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I - I matrimoni di re Filippo

Nell’autunno del 1095 a Clermont, ai confini meridionali dell’area di influenza capetingia, papa Urbano II percorre la Gallia del sud, scortato dai suoi cardinali, per operare la riforma della Chiesa e la purificazione della società, iniziando dal clero (lotta a simonia e nicolaismo). L’impresa è ardua, poiché l’imperatore e gli altri re accettano malvolentieri che qualcuno si immischi dettando ai guerrieri la loro condotta. A Clermont si sono riuniti non i re, ma vescovi, abati e grandi nobili delle vicine contrade. Tra le varie decisioni, la più famosa è l’appello alla crociata a Gerusalemme per liberare il Santo Sepolcro, che fa dimenticare un’altra sentenza del papa: la scomunica di Filippo I, il primo sovrano dei franchi occidentali ad aver subito un simile castigo che lo isola dalla comunità dei fedeli di Francia e gli attira la maledizione divina, condannandolo alla dannazione eterna.

In realtà, è scomunicato già da un anno. Il 15 ottobre 1094, ad Autun, 32 vescovi si sono riuniti intorno al legato pontificio Ugo di Romans, arcivescovo di Lione, per condannarlo, annullando di conseguenza le decisioni di un concilio presieduto dal re a Reims. È sorto un conflitto fra le due parti del regno di Francia:

  • Quella del nord, dominata dal sovrano, dove si concepisce la Chiesa in modo tradizionale, carolingia, raggruppando i prelati di tutte le nazioni sotto l’egida del re consacrato, loro confratello e protettore.
  • Quella del sud, che sfugge al controllo del sovrano, dove la Chiesa nuova e sconvolgente dei riformatori e di Urbano II proclama lo spirituale superiore al temporale, subordinando i monarchi ai vescovi e i vescovi all’autorità unificatrice di quello di Roma.

Per far accettare queste nuove strutture bisogna piegare i re, e per piegare il re di Francia i fautori della riforma lo scomunicano, prima ad Autun e poi a Clermont. Ciò che sappiamo del concilio di Clermont è ciò che riferiscono i cronisti dell’epoca, poiché gli atti sono andati perduti. Quasi tutti parlano di un’assemblea solennissima, ricordando solo la spedizione in Terrasanta. Alcuni, però, ricordano di sfuggita che non perché si sia ribellato alla Santa Sede, ma per i suoi costumi e in particolare per il suo comportamento matrimoniale.

Sigilberto di Gembloux dice che ha preso come altra moglie (superduxerit) la moglie di un altro uomo (vivo), mentre la prima moglie ancora vive. Bernold di Saint-Blasien precisa che “ripudiata la moglie, egli si unì in matrimonio con la moglie di un suo vassallo”. Gli Annales di Saint-Aubin d’Angers aggiungono a questo delitto l’incesto. Queste informazioni sono completate 15 anni più tardi da Ivo di Chartres, vescovo della Francia del nord, che afferma di conoscere bene la genealogia per averla sentita due volte quando Filippo I viene accusato di aver “rapito la moglie del conte d’Angiò sua cugina e di trattenerla indebitamente [...] Per questa accusa e un provato incesto, il re fu scomunicato al concilio di Clermont”.

Lo scandalo non consiste nell’essersi risposato mentre la prima moglie è ancora in vita (bigamia), né nell’essersi appropriato della legittima moglie di un altro (adulterio) ma nell’essersi unito a una parente acquisita, la moglie di un cugino per giunta molto lontano (incesto). A 20 anni, Filippo sposa Berta d’Olanda, datagli dal conte di Fiandra suo cugino germano, della cui moglie è figlia di primo letto. Questo matrimonio combinato sancisce la riconciliazione fra il re e il suo vassallo. Per 9 anni Berta rimane sterile, fino alla nascita del futuro Luigi VI. Ma dopo 20 anni viene ripudiata ugualmente e rinchiusa nel castello di Montreuil-sur-Mer (1092), parte della sua dote. Il re si unisce subito a Bertrada di Montfort, già sposata con il conte d’Angiò. Il matrimonio solennemente consacrato fa scalpore, come mostrano le poche menzioni giunte fino a noi. I cronisti testimoniano sorpresa, ma non riprovazione.

A scatenare l’attacco è Ivo di Chartres, vescovo appena installato all’età di 50 anni e consacrato a Capua da Urbano II. Simpatizzante dei riformatori, si schiera contro i prelati di antico stampo e contro il re loro complice e tiene duro. Il re vuole un matrimonio solennissimo, perciò convoca tutti i vescovi. Ivo declina l’invito col pretesto che consacrare il re e benedirne le nozze spetta solo al vescovo di Reims. Ma invia due lettere: una lettera al vescovo di Reims, avvertendolo del pericolo insito in tale matrimonio, alludendo a delle ragioni segrete; e una lettera al re stesso, dicendo che non sarebbe andato se prima non si fosse chiarita la faccenda: quella donna può realmente diventare la moglie di Filippo? Usa il termine uxor, riconoscendo così che i due sono già marito e moglie, e che quindi la cerimonia è solo una solennità supplementare. Solo gli ecclesiastici sono competenti in materia e devono indagare su due questioni distinte: ha Filippo il diritto di ripudiare la prima moglie? (presunzione di bigamia) Ha il diritto di prendere la seconda? (presunzione di incesto)

Finché non sarà fatta luce, niente matrimonio legittimo ma semplice concubinato. Ivo non si sottrae ai suoi obblighi non presenziando alla cerimonia, anzi agisce da consigliere fidato del re e da scrupoloso direttore spirituale. Filippo non lo ascolta. L’unione è festeggiata nelle debite forme e benedetta dal vescovo di Senlis in presenza di tutti i vescovi del dominio reale. Ma Ivo si intestardisce e prepara un succinto dossier a favore del divorzio; si rivolge al papa, ottenendo tra l’altro un ammonimento al re: se non tronca ogni rapporto con quella donna verrà scomunicato. Il vescovo di Chartres opta per la rottura, viene accusato di fellonia e fugge. Nel 1093 è alla corte pontificia, in un momento in cui tutto può ancora aggiustarsi: Berta è morta (niente più bigamia). Il re riunisce a Reims tutti i prelati che può, che confermano il matrimonio e parlano di giudicare Ivo di Chartres. La risposta è il concilio di Autun e la scomunica del re di Francia. Ivo inoltre può contare sull’appoggio di personaggi importanti vicini al re stesso: il principe Luigi, tredicenne, impaziente di succedere al padre, e Folco il Rissoso, conte e primo marito di Bertrada.

Ciò che è in discussione è il comportamento di Filippo I: Bertrada è anch’essa un’adultera, ma il suo caso non è di diritto pubblico. È al marito tradito che tocca fare vendetta, se vuole, e Folco non ha mosso un dito se non per trovarsi delle sostitute. Ma è nelle mani del papa: 30 anni prima ha ottenuto il principato da un legato pontificio che aveva diseredato il fratello reo di aver leso i diritti delle chiese angioine. Inoltre, è anch’egli scomunicato per aver catturato il fratello e averlo fatto impazzire a causa della stretta prigionia cui l’ha sottoposto. Ma la scomunica gli viene revocata pochi mesi prima del concilio di Autun. Docilmente Folco fa tutto ciò che ci si aspetta da lui: non ha mai aperto bocca e improvvisamente dà in escandescenze. La tattica della curia pontificia (togliere la scomunica al primo marito di Bertrada per gettarla sul secondo) è chiarissima.

Filippo invecchia e sopporta sempre peggio l’anatema, e nel 1096 fa mostra di cedere e di abiurare l’adultera, ottenendo l’immediato perdono da Urbano II. In realtà, Bertrada non esce mai dalla camera del re, scomunicato di nuovo nel 1099. Da notare che il conte di Poitiers, duca d’Aquitania, Guglielmo disperde rapidamente il concilio che disonora il suo signore, a riprova del fatto che per la maggioranza Filippo non è veramente colpevole.

Finalmente, con il passare degli anni, la faccenda perde importanza: il capetingio non è più l’avversario da fiaccare a ogni costo, la lotta per le investiture si va spegnendo e Ivo di Chartres stesso si impegna per la conciliazione. Nel 1105 davanti a diversi abati (tra cui quello di Saint-Denis) il re, in abito da penitente e a piedi nudi, giura di non incontrare più Bertrada se non in presenza di persone rispettabili. Lei giura di fare altrettanto. L’anatema cade automaticamente, sebbene in realtà i due coniugi continuano a vivere insieme, e nel 1106 sono assai ben accolti dal conte Folco. L’episodio resta ben impresso nel ricordo.

Fra il 1138 e il 1144 Sugerio redige la biografia di Luigi VI e lo ricorda come un buon re tra due re mediocri, Filippo I e Luigi VII, entrambi rovinati dalle donne. Distingue tra Luigi VI nato da “nobilissima sposa” e i suoi due fratelli nati dalla contessa d’Angiò, super ducta [sposata in più]. Secondo gli anglo-normanni, anticapetingi, Filippo I è un uomo di piacere, incapace di dominare l’Amor, il desiderio maschile, e che rinuncia, per una donna lasciva e lunatica, a condursi come si conviene a un sovrano. Viene sedotto, diventa adultero e muore disperato e torturato dal mal di denti. I cronisti della Turenna, gelosi delle virtù franche, lo descrivono come un re meno debole, lussurioso ma affascinante e lusingatore con Bertrada che infine rapisce di notte. Da allora tutti gli storici ci tramandano un’immagine di re Filippo come un uomo maturo, concupiscente e sempre mollemente sdraiato in un letto.

Ricordiamo però che i giudizi che ci arrivano vengono tutti da preti o da monaci colti e benpensanti. La condanna non concerne un atto di libertinaggio, ma un certo modo di formare una coppia e di presentarsi come coniugi, e non sarebbe stata così severa se non si fosse trattato di un’unione solenne e ufficiale, necessariamente soggetta a regole la cui scandalosa trasgressione andava solennemente repressa. Il matrimonio nella società feudale serve ad assicurare l’ordinata distribuzione delle donne fra gli uomini, a disciplinare la competizione maschile che la circonda e a ufficializzare e socializzare la procreazione. Il matrimonio fonda i rapporti di parentela e la società intera. Inevitabilmente ostentato, pubblico, rituale e circondato da una miriade di gesti e formule, il matrimonio si colloca esattamente là dove materiale e spirituale si fondono.

La storia di Filippo dice che nella cristianità latina del 1100 ca. esistono due concezioni del matrimonio contrastanti. In quell’epoca giunge alla crisi risolutiva un conflitto che sfocia nell’adozione di usanze rimaste quasi invariate fino ad oggi. Tre i motivi per cui questo argomento risulta difficile da studiare: l’uso della scrittura è ancora eccezionale e serve soprattutto a fissare certi rituali, a promulgare il diritto e a enunciare principi morali; tutti i testimoni sono gente della chiesa, ossia uomini celibi o che si sforzano di passare per tali, che provano o ostentano ripugnanza per le donne, e che propongono una teoria destinata a consolidare il potere da essi rivendicato; il pericolo dell’anacronismo: interpretando le tracce incerte del passato bisogna fare attenzione a non trasporre nel passato il presente.

II - La morale del prete e quella del guerriero

L’istituzione matrimoniale si basa sul messaggio di Dio riportato nella Genesi. Sono quattro le proposizioni fondamentali:

  • “Non è bene che l’uomo sia solo”: Dio volle che la specie umana fosse bisessuata e che i due sessi fossero uniti.
  • I due sessi li ha creati diversi: l’uomo fu il predecessore e conserva la preminenza. Egli è fatto a somiglianza di Dio e di questa immagine la donna è solo un pallido riflesso.
  • I due corpi sono destinati a confondersi: il matrimonio porta all’unità.
  • Il matrimonio non abolisce la disuguaglianza, e oltre che inferiore la donna è fragile. L’uomo è perduto e scacciato dal paradiso per colpa sua, da allora la coppia è condannata a unirsi in maniera imperfetta, a non potersi amare senza vergogna, e come castigo supplementare la donna subisce il dominio dell’uomo e le doglie del parto.

L’insegnamento di Cristo si basa su questo testo iniziale. Alcune parole dei Vangeli sinottici rispondono a due domande: Gesù proclama il matrimonio indissolubile, salvo che per causa di fornicazione. Può il marito ripudiare la moglie? (della donna secondo Matteo, di entrambi secondo Marco); se il matrimonio è indissolubile, vale la pena sposarsi? “Vi sono (degli eunuchi) che tali si sono fatti per amore del regno del cieli. Chi può capire capisca”.

Nell’ecclesia primitiva si instaura un regolamento basato su tali comandamenti e fondato sulla subordinazione della donna. Funzione del matrimonio è ordinare tale disuguaglianza: l’uomo domina la donna e deve amarla, la donna deve rispettarlo. Il matrimonio non è proibito, ma è tollerato come male minore e rimedio alla fornicazione.

Nella Chiesa primitiva che si forma in seno alla cultura ellenistica la tendenza ascetica si accentua, soprattutto per influenza dei riti sacrificali in uso in altre sette. Quando la celebrazione eucaristica è pensata come un sacrificio, nasce per i partecipanti la necessità di purificazioni preliminari e per l’officiante della continenza, se non addirittura della verginità. Interviene inoltre la morale tipica dei filosofi, che li autorizza a usare le donne per soddisfazioni occasionali, ma poiché essa li distrae dalla contemplazione e turba l’animo è meglio una prostituta che una moglie. Soprattutto il pensiero cristiano viene trascinato dalla forte corrente che in Oriente porta gli intellettuali a rappresentarsi l’universo come il luogo di un conflitto fra spirito e materia e a figurarsi tutto quanto è carnale come soggetto all’impero del male. La ripugnanza verso l’accoppiamento, le secrezioni corporali, la procreazione e quindi il matrimonio diviene così più profonda. Questa morale del rifiuto viene propagandata dagli scritti dell’apostolo Andrea e di Tito, discepolo di Paolo, che celebrando la purezza di santa Tecla coltivano il sogno di unioni disincarnate e di accoppiamenti spirituali come quelli degli angeli. Questi atteggiamenti passano in eredità ai Padri della Chiesa latina.

San Gerolamo è certo che Adamo ed Eva siano rimasti vergini in Paradiso, e che i loro corpi si siano uniti solo dopo la caduta, nella maledizione tutte le nozze sono perciò maledette e il matrimonio è giustificato poiché serve a ripopolare il cielo producendo uomini e donne vergini. Inevitabilmente fornicatore, se il marito ama la moglie con un certo ardore è anche adultero e fa di lei una prostituta.

Molto vicino è Gregorio Magno, per il quale la società umana, diretta dai prelati, si divide in una élite formata dal gruppo dei continenti che resistono alle tentazioni della carne, e lo scarto costituito dai coniugi, ovvero dagli uomini e dalle donne che non hanno rinunciato alle nozze e che sono inferiori e spregevoli perché il matrimonio è inevitabilmente corrotto dal piacere (a causa della caduta di Adamo).

Meno severo è Agostino, persuaso che nell’uomo vi è una lotta costante tra la volontà illuminata dall’intelligenza (che riconosce in Adamo) e gli impulsi libidinosi (che derivano da Eva). Satana ha vinto quando è riuscito ad accalappiare lo spirito fiaccandolo con la carne. Come Gerolamo e Gregorio, Agostino situa i coniugi sul primo gradino della gerarchia dei meriti, molto più in basso dei continenti. Ammette però che, abbandonato dal peccato originale alla concupiscenza, l’uomo conserva il potere di resistere a quest’influenza malefica e vi riesce col matrimonio, in cui l’atto sessuale, che nella fornicazione è un peccato mortale, diventa veniale e può essere riscattato. Agostino in tal modo sposta il confine fra bene e male, che non separa più i coniugi dai continenti, ma i fornicatori dai coniugi. C’è del buono nel matrimonio: perché permette di moltiplicare gli uomini e di ripopolare così il Paradiso sostituendo agli angeli caduti gli eletti; e perché è un mezzo per tenere a freno la sensualità, cioè la donna, ristabilendo la gerarchia primitiva.

A poco a poco si radica l’idea ossessiva per cui il sesso è male (la condizione di penitente in cui si trovano i grandi peccatori impone in primo luogo l’astinenza). I coniugi sono continuamente esortati alla continenza e minacciati, se la trascurano, di generare dei mostri o almeno dei figli tarati. Devono essere separati durante il giorno, le notti che precedono le domeniche e i giorni di festa (per celebrarne la solennità), il mercoledì e il venerdì (per penitenza), durante le 3 quaresime (i 40 giorni che precedono la Pasqua, la Santa Croce di settembre e il Natale), durante il ciclo mestruale, nei 3 mesi precedenti il parto e nei 40 giorni successivi. I coniugi che per decisione comune si votano alla castità assoluta costituiscono naturalmente la coppia ideale.

Intorno all’anno Mille si riorganizza la società intera grazie alla collaborazione del potere spirituale con quello temporale, e in particolare con la consacrazione del re dei franchi e la sua integrazione al collegio dei vescovi. Ansiosi di condurre i laici al bene, i vescovi si accorgono che inculcandogli l’avversione per il matrimonio non ci sarebbero mai riusciti, anzi sarebbe meglio esaltarlo e proporlo come il possibile quadro di un’esistenza virtuosa.

Nell’829 a Parigi i dirigenti della Chiesa franca si riuniscono intorno all’imperatore Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno, per riorganizzare il settore laico della società. In particolare discutono del matrimonio.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/01 Storia medievale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher moondrop di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia Medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Vallerani Massimo.
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