di nome e che nella sua nuova casa è chiamata

Rosala

Susanna. Ripudiata dopo 3 anni, vive fino al 1003. Nel 996-97 Roberto sposa che ripudia fra il 1001 e il 1006. A

Berta,

quell’epoca ha per moglie che l’anno dopo gli da il suo primo figlio legittimo. A un certo punto pensa di

Costanza,

ripudiare anche lei, ma la terribile Costanza, megera violenta e impossibile, glielo impedisce. Questi fatti ci rivelano che:

Ripudiando a 19 anni la moglie sceltagli da Ugo Capeto,

1) la sposa viene scelta dal padre, dal capo della casata.

Roberto vuole forse dimostrare la propria indipendenza: è ormai un uomo, e i suoi compagni lo incoraggiano a scuotere

Duby, Il cavaliere la donna il prete 9

il giogo dell’autorità paterna. Attende comunque che il padre si trovi sul letto di morte, quando lui ha 25 anni.

Dopo aver guardato fino a Bisanzio e chiesto una figlia

2) si vuole prendere in moglie una donna dello stesso rango.

dell’imperatore, Ugo Capeto ripiega su Rosala, figlia di Berengario re d’Italia e discendente di Carlo Magno e che

pertanto può andare. Ma ancora migliore è il sangue di Berta, figlia di Corrado re di Borgogna e nipote di Luigi IV

d’Oltremare, re carolingio della Francia occidentale. Meno smaglianti le origini di Costanza, figlia di un semplice conte di

Arles, anche se coperto di gloria per aver scacciato i saraceni dalla Provenza, e di Adelaide (o Bianca) sorella del conte

d’Angiò e moglie di Luigi V (seppure ripudiata quasi subito è consacrata regina dai vescovi con un rito dagli effetti

incancellabili). Nel ricordo di Gervasio di Tilbury, nel XIII sec, Costanza diviene una vera figlia di Luigi V, che insieme al

suo regno la cede a Roberto. I cronisti contemporanei non attribuiscono a questa 3° moglie un’origine carolingia e

regale, ma nemmeno di Rosala dicono qualcosa di più, nonostante la sua nascita certamente regale.

La considerazione del rango è tuttavia prevalente:

3) ci si preoccupa di evitare di sposare una parente troppo stretta.

Rosala è cugina in 6° grado, e Berta di 3° grado soltanto. Le prime 2 hanno

4) la strategia dinastica esige che la moglie del figlio maggiore appartenga a una stirpe più potente.

sposato in prime nozze dei conti: dunque non sono vergini, ma questo non interessa. Sono vedove, Rosala di Arnolfo

conte di Fiandra e Berta di Oddone conte di Blois. Sposate entrambe nei primi giorni di vedovanza, con tali matrimoni il

Capetingio spera di affermare se non proprio il suo accesso alla corona, quanto meno quello al principato - il ducato di

Francia. Una parte già l’ha perduta, abbandonandola ai selvaggi capi normanni da poco evangelizzati; il centro, intorno a

Orléans e a Parigi, è saldamente in sua mano, mentre altrove il conte di Fiandra, quello di Blois e quello d’Angiò

sviluppano la propria potenza. Ugo deve quindi vincolarsi a uno o all’altro con un’alleanza: a questo serve il matrimonio.

Quando il conte Arnolfo di Fiandra muore, il maggiore dei suoi figli è ancora un bambino, e l’idea è di dargli per patrigno

l’erede del regno (989). La tutela si rivela complicata per il rischio di perdere il castello di Montreuil da poco conquistato

e dato a Rosala in dotalizio (poi diventerà il dotalizio della prima moglie di Filippo I, anch’essa fiamminga: questo è

evidentemente il compito di certi beni patrimoniali). Rosala è ripudiata con un divorzio, ma la famiglia riesce a tenersi

Montreuil. Nel 996 il Capetingio deve riuscire a tenersi tutto ciò che può in Turenna, e resistere agli sconfinamenti del

conte d’Angiò e di quelli di Blois. Fortunatamente, le 2 casate comitali sono in guerra. A corte, il vecchio re tiene per

l’angioino, e suo figlio (suo naturale avversario) per il conte di Blois. Quando Oddone muore nel febbraio 996, il conte

d’Angiò si lancia sulla città di Tours, e qualche mese dopo Roberto, ormai indipendente dal padre in agonia, si lancia

sulla vedova, Berta. Dapprima ne diventa il difensore e a tale titolo riconquista Tours, per poi sposarla sperando di

dominare la contea di Blois, come un tempo la Fiandra, attraverso i figli da poco maggiorenni della seconda moglie. Il

maggiore muore quasi subito, mentre il secondo, Oddone II, diviene presto arrogante e scomodo per gli intrighi che

tesse sin nel cuore della casa del re. Deluso, il sovrano decide di tornare amico dell’angioino: a tale scopo ripudia Berta e

sposa Costanza, cugina germana di Folco il Nero conte d’Angiò. Oddone con i suoi sostenitori a corte, quasi riesce a

rovinare questo nuovo matrimonio. Tutti questi intrighi mostrano chiaramente che in una società che pratica

largamente il concubinato, il matrimonio legittimo è soprattutto uno strumento politico.

Feconda in passato, Rosala non lo è più

5) bisogna assicurare la continuità della stirpe generando un figlio legittimo.

quando sposa il giovane re. Berta, che ha meno di 30 anni e ha già dimostrato la sua fecondità, 5 anni dopo il

matrimonio è ancora sterile, ragione sufficiente per separarsene. Costanza è molto giovane, e non tarda a partorire due

figli, dopo di che Roberto si sente perfettamente libero di scacciarla dal proprio letto (1008-10) per rimetterci Berta.

Il vincolo matrimoniale si scioglie dunque con estrema facilità alla corte di Francia. Dell’ardor, della fiamma del

desiderio, non possiamo dire nulla. Notevole comunque la libertà che ci si prende nei confronti della Chiesa.

Non risulta che i dirigenti della Chiesa abbiano fermamente reagito al 1° ripudio né al 2° matrimonio, peraltro adultero.

Il termine tecnico e riprovatore di superductio, abbondantemente usato contro Filippo I, non compare da nessuna parte.

L’unico indizio di una certa reticenza ci arriva da che non ama gli usurpatori carolingi e narra di

Richer monaco di Reims,

come il suo maestro Gerberto avesse sconsigliato Berta di sposare Roberto. Tutto qui. Nessuna allusione alla bigamia. Le

nozze solenni sono consacrate dall’arcivescovo di Tours assistito da altri prelati. Gli avversari si limitano a parlare della

consanguineità troppo stretta: non l’adulterio ma il vincolo di parentela invoca infatti chi ingiunge di sciogliere quel

matrimonio durante il concilio del 997. L’anno dopo a Roma un altro concilio presieduto dall’imperatore Ottone III

decide che Roberto deve lasciare sua cugina Berta, affibbiando a entrambi 7 anni di penitenza e minacciandolo di

scomunica se si ostina nel suo peccato e sospendendo infine i prelati colpevoli finché non si siano discolpati

per far ripiegare il re di Francia su 2 fronti: deve restituire l’arcidiocesi di Reims al bastardo

→ misure poliBche,

carolingio recentemente destituito per tradimento, e smettere di appoggiare il vescovo di Orléans contro i monaci di

Saint-Benoît-sur-Loire che pretendono l’esenzione dal controllo episcopale. Roberto preoccupato cede, ottenendo in

cambio dal legato pontificio la promessa della “conferma del suo nuovo matrimonio”.

Roberto non è mai stato scomunicato. Ripudia Berta, ma dopo 4 o 5 anni dopo il decreto del concilio di Roma, e per altri

motivi. Forse ha ragione Helgaud: il re vuole ormai farsi monaco, pensa alla propria anima e prende coscienza dei

propria peccati, tutti fatti che però non possiamo né confermare né negare. Per giustificare il 2° divorzio si ricorre al

Duby, Il cavaliere la donna il prete

10

pretesto della cuginanza, che dà a entrambi il diritto di risposarsi, cosa che Roberto fa. Ma quando nel 1008 a Roma

cerca di ottenere l’annullamento del suo 3° matrimonio e la riconferma del 2°, comprende che la curia non avrebbe mai

avallato ciò che sarebbe parso scandaloso anche agli animi più indulgenti.

Il rigore contro la bigamia arriva più tardi, con l’azione riformatrice, e fa nascere la leggenda della castità dell’imperatore

Enrico II. Il biasimo s’inasprisce fra i precursori di Ivo di Chartres e di papa Urbano II.

Primo a farsi sentire è l’italiano in una lettera all’abate Desiderio di Montecassino (fra 1060 e

Aneddoto: Pier Damiani:

1072) ricorda che Roberto è stato punito per aver sposato una sua parente che ha messo al mondo un figlio con

“collo e testa d’oca”. Segue la scena rappresentata da Jean-Paul Laurens: i vescovi che scomunicano i 2 sposi, il buon

popolo terrorizzato, il re abbandonato da tutti tranne che da 2 valletti che si arrischiano a nutrirlo gettando poi

immediatamente nel fuoco tutto ciò che le sue mani hanno toccato. Preso dall’angoscia, assicura Pier Damiani,

Roberto si libera per contrarre un’unione legittima ed essere completamente assolto.

► V – ( . )

PRINCIPI E CAVALIERI 77

P

Come le vergini consacrate e le vedove, le mogli, donne di minor merito, in assenza dell’uomo tenuto a proteggerle

vengono messe sotto la diretta protezione di Dio, cioè dei dirigenti della Chiesa. A maggior ragione ci si mettono le

donne scacciate dal talamo coniugale. I vescovi sono obbligati ad averne cura e a esortare i mariti a riprendersele.

fa scalpore per la sua condotta. Il suo nome è rimasto nelle opere letterarie in lingua volgare

Galerano conte di Meulan

con cui ci si diverte nelle corti del XIII sec. per descrivere le contraddizioni cui il rapporto coniugale può dar luogo. In

realtà, si sa che ripudia sua moglie, ma non se ne sa la ragione né il pretesto (parentela o adulterio?), né quale vantaggio

possa ricavare da nuove nozze. La ripudiata trova rifugio presso Dopo aver saputo di non

Fulberto vescovo di Chartres.

potersi risposare finché la moglie vive, Galerano chiede che torni da lui e di scomunicarla se rifiuta, altrimenti sarà

indotto a fornicare. Lei rifiuta, conoscendolo preferirebbe il convento. Fulberto non la forza a farsi monaca né lo

proibisce, neanche la costringe a tornare a tornare dal marito che la detesta e certamente la ucciderebbe. Galerano lo

sollecita affinché lo autorizzi a prendere un’altra moglie, ma il vescovo nega il diritto “finché l’uxor non si sarà fatta

monaca o sarà morta” possiamo trarre delle conclusioni interessanti:

comprendiamo che Galerano si è già impegnato in nuove trattative matrimoniali, è quindi bigamo almeno nello

1)

spirito e nella coscienza, vuole che la sua nuova unione sia approvata dall’autorità episcopale e per convincere il prelato

usa argomenti forti (senza moglie sta bruciando e rischia di peccare)

il vescovo propone una soluzione per quei casi in cui sia pericoloso ricondurre una donna al letto coniugale: che la

2)

ripudiata prenda il velo. Offrire un rifugio alle mogli in difficoltà è una delle funzioni dei conventi femminili.

(morto nel 1060, figlio di Folco il Nero) è protagonista di un altro episodio significativo.

Goffredo Martello conte d’Angiò

L’abbazia di Ronceray sostiene di aver ricevuto in donazione un vigneto vicino a Samour che Goffredo si è ripreso per

darlo in dote “alle sue mogli o per meglio dire alle sue concubine”. Ecco un perfetto esempio di poligamia successiva di

cui siamo informati per caso, perché quel terreno serve da dotalizio maritale (cfr. il castello di Montreuil dei capetingi):

una quota marginale scelta tra i beni acquisiti, data alle donne della casata e che da quel momento in poi si trasmette di

madre in figlia e da zia a nipote. Un altro tratto notevole è lo scarso potere della donna sulla dos ricevuta dal marito: è

raro che ne goda a lungo se è vedova senza figli, ma se è ripudiata il suo potere è ancora più precario perché i maschi

della casata sono contrari a lasciare in altre mani i possedimenti un tempo appartenuti ai propri avi maschi.

Il 1° matrimonio del conte d’Angiò è del 1032, a 26 anni: il padre ha scelto un’ereditiera, vedova di Guglielmo il

Agnese,

Grande d’Aquitania (cugino di 3° grado di Goffredo) e figlia del conte di Borgogna e nipote di un re d’Italia, discendente

di Carlo Magno. Verso il 1050 Goffredo la ripudia facilmente, poiché tutti sanno che sono parenti stretti per affinità.

All’epoca il matrimonio incestuoso viene messo in relazione con l’incendio della città di Angers (il peccato del principe

attira il castigo sull’intero popolo). Fra 1049 e 1052 Goffredo sposa vedova del sire di Montreuil-Bellay, altra

Grécie

donna di alto rango della casata dei Langeais. Durante i suoi ultimi 8 anni di vita ripudia per poi riprende

Grécie Adele,

e la sostituisce con Quest’apparente incostanza deriva dalla preoccupazione fondamentale di avere un

Grécie Adelaide.

erede, ma non ha successo poiché egli stesso è sterile, e a quell’epoca nessun uomo lo ammetterebbe. Sul letto di

morte deve scegliere un successore fra i giovani maschi suoi parenti più stretti, i figli di sua sorella Ermengarda.

Nella prima metà del XI sec i principi usano il matrimonio con la stessa disinvoltura del re, e

La concezione di famiglia _

sono ancora più indifferenti alla disapprovazione della Chiesa, o almeno di una parte del clero. Questi grandi signori

sono più liberi del re, e non meno imperioso è il loro dovere di difendere un patrimonio.

Alla fine del IX sec la parentela è ancora vissuta in come un gruppo che nello spessore di 2 o 3 sole

orizzontale,

generazioni riunisce consanguinei e affini sullo stesso piano. Gradualmente a quest’insieme se ne sostituisce un altro,

stavolta: una stirpe di uomini in cui l’importanza e il diritto delle donne va diminuendo e lungo la quale il

verticale

ricordo comprende un numero sempre crescente di morti e risale a un antenato sempre più lontano nel tempo (l’eroe

Duby, Il cavaliere la donna il prete 11

fondatore della casata). Già da molto tempo la casa del re presenta di sé questa immagine.

Tra 1030 e 1060 si notano i chiari segni di un rivolgimento: dei giovani vengono espulsi e sono costretti ad andare molto

lontano col pretesto di un pellegrinaggio; altri impugnano le armi contro il padre o lo zio; fratelli rivali si uccidono

reciprocamente mentre i contemporanei deplorano la depravazione della gioventù e la mancanza di rispetto dei giovani

nei confronti dei vecchi … Forse situazioni simili non sono una novità, ma emergono più chiaramente perché in quel

momento i documenti cambiano di natura, e agli atti sino a quel momento redatti con formule rigide e asciutte, che

quasi nulla rivelano della vita concreta, si sostituiscono delle narrazioni liberissime, e queste piccole cronache

drammatizzanti insistono volentieri sugli atti di violenza. In quegli anni le tensioni nelle famiglie aumentano certamente

a seguito, c’è da supporre, della rapida trasformazione delle norme tradizionalmente osservate nelle divisioni

successorie e della concentrazione dei poteri nelle mani del caput mansi (come dice una carta cluniacense) o del caput

generis (come scrive più tardi Galberto di Bruges). Frustrati, i figli maggiorenni protestano, arraffano tutto quello che

possono, quando possono, a viva forza, sempre amareggiati e rabbiosi come i mariti delle rispettive sorelle e zie che

vedono sfumare lo sperato diritto a ereditare. Contemporaneamente si controlla con sempre maggiore rigore la

nuzialità delle ragazze e dei giovani, cedendo volentieri le prime ma autorizzando solo qualcuno degli altri a contrarre un

matrimonio legittimo e condannando al celibato la maggior parte dei guerrieri.

In questo scenario re e grandi principi feudali rinsaldano il vincolo di amicizia vassallatica distribuendo mogli ai loro fidi

più devoti. prendendo moglie (col

Il matrimonio diviene uno strumento di alleanza e soprattutto di insediamento:

ratto o per concessione del signore) i cavalieri possono abbandonare la casa del padrone per fondarne una loro. I

documenti raccontano poco di questi fenomeni, rispecchiati 150 anni dopo dalla memoria che i discendenti conservano

del loro più lontano antenato, spesso immaginato come un avventuriero, un giovane cavaliere errante che continua la

sua ricerca come Lancillotto o Galvano per fermarsi e sistemarsi sposandosi. Probabilmente il ricordo è deformato.

Dove la scrittura giuridica non si è persa completamente, la gestualità simbolica comporta il passaggio da una mano

all’altra, sotto gli occhi di parenti e amici riuniti, di una pergamena contenente i termini dell’accordo. Tali documenti

sono rarissimi nella regione qui studiata. Ma nei cartolari dell’abbazia di Cluny e della cattedrale di Mâcon, e di vicini

istituti religiosi più modesti, troviamo traccia di quanto la consuetudine impone allora di scrivere a tutti i livelli (persino

tra contadini e piccoli proprietari) per stabilire i rispettivi diritti sui beni della coppia all’atto della sua formazione. Tra le

diverse zone vi possono essere usanze diverse, e il formalismo di certi notai nasconde le realtà più profonde. Pochissimi

titoli riguardano la ovvero la donazione dei genitori alla figlia che va sposa, alla coppia che si forma.

dote,

“a te mio caro genero e a sua moglie io e mia moglie diamo …” (l’uomo viene prima poiché è il capo della donna).

ES. a metà dell’XI sec un cavaliere si divide con i fratelli l’eredità paterna, ad eccezione, dice, di una piccolissima quota

ES. lasciata dal padre “alle sorelle e alle figlie”, probabilmente all’atto del matrimonio.

Anche il marito deve dotare la sposa e, nel Mâconnais, con una carta, un atto di donazione, la cui formula non è fissa.

Col dotalizio, la donna viene garantita dai rischi della vedovanza e da quelli del ripudio.

“alla mia dolcissima e amatissima sponsa [verrà detta uxor solo dopo le nozze] io Domenicus tuo sponsus, poiché per

ES. volontà di Dio e consiglio dei nostri genitori ti ho sposato e, se a Dio piace, voglio entrare con te in legittima

comunanza, ti do …” [si tratta di piccoli proprietari e Domenico cede la ½ della sua quota di una piccola azienda

agricola di cui è comproprietario insieme ai fratelli] [975-976, dintorni di Cluny]

“Per amore e benevolenza verso di te, per i buoni servizi che mi renderai e altre cose che mi hai promesso, per tutto

ES. questo ti dò…” [975-976, dintorni di Cluny] giacché il

Le formule di questi contratti campagnoli evidenziano in primo luogo la differenza tra gli e le

sponsali nozze,

contratto concernente i beni precede l’unione dei corpi e la sposa ne entra in possesso solo dopo la notte in cui il marito

la possiede. Da quel momento è pienamente padrona della sua parte, uguale a quella che il marito tiene per sé. Da

notare che il marito apparentemente agisce in proprio, ed il riferimento d’obbligo all’amore e alla benevolenza. Ma

tutto ciò è dichiaratamente subordinato alla volontà divina e al consiglio, ossia alla decisione delle 2 parentele.

atto di sponsalicium di Oury, proprietario del castello di Bagé en Bresse e potente vassallo, insieme al sire di

ES. Beaujeu, del conte di Mâcon, del 994: scritto in ottimo latino e sottoscritto dal conte e dalla contessa, l’atto ha un

lungo e pomposo preambolo che espone la teoria ecclesiastica del buon matrimonio, citando la Genesi, le nozze di

Cana, ecc. Lo sponso dona alla sua sponsa non già una quota indivisa, ma tutta una serie di beni designati 1x1, un

vastissimo insieme dominicale prelevato dal patrimonio ereditario e ceduto con il consenso di un fratello (i genitori

sono morti) in donazione perpetua. In realtà sono le stesse parole che i preti di campagna scrivono in rozzo latino.

La graduale scomparsa degli atti di sponsalicium (gli

Le forme cambiano durante il ½ sec a cavallo dell’anno Mille.

ultimi sono degli anni ’30 del XI sec) è dovuta alla trasformazione delle procedure giudiziarie e al fatto che non conviene

più produrre delle prove scritte davanti alle assemblee di giustizia, e che per emanare una sentenza gli arbitri si fondano

Duby, Il cavaliere la donna il prete

12

su testimonianze orali o sui cimenti del giudizio di Dio. Gli archivisti non si curano più dei titoli di questo genere, ma

resta la consuetudine che all’atto degli sponsali il marito faccia una donazione formale. Se però monaci e canonici

trascurano di conservare le copie di certi contratti, è anche perché dopo il 1030-40 il potere dell’uomo sull’intero

patrimonio coniugale si è rafforzato a tal punto che è del tutto inutile tenere conto delle fittizie prerogative della moglie

→ l’associazione a parità di quota dei coniugi si trasforma in una piccola monarchia in cui il marito è il padrone.

In primo luogo diminuisce la quota accordata alla moglie

Il potere femminile sui beni ereditari decade gradualmente.

dall’atto dello sponsalicium: inizialmente pari a ½ del patrimonio, tra 1005 e 1008 scende a 1/3 delle sue terre più un

regalo consistente in un campicello o una vigna; dopo il 1030 quest’aggiunta scompare. Fra 1004 e 1006 compaiono le

prime clausole che limitano il diritto della donna a disporne liberamente: la cessione è ormai solo un vitalizio, e alla

morte della moglie torna agli eredi della coppia. Le formule in uso nelle campagne sono ancora più restrittive: “se

avremo eredi il dotalizio spetterà a loro; se non ne avremo, ce ne spetterà l’usufrutto finché vivremo; dopo la tua morte

andrà ai miei più stretti parenti”. Questa disposizione si radica saldamente nella consuetudine insieme a un’altra un po’

meno rigida: “dopo la nostra morte, 1/3 tornerà ai miei parenti; dell’altro farai ciò che vorrai”. A questo punto il diritto

della moglie è ancora effettivo: se sopravvive al marito, dispone fino alla morte dei beni cedutile.

Più avanti, fra 1031 e 1048, Bernardo, cavaliere in partenza per Gerusalemme, si spoglia di tutto, donando a Cluny 1/3 di

quanto appartenuto a suo padre e 1/3 di ”quanto sua moglie avrebbe posseduto finché era in vita e che i monaci

avrebbero ricevuto dopo il suo decesso”. Infine, ai tempi di re Roberto una vedova cede la nuda proprietà della sua dote

al figlio e si riserva l’usufrutto a vita, per garantire i propri diritti dalle pretese del figlio in seguito alla morte del marito.

mentre le figlie sono escluse come i

Il gruppo familiare assume l’aspetto sempre più netto di una dinastia di uomini,

bastardi. È il privilegio dell’essere maschio, perciò è importante che il matrimonio sia legittimo. Ne consegue che nella

coppia, l’autorità del padrone/marito/signore aumenta continuamente, e non solo gestisce la quota del patrimonio

avito donata alla compagna ma anche tutto quanto può toccarle dei beni dei suoi parenti. Ne dispone, e pur

richiedendone indubbiamente il consenso, è lui che parla e agisce. Verso la fine del sec, una moglie dona a Saint-Vincent

di Mâcon la dote ricevuta, e la donazione si effettua per mano di suo marito Bernardo: tutti i diritti della società

coniugale sono tenuti, come dice il documento, dalla mano sempre più rinserrata di un uomo.

Unitamente alle disposizioni che diminuiscono la consistenza del dotalizio e ne prevedono il ritorno ai maschi della

casata, la graduale appropriazione del marito di tutti i beni della coppia protegge il patrimonio fondiario avito dal

pericolo che questa donna di un altro sangue accolta in casa faccia un cattivo uso della sua quota.

Contemporaneamente, chi cede una figlia, sorella o nipote in matrimonio ha tutti i motivi di temere che l’estraneo il

La difesa da questo pericolo

cui potere si estende ormai a questa donna riesca a mettere le mani sui beni della casata.

consiste nel diminuire il diritto delle figlie sposate all’eredità, limitandolo a quei beni che la madre ha a sua volta

ricevuto in dote e che in tal modo vengono riutilizzati. Quando però il capo della casa, morendo, lascia solo delle figlie, il

marito della maggiore si appropria dell’intero patrimonio, soppiantando zii e cugini e prendendo il posto del suocero.

tornando da Gerusalemme, il visconte di Mâcon muore sfinito a Lione. È un “giovane”, un celibe che lascia

ES. un’immensa eredità. Il conte di Mâcon, che ha sposato sua sorella, rivendica per sé tutto l’onore, ma è contrastato

dai monaci di Cluny, cui il defunto ha donato quasi tutto il suo patrimonio. Davanti a quest’ostacolo il conte si tira

indietro e ripudia la moglie da cui non si aspetta più alcun vantaggio, adducendo a pretesto la consanguineità. La

donna sposa allora un certo cavaliere, un vassallo del conte il quale cede così la moglie ripudiata a uno dei suoi

uomini: è l’uso migliore che può farne, cederla in premio a un giovane della sua banda conquistandosene la

gratitudine. La donna ha infatti ancora dei diritti che insieme al nuovo marito vende a caro prezzo all’abbazia.

Se invece la moglie ha un fratello, i diritti di costui sui beni aviti avuti in dote prevalgono su quelli del marito.

Roland le Bressan sposa la figlia di un castellano, il sire di Berzé. Prima di risposarsi la donna, vedova, fa una grossa

ES. donazione ai monaci di Cluny, riservandosi l’usufrutto a vita dei beni ceduti. Le terre vengono da suo padre, che gliele

ha donate in occasione del primo matrimonio (è raro che le ragazze lascino la casa paterna a mani vuote). Morta nel

1100, il monastero è costretto a trattare e a discutere accanitamente con gli uomini (il marito e il fratello) che ancora

hanno in mano (o sono pronti ad afferrare) i terreni. Alla fine entrambi rinunciano ai propri diritti, promettendo di far

approvare la donazione dagli infantes della defunta, ancora bambini, appena raggiunta l’età giusta. Ciò in cambio di

una somma ingente data al fratello, per i suoi diritti, e al marito, a nome dei figli che lui rappresenta.

il capo della casata cerca di maritare tutte le ragazze disponibili della famiglia, e disperdendo

La strategia matrimoniale:

così il sangue degli avi stringe delle alleanze ribadite nella successiva generazione dal rapporto privilegiato che unisce i

figli al fratello della madre. Prudenza vuole però che solo uno dei figli maschi sia autorizzato a prendersi una moglie

legittima, a meno che per un altro figlio non si riesca a trovare una ragazza senza fratelli, un’ereditiera. Quanto agli altri

maschi, che non sono riusciti a introdursi in una comunità religiosa con la protezione di uno zio priore o canonico,

aspettano, sperando di ricevere un giorno o l’altro una moglie in regalo, o vanno a cercare la ricchezza lontano. Dopo

l’anno Mille, tale controllo pone fine al moltiplicarsi delle famiglie che continua da molti decenni e al frazionamento

Duby, Il cavaliere la donna il prete 13

delle immense tenute costituite in epoca carolingia, e fissa il numero delle famiglie aristocratiche. Un risultato di questa

cristallizzazione è la più stretta soggezione delle donne agli uomini della casata e la riattivazione del terrore che le mogli

ispirano ai mariti: la paura dell’adulterio e dell’assassinio. Immaginiamo il cavaliere dell’XI sec, sospettoso e tremante,

accanto a un’Eva che tutte le sere lo raggiunge nel letto, di cui non è sicuro di saper soddisfare l’insaziabile

concupiscenza, che sicuramente lo inganna e che forse, stanotte stessa, lo soffocherà sotto le coltri nel sonno.

► VI – ( . )

GLI ERETICI 95

P

Negli anni ’20 del XI sec, contemporaneamente a questa svolta nelle pratiche matrimoniali della cavalleria, si delineano

dei movimenti che i dirigenti della Chiesa definiscono eretici. L’eresia è anche, indiscutibilmente, una delle tante forme

assunte dalla resistenza alla nascita della feudalità, ovvero di una nuova distribuzione del potere. Riunisce gli oppressi, i

contadini agiati esclusi dalla cavalleria e soggetti alle esazioni signorili, il popolo delle città e le donne, più rigidamente

costrette e frustrate nei loro diritti dei maschi. Le sette si presentano come piccoli gruppi di eletti che voltano le spalle al

mondo perverso, fuggendo il male e il carnale: proposito simile a quello monastico tranne che nel rifiuto di inquadrarsi

nella Chiesa questa la più grande accusa mossa agli eretici: non ammettono che la pietà sia un’istituzione e che per

comunicare con Dio sia necessaria la mediazione dei preti; giudicano il clero inutile e vogliono distruggere la Chiesa.

Sia per gli eretici sia per la Chiesa il male sta nel sesso e il matrimonio ispira disgusto. Leggendo i Vangeli, gli eretici si

persuadono che lo stato coniugale impedisce di innalzarsi verso la luce. Preparandosi al ritorno di Cristo, sognano di

abolire ogni forma di sessualità e accolgono presso di sé delle donne, trattandole da uguali e pretendendo di viverci

insieme uniti solo dalla caritas che in paradiso unisce gli esseri celesti in assoluta purezza, come fratelli e sorelle

l’eresia viene vista/presentata ai contemporanei come un movimento femminista.

→ scandalo:

Astuta, avvelenatrice, non è forse la donna lo strumento di Satana? Soprattutto i detrattori dell’eresia tacciano

d’ipocrisia il rifiuto dell’unione sessuale fra tanta promiscuità: mentono, sono degli impostori, e in realtà si

abbandonano alla dissolutezza. Chi pretende di rifiutare il matrimonio ai laici li spinge alla fornicazione e all’incesto.

Paolo di Chartres riferisce ciò che si mormora nei chiostri sugli eretici: alla fine delle loro riunioni, ciascuno afferra la

ES. donna che gli sta accanto, sia pure la madre o la sorella, e in seguito bruciano ritualmente i bambini nati da questi

accoppiamenti mostruosi usandone le ceneri come amuleti.

Un piccolo gruppo di perfetti, che se non proprio la verginità esige la continenza per tutti affinché tutti diventino uguali

agli angeli, emerge nettamente da una massa di simpatizzanti che non pensano neanche lontanamente a ritirarsi dal

mondo e a rinunciare ai suoi piaceri. Per costoro la contestazione eretica è solo un modo per ostacolare l’ingerenza della

Chiesa nelle procedure matrimoniali. Il rifiuto eretico è un rifiuto della consacrazione dell’opera della carne, i preti non

devono immischiarsi delle cerimonie celebrate accanto al letto nuziale → il matrimonio è una cosa carnale, santificarlo

Chi si ostina a prendere moglie può scegliere quella che vuole, perché pecca chiunque essa sia:

è un sacrilegio.

l’indagine condotta dai preti sull’incesto o sulla bigamia è perfettamente inutile. Nel matrimonio non c’è salvezza, gli

eretici si oppongono formalmente allo sviluppo di una liturgia nuziale. Pertanto sono ascoltati da tutti coloro per i quali

tale sviluppo è tanto più preoccupante quanto più il matrimonio legittimo si differenzia dal concubinato, svalutato e

ricacciato nell’illecito con incesto e bigamia preti concubini che non ammettono di poter vivere senza una donna;

nobili decisi a scegliersi liberamente una compagna e a ripudiarla se gli sembra opportuno prendersene un’altra.

La sfida eretica viene raccolta, in particolare da Nel libretto redatto per suo ordine

Gerardo vescovo di Cambrai-Arras.

dopo il processo del 1024, gli argomenti cui è ricorso per convincere gli eretici, rimpolpati e sostenuti da riferimenti alla

Scrittura, formano una sorta di relazione della retta dottrina comprendente uno sviluppo sul matrimonio molto prezioso

perché ci rivela l’atteggiamento dell’episcopato illuminato.

Gerardo mira a difendere l’istituzione ecclesiastica, ad affermare il valore dei sacramenti e a ottenere il riconoscimento

del privilegio dei preti di regolare i rapporti fra il popolo dei fedeli e il suo Dio. Afferma perciò la necessità di distinguere

gli “ordini” (discretio ordinis) e che la volontà divina divide gli uomini in categorie funzionali gerarchizzate. Gli uomini

votati su questa terra al servizio di Dio stanno al livello più alto, immediatamente al di sotto delle milizie angeliche,

devono perciò avvicinarsi alla purezza degli angeli giacché da questa purezza dipende la loro preminenza.

Tra 1028 e 1031 questi argomenti sono ripresi da in un poema dedicato a re Roberto. I membri

Adalberone di Laon

della Chiesa sono subordinati alla “legge divina”; se sono casti Dio “gli assoggetta il genere umano” e il matrimonio è

vietato affinché rimangano tali. Ma è vietato solo a loro: la specie umana deve sopravvivere fino all’ultimo giorno.

Adalberone schernisce sarcasticamente i cluniacensi, che predicano ai grandi la continenza monastica. Lungi dall’essere

proibito, ai laici il matrimonio è prescritto, vissuto conformemente ai principi cristiani e sotto il controllo dei preti.

La proposizione di Gerardo di Cambrai sul matrimonio è sostenuta dall’immagine di una società inquadrata e

gerarchizzata contrapposta alla tesi egualitaria dell’eresia la legge morale si sdoppia.

Il matrimonio è regolato dalla “legge della consuetudine”, aggiunge Gerardo. Conosce il contrasto stabilito dai 2 termini

lex e consuetudo e intenzionalmente li unisce per sottolineare la differenza fra le 2 leggi, quella divina e quella umana, e

Duby, Il cavaliere la donna il prete

14

svilire quest’ultima equiparandola alla semplice consuetudine il matrimonio, appartenente al carnale, non ha nulla di

sacro, non è un sacramento e neppure un’istituzione ecclesiastica. Per Gerardo il matrimonio è essenzialmente impuro,

è la sorte riservata agli uomini inferiori asserviti alle cose terrene e impelagati nel materiale. Il matrimonio sarebbe

perfetto se ne fosse bandito ogni piacere del corpo, ma è impossibile arrivare a tanto, ed è già molto se il piacere può

essere governato, controllato. Il matrimonio è sempre un peccato e perciò tutti i laici, anche i re, sono subordinati ai

puri, ossia ai preti. Gerardo cita il Nuovo Testamento per sottolineare la necessaria soggezione della moglie al marito,

1)

l’indissolubilità, “il marito infedele è santificato dalla moglie fedele”. Per lo scambio dei servizi consentito c’è

2) 3)

dunque del buono nell’unione coniugale, che aiuta la circolazione della grazia. Perciò la dottrina eretica è perniciosa.

Nella scia di Giona d’Orléans, Gerardo mette l’accoppiamento coniugale fra i peccati veniali che si possono riscattare.

Il matrimonio dei laici lo preoccupa molto meno del dei preti. Alle soglie del XV sec il punto per i prelati è la

celibato

difesa dei privilegi dei servi di Dio, del loro monopolio e delle loro immunità. Per riuscirci, contano sulla convinzione

largamente diffusa che l’uomo incaricato del sacrificio, mediatore e intercessore presso le potenze invisibili, deve

fuggire le donne. Ribadire la superiorità dello spirituale sul temporale e mantenere la gerarchia subordinando i laici al

clero implica pertanto l’instaurazione fra i maschi di una rigida separazione di carattere sessuale, che ne costringe una

parte alla castità permanente. La proclamazione di Gerardo di Cambrai prelude così alla riforma del corpo ecclesiastico e

alla lotta contro il nicolaismo. E molti capi di grandi famiglie approvano chi predica il celibato ecclesiastico, sperando che

si ostacoli l’impianto di dinastie clericali di cui temono la concorrenza e, soprattutto, che i figli maschi, sistemati nei

capitoli cattedrali per limitare l’espansione della famiglia, non procreino alle volte figli illegittimi.

nel 1031, il concilio di Bourges esclude dagli ordini i figli dei preti, vieta di cedere la figlia ad un prete, un diacono o a

ES. un loro figlio e di prendere in moglie la figlia nata dalla “moglie” di un prete o di un diacono.

30 anni dopo i vescovi uniti a Lisieux continuano a ripetere ai canonici che devono scacciare le loro compagne,

ES. autorizzando però, scoraggiati, i preti di campagna a tenersi le loro.

Ben poco è rimasto di quanto hanno scritto coloro che nella Chiesa sostengono il

Contro il celibato ecclesiastico _

partito avverso, ma quei frammenti ci rivelano gli argomenti dei contradditori. La continenza, dicono costoro, è un dono

della grazia che è impossibile imporre per costringere gli uomini ad essere puri. E fanno appello a un altro tipo di

distinzione, meno istituzionale, tenendo conto cioè della personalità individuale. Fanno appello alla carità e, citando san

Paolo, parlano del matrimonio come di un rimedio alla concupiscenza. Perché negarlo ai preti? Portano ad es. la storia di

Lot e delle sue figlie: l’orgoglioso che pensa di poter fare a meno del matrimonio è in grave pericolo di cadere nella

La continenza è migliore, lo riconoscono, ma c’è del buono anche nel matrimonio. Tuttavia, chiedendo che

fornicazione.

tutti gli uomini, preti o laici, siano trattati nella stessa maniera, e negando la separazione sociale fra quanto concerna la

legge divina e quanto invece la legge umana su cui si basa l’azione riformatrice, prestano il fianco all’accusa di eresia. È

un aspro conflitto in cui spesso il popolo sostiene i preti che si rifiutano di rompere il proprio ménage. A quanto pare

comunque la contestazione si spegne a poco a poco negli ultimi decenni del XI sec. La vittoria tocca ai “gregoriani”.

L’asprezza della lotta porta a

Vittima di questa lunga battaglia è la via di mezzo rappresentata dal concubinato.

sostenere la divisione più semplice: nessuna compagna, legittima o no, per i viri ecclesiastici, mentre per i viri seculares

una compagna è indispensabile, ma deve essere una moglie legittima. L’unione dei corpi è severamente proibita al di

fuori del connubium legitimum, stretto solennemente con riti profani e religiosi.

Al concilio romano del 1069, il canone del concilio di Toledo (398) che imponeva la monogamia ma consentiva di

scegliere tra matrimonio e concubinato è citato ancora una volta; successivamente i documenti ufficiali dell’ortodossia

non ne parlano più. Da allora, i dirigenti della Chiesa, occupatissimi ad abolire il matrimonio dal corpo ecclesiastico,

cominciano ad accarezzare l’idea di chiudere il popolo laico in un sistema di inquadramento, raccogliendolo interamente

in una rete dalle maglie costituite da cellule coniugali benedette. Basta con gli emarginati, finite le unioni libere: i celibi

sarebbero stati costretti a integrarsi alla “casa” diretta da un capo legittimamente sposato, le donne a passare senza

La stessa

transizione dalla verginità alla maternità legittima, dallo stretto potere di un padre a quello di un marito.

tendenza produceva un aumento del valore del matrimonio nell’etica dinastica e in quella predicata dai preti.

I promotori della riforma esortano soprattutto a disincarnare il matrimonio. Per sconfiggere la predicazione eretica, i

vescovi fanno proprio un suo tema, e i monaci, repressori abituali del mondo carnale, si mettono alla guida della lotta,

ripetendo con maggiore forza di chiunque altro che il matrimonio può e deve essere casto, invitando a reprimere il

desiderio nel letto coniugale, adoperandosi, sul piano del simbolismo, a sminuire nel rituale matrimoniale il ruolo delle

nozze esaltando invece quello degli sponsali che rappresentano l’unione delle anime e insistendo sull’accordo delle

volontà, sul consenso reciproco, su quella “carità” che è il cemento della società coniugale: una volta concepiti i figli,

mediante fuggevoli discese agli inferi, i coniugi sono esortati a vivere insieme in una fraternità spirituale in tutto simile a

quella predicata dagli eresiarchi. A questa esigenza di castità si unisce la pretesa di controllare i patti coniugali. Con i

progressi della riforma, l’autorità ecclesiastica diventa sempre più invadente, e rompendo deliberatamente con la

tradizione carolingia arriva a pretendere di essere il solo giudice, esigendo la competenza esclusiva in materia di

Duby, Il cavaliere la donna il prete 15

matrimonio. Le prime tracce di quest’illuminata rivendicazione compaiono nella Francia del nord verso il 1080.

Nel corso del XI sec vescovi e abati si appropriano del potere signorile, e facendosi largo a forza fra i concorrenti laici

(avvocati, conti e castellani) giungono a esercitare su parte dei loro sudditi la giustizia regia, punendo i delitti pubblici fra

i quali il ratto e l’adulterio. Così, mediante la semplice pratica giudiziaria, la “legge divina” usurpa a poco a poco la “legge

della consuetudine umana”. I primi accusati citati davanti a un tribunale esclusivamente ecclesiastico per il loro

comportamento matrimoniale sono certamente dei canonici ribelli che tardano a separarsi dalla moglie.

La necessaria concentrazione dell’auctoritas limita gradualmente il potere di ciascun vescovo nell’ambito della sua

diocesi di dosare le pene. L’uso dei penitenziali decade e nelle biblioteche gli esperti si applicano a unificare i codici e a

elaborare una regola generale. Una legge, rigida, che ricaccia il matrimonio ai limiti estremi del lecito ma che invita a

sacralizzarlo per meglio giustificare il diritto della Chiesa a controllarne la pratica e per inserirlo nella sfera di

competenza degli specialisti del diritto canonico. Comincia così in questa regione l’epoca dei giuristi.

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► VII – ( . )

VITE DI SANTI E DI SANTE 111

P

Torniamo all’epoca da cui siamo partiti, in cui i conflitti tra i capi delle grandi famiglie e i prelati riformatori si

moltiplicano diventando più aspri. conte di Poitiers si schiera a fianco del re di Francia

Guglielmo IX d’Aquitania

scomunicato ordinando di scacciare dalla sua città a bastonate i vescovi venuti a rilanciare l’anatema contro il re.

In realtà Guglielmo si trova nella stessa situazione: legittimamente separato dalla 1° moglie per motivi di parentela,

sostituisce poco dopo la 2° con una moglie superducta a sua volta sposata.

I prelati che guidano l’azione riformatrice attaccano i grandi signori, istruendo clamorosi processi, per evitare che il

popolo ne segua l’esempio. In contrappunto esaltano altri personaggi di cui vantano le virtù diffondendo il ricordo delle

loro gesta e invitando a imitarne la condotta. Li collocano fra i santi di cui qualunque peccatore, se devoto, può sperare

l’aiuto e l’efficace intercessione. Accanto alle tombe di questi beati se ne racconta ai pellegrini la storia con tutti i

particolari. La 1° versione viene generalmente elaborata per giustificare la canonizzazione. Redatta in latino, la storia

viene letta e riletta in privato nelle comunità religiose, e alimenta di aneddoti la predicazione ai fedeli illetterati. Pieni di

luoghi comuni e insulsaggini, costretti nel rigido quadro ereditato da una lunghissima tradizione, a prima vista questi

racconti sono poco interessanti, ma se presi per quello che sono in realtà (ovvero le armi più forbite di una lotta

ideologica) ci rivelano come la realtà vissuta venga manipolata per le necessità di una causa.

Tra questi testi edificanti ne ho scelti 4, elaborati tra 1084 e 1138, in piena crisi:

predica un e parla del Proviene

1) vita di Simone _ radicale disprezzo del mondo matrimonio come di un decadimento.

dall’abbazia di Saint-Claude nel Giura, in cui il monachesimo assume la forma del più estremo ascetismo.

Rodolfo, discendente di Carlo Magno, mette insieme diverse contee e sposa l’ereditiera della contea di Bar-en-Aube.

Il patto è concluso e la donna è sua sponsa quando, prima delle nozze, i cavalieri del castello di Joigny la cedono a un

altro signore. Rodolfo espugna Joigny, prende la sposa e la rinchiude il tempo necessario ad accertarsi che non sia in

cinta. Ma in sua assenza lei viene rapita da un signorotto della regione cui però si riesce a strapparla. Finalmente

hanno 2 femmine e 2 maschi. Nel 1060 Rodolfo la ripudia (non è certo se lei o un’altra sposata nel frattempo) e alla

morte di re Enrico I ne sposa la vedova, Anna di Kiev, avvicinandosi pericolosamente al trono (Filippo I è un bimbo).

La ripudiata ricorre al papa, e Rodolfo viene scomunicato (non per fornificazione, ma per incesto: il re è suo cugino).

Morto Rodolfo, ucciso in battaglia il figlio maggiore e sposate le figlie, l’onore tocca a che lo difende dalle

Simone

molte cupidigie destate. Tormentato, si dice, dal peccato del padre [cupiditas, ovvero la smania di impadronirsi di

tutto], ammonito da Gregorio VII, dall’abate di Cluny e dal legato Ugo di Romans, dopo essersi dato a lungo, in

segreto, alle pratiche monastiche, Simone si unisce agli eremiti di Saint-Claude e muore a Roma fra 1080 e 1082.

La morbosa repulsione dai piaceri mondani lo allontana dai doveri di capo della casata, non si cura di mettere al

mondo dei figli e si rifiuta ostinatamente di sposarsi. All’epoca di una tregua conclusa con il capetingio, gli viene

scelta per moglie la figlia del conte di la Marche, ovviamente molto nobile e bella. Simone finge di acconsentire,

parte per l’Alvernia, si adatta ai riti della desponsatio e torna in pompa magna per le nozze. Al suo arrivo la sponsa lo

abbraccia ed egli la lascia fare, badando a non mettere passione nell’abbraccio. Condotto nella camera nuziale (dove

tutti lo immaginano immerso nel piacere) ammonisce la sposa, la converte e la convince a “rinunciare alla lussuria, a

conservare la castità e a far voto di verginità”. Il giorno dopo la spedisce al monastero di La-Chaise-Dieu e fugge dalla

vendetta del padre della sposa. Appena tornato nell’Ile-de-France, Guglielmo il Conquistatore lo convoca in

Normandia per dargli in moglie la figlia. Simone ringrazia con umiltà ma fa notare che la regina (moglie di Guglielmo)

è sua parente (anche se di 6° grado). Guglielmo propone di trovare una soluzione, magari congrue elemosine.

Indottrinato dai gregoriani, Simone ribatte che la dispensa deve essere rilasciata dal papa, e partito immediatamente

per ottenerla, sulla via di Roma prende l’abito del monaco.

apologia della castità eroica (e della santa ipocrisia: Simone mente prendendo tutti in giro).

Duby, Il cavaliere la donna il prete

16 nobilissimo rampollo della casa fiamminga di Pamèle-Audinarde, Arnolfo

2) vita di Arnolfo _ rifiuta per sé lo stato

aiutandoli anzi con le sue parole a viverlo bene cfr. morale ecclesiastica: il

coniugale, ma non ne allontana gli altri, →

matrimonio è pericoloso e i perfetti lo fuggono (etica degli asceti e degli eretici), ma conviene alla gente comune ed è

benedetto da Dio quando assicura la riproduzione della società nel rispetto delle gerarchie (etica carolingia).

Mentre è in cinta un angelo appare alla madre ordinandole di chiamare il bimbo Cristoforo, perché si sarebbe fatto

prete e portato il Cristo. Ma il bimbo viene preso dal capo della casata che gli impone il proprio nome e lo destina

alle armi per farne il campione della famiglia. Valorosamente Arnolfo sconfigge i nemici e si guadagna gloria e fama,

gli vengono proposti matrimoni illustri che però rifiuta, e infine fugge. Anche lui mente alla madre e fingendo di

recarsi alla corte del re di Francia raggiunge il monastero di Saint-Médard di Soissons per dedicarsi al servizio di Dio.

Tonsurato ma fedele alle sue abitudini militari, Arnolfo è un frate scomodo e viene messo in una cella esterna.

Solitario, resta in silenzio per 42 mesi di fila, poi comincia a parlare senza mai smettere dalla sua finestrella,

edificando, dando consigli e occupandosi in particolare dei fiamminghi e dei brabantini. La sua fama cresce, è

considerato un mentore per tutte le difficoltà che angustiano in particolare l’aristocrazia (ossia gli affari di parentela):

fa si che i matrimoni riescano, pregando perché diano prole [ES. dietro suo intervento la provvidenza accorda alla

regina Berta un figlio di cui Arnolfo sceglie personalmente il nome regale, Luigi] [ES. una moglie gli chiede aiuto: il

marito, ex compagno d’armi del santo, è diventato cattivo e il cielo l’ha punito. Tutti i suoi figli sono morti e lui stesso

si è ammalato gravemente. I nipoti vogliono scacciare la moglie e sequestrarne il dotalizio. Arnolfo prende sotto la

propria protezione la donna in pericolo. Portato davanti alla finestra, il cavaliere ammalato viene esortato a

comportarsi meglio e a restituire le decime al vescovo. Alla moglie, il santo promette una grande gioia “per aver

fedelmente curato il suo uomo durante la malattia”. Perfettamente guarito, dopo 3 mesi il signore genera un figlio a

dispetto dei suoi parenti, mentre la buona madre vive abbastanza a lungo da vederlo legittimamente sposato e padre

di figli maschi] [ES. Guido di Châtillon-sur-Marne ha celebrato gli sponsali della figlia con un cavaliere suo uguale per

ricchezza e nascita. Ma la ragazza gli preferisce un altro molto inferiore, e giura di uccidersi se non lo potrà avere.

Arnolfo enuncia il principio del ordina di rispettare il desiderio della ragazza e di aspettare,

consenso reciproco,

perché la vedranno anelare quello sponsus ora rifiutato. Non conta sull’incostanza femminile, né spera nell’adulterio

o nella rottura del matrimonio: egli annuncia un miracolo. L’amato è un “giovane”, cavaliere di fama, che per

aumentare la propria gloria continua a rischiare la vita, e presto la perde. Da sposa novella, la ragazza ribelle diviene

novella vedova, per poi unirsi allo sposo scelto dai genitori. L’amore va dunque d’accordo col buon matrimonio].

vicino a Audenarde si è sviluppato un culto spontaneo accanto a una tomba nella parrocchia di

3) vita di Godelive _

Ghistelle. Dei malati vengono a bere l’acqua di uno stagno sperando di guarire; intorno alla tomba il fango si è

trasformato in pietre bianche che portate a casa si trasformano in gemme. La donna sepolta è venerata e implorata

come una martire, assassinata, pare, dai sicari del marito. Per controllare e inquadrare questa religiosità popolare si

procede alla solenne elevazione delle reliquie e alla proclamazione di santità della donna. Un monaco della vicina

abbazia (Drogone, specializzato in agiografia) viene incaricato di raccogliere la leggenda e farne oggetto di devozione.

La donna ha un nome tedesco, Godelive, che il monaco traduce in Cara Deo, “cara a Dio”, e secondo i documenti

dell’epoca è figlia di un cavaliere vassallo del conte Eustachio di Boulogne. Nobile quindi, ma dello strato inferiore,

come il marito Bertolf, con cui però non è felice. La vita descrive questa infelicità per indicare dove sta il bene:

- _ è importante che il matrimonio

I PRECETTO: il buon matrimonio non è una questione di individui, ma di famiglie

sia deciso dalle 2 parentele, che devono tenere conto soprattutto delle doti morali dei coniugi. La scelta è fatta dai

genitori di Godelive, passiva a dovere e bella (benché bruna con sopracciglia e capelli neri – ma Drogone si corregge

subito: la sua carnagione appare ancora più bianca). Cosa non va: Bertolf è scelto per la sua dos, è infatti il più ricco

matrimonio d’interesse, cattivo matrimonio. Inoltre Bertolf non parla di matrimonio alla figlia, che non ha niente

da dire, ma ai suoi genitori, agisce di sua volontà, da vero cadetto in cerca di fortuna lontano da casa, senza chiedere

consiglio ai propri genitori.

- _ Bertolf prende la

II PRECETTO: il marito deve vivere accanto alla moglie, perché ha l’incarico di vegliare su di lei

moglie in antipatia immediatamente, mentre com’è d’uso la scorta dalla casa dei genitori (nel Boulonnais) a quella in

cui risiede nella Fiandra marittima (a Ghistelle) insieme alla madre, separata dal marito. Nella piccola dimora il letto

matrimoniale è libero. L’avversione viene rinforzata all’arrivo dalla madre, che schernisce Godelive per l’aspetto

fisico e i capelli neri. Bertolf si estrania dalla moglie e si rifiuta di partecipare alla cerimonia nuziale che, secondo

l’uso, si svolge a casa sua. Durante i 3 giorni delle nozze lo sostituisce la madre fra lo scandalo generale: sono

trasgrediti sia l’ordine morale sia l’ordine sessuale. In seguito Godelive resta sola nella casa del marito, desolata e

intenta a tessere di giorno e pregare di notte. É una donna onesta, che non cade nella lussuria anche se lasciata sola.

I mariti devono vegliare sulle mogli, devono essere sempre presenti, perché “formano un solo corpo mediante

l’accoppiamento coniugale”. Probabilmente i promotori della canonizzazione di Godelive non pensano a celebrare

una vergine (come viene invece venerata a Ghistelle quando viene pubblicata una seconda vita). Nel XI sec la si

considera una moglie, una vera donna, a questo titolo viene usata per dimostrare le virtù del matrimonio.

Duby, Il cavaliere la donna il prete 17

- _ Bertolf cerca di

III PRECETTO: consumato e selezionato dalla il matrimonio è indissolubile

copulatio coniugii,

sbarazzarsi di Godelive, non ripudiandola ma trattandola con tale durezza da spezzarne ogni resistenza. Ridotta a

pane e acqua, stanca di tante ingiurie, finalmente Godelive fugge. Trasgredisce così la “legge evangelica” (il divieto di

separare ciò che Dio ha unito). Fugge scalza e affamata, naturalmente accompagnata da un servo (solo le

svergognate viaggiano senza scorta) e per ottenere giustizia si rivolge a suo padre (l’uomo che in assenza del marito

ha il dovere di difendere i suoi diritti). Senza alcun entusiasmo costui si lagna con il conte di Fiandra, signore del

cattivo marito. Entrambe le Vitae recano a questo punto un discorso in cui si proclama la competenza esclusiva

N.B.

della Chiesa in materia di matrimonio: sono forse i testi più antichi a farlo in questa regione. Drogone fa parlare il

principe che rimanda la questione al vescovo. Tocca al vescovo ammonire e al conte, se occorre, costringere

(auctoritas da una parte, potestas dall’altra: spartizione gregoriana che conferisce la preminenza allo spirituale). Il

vescovo di Noyon-Tournai ritiene suo dovere riconciliare gli sposi: non c’è presunto adulterio, né riferimento

all’impotenza del marito, né dubbio sulla consumazione del matrimonio. Il marito giura di non maltrattarla più, ma la

lascia sola, senza un uomo accanto: scandalo, la gente compiange Godelive per la mancanza di piaceri del corpo che

lei ostenta di disprezzare. Fra mille privazioni, la santa si avvia al martirio: Bertolf ha ormai deciso di sopprimerla,

facendola uccidere nottetempo da 2 servi. Sorridente, egli ricompare una sera, la fa sedere accanto a sé su un

cuscino nella posizione dei racconti d’amore, l’abbraccia, la bacia, l’incalza. Con molto riserbo, la donna si abbandona

ubbidiente e pronta ad assolvere i propri obblighi coniugali se appena il padrone lo vuole. Vicinissimo, il marito la

lusinga, all’elogio dell’amore spirituale si unisce quello dell’amore carnale. Le propone di affidarsi ad una maga, che li

riunirà. Godelive esita, ma infine accetta: “sono la serva del Signore; in lui confido;se la cosa può farsi senza peccato”

l’unione coniugale viene annodata da Dio in persona, e perciò consacrata. Pertanto lo sono anche la carne e

l’amore, di cui la narrazione è piena da cima a fondo.

contessa di Boulogne, moglie felice e gran dama: l’autorità ecclesiastica è sollecitata a canonizzarla dalla

4) vita di Ida _

moglie di Stefano di Blois, sua erede e nipote, intorno al 1130 (l’altra sua nonna, Margherita di Scozia, è già stata

ufficialmente proclamata santa). I monaci di Vasconvillier, dov’è sepolta Ida, vengono incaricati di narrarne la vita.

Una vita che non ha nulla di eccezionale, a parte il fatto che la contessa è madre di Goffredo di Buglione. L’agiografo

dice nel prologo che i santi aiutano a tener testa agli assalti del demonio: perciò la provvidenza li ha collocati a tutti i

livelli del corpo sociale e perfino in quel ceto inferiore che sono le donne, tra le quali vi sono anche delle donne

sposate (purché madri). Segue un elogio del buon matrimonio, rimedio contro la lussuria, benedetto dalla prole e che

bisogna vivere castamente. Con questi principi messi li a far da scudo, un benedettino può arrischiarsi a dimostrare la

santità di una moglie, ma con discrezione.

Genus, gignere, generositas: sono queste le parole che scandiscono la descrizione di questa vita coniugale esemplare.

Se ne noti la connotazione carnale, giacché tutte insistono sul sangue, il buon sangue. Ottimamente accoppiata nel

1057, giudiziosamente ceduta a 16 o 17 anni dal potentissimo duca di Lothier suo padre, sposata “secondo l’uso della

Chiesa cattolica”, Ida vive il matrimonio come ogni buona cristiana dovrebbe fare.

Nella in primo luogo: come immaginare che una donna sia devota a dispetto del marito? Obbediente,

sottomissione

dunque, casta, discreta nel governare la casa. “Secondo il precetto apostolico” è “usando del marito come se non

l’avesse”, e negandosi quindi il piacere, che mette al mondo i suoi figli: 3 maschi (delle figlie non viene detto nulla), il

2° dei quali è Goffredo di Buglione e l’ultimo Baldovino, re di Gerusalemme. Della gloria cui avrebbe dato vita, Ida è

avvertita sin dall’adolescenza: nel sonno vede il sole calare dal cielo e posarsi un istante nel suo grembo. Non c’è

erotismo nella scena: Ida dorme ma con l’animo volto “alle cose del cielo”. Ida decide di allattare personalmente i

suoi figli (eccezione: l’aristocrazia non lo fa abitualmente) per evitare che attraverso il latte di un’altra donna possano

essere “contaminati” e “spinti ai cattivi costumi”. Tutto il bene che emana da questa santa sposa viene dal suo corpo

generoso e perfettamente sottomesso all’autorità del marito.

Morto il marito verso il 1070, Ida cade sotto la podestà del maggiore dei suoi figli Eustachio III (una donna deve

sempre avere una guida). E continua a generare, non più con il ventre ma con la ricchezza: cede infatti i suoi beni

ereditari ai maschi della casata in cambio di moneta, di cui si serve (col”consiglio” e il “parere” del conte Eustachio)

ricostruendo, restaurando e fondando 3 conventi. Per uomini: la sola che conti è la parte maschile della sua prole.

A poco a poco Ida entra a far parte di un’altra famiglia, viene adottata come figlia dall’abate di Cluny, senza però farsi

monaca. Sempre guidata da un uomo, l’abate di la Capelle-Sainte-Marie, vive alla porta dell’abbazia insieme alle sue

ancelle, salmodiando “moderatamente” e soprattutto nutrendo i poveri e i frati (= servendo degli uomini). Ida

compie dei miracoli, che provano la sua capacità di generare: una mattina una piccola muta si rifugia sotto il suo

mantello, e per lei è come un’altra gravidanza. Nascendo allo spirito, la bimba comincia a parlare e la sua prima

parola è “madre”. Caduta successivamente in peccato 2 volte e partoriti 2 figli illegittimi, la ragazza ricade nella sua

infermità, ma santa Ida la guarisce e la purifica delle sue peccaminose maternità.

il testo sottolinea con forza la necessaria sottomissione delle mogli e la funzione genetica del corpo femminile, e

celebrando la procreazione e il buon ordine esalta una santità puramente uterina.

Duby, Il cavaliere la donna il prete

18

► VIII – ( . )

GUIBERTO DI NOGENT 125

P

Nel 1115 (11 anni dopo la riconciliazione di Filippo I) scrive le sue memorie.

Guiberto abate di Nogent-sous-Coucy

L’attenzione indugia su un evento recente, scandaloso: lo scoppio delle lotte comunali nella vicina città di Laon (1112). Il

suo scopo è spingere chi lo legge a desiderare più ardentemente la terra senza il male, il paradiso promesso e ritrovato

di cui esistono 2 prefigurazioni simboliche: il monastero e la Terrasanta. Mira a confortare i monaci suoi confratelli nel

loro sforzo di perfezione, basandosi sul postulato che il mondo è ripugnante.

Guiberto parla a lungo della sua infanzia e dei suoi genitori. Suo padre appartiene alla piccola aristocrazia ed è un uomo

d’armi alle dipendenze del castello di Clermont-en-Beauvaisis. La moglie gli viene ceduta da un uomo importante nel

1040, agli inizi della riforma. La ragazza non è un’ereditiera, e va ad abitare in casa del marito, definito da Guiberto un

giovane. La sposa ha appena 12 anni, età limite al di sotto della quale l’uso profano e il diritto canonico vietano di

Che il matrimonio non sia consumato immediatamente è dunque spiegabile,

condurre una fanciulla al letto coniugale.

ma c’è chi grida al sortilegio, sospettando un incantesimo: la stregoneria non verrebbe da una concubina abbandonata,

come al solito, ma dalla matrigna del giovane, una vecchina gelosa che avrebbe voluto che il figliastro sposasse una sua

nipote. Guiberto osserva che fra i laici queste magie sono comunissime. Un matrimonio imperfetto è inutile per la

famiglia, perché non può dare eredi; e lo è anche per molti ecclesiastici perché non assolve alla sua funzione di

In questo caso si esita a rompere brutalmente il matrimonio e anzi si agisce con tatto

rimedio alla concupiscenza.

consigliando agli sposi di farsi monaci. Il posto di un impotente non è forse il monastero? Il marito però rifiuta.

Dopo 3 anni si tenta un altro mezzo legale: i testi canonici riuniti da Bucardo di Worms autorizzano l’uomo incapace di

possedere la moglie a divorziare. Ma l’impotenza deve essere provata. Dei cattivi consiglieri spingono il giovane a

tentare con un’altra partner, una concubina, senza per questo passare per bigamo. Come risultato nasce un bambino

che muore quasi subito (come spesso accade all’epoca) e cade così la possibilità di un annullamento legale.

La famiglia maltratta la donna per farla fuggire (cfr. Godelive). La ragazza sopporta ogni cosa, e rimane solo l’adulterio

come causa di separazione: si tenta in ogni modo di indurla all’infedeltà, o almeno di spingere i suoi parenti a rompere

per primi la desponsatio per un partito migliore. Ma lei resiste. Guiberto vede nella madre l’anti-Eva, la vergine saggia,

casta e fredda quanto più non si potrebbe. Finalmente, 7 anni dopo la cerimonia nuziale, a 20 anni, il marito la deflora.

La ligatura è sciolta da una vecchina mediante incantesimi: la magia piace a Dio quando si tratta di magia bianca ed è

La donna si sottomette, passiva come si deve.

diretta a favorire le unioni legittime. Il matrimonio è benedetto se

e questo lo è. A parte le femmine, di cui non si parla, nascono 4 maschi. Guiberto è l’ultimo e la madre quasi

prolifico,

muore mettendolo al mondo: il parto dura più di un giorno e le doglie cominciano il venerdì santo, quasi per

compassione dei patimenti di Cristo. Essendo la partoriente vicino a morire, la mattina seguente si vuole dire messa, ma

poiché le liturgie della vigilia di Pasqua lo vietano, si fa oblazione del nascituro davanti all’altare della Madonna: se

maschio è destinato alla Chiesa, se femmina consacrata alla Vergine. Nasce il bimbo e la madre resuscita.

Guiberto ha 8 mesi alla morte del padre, che definisce provvidenziale perché se fosse vissuto avrebbe infranto il voto

per farne un cavaliere. La famiglia vuole sbarazzarsi della vedova, magari riportandola nella famiglia di origine. Ma lei si

mette sotto la protezione di Cristo e resta, strettamente assoggettata ai parenti del marito. Si vuole darle nuovo marito

e lei pretende che almeno sia di rango superiore al suo: contrariarla è impossibile perché di più alto lignaggio, e con la

sua ostinazione riesce a rimanere vedova. Al pari di s. Ida, decide di imporsi gli obblighi particolari richiesti alle vedove:

alleviare l’anima in pena del defunto mediante opere pie alla madre appare il marito sotto un aspetto corporeo

1) →

simile a quello di Cristo risorto, e come costui non vuole essere toccato. È ferito al costato (ha rotto il patto coniugale

con la concubina: nel frattempo si è imposta l’idea che il concubinato sia uguale alla fornificazione, è quindi fornificatore

e bigamo) ed è accompagnato da un bimbo che piange (il bastardo morto senza battesimo e perciò tormentato). Che

fare? chiede la vedova. Delle elemosine risponde il defunto, che rivela il nome della concubina ancora viva nella sua

casa. Per aiutare la redenzione del piccolo morto, la donna adotta e accudisce in prima persona un neonato → prova del

fatto inconsueto per le dame dell’aristocrazia di accudire personalmente ai neonati.

digiuno, assiduità ai servizi religiosi e una grande generosità nell’elemosina.

2)

Dopo 12 anni se ne va accompagnata dal suo confessore, si taglia i capelli e si veste come una monaca, si installa alla

porta del monastero di Saint-Germer dove viene raggiunta dal suo ultimo figlio integratosi alla comunità monastica.

Guiberto è un bambino indesiderato, per l’assenza del padre e la presenza del bimbo adottato. Un escluso destinato alla

Chiesa. Per il rancore e l’isolamento si aggrappa alla madre e la circonda di una venerazione morbosa. Se ne separa solo

nel 1104, diventando abate di Nogent a 50 anni passati. Lo stesso legame lo lega alla Vergine. Testimonia la frustrazione

dei figli cadetti: come tutti i giovani ce l’ha con i seniores tanto fortunati da avere una moglie, condannandoli in blocco

nella figura del padre. Al suo livore si collegano 2 ossessioni: la la

fobia del sangue e della violenza; fobia del sesso.

In bocca agli ecclesiastici

All’inizio del XII sec. perdura in particolare nell’aristocrazia l’usanza del concubinato.

concubina designa le mogli illegittime per bigamia o incesto, e forse anche la disapprovazione per gli sposi che non

fanno benedire le proprie nozze secondo i riti prescritti. Tranne che nella famiglia reale e in qualche famiglia principesca,

Duby, Il cavaliere la donna il prete 19

pare certo che il rituale matrimoniale sia rimasto molto a lungo profano. Il fatto è sicuro per feste di nozze, banchetto e

corteo diretto alla casa della coppia e alla camera nuziale.

un capitello prob. della fine dell’XI sec. presenta delle sirene che attirano gli uomini di una barca Questi

ES. Civaux_ (1.).

uomini in realtà navigano sull’infido mare del peccato, e il pericolo è costituito dalla donna. Per difendersi il laico

A mani giunte, marito e moglie non si

deve sposarsi: sull’altra faccia del capitello è infatti descritto il matrimonio (2.).

guardano in faccia, come a significare che nell’unione diretta alla procreazione i coniugi casti sono distaccati il più

possibile da quest’atto immondo. I personaggi sono 2: non c’è un padre e l’accordo delle loro volontà è libero. Ma

non c’è neppure un prete, di cui in seguito l’iconografia cristiana affermerà instancabilmente la necessaria presenza.

1. 2. 3.

un capitello del 1100 rappresenta la tentazione di s.Benedetto Una donna è condotta per mano verso

ES. Vézelay_ (3.).

un uomo, la parola diabolus è iscritta 2 volte, su colui che dà e su colei che è data la lussuria è figlia del diavolo.

Sebbene l’immagine assicuri la più ampia diffusione ai messaggi, ciò che oggi rimane è per lo più arte sacra, e i rarissimi

esempi di rappresentazioni matrimoniali testimoniano di non esserlo affatto. L’uso di associare un uomo di chiesa alle

solennità di desponsatio e nuptiae nasce apparentemente in Normandia e si diffonde verso Cambrai, Arras e Laon.

un manuale redatto a Evreux nell’XI sec. contiene il testo delle preghiere recitate da un prete che opera nella casa e

ES. benedice ogni cosa.

un pontificale della seconda metà dell’XI sec. in uso nelle diocesi di Cambrai-Arrais mostra che il cerimoniale si è in

ES. parte trasferito in Chiesa: “dopo che la donna sarà sposata (desponsata) dall’uomo e legalmente dotata, entri in

chiesa con suo marito” dove la coppia inginocchiata verrà benedetta prima della messa (prima delle nozze, quindi)

un messale di Soissons dell’XI sec. parla di una benedizione dell’anello prima della messa, e di una benedizione della

ES. camera nuziale dopo la messa.

Si deve attendere il prima di trovare un sistema liturgico coerente nei manuali ecclesiastici superstiti, per la più

XII sec.

normanni. non è più la casa della ragazza ma giacché è il prete, testimone

Il luogo degli sponsali la porta della chiesa,

privilegiato ma ancora passivo, che benedice gli anelli, legge l’atto di donazione e richiede il consenso reciproco →

“venga allora colui che deve consegnare la ragazza, la tenga con la mano destra e la dia all’uomo come moglie legittima,

se è ragazza con la mano coperta, se è vedova con la mano scoperta”. Lo sposo infila l’anello a 3 dita della mano destra

della sposa, in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, quindi alla mano sinistra, pronunciando la formula

dell’impegno “con quest’anello ti sposo, con quest’oro ti onoro, con questa dote ti doto”. A Laon la donna deve prostrarsi

ai piedi del suo signore. Poi si entra in chiesa dove gli sposi sono benedetti sotto il velo (salvo nelle seconde nozze). La

sera, dopo la messa, quando gli sposi stanno per andare a letto, il prete benedice la stanza e poi di nuovo la coppia.

È ancora il padre a cedere la sposa, e per i laici il matrimonio resta una

Consacrazione, dunque, ma ancora discreta.

cosa profana da cui tenere il clero a distanza. Per i cavalieri il matrimonio è infatti un affare, un mezzo per preservare e

accrescere l’onore della casata. A questo scopo qualunque cosa può andare bene, il ratto come il ripudio o l’incesto.

Enguerrand sire di Coucy compie 2 ratti, prima strappando Ade de Marle al marito conte di Beaumont (verso il 1075)

ES. poi, sbarazzatosene, sequestrando Sibilla moglie del conte di Namur che, combattente al servizio dell’imperatore

Enrico IV, ha lasciato in un castello delle Ardenne. Guiberto suppone Sibilla divorata dalla lussuria: sebbene più

giovane di Enguerrand, Goffredo non è in grado di saziarla. L’abate non vede il gioco politico, ma solo la libido. Al

ratto e all’adulterio in questo caso si aggiunge l’incesto: Enguerrand è infatti cugino del marito della donna. Per

questo viene scomunicato, ma poiché il vescovo è suo cugino viene assolto.

Corruzione e violenza, interdetto dell’incesto usato per aggirare l’interdetto del ripudio o per gettare altra infamia su

dei legami indesiderabili, prelati a volte severissimi e a volte invece docilissimi e comunque tutti presi dal proprio

è evidente che Guiberto non esagera. Ma forse farnetica quando parla della sessualità dei castellani del vicinato:

gioco: meriterebbe ogni elogio, ma è lascivo e pieno di donne. Il figlio ha in casa un branco

ES. Enguerrand Tommaso de Marle

Duby, Il cavaliere la donna il prete

20 di prostitute. è circondato da eretici, ebrei e sgualdrine, e ciò che più lo diverte è violentare una

Giovanni di Soissons

monaca. Trascura la moglie giovane e bella per una vecchia con cui s’incontra in casa di un ebreo. Sul letto di morte

al prete che lo esorta a pentirsi risponde “gente più saggia di te mi ha insegnato che le donne devono essere messe in

comune, e che questo peccato non ha alcuna importanza” (parole attribuite 100 anni prima agli eretici di Orléans).

Ma cosa sappiamo del desiderio femminile?

Sibilla signora di Coucy non domina i propri ardori: tutti dicono (scandalizzati) che il conte di Namur l’ha sposata già

ES. in cinta e che lei l’ha abbandonato perché insoddisfatta. Già vecchia e obesa, dà sua figlia al giovanotto di cui si è

incapricciata perché possa venire a vivere accanto a lei, e di questo genero (che è anche suo amante) fa un alleato

del proprio vecchio marito contro il figliastro. Il potere della moglie, eccessivo e malefico, rovescia l’ordine naturale e

genera un disordine, un tumulto, una corruzione che alla fine contagia anche la città di Laon e l’intera regione (1112).

Pur ammettendo che certe donne riescano a diventare padrone in famiglia servendosi delle proprie attrattive, non

dimentichiamo le molte donne maltrattate e ripudiate costrette ad affidarsi a un vescovo quasi sempre accanito a

riconciliare e a restituirle alla loro infelicità. Le comunità di astinenza offrono un rifugio più sicuro.

ai confini della Bretagna molte nobili dame stanche del matrimonio si accordano a Roberto d’Arbrussel. Il loro

ES. piccolo gruppo erra nei boschi accanto ai proseliti del maestro. Di notte uomini e donne dormono separati e il capo,

in mezzo, presiede a un esercizio di autocontrollo. Uno scandalo, una follia. Roberto ben presto deve rinunciare e

fondare un’istituzione regolare, un monastero misto a Fontevrault in cui le 2 comunità sono separate da solide mura.

Non sappiamo nulla della condizione della donna, del suo vero potere. Conosciamo l’inferiorità di rango e di nascita

del marito in seno alla coppia, il potere esercitato su di lui dall’appetito sessuale, l’ambiguo gioco condotto dal clero.

Abelardo ed Eloisa_ combattuto fra prostitute (ripugnanti), donne borghesi (spregevoli) e nobili dame (la cui

ES. conquista esige una gran perdita di tempo), Abelardo ripiega sulla nipote del canonico suo ospite, offrendosi di

ufficializzare l’unione tenendola però segreta, senza pubblicità né benedizione né nozze: un concubinato, giacché in

fondo non ha scelta tra clandestinità e castrazione corporale o spirituale.

Tra XI e XII sec. si moltiplicano nella Francia del Nord i conventi femminili, rifugi sempre più necessari in quanto i

progressi della riforma ecclesiastica (che getta sul lastrico le compagne di cui i preti devono liberarsi) e il rigido controllo

esercitato dal capo della casata sulla nuzialità maschile esigono che le ragazze in soprannumero vengano riunite e

rinchiuse. C’è il rischio però che le mogli infelici, molte più numerose, abbandonino il tetto coniugale per questi devoti

asili. I prelati intuiscono il pericolo e l’ingerenza degli ecclesiastici negli affari coniugali rinfocola il rancore dei mariti.

Guglielmo d’Aquitania satireggia le donne che attaccandosi ai preti e ai monaci “deludono l’amore dei cavalieri”,

ES. commettono un peccato mortale e andrebbero bruciate sul rogo come le mogli fornificatrici.

► IX – ( . )

IVO DI CHARTRES 145

P

Nei suoi scritti Ivo descrive comportamenti che ritiene riprovevoli e da correggere. Pur non essendo monaco ha vissuto

in comunità regolari e ritiene che i laici e soprattutto i più potenti debbano assoggettarsi all’autorità della Chiesa e

accettarne il controllo dei costumi soprattutto sessuali. Tutti i problemi matrimoniali devono essere sottoposti alla

Chiesa e risolti sulla base di un insieme legislativo uniforme. Fra 1093 e 1096 si dedica a tutto ciò assiduamente. Il suo

lavoro si risolve nella Panormia, sintesi chiara e rigogliosa divisa in 8 sezioni (invece delle 17 del Decretum di Bucardo).

Classificando i testi canonici, Ivo non ne nasconde le discordanze e anzi ne aggiunge qualcuna introducendo degli

estratti delle leggi romane riesumate dagli appassionati giuristi di Bologna. Ivo intende infatti lasciare ai giudici una certa

libertà di scelta fra i testi in funzione delle circostanze: se è lecito interpretare con spirito di carità i precetti di semplice

disciplina, è impossibile transigere quando nella legge si esprime la volontà divina. Parlando di matrimonio, ne deriva

per i prelati il duplice dovere di porre l’accento sul reciproco consenso degli sposi, soffocare gli impulsi della carne,

1) 2)

condannando senza cedimenti tutto ciò che concerne il sangue, la fornificazione e l’incesto.

Diversamente da Bucardo, Ivo non compila un penitenziale, non lavora per i confessori ma per uomini che esercitano

una giurisdizione di cui la Chiesa pretende l’esclusiva. Perciò al centro delle sue collezioni, passando dai canoni

concernenti i preti a quelli concernenti i laici, pone 2 sezioni fondamentali: “delle nozze e il matrimonio” e “del divorzio”.

affermando la necessaria presenza del prete alle cerimonie conclusive: a tale

1) Ivo mira a far sì che il rituale s’imponga,

scopo riunisce i testi concernenti la pubblicità delle nozze e le benedizioni, insistendo sulla preminenza dell’accordo

delle volontà e degli sponsali. Gli sposi si uniscono volontariamente, pertanto devono aver raggiunto l’età della ragione

(7 anni). Enuncia inoltre il principio secondo cui le nozze sono accessorie e gli sposi uniti prima che lo siano i corpi. Il

patto di desponsatio è dunque indissolubile. modestia nelle feste nuziali, non troppa allegria, niente danze

2) Si vuole disincarnare il matrimonio il più possibile:

Duby, Il cavaliere la donna il prete 21

impudiche. Estratti di s.Agostino ricordano che l’unico fine dell’unione dei sessi è la procreazione, ed estratti di

s. Gerolamo esortano alla castità. Nella coppia la lussuria viene dalla donna, che deve essere rigidamente tenuta a freno.

L’uomo, al contrario della donna, non deve avere troppa cura dei suoi capelli: una capigliatura troppo lunga e folta, che

lo copra, sarebbe il segno della sua abdicazione. Il modo di vestirsi e curare il corpo deve rendere manifesta a tutti la

differenza fondamentale su cui è fondato l’ordine sociale: la subordinazione del femminile al maschile.

ed il concubinato viene assimilato al matrimonio legittimo: quando un

3) Bisogna rispettare la legge delle monogamia,

uomo usa della propria concubina come di una moglie, la coppia è indissolubile. Molti testi inoltre ribadiscono il divieto

di risposarsi dopo il divorzio, che può essere pronunciato per motivi carnali (fornificazione e incesto).

Ma solo la Chiesa ha il

4) La carne è spregevole, pertanto il corpo può essere spostato come un semplice oggetto.

diritto di farlo. Può separare per adulterio o per fornificazione spirituale (quando uno dei coniugi tradisce Dio aderendo

ad esempio all’eresia). Il pastore deve risolversi alla rottura solo dopo aver fatto tutto il possibile per ricostruire

l’unione. Ma quando si tratta di incesto la riconciliazione è impossibile, perché nessuno può cambiare il proprio sangue.

In questo periodo le raccolte epistolari sono molto fiorenti. Si tratta di opere forbitissime, in parte composte per il

piacere del testo ma in maggioranza per insegnare. Dopo il 1114, quando ormai tutti ricorrono alla sua competenza, Ivo

elabora quanto gli è rimasto della sua corrispondenza operandovi qualche taglio e soprattutto facendovi delle aggiunte.

Il libro viene largamente usato, e tratta largamente di questioni matrimoniali.

In un biglietto a re Luigi VI, titubante nello sposare una nipote della contessa di Fiandra, afferma che la società

ES. umana è fatta di 3 condizioni, “i coniugi, i continenti, i dirigenti della Chiesa […] chiunque davanti all’eterno giudice

non si troverà in una di queste professioni sarà privato dell’eredità eterna”. Luigi è re e non c’è dubbio che il suo

dovere sia procreare: deve prendere moglie legittima. E deve affrettarsi per distruggere le speranze di chi vorrebbe

impadronirsi della corona, per reprimere gli impulsi illeciti della carne, per ridurre al silenzio chi lo deride.

Scrive al conte di Troyes che medita di partire per Gerusalemme cambiando ordo e ponendosi al servizio di Dio. Ma è

ES. sposato e Ivo lo avverte: “se tu servissi la castità senza il consenso di tua moglie, non gioveresti all’unione coniugale

neppure se lo facessi per Dio, e il tuo sacrificio non sarebbe tuo ma dell’altra”.

Delle 30 lettere selezionate, 11 trattano del comportamento del marito (di cui 4 nel concubinato e 7 nell’adulterio), e 20

di quello di chi dà la ragazza in sposa (di cui 8 parlano della desponsatio e 12 dell’incesto). Da questa classificazione

emergono 3 tratti notevoli: l’autorità episcopale si preoccupa molto meno della vita coniugale che della formazione

1)

della coppia; al momento della conclusione del patto le decisioni della parentela prevalgono normalmente su quelle

2)

degli individui e in particolare su quelle delle ragazze; il grande scoglio è l’incesto.

3)

Bisogna considerare il caso di volta in volta e un maggior rigore è d’obbligo nei confronti di chi deve dare l’esempio. Non

bisogna separare (salvo incesto o adulterio) chi si è unito per reciproca volontà e con l’unione dei sessi è diventato “una

carne sola”, soprattutto se è nato un figlio. Nel caso poi di coppie formatesi senza rituale ecclesiastico ma che vogliono

che l’unione sia consacrata, Ivo invita a superare le repulsioni, ad ammettere che la commixtio sexuum ha un suo valore

e che senza l’atto sessuale “i diritti del matrimonio non sono pienamente soddisfatti”.

Nel carteggio, l’adulterio femminile è l’unico chiamato in causa, continuamente, da parte dei mariti. Accusate di

tradimento in caso di parto anticipato di 1 settimana, o se sono viste conversare in luogo appartato con un altro uomo,

le donne sono difese dal fratello o dal padre. Le accusate si dicono pronte a provare la propria innocenza con un

giuramento o affrontando il giudizio di Dio e prendendo in mano il ferro rovente. Come tutti gli uomini, anche Ivo tende

a credere che la donna sia incline per natura a peccare e ingannare, e sebbene generalmente proibisca il ricorso

all’ordalia, è d’opinione che in certi casi si debba per forza ricorrere al ferro rovente. Però esorta soprattutto a

riconciliare e a rompere l’unione solo in casi estremi, badando bene in tal caso che i divorziati non si risposino: le parole

pronunciate durante gli sponsali ne legano le anime per sempre. Tre punti emergono dall’epistolario:

la consuetudine fa si che le famiglie si accordino per unire troppo presto dei ragazzi troppo giovani, spesso prima

1)

dell’età della ragione (7 anni); tali accordi sono di conseguenza rotti con estrema facilità nella coscienza dei laici

2) →

ciò che veramente conclude il matrimonio è l’unione dei corpi, tanto che la sposa può essere sostituita dalla sorella;

a volte gli sponsali sono rotti con violenza: il ratto non è scomparso ma regredisce, tanto che Ivo ne parla 1 sola volta.

3) Un padre sporge querela perché la figlia, già promessa a Galerano cavaliere del re, è stata rapita dal nipote del

ES. vescovo di Troyes. Il vescovo di Parigi, investito della causa, riunisce la corte: 10 testimoni confermano le asserzioni

della donna, subito liberata dal concubinato per Ivo si discute solo dei corpi e non delle volontà, ed

→ è dall’accordo

La donna può entrare nel letto di un altro uomo senza

delle volontà che procede l’indissolubilità della coppia.

peccare, o per meglio dire i maschi della sua famiglia possono usarla per concludere un altro patto. Galerano non la

vuole, e un altro signore che l’avrebbe presa teme di passare per bigamo. Per rassicurarlo, Ivo scrive al suo vescovo.

Seguono le lettere sull’incesto dove Ivo espone la dottrina di Ildeberto di Lavardin: poiché “il matrimonio è stato

Duby, Il cavaliere la donna il prete

22

consacrato sin dalle origini della condizione umana, è un’istituzione naturale” e si può rompere solo per fornificazione.

Un’altra causa di divorzio viene aggiunta più tardi “nello sviluppo della religione cristiana” (dunque nella storia, nella

cultura e non nella natura) perché “secondo la dottrina apostolica l’unione dev’essere totalmente rispettabile e senza

macchia”: Ivo si riferisce all’honestas, e non aggiunge altro. è frequentissimo.

L’incesto L’indagine genealogica scopre

A tale

sempre vincoli di cuginanza, ed è il mezzo più sicuro per sciogliere unioni di cui principi e cavalieri sono stanchi.

scopo si riuniscono dei giurati, dei “nobili della stessa stirpe” che, prestato giuramento davanti alla giustizia ecclesiastica,

contano pubblicamente i gradi di parentela. Tali dichiarazioni sono registrate da chierici, e in tal modo si moltiplicano le

pergamene su cui sono iscritte le filiazioni e che possono servire più volte. Questi procedimenti stimolano il ricordo degli

avi, rendendone più saldo e nitido il ricordo, e favorendo alla fine dell’XI sec. il consolidamento della coscienza dinastica,

trasformando da orizzontale in verticale l’immagine che le famiglie aristocratiche hanno della propria parentela.

Un marito scopre di avere una moglie di condizione servile. Ottima ragione per ripudiarla: il sangue dei nobili non va

ES. mescolato con quello dei servi, in più chi gli ha ceduto la ragazza l’ha ingannato. Ivo è inflessibile: si possono separare

i corpi, non si può rompere il sacramento. Ma Ivo stesso ha permesso che degli uomini liberi ripudiassero una moglie

che non lo era. Ivo si difende a fatica, e afferma soprattutto che l’impegno che rende il matrimonio indissolubile deve

essere contratto in buona fede. Se c’è l’inganno, Dio non può stringere il vincolo; sono gli uomini che l’hanno

annodato male, e quindi lo si può disfare. Non è il coito che fa il matrimonio, ma l’impegno delle volontà, la buona

Fra 2 coniugi che si accorgono di essere stati ingannati, che il sangue dell’uno può degradare il sangue dell’altro

fede.

e che attraverso il concubinato l’uno riduce l’altro alla servitù, non può esserci vera dilectio ma solo odio e rancore: la

coppia non può significare l’unione di Cristo con la Chiesa, non può essere il “sacramento”, il segno di quel mistero.

Verso il 1100 si lavora a perfezionare lo strumento giuridico che, decidendo della legittimità dei matrimoni, assicura il

predominio del potere spirituale su quello temporale (teologia del matrimonio). Tale meditazione porta a parlare:

della maternità e della verginità di Maria diventa pressante per la diffusione della devozione alla Vergine madre,

1) →

movimento connesso al crescente rigore delle coercizioni imposte ai preti e tendente a esaltare la verginità, e al

consolidamento delle strutture dinastiche con la conseguente esaltazione della maternità

dei rapporti fra Cristo e la sua Chiesa finché questo mondo dura Gesù vi è presente nella persona di coloro che

2) →

portano la sua parola. La relazione ineffabile tra l’uomo e Dio diventa comprensibile solo per analogia, basandosi

sull’esperienza umana di altri rapporti (ES. rapporto vassallo – signore, o moglie – marito).

Questo genere di riflessioni porta a precisare Già vago nel latino dei Padri, il significato di

la nozione di sacramento.

questa parola diventa ancora più confuso nell’alto Medioevo. Nel parlare comune designa in primo luogo il semplice

il fatto di vincolarsi prendendo Dio a testimone e toccando un oggetto sacro, una croce o delle reliquie; in

giuramento,

questa accezione la parola trova posto naturalmente nel campo verbale dei riti matrimoniali. In maniera più generale, si

(l’anello, il letto nuziale

applica a tutte le formule e i gesti con cui si benedicono continuamente gli oggetti più svariati

…). Per sacramentum e per averlo ridotto a quest’unico significato a

gli eruditi intendono infine o

segno simbolo,

proposito della Scrittura, Berengario (maestro della scuola di Tours) viene tacciato d’eresia verso la metà dell’XI sec.

L’impressione tenace che il matrimonio sia una questione carnale e perciò inevitabilmente colpevole, impedisce di

Ma è una riluttanza che si va disgregando man mano che si diffonde

fargli posto accanto al battesimo e all’eucarestia.

l’abitudine di trasferire davanti alla porta della Chiesa e in presenza di un prete i riti che concludono il patto coniugale.

Fra 1120 e 1150, in seguito alla morte di Ivo di Chartres, l’elaborazione dottrinale accelera, partendo anche dalla

metafora secondo cui la Chiesa è la sposa di Cristo. Fra i 2 si stabilisce un rapporto di carità, o per meglio dire la corrente

vivificante che emana dallo sponsus innalza la sponsa verso la luce. Non si tratta dell’amor (che viene dal corpo) ma

della dilectio, sollecitudine disincarnata e accondiscendente che opera in seno alla gerarchia necessaria, fondamento di

tutto l’ordine terreno, che pone il maschile al di sopra del femminile.

Poco dopo il 1124 Ildeberto di Lavardin definisce cosa nel patto matrimoniale sia il reciproco impegno: il matrimonio è la

proiezione dell’invisibile nel visibile, se rimane intatto e si dimostra capace di mantenere fino alla morte la carità è un

sacramento che trova posto accanto al battesimo e all’eucarestia, accanto alle cose sante istituite dal Signore.

Ammettiamo quindi che il matrimonio sia un segno del sacro, è per questo un veicolo della grazia? Ugo di san Vittore

analizza i modi in cui i preti devono agire sulla società: più che i segni, i mezzi di quest’intervento sono i sacramenti. Ugo

parla del matrimonio come di un medicamento che i servi di Dio devono somministrare ai laici per condurli alla

il matrimonio è dunque veicolo di una virtù salvatrice, ma deve essere svincolato dal sessuale, e per

guarigione:

spiritualizzarlo totalmente sottolinea fortemente il valore dell’impegno reciproco pronunciato all’atto degli sponsali (sia

in presenza di testimoni, sia malauguratamente senza). Ugo non tiene conto degli interessi della stirpe, né delle

trattative preliminari, né di questioni di dote denaro o anello: il suo è uno sfrondamento totale che toglie ai riti ogni

importanza. Ritiene inoltre che si può (anche se è illecito) diventare marito e moglie agli occhi di Dio senza benedizione

né intervento dei preti, perciò senza controllo e interrogatorio. Il suo pensiero tende a un radicale spiritualismo.

In un altro trattato (1140) Ugo di San Vittore medita su questo mistero: come poté la madre di Dio essere vera sposa pur

Duby, Il cavaliere la donna il prete 23

rimanendo vergine? Associazione legittima stabilita per mutuo accordo, il matrimonio obbliga i contraenti a dei doveri

reciproci. D’accordo in questo con Ildeberto di Lavardin, Ugo vede l’essenziale del mutuo consenso nella promessa di

non sciogliere il vincolo fino alla morte, ma riconosce accessoriamente che un’altra conseguenza consiste nel “chiedere

e accettare reciprocamente il commercio carnale”. Ma questo è un impegno secondario, che non crea il vincolo. Ancora

una volta il carnale è subordinato allo spirituale che costituisce la chiave di volta di tutta l’ideologia gregoriana. Il

commercio carnale diventa accessorio, e può essere interrotto senza sciogliere il patto. I prelati intenzionati a svolgere

un’azione positiva fra gli uomini e soprattutto nelle famiglie aristocratiche si guardano bene dallo spingersi così lontano.

10 anni dopo, a Parigi fornisce una definizione del accettata come definitiva:

Pietro Lombardo sacramento “il

Secondo lui, gli sposi sono doppiamente uniti nelle anime e

sacramento è il segno sensibile ed efficace della grazia”.

nei corpi. Il matrimonio non consumato non è meno santo, ed è già “perfetto”: il consensus de presenti, l’impegno

personale dello sposo con la sposa “basta da solo a contrarre matrimonio”. Il resto (l’intervento dei genitori e del prete)

è soltanto accessorio. Tuttavia, ed è un punto fondamentale, la sessualità conserva il suo ruolo e la sua importanza

essenziale soprattutto nella società. Ma Lombardo evita di affermare che il matrimonio trasmette la grazia: la sua

efficacia e la sua virtù, pienamente conferita sin dalla desponsatio, sono di ordine negativo: rimane impregnato dei

residui di un’inquietudine e una ripugnanza entrambe legate a ciò che accade di notte nel letto coniugale. Unico dei 7

sacramenti a non essere stato istituito da Gesù, ma solo “ripristinato il matrimonio esisteva in paradiso già

da lui”,

È appunto la caduta che lo ha sprofondato nella corruzione, e nonostante ogni emendamento o

prima della caduta.

riabilitazione di quella caduta gli resta un segno che può portarlo a cadere ancora. Collocato dove spirituale e carnale

s’incontrano, il matrimonio è il solo sacramento che rechi il segno più evidente del mistero dell’incarnazione.

Verso la metà del XII sec. il matrimonio viene sacralizzato senza essere disincarnato.

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► X – ( . )

NELLA CASA DEL RE 169

P

La di Luigi VII il Giovane gli è data nel 1137, quando lui ha 16 anni e lei fra i 13 e i 15.

prima moglie Eleonora d’Aquitania

Eleonora non ha fratelli e il padre è morto di recente: è un’ereditiera. Col matrimonio Luigi diventa capo della casa

d’Aquitania, e per ribadire l’alleanza dà in sposa la sorella della moglie a Raul di Vermandois, cugino germano di suo

padre. Eleonora tarda ad avere figli, partorendo 2 figlie femmine nel 1145 e nel 1149, al ritorno dalla Terrasanta. Intanto

dopo quasi 30 anni i parenti del re si rendono conto della parentela che lo unisce alla moglie. Nel marzo del 1152 a

Bougency un’assemblea mista constata la loro consanguineità e il divorzio viene celebrato. “In tutta fretta” Eleonora si

reca in Aquitania e sposa Enrico Plantageneto duca di Normandia. In realtà prima sfugge al conte di Blois che le fa la

posta, e successivamente a Goffredo di Nantes fratello di Enrico. Dopo l’unione con Enrico, Luigi VII lo attacca sostenuto

da Goffredo, e la guerra continua fino all’anno seguente. Intanto Luigi marita le sue 2 figlie: la prima (8 anni) col conte di

Troyes, la seconda (3 anni) con il conte di Blois che così si consola di aver mancato la madre. Poi il re si sposa a sua volta.

Eppure il monaco di Saint-Germain-des-Prés che ci racconta la versione ufficiale di

Il 1° matrimonio, incestuoso, è nullo.

questa storia giustifica il 2° matrimonio: Luigi vuole vivere secondo la legge divina che prescrive ai laici lo stato coniugale

e vuole rispettare la legge dinastica nella speranza di un successore che governi dopo di lui. Nel 1154 l’imperatore di

da cui ha quasi immediatamente una figlia che (nel 1156) viene unita in matrimonio con

Spagna gli cede sua figlia,

Enrico, figlio del re d’Inghilterra e di Eleonora (nato nel marzo 1155). Questo matrimonio viene concluso “grazie a una

dispensa ottenuta dalla Chiesa di Roma”. Una seconda figlia nasce nel 1160, ma la regina muore di parto.

5 settimane dopo il re si risposa. Ormai è vecchio, e i membri della sua casata premono: il matrimonio del capo è affare

di tutta la casata, in questo caso di tutta la Francia del nord. Luigi agisce soprattutto “per la sua salvezza”, preferendo

sposarsi che ardere, e per avere un erede. Viene scelta il padre non è re, e avendo dei

una figlia di Tibaldo di Blois:

fratelli non c’è speranza che erediti, ma dalla sua c’è il fatto che ha il sangue di Carlo Magno e la giovinezza, pegno di

fecondità. Questo fa passare sopra il vincolo di parentela, in quanto sorella del genero del re. 5 anni dopo nasce Filippo.

La Historia pontificalis (1160-61) di ci presenta il divorzio in tutt’altra luce. Nel 1149 Luigi ed

Giovanni di Salisbury

Eleonora di ritorno dalla crociata visitano papa Eugenio III che placa la lite scoppiata fra i 2 ad Antiochia. Il papa

proibisce che si parli ancora della loro consanguineità, conferma il matrimonio, vieta verbalmente e per iscritto di dare

ascolto (sotto pena di scomunica) a chiunque sparli del matrimonio e lo voglia sciogliere “e finalmente li fece coricare in

un letto ch’egli stesso aveva ornato della sua biancheria più preziosa” → il papa pone risolutamente l’esigenza

non nega l’incesto ma proibisce di parlarne bloccando così la

d’indissolubilità al di sopra di quella d’esogamia;

macchina giudiziaria. E celebra nuovamente le nozze, riunisce i corpi facendo le veci del padre che benedice la coppia e

l’esorta a vivere nella carità. Ha riconciliato: il vescovo deve farlo. In quale caso? Di sospetto adulterio.

Scopriamo che il matrimonio regale non è viziato solo d’incesto: la Historia Pontificalis dice che tutto comincia ad

Antiochia, dove re e regina sono ospiti del principe Raimondo zio di Eleonora. La regina e lo zio si intrattengono in

Duby, Il cavaliere la donna il prete

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Riassunto per l'esame di Storia Medievale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Duby "Il cavaliere, la donna, il prete. Il matrimonio nella Francia feudale" edizione Laterza, anno 1989.
Il testo tratta dell'evoluzione delle politiche matrimoniali e del ruolo della donna al loro interno.
Con l'aggiunta di schemi finali indicanti :
1- la genealogia dei primi sovrani della dinastia capetingia;
2- i matrimoni dei principali sovrani trattati nel testo;
3- l'evoluzione della tradizione di matrimonio e concubinato tra IX e XII secolo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in beni culturali, archeologici e storico-artistici
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher moondrop di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia Medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Vallerani Massimo.

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